19 ottobre 2011
In morte di Andrea Zanzotto, dopo una serata a far filò…
In morte di Andrea Zanzotto,
dopo una serata a far filò…
di Paolo Steffan
A mia volta, non ho voluto utilizzare fonti giornalistiche.
DAVO PER CERTO che Paolo, amico pasoliniano da sempre
mi avrebbe suggerito le parole più appropriate. E infatti, eccole...
Non ho voluto, come i media-sciacalli, far impazzire pezzi e articoli forse già sciacallamente scritti, pubblicati appena divulgatasi la notizia.
Ho voluto prima elaborare un po’ questo lutto, che riguarda la cultura di un intero continente, oltre che l’intimità di una regione, il Veneto, e di una piccola profonda terra, l’Alta trevigiana. Ho passato mesi della mia vita tra le anse dell’opera zanzottiana, ho passato un’oretta di un pomeriggio dello scorso gennaio davanti al divano verde ove sedeva un visibilmente invecchiato Andrea Zanzotto, ho trascorso la vita intera fra i colli che ospitano la sua poesia…
La morte di Zanzotto, dunque, è la morte di una piccola parte di me, che amo così tanto la sua poesia; e gli scritti civili, le parole che egli – come un Pasolini – sapeva far gocciolare sulla realtà, sempre felicemente enigmatico ma pungente. Questo ci mancherà di lui-uomo, punto di riferimento culturale anche e soprattutto per un 22enne come me, così distante per esperienze e conoscenze. Eppure così vicino.
Zanzotto manca già a dismisura: la sua assenza sarà crisi nella crisi; forse non poteva lasciarci che in questo 2011, così disastrato, così caotico e strampalato… Così scivoloso.
* * *
Lievissime rotelle del 2000,
come si pattina bene su di voi -
è vero che tutto è come prima
però che oliato scorrere
di giorni incastonati di rotelle
che sono freschi nel dare le più belle
invenzioni // 2-2-2000 che delizia
che letizia di vedere e non vedere,
di scender dentro mente e uscir di mente,
il significante ha guidato l’utente
l’ha pilotato in begli scioglilingua
sciogli niente.
(Conglomerati, Mondadori 2009, p. 37)
* * *
In questa realtà che si fa sempre più piena di niente, dobbiamo rifugiarci nella poesia, come rara fonte di una qualche salvezza, con questi suoi giochi. E che belli i giochi zanzottiani!
Oggi all’università, prima di cominciare lezione, ho chiesto di poter leggere un testo da Conglomerati (In te le peste da distrazhion). Stasera, invece, io e un gruppetto di amici, in piazza Cima a Conegliano (a poca distanza dal luogo ove riposa stanotte il poeta), abbiamo improvvisato un incontro nel quale abbiamo letto poesie da tutta l’opera di Andrea, così come venivano, quelle che ci piacciono di più, le più curiose, le meno o le più note. Ci siamo ascoltati leggere, divertiti, nel quasi gelo di una notte d’ottobre. E abbiamo anche testimoniato a noi stessi che esiste talvolta un altro modo per riscattarsi dall’indignazione di cui siamo senz’altro pieni, in questi tempi. Consiglio di farlo a molti, perché la piazza si può utilizzare anche così, a far filò a modo nostro, e se non la piazza almeno la “cameretta”.
Beh, ADDIO ANDREA, è stato tutto bello,
Grazie di tutte queste poesie, che – con Chiara, i topinambùr e poc’altro – saranno la mia vita, per come vale la pena viverla!
Con commozione,
Paolo Steffan
* * *
L'improvvisato gruppo di lettura, per questa veglia funebre per Zanzotto. Ringrazio particolarmente Remis Tonon, che ha reso possibile questa bella serata.
Paolo Steffan è la terza persona da sinistra. Cliccare sulla fotografia per ingrandirla.
Grazie, Paolo!
Grazie e addio, Andrea!
21:15
Scritto da: paginecorsare
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Turn Off The Silvio!
Turn Off The Silvio!
Un concentrato di personaggi politici.. da stendere anche un elefante.
In testa, il presidente del Consiglio! Potrebbe essere divertente...
se non fosse la nostra tragedia quotidiana!!
20:52
Scritto da: paginecorsare
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27 agosto 2011
La città futura, di Antonio Gramsci (1891-1937)
Antonio Gramsci
La città futura, pagine 3-4, 1917

La città futura, numero unico pubblicato nel febbraio del 1917
a cura della Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista.
Gramsci curò per intero la stesura del giornale
che aveva lo scopo di "educare e formare" i giovani socialisti
(siamo alla fine del primo conflitto mondiale)
alla "disciplina politica", alla solidarietà e alla vita organizzata del partito.
«Io sono stato abituato dalla vita isolata,
che ho vissuto fino dalla fanciullezza, a nascondere
i miei stati d'animo dietro una maschera di durezza
o dietro un sorriso ironico.
Ciò mi ha fatto male, per molto tempo:
per molto tempo i miei rapporti con gli altri
furono un qualcosa di enormemente complicato.»
Antonio Gramsci
Ciò che Antonio Gramsci ha generosamente lasciato alla cultura italiana e a tutti noi è un immenso patrimonio di idee e di intuizioni politiche.
Intendo ora allargare, in particolare tra le giovani generazioni, la conoscenza di questo grande intellettuale di cui va tenuta sempre viva la memoria, e a stimolare lo studio e l'approfondimento delle sue opere.
