Un uomo di vita: Pier Paolo Pasolini

Un uomo di vita: Pier Paolo Pasolini
 
Pier Paolo Pasolini nel suo studio - Roma, via Carini

[da “Rivista dell’Associazione culturale Hic Et Nunc”, numero zero, 2002]

Scrivendo un saggio su Pasolini, a ventisette anni dalla sua morte, non posso fare a meno di provare una sottile, preventiva indignazione. Proverò a mettere in un cantuccio la bestiale cronaca di una morte, l’epilogo triste, brutale, di una vita controversa, dedita alla cura dell’intelletto (“La vita consiste prima di tutto nell’imperterrito esercizio della ragione”), alla critica, razionale e inflessibile dell’Italia del suo tempo. Critica sferzante, spesso senza possibilità di redenzione verso i destinatari, quasi sempre rivolta ai giovani.

Ho un secondo preconcetto. Io non ho capito Pasolini. Non sarò qui a saccheggiare il “personaggio” Pasolini, non lo voglio spiegare, non so se lo saprò raccontare, né voglio celebrarlo o tantomeno denigrarlo, aggregandomi al ben nutrito gruppo di coloro che son passati dall’offesa ad un entusiasmo inquinante. E non voglio neppure ridurlo a surgelato, come le sarabande dei gabinetti universitari di filologia contemporanea. Io voglio continuare a cercare di capirlo, e discuterlo. E in questo vorrei partire da un dato che a me pare incontrovertibile: Pasolini non è stato un intellettuale che si è appropriato della cultura, ma un uomo che ha vissuto i problemi della cultura del suo tempo partecipandoli fino a morirne. Questo definisce anche la sua violenza, la sua instancabile ferocia nell’aggressione del reale, la sua fame di realtà e di verità “vera”. Anche il suo eccesso vitale e la sua insaziabilità di linguaggi. Una ricerca certosina che segnò il suo percorso artistico e umano, disegnando quella parabola che aveva visto nella sua fase ascendente l’ottimistico e sia pur contrastato tentativo della conquista della ragione e che pervenne alla disperata constatazione della inesistenza di ogni valore.

Attenzione, un discorso che non va riferito a un’astratta società condannata da qualche maledizione metafisica ma alla sua concreta realtà, quella immersa nel “neocapitalismo consumistico”, quella intorpidita e sonnolenta all’ombra dei potenti che si muovono “dentro il Palazzo come atroci, ridicoli, pupazzeschi idoli mortuari”. “L’Italia è un luogo orribile…”. Ha cominciato ad esserlo da quando un modo di governare tipico e naturale di tutta la storia italiana moderna si è configurato come una serie di reati, per i quali Pasolini istituisce un processo in tono paradossale, in cui chiama a rispondere gli uomini del potere democristiano, i quali “non hanno capito che si era storicamente esaurita la forma di potere che essi avevano servilmente servito nei 20 anni precedenti […] e proprio nel non aver capito questo consiste il vero reato politico dei democristiani, quello che ha ridotto l’Italia in una condizione di distruzione peggiore di quella del ’45, un paese che, senza confessarselo, vive quotidianamente in regime di coprifuoco, un corpo morto che sta vivendo un processo di adattamento alla propria degradazione.” (Corriere della sera, 24 Agosto 1975).

Gli scritti apparsi su quotidiani e settimanali fra il ’73 e il ’75, raccolti in due volumi, Scritti corsari e Lettere luterane, quest’ultimo postumo, rappresentano una sorta di testamento spirituale in cui la sensazione di disperazione accompagna Pasolini nei suoi ultimi mesi, siglando lo stato d’animo dell’autore e i connotati obiettivi del mondo a cui si rivolgeva. Disperazione e “j’accuse” dai quali sembrano poter emergere di forza due terribili ipotesi: che egli sia voluto morire o che qualcuno abbia voluto che morisse. Comunque è questa l’ultima immagine del suo paese che egli ci ha consegnato e che sconvolgono per l’amarezza e la rabbia impotente eppur dignitosissima che permeano il suo pensiero.

Enon è qui il caso di compiere una verifica sulla veridicità delle sue affermazioni, la quale pure è da compiere,  non certo sul breve richiamo che qui se ne è fatto, ma affrontandone una lettura che riterrei doverosa per ogni persona di cultura e coraggiosamente pensosa della storia del nostro Paese e delle sue sorti. In un articolo di Panorama pubblicato il 13 Novembre ’75 (pochi giorni dopo la morte del poeta), Emilia Granzotto parla di Pasolini come di un “laico illuminista, uno che guarda solo davanti a sé e usa, per combattere la battaglia della vita, unicamente il cervello, la ragione”. Le idee, queste erano la vera forza di Pasolini e la sua viscerale intenzione di esternarle in qualsiasi modo possibile, convinto che “chi ha le idee, le deve adoperare”. E usò il mezzo della scrittura, in  varie forme e con il coraggio di sperimentare, dalla poesia alla narrativa, dalla saggistica alla drammaturgia. Poesie a Casarsa, Diarii, I pianti, Dov’è la mia patria, Ragazzi di vita,Le ceneri di Gramsci, Una vita violenta, L’odore dell’India, Poesia in forma di rosa, Alì dagli occhi azzurri, Teorema, Empirismo eretico, oltre alle già nominate Lettere luterane e Scritti corsari.

