Perché il processo, di Pier Paolo Pasolini

Perché il Processo
di Pier Paolo Pasolini
Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori, Milano 1999
(“Corriere della Sera”, 28 settembre 1975; poi in Lettere luterane)
 

Il 28 agosto del 1975, Pasolini aveva pubblicato un articolo sul “Corriere della Sera”. dal titolo “Bisognerebbe processare i gerarchi DC”. In esso sosteneva che occorresse giungere ad un “processo degli esponenti democristiani che hanno governato in questi trent’anni (specialmente gli ultimi dieci) l‘Italia”. E aggiungeva: “Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale. Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati, come Nixon, sul banco degli imputati. […] E quivi accusati di una quantità sterminata di reati […] Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese”. L’articolo che segue è una risposta al quotidiano “La Stampa” che aveva risposto a Pasolini attaccandolo e sbeffeggiandolo.

Tra il 1949 e il 1979 Pasolini subì trentatré processi: a ogni nuova uscita di un suo libro o di un suo film seguiva una denuncia e relativo procedimento giudiziario. In nessuno dei processi affrontati Pasolini ebbe mai alcuna sentenza di condanna (e, pensate, non vi furono né prescrizioni né rinvii, né ricusazioni di giudici eccetera eccetera…). Più odiato che amato in vita – soprattutto a causa della sua critica inesauribile al potere politico costituito (quello dei governi democristiani in carica e quello dell’opposizione comunista) – la sua opera multiforme (comprendente narrativa, poesia, saggistica, giornalismo, cinema, teatro, pittura) iniziò dopo la sua scomparsa ad essere oggetto di studi sistematici. Considerato dagli storici  letterari uno dei maggiori scrittori del XX secolo, è oggi uno tra i più letti. Le rappresentazioni teatrali di suoi lavori sono seconde in Italia soltanto a quelle di Luigi Pirandello. 

La notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini fu barbaramente assassinato a Ostia.

 