Straordinaria è stata, tra l'altro, la diffusione del pensiero gramsciano in tutto il mondo: le sue opere sono state tradotte in Europa come in America Latina, nei Paesi di lingua anglosassone come in quelli dell'Estremo Oriente. Le opere di Gramsci sono tra le più citate nella letteratura internazionale, a testimonianza della immensa presenza intellettuale di questo grande Italiano.
* * *
1.
Lo sforzo fatto per conquistare una verità, fa apparire un po' come propria la verità stessa, anche se alla sua nuova enunciazione non si è aggiunto nulla di veramente proprio, non s'è data neppure una lieve colorazione personale. Ecco perché spesso si plagiano gli altri inconsciamente, e si rimane disillusi per la freddezza con cui vengono accolte affermazioni che riputavamo capaci di scuotere, di entusiasmare. Amico mio, ci ripetiamo sconsolatamente, il tuo era l'uovo di Colombo. Ebbene, non mi importa di essere lo scopritore dell'uovo di Colombo. Preferisco ripetere una verità già conosciuta al cincischiarmi l'intelligenza per fabbricare paradossi brillanti, spiritosi giochi di parole, acrobatismi verbali, che fanno sorridere, ma non fanno pensare.
La giardiniera plebea è sempre la minestra più nutriente e più appetitosa appunto perché preparata con le civaie più usuali. Mi piace vederla ingoiare a larghe cucchiaiate dagli uomini gagliardi e ricchi di succhi gastrici che contengono nella forza della loro volontà e dei loro muscoli l'avvenire. La più trita verità non è mai stata ripetuta quanto basti perché essa diventi massima e stimolo all'azione in tutti gli uomini.
2.
Quando discuti con un avversario, prova a metterti nei suoi panni. Lo comprenderai meglio e forse finirai con l'accorgerti che ha un po', o molto, di ragione. Ho seguito per qualche tempo questo consiglio dei saggi. Ma i panni dei miei avversari erano così sudici che ho concluso: è meglio essere ingiusto qualche volta che provare di nuovo questo schifo che fa svenire.
3.
Le diserzioni dal socialismo di molti cosiddetti intellettuali (a proposito: intellettuale vuol sempre dire intelligente?) sono diventate per gli sciocchi la miglior prova della povertà morale della nostra idea. Il fatto è che fenomeni simili sono avvenuti e avvengono per il positivismo, per il nazionalismo, per il futurismo, e per tutti gli altri ismi. Ci sono i crisaioli, le animucce sempre in cerca di un punto fermo, che si buttano sulla prima idea che si presenti con l'apparenza di poter diventare un ideale e se ne nutrono fino a quando dura lo sforzo per impossessarcene. Quando si è arrivati alla fine dello sforzo e ci si accorge (ma questo è effetto della poca profondità spirituale, del poco ingegno, in fondo) che essa non basta a tutto, che ci sono problemi la cui soluzione (se pur esiste) è fuori di quella ideologia (ma forse è ad essa coordinata in un piano superiore), ci si butta su qualche altra cosa che sia una verità, che rappresenti ancora un incognito e quindi presenti probabilità di soddisfazioni nuove. Gli uomini cercano sempre fuori di sé la ragione dei propri fallimenti spirituali; non vogliono convincersi che la causa ne è sempre e solo la loro animuccia, la loro mancanza di carattere e di intelligenza. Ci sono i dilettanti della fede, così come i dilettanti del sapere.
Ciò nella migliore delle ipotesi. Per molti la crisi di coscienza non è che una cambiale scaduta o il desiderio di aprire un conto corrente.
4.Si dice che in Italia ci sia il peggior socialismo d'Europa (1). E sia pure: l'Italia avrebbe il socialismo che si merita.
5.
Il progresso non consiste per lo più che nella partecipazione di un sempre maggior numero di individui a un bene. L'egoismo è il collettivismo degli appetiti e dei bisogni di un singolo: il collettivismo è l'egoismo di tutti i proletari del mondo. I proletari non sono certo altruisti nel significato che a questa parola danno gli umanitari frolli. Ma l'egoismo del proletariato è nobilitato dalla coscienza che il proletariato ha di non poterlo totalmente appagare senza che lo abbiano appagato nello stesso tempo tutti gli altri individui della sua classe. E perciò l'egoismo proletario crea immediatamente la solidarietà di classe.
6.
E' stato detto: il socialismo è morto nel momento stesso in cui è stato dimostrato che la società futura che i socialisti dicevano di star creando era solo un mito buono per le folle (2). Anch'io credo che il mito si sia dissolto nel nulla. Ma la sua dissoluzione era necessaria. Il mito si era venuto formando quando era ancor viva la superstizione scientifica, quando si aveva una fede cieca in tutto ciò che era accompagnato dall'attributo scientifico. Il raggiungimento di questa società modello era un postulato del positivismo filosofico, della filosofia scientifica. Ma questa concezione non era scientifica, era solo meccanica, aridamente meccanica. Ne è rimasto il ricordo scolorito nel riformismo teorico [(però anche la " Critica sociale " non si chiama più: Rivista del socialismo scientifico (3) ] di Claudio Treves, un balocco di fatalismo positivista le cui determinanti sono energie sociali astratte dall'uomo e dalla volontà, incomprensibili e assurde: una forma di misticismo arido e senza scatti di passione dolorante. Era questa una visione libresca, cartacea, della vita; si vede l'unità, l'effetto, non si vede il molteplice, l'uomo di cui l'unità è la sintesi. La vita è per costoro come una valanga che si osserva da lontano, nella sua irresistibile caduta. Posso io fermarla?, si domanda l'homunculus: no, dunque essa non segue una volontà. Perché la valanga umana obbedisce ad una logica che caso per caso può non essere la mia individuale, ed io individuo non ho la forza di fermarla o di farla deviare, mi convinco che essa non ha una logica interiore, ma ubbidisce a delle leggi naturali infrangibili.