Poi si dedicò, forse per cercare nuove forme comunicative, forse per dar vita, forma, movimento ai personaggi “selvatici” dei suoi scritti o forse semplicemente esasperato dall’inutilità dei suoi libri nella cultura omologata dell’epoca e dalla crescente delusione che il presente gli arrecava per poi trasformarsi in un irrimediabile pessimismo (“più vivo e più perdo stima nell’umanità”), al cinema, dando adito, anche qui, a fiumane di scandali e conseguenti processi per oscenità e immoralità (Accattone, Mamma Roma, Il Vangelo secondo Matteo, La ricotta, Uccellacci e uccellini, Edipo re, Medea, Trilogia della vita, Salò o le centoventi giornate di Sodoma). Immorale era l’immagine del sottoproletariato di cui, a quei tempi, tutti indistintamente si rifiutavano di ammettere l’esistenza.

Un personaggio scomodo, controcorrente, ricercatamente poco chiaro, che credeva nella rivoluzione nei termini per cui solo un rinnovamento profondo può consentire di incontrare la tradizione fuori dalla sua imbalsamazione. Oggettivamente insostenibile in alcune dichiarazioni nette: “Solo i marxisti amano il passato, i borghesi non amano nulla” (Le belle bandiere). La prima asserzione risente di una riduzione personale del marxismo, prescindendo dal disegno marxiano di liberare l’umanità dal peso di ogni tradizione legata alla patria, alla religione, alla famiglia. E la seconda riduce la borghesia a una sua sottospecie, neoborghese, nichilista e consumista, cancellando la grande borghesia europea e rimuovendo una sensibilità diffusa che non si può ricondurre a una classe sociale. Vero è che il marxismo in Pasolini viene assunto non tanto come filosofia, ma come slancio vitale. Quando scrive che “solo il marxismo salva la tradizione”, spiega che il marxismo implica “l’amore per la vita e per il passato” (Saggi sulla politica e sulla società). Una riduzione vitalistica che riflette l’ideologia di Pasolini e non quella del marxismo.

Sono esemplari le dissertazioni “pedagogiche” che Pasolini rivolgeva a un giovane, immaginario ragazzino di Napoli, Gennariello. La scelta cadde su un quindicenne partenopeo perché, spiegava Pasolini: “preferisco la povertà dei napoletani al benessere della repubblica italiana […] preferisco le scenette cui si può ancora assistere nei bassi napoletani alle scenette della televisione della repubblica italiana. Considero anche l’imbroglio uno scambio di sapere. Un giorno mi sono accorto che un napoletano, durante un’effusione di affetto, mi stava sfilando il portafoglio: gliel’ho fatto notare, e il nostro affetto è cresciuto”. A questo ragazzo Pasolini intimava di non arrendersi alla rinuncia, assoluta, abitudinaria, quotidiana della vitalità. Una rinuncia che egli vedeva come un dato di fatto reale, fisico dei giovani di allora, resi ciechi dalla ricerca di integrazione e dal qualunquismo ([…] non temere di essere ridicolo: non rinunciare a niente”). Lo esortava a sottrarsi alla tendenza all’infelicità (“tutti i giovani di oggi, tuoi coetanei, hanno l’imperdonabile colpa di essere infelici […] non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, dalla mutria cretina, dalla serietà ignorante. Sii allegro […] E’ il possesso culturale del mondo che dà felicità” e ancora: “[…] chi trionfa in tutta questa follia sono i brutti: che sono diventati i campioni della moda e del comportamento. I ‘destinati a esser morti’ non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello.”).

Molti non hanno tardato a liquidare Pasolini come personaggio “intriso di tristezza […] disperato nella sua diversità”, ma le sue “disperate” dissertazioni, che seguivano le sue lucide e costanti diagnosi del reale, non si abbandonavano mai al semplice risentimento viscerale. Quello che credevamo di esserci lasciati alle spalle, di avere archiviato definitivamente nei libri di storia, è lì a portata di mano. E il messaggio da trarre è compreso tutto nei suoi libri, nelle stanche parole delle sue poesie, nei fili sottili che legano i saggi alla narrativa, nelle sue scorribande “corsare” in una società atrofizzata e annichilita, affinché il genocidio antropologico e culturale non diventi ancora una volta ordinaria amministrazione, pratica quotidiana, ripetizione e routine. Quel genocidio che torna a lambirci ogniqualvolta “il sogno di una cosa” deperisce e si allontana. Affinché il suo ultimo, disperato grido d’aiuto non cada nel vuoto:

“L’intelligenza non avrà mai peso, mai, nel giudizio di questa pubblica opinione. Neppure sul sangue dei lager tu otterrai, da una dei milioni d’anime della nostra nazione un giudizio netto, interamente indignato. Irreale è ogni idea, irreale ogni passione di questo popolo ormai dissociato da secoli la cui soave saggezza gli serve a vivere, non lo ha mai liberato. Mostrare la mia faccia, la mia magrezza, alzare la mia sola, puerile voce non ha più senso. La viltà, avvezza a veder morire nel modo più atroce gli altri con la più strana indifferenza. Io muoio, e anche questo mi nuoce”.

Un uomo di vita: Pier Paolo Pasoliniultima modifica: 2008-10-28T23:55:00+00:00da paginecorsare
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