Cari colleghi della «Stampa», «il Processo» avete scritto in un fondo del 14 settembre «e poi?». Bene, se i prossimi dieci anni della nostra vita contano (sono, cioè storia) poi si sarà saputo qualcosa. Se invece quelli che contano sono i prossimi diecimila anni (cioè la vita del mondo), poi tutto è pleonastico e vano.
      Io, per me, tendo a dare infinitamente maggiore importanza ai prossimi diecimila anni che ai prossimi dieci: e, se mi interesso ai prossimi dieci, è per pura filosofia della virtù. 
     Che cosa è necessario sapere, o meglio, che cosa i cittadini italiani vogliono sapere, affinché i prossimi dieci anni della loro vita non siano loro sottratti (come è stato per gli ultimi dieci)? 
     Ripeterò ancora una volta la litania magari a costo di fare, a dispetto della virtù, del mero esercizio accademico. 
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di  cosiddetto benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi pubblici di prima necessità: ospedali, scuole, asili, ospizi, verde pubblico, beni naturali cioè culturali. 
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta tolleranza si è fatta ancora più profonda la divisione tra Italia Settentrionale e Italia Meridionale, rendendo sempre più, i meridionali, cittadini di seconda qualità. 
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici, abbandonando, sempre selvaggiamente, a se stessa la campagna. 
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto progresso la «massa», dal punto di vista umano, si sia così depauperata e degradata. 
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto laicismo l’unico discorso laico sia stato quello, laido, della televisione (che si è unita alla scuola in una forse irriducibile opera di diseducazione della gente). 
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta democratizzazione (è quasi comico il dirlo: se mai «cultura» è stata più accentatrice che la «cultura» di questi dieci anni) i decentramenti siano serviti unicamente come cinica copertura alle manovre di un vecchio sottogoverno clerico-fascista divenuto meramente mafioso. 
     Ho detto e ripetuto la parola «perché»: gli italiani non vogliono infatti consapevolmente sapere che questi fenomeni oggettivamente esistono, e quali siano gli eventuali rimedi: ma vogliono sapere, appunto, e prima di tutto, perché esistono. 
     Voi dite, cari colleghi della «Stampa», che a far sapere tutte queste cose agli italiani provvede il gioco democratico, ossia le critiche che i partiti si muovono a vicenda – anche violentemente – e, in specie, le critiche che tutti i partiti muovono alla Democrazia cristiana. No. Non è così. E proprio per la ragione che voi stessi (contraddicendovi) sostenete: e cioè per la ragione che, ognuno in diversa misura e in diverso modo, tutti gli uomini politici e tutti i partiti condividono con la Democrazia cristiana cecità e responsabilità. 
     Dunque, prima di tutto, gli altri partiti non possono muovere critiche oggettive e convincenti alla Democrazia cristiana, dal momento che anch’essi non hanno capito certi problemi o, peggio ancora, anch’essi hanno condiviso certe decisioni.
     Inoltre su tutta la vita democratica italiana incombe il sospetto di omertà da una parte e di ignoranza dall’altra, per cui nasce – quasi da se stesso – un naturale patto col potere: una tacita diplomazia del silenzio.
     Un elenco, anche sommario, ma, per quanto é possibile, completo e ragionato, dei fenomeni, cioè delle colpe, non è mai stato fatto. Forse la cosa è considerata insostenibile. 
     Perché, ai capi di imputazione che ho qui sopra elencato, c’è molto altro da aggiungere – sempre a proposito di ciò che gli italiani vogliono consapevolmente sapere. 
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar. 
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid. 
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia. 
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso. 
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti. 
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda. 
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna.
     Ma gli italiani – e questo è il nodo della questione – vogliono sapere tutte queste cose insieme: e insieme agli altri potenziali reati col cui elenco ho esordito. Fin che non si sapranno tutte queste cose insieme – e la logica che le connette e le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla sola fantasia dei moralisti – la coscienza politica degli italiani non potrà produrre nuova coscienza. Cioè l’Italia non potrà essere governata. 
     Il Processo Penale di cui parlo ha (nella mia fantasia di moralista) la figura, il senso e il valore di una Sintesi. La cacciata e il processo (istruito – dicevo – se non celebrato) di Nixon dovrebbe pur voler dire qualcosa per voi, che credete in questo gioco democratico. Se contro Nixon in America si fosse svolto un gioco democratico, quale sembra esser da voi concepito, Nixon sarebbe ancora lì, e l’America non saprebbe di sé ciò che sa: o almeno non avrebbe avuto la conferma, sia pur formale (ed è importante) della bontà di ciò che essa reputa buono: la propria democrazia. 