E' avvenuta la débâcle della scienza, o per meglio dire, la scienza si è limitata ad assolvere il solo compito che le era concesso; si è perduta la cieca fiducia nelle sue deduzioni ed è quindi tramontato il mito che essa aveva contribuito potentemente a suscitare. Ma il proletariato si è rinnovato; nessuna delusione vale ad essiccare la sua convinzione, come nessuna brinata distrugge il virgulto ricolmo di succhi vitali. Ha riflettuto sulle proprie forze, e su quanta forza è necessaria per il raggiungimento dei suoi fini. Si è maggiormente nobilitato nella coscienza delle sempre maggiori difficoltà che ora vede, e nel proposito dei sempre maggiori sacrifizi che sente di dover fare. E' avvenuto un processo di interiorizzamento: si è trasportato dall'esterno all'interno il fattore della storia: a un periodo di espansione ne succede sempre uno di intensificazione. Alla legge naturale, al fatale andare delle cose degli pseudo-scienziati è stata sostituita: la volontà tenace dell'uomo.
Il socialismo non è morto, perché non sono morti per esso gli uomini di buona volontà.
7.
Si è irriso, e si irride ancora al valore numero, che sarebbe solo un valore democratico, non rivoluzionario: la scheda, non la barricata. Ma il numero, la massa, ha servito a creare un nuovo mito: il mito dell'universalità, il mito della marea che sale irresistibile e fragorosa e raderà al suolo la città borghese sorretta sui puntelli del privilegio. Il numero, la massa (tanti in Germania, in Francia, in America, in Italia... che ogni anno crescono, crescono... ) ha saldato la convinzione che ogni singolo ha di partecipare a qualcosa di grandioso che sta maturando e di cui ogni nazione, ogni partito, ogni sezione, ogni gruppo, ogni individuo è una molecola che riceve e restituisce rinvigorito il succo vitale che circolando arricchisce tutto il complesso del corpo socialista mondiale. I milioni d'infusori che nuotano nell'oceano Pacifico costruiscono sterminati banchi coralliferi sotto il livello dell'acqua: un terremoto fa affiorare i banchi e un nuovo continente si forma. I milioni di socialisti dispersi nella vastità del mondo lavorano anch'essi alla costruzione di un continente nuovo: e il terremoto […] (4).
8.
E' più facile convincere chi non ha mai partecipato alla vita politica di chi ha già appartenuto a un partito già sagomato e ricco di tradizioni. E' immensa la forza che la tradizione esercita sugli animi. Un clericale, un liberale che diventano socialisti, sono altrettante macchine a sorpresa che possono da un momento all'altro esplodere con effetti letali per la nostra compagine. Le anime vergini degli uomini di campagna, quando si convincono di una verità, si sacrificano per essa, fanno tutto il possibile per attuarla. Chi si è convertito, è sempre un relativista. Ha esperimentato in se stesso una volta quanto sia facile sbagliarsi nello scegliere la propria via. Pertanto gliene rimane un fondo di scetticismo. Chi è scettico non ha il coraggio necessario per l'azione.
Preferisco che al movimento si accosti un contadino più che un professore d'università. Solo che il contadino dovrebbe cercare di farsi tanta esperienza e tanta larghezza di mente quanta ne può avere un professore d'università, per non rendere sterile la sua azione e il possibile suo sacrifizio.
9.
Accelerare l'avvenire. Questo è il bisogno più sentito nella massa socialista. Ma cos'è l'avvenire? Esiste esso come qualcosa di veramente concreto? L'avvenire non è che un prospettare nel futuro la volontà dell'oggi come già avente modificato l'ambiente sociale. Pertanto accelerare l'avvenire significa due cose. Essere riusciti a far estendere questa volontà a un numero tale di uomini quanto si presume sia necessaria per far diventare fruttuosa la volontà stessa. E questo sarebbe un progresso quantitativo. Oppure: essere riusciti a far diventare questa volontà talmente intensa nella minoranza attuale, che sia possibile l'equazione: 1 = 1 000 000 . E questo sarebbe un progresso qualitativo. Arroventare la propria anima e farne sprizzare miriadi di scintille. Ciò è necessario [...] (5).
Aspettare di essere diventati la metà più uno è il programma delle anime pavide che aspettano il socialismo da un decreto regio controfirmato da due ministri.
Note
(1) Probabile richiamo a un giudizio di Giustino Fortunato: "Già, o che il movimento socialista italiano non è forse il meno socialista fra tutti gli altri d'Europa, da quell'effettivo piccolo borghese e industriale che esso è, misto di politica e di opportunismo, di protezione e di cooperativismo ... ? " Cfr. G. Fortunato, Pagine e ricordi parlamentari, Vallecchi, Firenze 1927, vol. II, P. 36.
(2) Gramsci si riferiva allo scritto in forma di dialogo di Benedetto Croce, La morte del socialismo, pubblicato con lo pseudonimo di Falea di Calcedonia in "La Voce", anno III, n. 6, 9 febbraio 1911; ora in B. Croce, Cultura e vita morale. Intermezzi polemici, Laterza, Bari I955, PP. 150-59.
(3) Il sottotitolo "Rivista quindicinale del socialismo scientifico" era apparso dal 1° gennaio I893, anno III, n. I; in seguito (dal 1° luglio 1899, anno VIII, n. 10) il sottotitolo si mutò in "Rivista quindicinale (del socialismo". Sul concetto di "scientifico", "che cosa è scientifico?", cfr. Q, II, 826-17.
(4) Circa due righe censurate.
(5) Alcune parole censurate.
19:54
Scritto da: paginecorsare
in cultura, memoria, saggistica | Link permanente | Commenti (1)
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24 agosto 2011
Pier Paolo Pasolini, Da "Perché il processo", «Corriere della Sera», 28 settembre 1975
Pier Paolo Pasolini, da "Perché il processo"
«Corriere della Sera», 28 settembre 1975
[ora in "Lettere luterane]

[...]
Che cosa è necessario sapere, o meglio, che cosa i cittadini italiani vogliono sapere, affinché i prossimi dieci anni della loro vita non siano loro sottratti (come è stato per gli ultimi dieci )?
Ripeterò ancora una volta la litania magari a costo di fare, a dispetto della virtù, del mero esercizio accademico.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi pubblici di prima necessità: ospedali, scuole, asili, ospizi, verde pubblico, beni naturali cioè culturali.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta tolleranza si è fatta ancora più profonda la divisione tra Italia Settentrionale e Italia Meridionale, rendendo sempre più, i meridionali, cittadini di seconda qualità.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici, abbandonando, sempre selvaggiamente, a se stessa la campagna.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto progresso la «massa», dal punto di vista umano, si sia così depauperata e degradata.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto laicismo l’unico discorso laico sia stato quello, laido, della televisione (che si è unita alla scuola in una forse irriducibile opera di diseducazione della gente).
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta democratizzazione (è quasi comico il dirlo: se mai «cultura» è stata più accentatrice che la «cultura» di questi dieci anni) i decentramenti siano serviti unicamente come cinica copertura alle manovre di un vecchio sottogoverno clerico-fascista divenuto meramente mafioso.
Ho detto e ripetuto la parola «perché»: gli italiani non vogliono infatti consapevolmente sapere che questi fenomeni oggettivamente esistono, e quali siano gli eventuali rimedi: ma vogliono sapere, appunto, e prima di tutto, perché esistono.
Voi dite, cari colleghi della «Stampa», che a far sapere tutte queste cose agli italiani provvede il gioco democratico, ossia le critiche che i partiti si muovono a vicenda - anche violentemente - e, in specie, le critiche che tutti i partiti muovono alla Democrazia cristiana. No. Non è così. E proprio per la ragione che voi stessi (contraddicendovi) sostenete: e cioè per la ragione che, ognuno in diversa misura e in diverso modo, tutti gli uomini politici e tutti i partiti condividono con la Democrazia cristiana cecità e responsabilità.
Dunque, prima di tutto, gli altri partiti non possono muovere critiche oggettive e convincenti alla Democrazia cristiana, dal momento che anch’essi non hanno capito certi problemi o, peggio ancora, anch’essi hanno condiviso certe decisioni.
Inoltre su tutta la vita democratica italiana incombe il sospetto di omertà da una parte e di ignoranza dall’altra, per cui nasce - quasi da se stesso - un naturale patto col potere: una tacita diplomazia del silenzio.
Un elenco, anche sommario, ma, per quanto é possibile, completo e ragionato, dei fenomeni, cioè delle colpe, non è mai stato fatto. Forse la cosa è considerata insostenibile.
Perché, ai capi di imputazione che ho qui sopra elencato, c’è molto altro da aggiungere - sempre a proposito di ciò che gli italiani vogliono consapevolmente sapere.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna.
Ma gli italiani - e questo è il nodo della questione - vogliono sapere tutte queste cose insieme: e insieme agli altri potenziali reati col cui elenco ho esordito. Fin che non si sapranno tutte queste cose insieme - e la logica che le connette e le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla sola fantasia dei moralisti - la coscienza politica degli italiani non potrà produrre nuova coscienza. Cioè l’Italia non potrà essere governata.
Il Processo Penale di cui parlo ha (nella mia fantasia di moralista) la figura, il senso e il valore di una Sintesi. La cacciata e il processo (istruito - dicevo - se non celebrato) di Nixon dovrebbe pur voler dire qualcosa per voi, che credete in questo gioco democratico. Se contro Nixon in America si fosse svolto un gioco democratico, quale sembra esser da voi concepito, Nixon sarebbe ancora lì, e l’America non saprebbe di sé ciò che sa: o almeno non avrebbe avuto la conferma, sia pur formale (ed è importante) della bontà di ciò che essa reputa buono: la propria democrazia.
Ma se (come mi pare evidente, con immedicabile mortificazione) l’opinione pubblica italiana - che anche voi rappresentate - non vuole sapere - o si accontenta di sospettare -, il gioco democratico non è formale: è falso.
Inoltre se la consapevole volontà di sapere dei cittadini italiani non ha la forza di costringere il potere ad autocriticarsi e a smascherarsi - se non altro secondo il modello americano -, ciò significa che il nostro è un ben povero paese: anzi, diciamo pure, un paese miserabile.
Ci sono inoltre delle cose (e a questo punto continuo, più che mai, nel puro spirito della Stoà) che i cittadini italiani vogliono sapere, pur senza aver formulato con la sufficiente chiarezza, io credo, la loro volontà di sapere: fatto che si verifica là dove il gioco democratico, appunto, è falso; dove tutti giocano con il potere; e dove la cecità dei politici è ormai ben assodata.