     Ma se (come mi pare evidente, con immedicabile mortificazione) l’opinione pubblica italiana – che anche voi rappresentate – non vuole sapere – o si accontenta di sospettare -, il gioco democratico non è formale: è falso.
    Inoltre se la consapevole volontà di sapere dei cittadini italiani non ha la forza di costringere il potere ad autocriticarsi e a smascherarsi – se non altro secondo il modello americano -, ciò significa che il nostro è un ben povero paese: anzi, diciamo pure, un paese miserabile. 
    Ci sono inoltre delle cose (e a questo punto continuo, più che mai, nel puro spirito della Stoà) che i cittadini italiani vogliono sapere, pur senza aver formulato con la sufficiente chiarezza, io credo, la loro volontà di sapere: fatto che si verifica là dove il gioco democratico, appunto, è falso; dove tutti giocano con il potere; e dove la cecità dei politici è ormai ben assodata.
    Gli italiani vogliono dunque sapere ancora cos’è con precisione la «condizione» umana – politica e sociale – in cui sono stati e sono costretti a vivere quasi come da un cataclisma naturale: prima, dalle illusioni nefaste e degradanti del benessere e poi dalle illusioni frustranti, no, non del ritorno della povertà, ma del rientro del benessere. 
    Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, che limiti ha, che futuro prevede, la «nuova cultura» – in senso antropologico – in cui essi vivono come in sogno: una cultura livellatrice, degradante, volgare (specie nell’ultima generazione). 
     Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, e come si definisce veramente, il «nuovo tipo di potere» da cui tale cultura si è prodotta: visto che il potere clerico-fascista è tramontato, e ormai esso ad altro non costringe che a «lotte ritardate» (la condanna a morte degli antifranchisti, i rapporti tra la vecchia e la nuova generazione mafiosa nel Mezzogiorno ecc.). 
     Gli italiani vogliono ancora sapere, soprattutto, che cos’è e come si definisce il «nuovo modo di produzione» (da cui sono nati quel «nuovo potere» e, quindi, quella «nuova cultura»): se per caso tale «nuovo modo di produzione» – introducendo una nuova qualità di merce e perciò una nuova qualità di umanità – non produca, per la prima volta nella storia, «rapporti sociali immodificabili»: ossia sottratti e negati, una volta per sempre, a ogni possibile forma di “alterità”.
    Senza sapere che cosa siano questo «nuovo modo di produzione», questo “nuovo potere” e questa «nuova cultura», non si può governare: non si possono prendere decisioni politiche (se non quelle che servono a tirare avanti fino al giorno dopo, come fa Moro). 
     I potenti democristiani che ci hanno governato in questi ultimi dieci anni, non hanno saputo neanche porsi il problema di tale «nuovo modo di produzione», di tale «nuovo potere» e di tale «nuova cultura», se non nei meandri del loro Palazzo di pazzi: e continuando a credere di servire il potere istituito clerico-fascista. Ciò li ha portati ai tragici scompensi che hanno ridotto il nostro paese in quello stato, che più volte ho paragonato alle macerie del 1945. 
     È questo il vero reato politico di cui i potenti democristiani si sono resi colpevoli: e per cui meriterebbero di essere trascinati in un’aula di tribunale e processati. 
     Non dico, con questo, che anche altri uomini politici non si siano posti i problemi che non si son posti i sacrestani al potere, o che, come loro, non abbiano saputo risolverli. Anche i comunisti hanno per esempio confuso il tenore di vita dell’operaio con la sua vita, e lo sviluppo col progresso. Ma i comunisti hanno compiuto – se hanno compiuto – degli errori teorici. Essi non erano al governo, non detenevano il potere. Essi non derubavano gli italiani. Sono coloro che si sono assunti delle responsabilità che devono pagare, cari colleghi della «Stampa», che, sono certo, siete perfettamente d’accordo con me… 
     Un’ultima osservazione che mi sembra, del resto, capitale. 
     L’inchiesta sui golpe (Tamburino, Vitalone…), l’inchiesta sulla morte di Pinelli, il processo Valpreda, il processo Freda e Ventura, i vari processi contro i delitti neofascisti… Perché non va avanti niente? Perché tutto è immobile come in un cimitero? È spaventosamente chiaro. Perché tutte queste inchieste e questi processi, una volta condotti a termine, ad altro non porterebbero che al Processo di cui parlo io. Dunque, al centro e al fondo di tutto, c’é il problema della Magistratura e delle sue scelte politiche. 
     Ma, mentre contro gli uomini politici, tutti noi, cari colleghi della «Stampa», abbiamo coraggio di parlare, perché in fondo gli uomini politici sono cinici, disponibili, pazienti, furbi, grandi incassatori, e conoscono un sia pur provinciale e grossolano fair play, a proposito dei Magistrati tutti stiamo zitti, civicamente e seriamente zitti. Perché? Ecco l’ultima atrocità da dire: perché abbiamo paura.