Gli italiani vogliono dunque sapere ancora cos’è con precisione la «condizione» umana - politica e sociale - in cui sono stati e sono costretti a vivere quasi come da un cataclisma naturale: prima, dalle illusioni nefaste e degradanti del benessere e poi dalle illusioni frustranti, no, non del ritorno della povertà, ma del rientro del benessere.
Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, che limiti ha, che futuro prevede, la «nuova cultura» - in senso antropologico - in cui essi vivono come in sogno: una cultura livellatrice, degradante, volgare (specie nell’ultima generazione).
Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, e come si definisce veramente, il «nuovo tipo di potere» da cui tale cultura si è prodotta: visto che il potere clerico-fascista è tramontato, e ormai esso ad altro non costringe che a «lotte ritardate» (la condanna a morte degli antifranchisti, i rapporti tra la vecchia e la nuova generazione mafiosa nel Mezzogiorno ecc.).
Gli italiani vogliono ancora sapere, soprattutto, che cos’è e come si definisce il «nuovo modo di produzione» (da cui sono nati quel «nuovo potere» e, quindi, quella «nuova cultura»): se per caso tale «nuovo modo di produzione» - introducendo una nuova qualità di merce e perciò una nuova qualità di umanità - non produca, per la prima volta nella storia, «rapporti sociali immodificabili»: ossia sottratti e negati, una volta per sempre, a ogni possibile forma di “alterità”.
Senza sapere che cosa siano questo «nuovo modo di produzione», questo “nuovo potere” e questa «nuova cultura», non si può governare: non si possono prendere decisioni politiche (se non quelle che servono a tirare avanti fino al giorno dopo, come fa Moro).
I potenti democristiani che ci hanno governato in questi ultimi dieci anni, non hanno saputo neanche porsi il problema di tale «nuovo modo di produzione», di tale «nuovo potere» e di tale «nuova cultura», se non nei meandri del loro Palazzo di pazzi: e continuando a credere di servire il potere istituito clerico-fascista. Ciò li ha portati ai tragici scompensi che hanno ridotto il nostro paese in quello stato, che più volte ho paragonato alle macerie del 1945.
È questo il vero reato politico di cui i potenti democristiani si sono resi colpevoli: e per cui meriterebbero di essere trascinati in un’aula di tribunale e processati.
Non dico, con questo, che anche altri uomini politici non si siano posti i problemi che non si son posti i sacrestani al potere, o che, come loro, non abbiano saputo risolverli. Anche i comunisti hanno per esempio confuso il tenore di vita dell’operaio con la sua vita, e lo sviluppo col progresso. Ma i comunisti hanno compiuto - se hanno compiuto - degli errori teorici. Essi non erano al governo, non detenevano il potere. Essi non derubavano gli italiani. Sono coloro che si sono assunti delle responsabilità che devono pagare, cari colleghi della «Stampa», che, sono certo, siete perfettamente d’accordo con me...
Un’ultima osservazione che mi sembra, del resto, capitale.
L’inchiesta sui golpe (Tamburino, Vitalone...), l’inchiesta sulla morte di Pinelli, il processo Valpreda, il processo Freda e Ventura, i vari processi contro i delitti neofascisti... Perché non va avanti niente? Perché tutto è immobile come in un cimitero? È spaventosamente chiaro. Perché tutte queste inchieste e questi processi, una volta condotti a termine, ad altro non porterebbero che al Processo di cui parlo io. Dunque, al centro e al fondo di tutto, c’é il problema della Magistratura e delle sue scelte politiche.
Ma, mentre contro gli uomini politici, tutti noi, cari colleghi della «Stampa», abbiamo coraggio di parlare, perché in fondo gli uomini politici sono cinici, disponibili, pazienti, furbi, grandi incassatori, e conoscono un sia pur provinciale e grossolano fair play, a proposito dei Magistrati tutti stiamo zitti, civicamente e seriamente zitti. Perché? Ecco l’ultima atrocità da dire: perché abbiamo paura.
15:59
Scritto da: paginecorsare
in corruzione, Costituzione italiana, cultura, opere di Pasolini, politica, scrittori | Link permanente | Commenti (4)
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Apologo sull'onestà nel paese dei corrotti, di Italo Calvino
Apologo sull'onestà nel paese dei corrotti
di Italo Calvino

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.
Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo ( e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza ( così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere. Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.
Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche ( e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.
In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.
Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione ( non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.
Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società , ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé ( almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.
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Racconta Tangentopoli meglio di un saggio. E' tratto da Romanzi e racconti – volume 3°, Racconti e apologhi sparsi, i Meridiani, Arnoldo Mondadori editore. Era uscito su la Repubblica, 15 marzo 1980, col titolo "Apologo sull'onestà nel paese dei corrotti". Lo scandalo di Tangentopoli scoppiò, grazie al bemerito pool Mani pulite, dodici anni dopo.
15:15
Scritto da: paginecorsare
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Cari amici...
Cari amici e visitatori di questo blog.
Finalmente ce l'ho fatta! Tra tutto ciò che di negativo si porta appresso un trasloco, e grazie anche alla mia non tenera età, la perdita di dati à una delle più fastidiose. Questo mi era accaduto, così non riuscivo più ad avere accesso a queste "Pagine corsare". Molti mi hanno aiutato... e, come vedete, ce l'ho fatta a rientrare nella pagina-amministratore.
Che altro fare, per ora, oltre a ringraziare tutti coloro - a cominciare dalla Redazione di Myblog e a "Cooksappe" che aveva lasciato qui un ultimo commento - che mi hanno teso una mano! Un grazie anche a chi un aiuto l'ha promesso ma... non è arrivato in tempo... ;-))
A prestissimo, un saluto e buona giornata!.
12:33
Scritto da: paginecorsare
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09 giugno 2011
Celentano, dopo l'appello il video
Celentano
Dopo l’appello il video
di Elena Rosselli
"Il Fatto Quotidiano", 9 giugno 2011
Adriano Celentano continua a dar battaglia sul referendum del 12 e 13 giugno. E questa volta, dopo la lettera-appello del 29 aprile in cui “il Molleggiato” invitava “STUDENTI, comunisti, fascisti, leghisti e operai” ad andare a votare quattro “sì” su nucleare, acqua e legittimo impedimento, lo fa con un video visibile da oggi alle ore 14 sul sito del “Fatto Quotidiano”. Una versione aggiornata del celebre brano “Sognando Chernobyl” in cui alle immagini della catastrofe nucleare del 26 aprile 1986 Celentano mescola quelle della tragedia di Fukushima dell'11 marzo scorso. Il risultato è un mix choccante: nove minuti in cui lo spettatore è obbligato a prendere coscienza di quanto potrebbe accadere (ed è già accaduto) se domenica e lunedì prossimi gli italiani non andassero a votare permettendo di fatto la costruzione di nuove centrali nucleari, nonché la privatizzazione dell'acqua.
Perché, come ricorda il cantante nel suo appello, anche se gli italiani “già 24 anni fa, ebbero la saggia intuizione di dire 'no' alla bevanda radioattiva”, fra tre giorni saranno richiamati a esprimersi “per evitare di saltare tutti in aria”. Già prima che la Cassazione e la Corte costituzionale dessero via libera al nuovo quesito sul nucleare, il “Re degli Ignoranti” diceva: “Mi sembra chiaro che a questo punto non ci resta che l’unico mezzo di sopravvivenza. Il voto. Non possiamo assolutamente mancare. Il 12 giugno dobbiamo andare tutti a votare, contro il nucleare, contro la privatizzazione dell'acqua, contro il legittimo impedimento”. E lo stesso concetto Celentano lo ripete nella lettera di ieri: “Le date del 12 e 13 giugno saranno ricordate come i giorni della riscossa e della purezza contro le contaminazioni malvagie delle scorie radioattive. Sarà proprio in quei giorni infatti – questo il pronostico del cantante – che dalla strana percentuale del 50 per cento + 1 nascerà l’inizio di una SORGENTE dalla quale sgorgheranno i primi zampilli di energia pura”. Un'energia che non solo scalderà e illuminerà le città, “ma soprattutto riaccenderà nel cuore degli uomini quel sentimento di trasparenza e lealtà dal quale poi, nasce l’amore per la bellezza delle cose che ci circondano”.
E se Celentano chiama, i lettori del “Fatto” (come gli spettatori di “Annozero”) rispondono: “Bellissime parole che sottoscrivo in pieno: Adriano sei un mito da sempre! – scrive Stefania – Il referendum è l’unico vero strumento che abbiamo per far sentire la nostra voce su questioni della nostra vita così importanti! Andiamo davvero in massa a votare questi 4 sì, stavolta ce la possiamo fare se siamo tutti uniti, cambiamo per sempre la nostra storia”! “Bravo Celentano, mi hai commosso! – è il commento di Franco – Il 12 e 13 giugno tutti a votare i referendum. È un nostro diritto alla vita”. Perché questa volta è davvero “questione di vita o di morte”.
11:01
Scritto da: paginecorsare
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07 giugno 2011
Dieci ragioni per i referendum, di Furio Colombo
Dieci ragioni per i referendum
di Furio Colombo
"Il Fatto Qiuotidiano", 6 giugno 2011
C’è un curioso rapporto fra referendum e democrazia. Se in un Paese il referendum è facile, nel senso che è stato pensato come strumento naturale degli elettori, come garanzia, controllo, partecipazione e non come disturbo e sfida ai politici, allora la burocrazia è disponibile, le verifiche sono rapide e precise, i numeri richiesti (le firme, la partecipazione al voto) sono ragionevoli, e nessuno considera oltraggio l'uso frequente del referendum. Il lettore, a questo punto, si è accorto che non sto descrivendo l'Italia, né ora, né ai tempi di cui a volte, a causa di Berlusconi, si finisce per essere impropriamente nostalgici.
PENSAVO, ovviamente, agli Stati Uniti e alla Svizzera dove il referendum è uno strumento in più e non un ingombro buttato lì di tanto in tanto da menti stravaganti, per la democrazia. Si è spesso detto che il "cattivo nome" dei referendum in Italia, non solo presso i politici ma anche tra i cittadini, è colpa dei Radicali, che ne hanno abusato, perché ne hanno spesso voluti troppi. Qualcuno evidentemente ha dimenticato che l'Italia ha fatto il primo passo verso l'era contemporanea con il referendum sul divorzio e poi sull'aborto. Di qui la lunga battaglia su e intorno ai referendum, condotta in solitario dai Radicali (Pannella, anche adesso, da 45 giorni, è impegnato nel suo "solito" sciopero della fame per la legalità). Gli ultimi anni, il potere che sembrava perenne di Berlusconi, nuove e baldanzose offensive della Chiesa contro i cittadini e la loro pretesa di pensare e decidere in libertà, hanno riportato interesse sull'istituto del referendum, pur senza raccordi con il nobile passato che ha avuto, nella vita pubblica italiana, questo svilito ed essenziale strumento di democrazia. Ed ecco dunque i quattro referendum (il quarto, quello sull'energia nucleare, appena restituito ai cittadini da una decisione chiara e netta della Corte di Cassazione [oggi riconfermata malgrado il ricorso dell'avvocatura dello Stato, cioè del governo, ndr], altro grande cambio di stagione rispetto al passato) che stanno per avere una grande importanza nella vita italiana, molto più che nei partiti e nella contrapposizione di schieramenti politici.