Perché il processo, di Pier Paolo Pasoliniultima modifica: 2008-09-25T20:09:00+00:00da paginecorsare
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7 pensieri su “Perché il processo, di Pier Paolo Pasolini

  1. Volevo complimentarmi con te.Ho letto un pò in giro i tuoi saggi interventi e,credimi,sono davvero puntuali ed acuti,forse anche troppo per chi non vuol capire.Leggo qui la tua passione per Pasolini.La condivido e mi pregio di essere amico di Mario Gelardi http://mariogelardi.blogspot.com/ ,un autore teatrale che molto ha fatto per il poeta.In particolar modo per il fantomatico processo.Se avremo modo ti farò sapere i dettagli.Per adesso ti saluto.
    artista1969

  2. …e infatti io dico, fo e disfò, ma alla fine sono sempre lì a scrivere. Testardo.

    “Il processo” lo leggo più tardi con calma.

    Te sei una specie di faro, spero che la tua luce arrivi a illuminare più gente possibile. Se poi uno vuole insistere ad andare verso gli scogli, che ci possiamo fare…?
    Buona giornata Angela!

  3. @artista
    grazie del passaggio e anche del gradimento espresso.
    Vedi, l’essere umano dovrebbe – sempre – avere raziocinio: è proprio una sua caratteristica, che lo distingue dagli altri animali. Tutti quanti ne siamo forniti, ai nastri di partenza. Ma quel raziocinio, strada facendo, dovrebbe coniugarsi con l’emozione, la sensibilità, la cultura, i saperi. Purtroppo non sempre è così. Molti – oggi i più – tendono a sostituire (inconsciamente ed incoscientemente) queste ulteriori caratteristiche con l’omologazione, l’indifferenza, l’ignoranza. Così, spesso appaiono come dei perfetti idioti (privati della capacità di intendere). Non per scaricarli dalle rispettive responsabilità personali, ma a costruire questi esseri umani “normali”, cioè “anomali”, contribuiscono molti fattori esterni potenti e agguerriti che, per essere neutralizzati, dovrebbero anzitutto essere individuati, poi sistematicamente smantellati. Da parte mia, cerco disperatamente di “dare una mano” a questo smantellamento. Non ci riuscirò? Beh, almeno potrò chiudere la mia vita con un sorriso, dicendo che “ci ho provato”.
    Pasolini… è una passione grande. L’ho amato sempre più, man mano che approfondivo anche l’immenso patrimonio di idee che ci ha lasciato. Poi, qualche volta mi ritrovo a “discutere” anche con lui… Di Mario Gelardi e Ivan Castiglione e del loro splendido “Idroscalo 93” ho parlato nello sterminato sito pasoliniano di cui sono autrice. Se avrai modo di parlarmene (soprattutto per quanto riguarda il suo rapporto intellettuale con PPP), ne sarò felicissima.
    Un saluto da Angela

  4. @ Luca
    “Faro” non me l’aveva mai detto nessuno… Ci farò un post.
    Se uno insiste con i tentativi (anche se inconsapevoli) di suicidio della propria anima e della propria intelligenza si può (anzi si deve), secondo me, continuare imperterriti a metterli in guardia dagli scogli, che tra l’altro possono trovarsi sul percorso verso qualsiasi punto cardinale. Scogli acuminati che nel mare in cui stiamo navigando, tra l’altro non sono neppure sotto il pelo dell’acqua – insidiosi ma invisibili. Sono invece bene in vista, indefessamente pronti a distruggere qualsiasi naviglio abbia la dissennata inaccortezza di viaggiare senza radar, senza bussola e senza testa. Eh sì, ti sto dicendo che bisogna “farsi il culo” (brutta ma efficace definizione).
    Un saluto e buona giornata da Angela

  5. Dovevo intuire che la tua passione per Pasolini non poteva ignorare il lavoro di Mario e Ivan Castiglione.In realtà è stato quello il lavoro che ha dato lo slancio alla carriera di Mario Gelardi anche se adesso con Gomorra(versione teatrale)ha confermato la sua bravura.Lo vedrò prossimamente e gli chiederò del suo rapporto intellettuale con PPP.Gli dirò anche che me lo hai chiesto tu che di Pasolini sei appassionata.
    A presto e buona domenica.
    artista1969

  6. La lettura dell’articolo di Pasolini che non conoscevo, mi ha dato un’altra conferma del suo acume intellettuale. Se non fosse morto nel ’75 avrebbe potuto vedere “l’evoluzione” (involuzione) di quella classe politica, la generazione successiva di antistatali (è un termine brutto, ma non so come chiamarli), di sacerdoti del nulla. Tanto vuoti da farci, a volte, dimenticare la storia e rimpiangere la Dc e i suoi “statisti”. Ed è tutto dire. Chissà cos’avrebbe scritto.
    Sul contenuto dell’articolo mi vengono tre pensieri. Il primo è un appunto: Pasolini parla di “italiani che vogliono sapere”, in realtà, e le elezioni di quegli anni lo dimostrano (ma non solo), secondo me gli italiani (la maggioranza, spesso silenziosa), allora come adesso, non volevano sapere proprio niente. Popolo bue era, popolo bue è rimasto. Il secondo è sulla magistratura che allora, diversamente da adesso, era parte integrante del sistema politico, e infatti i processi contro i potenti (di tutte le razze) venivano insabbiati mentre alla sbarra finivano solo i soliti ignoti. Il terzo è sulla corresponsabilità dei comunisti di allora, Pd (?) di ora. Proprio stamattina ho letto un articolo che richiamava il silenzio assordante della cd opposizione in merito ai due politici del PDL campano (uno sosttosegretario) indagati per collusione con i casalesi. Ecco, in questo l’Italia non è cambiata proprio per niente.
    Buon fine settimana!
    L.

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