Come è noto si vota per l'acqua (pubblica o privatizzata?), sul "costo dell'acqua" (profitto o servizio ai cittadini?) sull'energia nucleare (sì o no?), sul legittimo impedimento, che vuol dire il diritto del capo del governo e dei suoi ministri di dire no ai giudici (nel senso di "non ho tempo, ho cose più importanti da fare"). I quesiti sembrano i titoli di quattro racconti per spiegare senso e valori di una comunità democratica. Ma la questione del significato politico di far riuscire o fallire un referendum (tutto dipende dal 50 per cento più uno di coloro che si presentano alle urne) suggerisce di insistere. Ecco dieci ragioni.
1. La prima e prevalente ragione di partecipare dipende dalla famosa questione del quorum. Inutile continuare a lamentare arbitri e inadeguatezze della classe politica se poi si rinuncia all'occasione esemplare di far valere il proprio libero giudizio.
2. La domanda sull'acqua ci porta a un punto alto ed estremo della vita democratica. Si può privatizzare un bene che è il simbolo più alto di ciò che è irreversibilmente di tutti? I percorsi per farlo (privatizzare l'acqua) sono molti e insidiosi. Il più tipico è l'inganno, dire che non si privatizza affatto, ma si rende migliore l'uso del servizio per il bene di tutti. È lo stesso inganno con cui la destra americana ha privato di assistenza sanitaria quasi quaranta milioni di poveri e di anziani, spesso con il voto e il sostegno delle stesse persone che stavano per essere abbandonate.
3. NEGLI ULTIMI venti anni tutte le democrazie industriali sono state investite dal vento della privatizzazione e dalla predicazione secondo cui, una volta privatizzato, un settore migliora e gli utenti o consumatori ne beneficiano. Il mito della privatizzazione è l'altra faccia del mito della deregolamentazione, sempre fallita. Basti pensare a ciò che è successo nei trasporti aerei degli Stati Uniti: sempre meno servizi e sempre più costosi per i cittadini, sempre meno lavoro e sempre meno pagato, per il personale di volo.
4. LA QUESTIONE del prezzo "conveniente" dell'acqua non è solo per tecnici. Si tratta di decidere se si vuole un mondo nel quale le cose si fanno solo se convengono ("se sono remunerative per il capitale") oppure si fanno perché sono dovute. Questa domanda, apparentemente neutrale e legata al buon senso, tocca in realtà un principio fondamentale della democrazia, ovvero i diritti inalienabili. La grande e possente talpa della destra economica cerca punti di penetrazione dove non vi sia adeguata sorveglianza dei cittadini. Dunque attenzione a ciò che state facendo. Vogliono da voi un segnale sbagliato per poi rispondere che con il mercato non si può discutere.
5. Il "legittimo impedimento" garantito a un personaggio importante è un diritto in meno per i cittadini che non sono più uguali. È una crepa che spacca e corrompe il sistema giuridico in due punti essenziali. Rende sterile l'autonomia della magistratura. Crea un super-cittadino dotato di poteri e garanzie che lo fanno speciale.
6. Ma il legittimo impedimento è anche, in sé, una offesa, un muro alzato fra potere e non potere, una discriminazione che sottrae ai cittadini dignità e uguaglianza e li definisce come inferiori. Fermare subito questa offesa è essenziale.
7. La questione dell’energia nucleare, così come è stata presentata in Italia, è un inganno. Meraviglia che persone di valore non abbiano visto l'inganno. I vantaggi che avrebbero potuto esserci con una conversione di due decenni fa non ci sono più perché i sistemi adottabili sono vecchi e in attesa di "nuove generazioni" che non arrivano. I rischi, che sono immensi, ci sono tutti. A cominciare dalle scorie, che sono indistruttibili.
8. Tutte le tecnologie portano rischi. Solo nel nucleare i rischi, quando si realizzano, sono disastro immenso e irrimediabile e creano dunque una categoria a parte nei problemi del bene e del male. Qui il male, quando c'è a causa di incidenti, è per sempre e senza via d'uscita.
9. UN PUNTO indiscutibile, spaventoso e vero del rischio nucleare è il numero grande, tendenzialmente senza limite, delle persone coinvolte. Un altro punto, altrettanto spaventoso e indiscutibile è il tempo: le conseguenze durano decenni. Dunque nessun governo può essere davvero in grado di governare una simile catena di eventi, come dimostra il ritiro dal nucleare di Paesi industriali come la Germania e come accadrà in Giappone.
10. Ma la ragione più importante per partecipare al referendum è il potere di decidere dato ai cittadini su questioni essenziali. Rinunciare è un delitto contro la democrazia.
15:05
Scritto da: paginecorsare
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31 maggio 2011
Balla ciao, di Marco Travaglio
Balla ciao
di Marco Travaglio
"Il Fatto Quotidiano" 31 maggio 2011

“Vinceremo al primo turno. Milano è fondamentale per dare sostegno al governo del Paese. È impossibile che non sia governata da noi. Pisapia è un candidato da pazzi che vuole rifondare il comunismo” (Silvio Berlusconi, 7-5-2011). “E se il Pd perdesse Torino e Bologna?” (Libero, 8-5). “Non tutte le donne vengono per nuocere. La Letizia Moratti, per esempio, corre verso il secondo mandato e intende guadagnarselo con la solita grinta e con la solita tranquillità. Il lavoro ben fatto, da quando ha assunto incarichi pubblici, è una sua prerogativa. Non gridata, non sbandierata, considerata quasi ovvia” (Giuliano Ferrara, Il Giornale, 8-5) “Aria di festa. Silvio alla riscossa. L’umore del premier è cambiato: la campagna elettorale in prima persona porta un recupero fenomenale di consensi. Il centrodestra vincerà ancora. Anche perché è l’unico ad avere un leader” (Vittorio Feltri, Libero, 12-5). “Via le Br dalle liste” (Libero, 13-5). “Dopo Cofferati ora tocca a Fassino essere mandato a casa” (Maurizio Gasparri, Il Giornale, 13-5). “Non è un voto ordinario per sindaci e presidenti di provincia: è un voto su di me e sul mio governo. È un voto su cui si gioca il futuro mio e della legislatura (S.B., 14-5). “Alle urne con un obiettivo: mandiamoli a casa. Amici dei terroristi di Hamas, amici dei terroristi di Prima linea, amici dei clandestini, dei centri sociali” (Alessandro Sallusti, Il Giornale, 14-5). “Il Pd teme la disfatta e punta al pareggio” (Libero, 15-5). “Sono i nostri a essere andati in massa a votare. Ancora una volta la spunteremo e sarà tutto merito mio e dell’impronta che ho dato a questa campagna (S.B.,15-5). “Dai, un ultimo sforzo. Alta l’affluenza: gli elettori vogliono contare più dei pm” (Alessandro Sallusti, Il Giornale, 16-5). “Se De Magistris va al ballottaggio mi suicido, ma non ci arriverà, non s’è mai visto un magistrato che arriva a fare il sindaco di una grande città” (Clemente Mastella, Radio2, 17-5). “Rialzati e cammina. Silvio non è morto” (Feltri, Libero, 18-5). “Operazione rimonta: Albertini in campo per Letizia” (Libero, 19-5). “Non è un terrorista, ma Pisapia fa paura” (Massimo de’ Manzoni, Libero, 19-5). “Arrestate De Magistris, punta a Palazzo Chigi” (Libero, 19-5). “Napoli, Lettieri pensa alla carta Bertolaso” (Corriere della Sera, 20-5). “Bossi ci tiene alle balle: il Senatur vuole riprendersi Milano. Torna la Lega di lotta” (Il Giornale, 23-5). “Cara Moratti, ti spiego come recuperare” (Gianni Alemanno, il Giornale, 23-5). “Chi vota De Magistris è senza cervello” (S.B., 25-5). “Pisapia ora ha paura. La rimonta della Moratti. Il candidato del Pd teme il ritorno di fiamma del centrodestra” (Il Giornale, 26-5) “Adesso sto con la Moratti e dico che può vincere, riconquistare la città. Sull’altro fronte vedo solo barbari e devastatori” (Vittorio Sgarbi, Corriere, 26-5). “Un bell’applauso per Letizia Morattiiii!” (Massimo Boldi dal palco del Giro d’Italia, 29-5). “Denis, ti prego, convinci Berlusconi a non venire a Napoli a chiudere la mia campagna elettorale” (Gianni Lettieri a Verdini, La Stampa, 30-5).
14:22
Scritto da: paginecorsare
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02 maggio 2011
Pier Paolo Pasolini al "Concertone" del 1° maggio 2011
Pier Paolo Pasolini
al "Concertone" del 1° maggio 2011
... Su Pier Paolo Pasolini al concerto di piazza San Giovanni, peccato che Neri Marcorè - o chi gli ha scritto i testi - non ne abbia imbroccato una: ha presentato il brano di Pasolini dicendo che era stato scritto il 28 novembre 1975 (e Pasolini è stato assassinato il 2 novembre 1975). Poi, in chiusura, ha ripetuto la presentazione, precisando che il brano era datato 28 agosto 1975. Il 28 c'entrava, ma si trattava in effetti del 28 settembre 1975. Il pezzo pasoliniano apparve nella rubrica che Pasolini teneva sul "Corriere della Sera": ora è raccolto, con altri suoi articoli al vetriolo del "Corriere", nel libro Lettere luterane con il titolo "Perché il processo": se non conoscete il libro, ve ne consiglio caldamente la lettura, insieme a Scritti corsari dello stesso Pasolini.
Qui di seguito, il filmato YouTube sulla lettura del brano stesso (o perlomeno di parte di esso) effettuata da Anna Bonaiuto. Si tratta di "lettura parziale del brano" poiché lo stesso è stato "tagliuzzato" (chi siano gli improvvidi "tagliuzzatori". non è dato sapere)... Chi volesse comunque leggerlo integralmente lo troverà QUI.
Nel frattempo, poiché - anche se ridotto - non perde la carica di denuncia che originariamente conteneva, lo propongo ora nel filmato di You Tube pubblicato dal blogger di http://ladridimarmellate.blogspot.com/. La lettura della Bonaiuto è sottolineata dall'orchestra che contemporaneamente esegue in sottofondo "Bella ciao".
17:21
Scritto da: paginecorsare
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