Pasolini a New York

 Pasolini a New York

Intervista di Oriana Fallaci
«L’Europeo», 13 ottobre 1966

New York di notte

 

Pasolini si recò due volte negli Stati Uniti: nel 1966 – quando le leggi che superavano la segregazione razziale praticata negli States erano state promulgate da poco – e nel 1969. In tutte e due i viaggi l’occasione era la presentazione a New York di suoi film. Incontrò sia Oriana Fallaci – già residente in modo pressocché stabile a New York – che realizzò l’intervista qui di seguito proposta e molti esponenti della cultura americana tra cui Ginsberg e Kerouc. Ma ebbe anche incontri con rappresentanti di movimenti politici neri allora molto attivi. E ne riportò impressioni profonde, di cui sia pure parzialmente parla sia nell’intervista sia nello scritto seguente con il quale rispondeva su “Paese sera” alle domande di un lettore.

 

Eccolo che arriva: piccolo, fragile, consumato dai suoi mille desideri, dalle sue mille disperazioni, amarezze, e vestito come il ragazzo di un college. Sai quei tipi svelti, sportivi, che giocano a baseball e fanno l’amore nelle automobili. Pullover nocciola, con la tasca di cuoio all’altezza del cuore, pantaloni in velluto a coste nocciola, un po’ stretti, scarpe di camoscio con la gomma sotto. Non dimostra davvero i quarantaquattro anni che ha. […]

Dieci giorni son pochi per dare un giudizio, è ben vero, ma Orson Welles una volta m’ha detto che per capire un paese ci vogliono dieci giorni o dieci anni: all’undicesimo giorno ti abitui e non vedi più nulla. All’undicesimo giorno, domani, riparte. L’ho pregato per questo di venire da me a bere un drink. «Whisky?» gli chiedo. «Birra? Cognac?» «Coca-cola», risponde. La finestra s’apre lungo una strada di grattacieli, uno accanto all’altro, uno dopo l’altro, dall’East River allo Hudson. Ti gira la testa a guardarli, ti senti in trappola come una bestia che ha sete di verde. O di silenzio. Entra, dal vetro socchiuso, l’inferno: brontolar di motori, squillare di clacson, martellare di perforatrici, sirene. La città ha acceso i termosifoni e la polvere nera ti si attacca perfino alle ciglia, rendendoti cieco. Piove, è una di quelle giornate in cui tutto ti irrita, ti nega entusiasmo. Ma lui beve con gusto la sua Coca-cola e d’un tratto esclama:

«Vorrei aver diciott’anni per vivere tutta una vita quaggiù». 

Quaggiù?! A New York?

«È una città magica, travolgente, bellissima. Una di quelle città fortunate che hanno la grazia. Come certi poeti che ogniqualvolta scrivono un verso fanno una bella poesia. Mi dispiace non esser venuto qui molto prima, venti o trent’anni fa, per restarci. Non mi era mai successo conoscendo un paese. Fuorché in Africa, forse. Ma in Africa vorrei andare e restare per non ammazzarmi. L’Africa è come una droga che prendi per non ammazzarti, una evasione. New York non è un’evasione: e un impegno, una guerra. Ti mette addosso la voglia di fare, affrontare, cambiare: ti piace come le cose che piacciono, ecco, a vent’anni. Lo capii appena arrivato. Arrivai da Montreal, con il treno. Scesi a un’enorme stazione affogata nel buio, una sotterranea. Non c’eran facchini e la mia valigia pesava. Eppure andavo come se fosse leggera. Mi muovevo verso una luce accecante, in fondo al tunnel c’era una luce accecante, e quando fui fuori la città mi aggredì come un’apparizione. Gerusalemme che appare agli occhi del Crociato. Non mi sentivo straniero, imparai subito a girare le strade neanche ci fossi nato: eppure non la riconoscevo. Perché nessuno ha mai rappresentato New York. Non l’ha rappresentata la letteratura: a parte le vignette di Arcibaldo e Petronilla, su New York esistono solo le poesie di Ginsberg. Non l’ha rappresentata la pittura: non esistono quadri di New York. Non l’ha rappresentata il cinema perché… Non lo so. Forse non è cinematografabile. Da lontano è come le Dolomiti, troppo fotogenica, troppo meravigliosa, e dà fastidio. Da vicino, da dentro, non si vede: l’obiettivo non riesce a contenere l’inizio e la fine di un grattacielo. Ma non è solo la sua bellezza fisica che conta. E la sua gioventù. È una città di giovani, la città meno crepuscolare che abbia mai visto. E quanto sono eleganti, i giovani, qui.»
 
Eleganti?!
 
«Hanno un gusto favoloso: guarda come sono vestiti. Nel modo più sincero, più anticonformista possibile. Non gliene importa nulla delle regole piccolo-borghesi o popolari. Quei maglioni vistosi, quei giubbotti da poco prezzo, quei colori incredibili. Non si vestono mica, si mettono in maschera: come quando da piccola ti mettevi la palandrana della nonna. E così mascherati se ne vanno, orgogliosi, coscienti della loro eleganza che non è mai un’eleganza mitica o ingenua. Ti vien voglia di imitarli e magari li imiti perché dove puoi vestirti così? A Roma? A Milano? A Parigi? Io là ho sempre paura che la gente si volti, mi guardi. Qui non ho alcun complesso, posso andarmene vestito come voglio, senza che nessuno si volti e mi guardi. Qui invece nessuno ti turba con la sua curiosità. Ieri sulla Quarantacinquesima ho visto un uomo che stava morendo. In mano aveva un pacchetto: l’ha fissato e poi l’ha scaraventato con una tale violenza che il pacchetto s’è rotto. Chissà che c’era dentro. Dopo s’è appoggiato al muro, ha messo la testa sull’avambraccio, è scivolato piano piano per terra ed è rimasto li a piangere. Anzi a morire. Senza che nessuno si fermasse a guardarlo, neanche per offrirgli un bicchier d’acqua, un aiuto. La sera avanti, poco lontano dal Metropolitan, ho visto un vecchio disteso sul marciapiede: coperto da un plaid. Accanto gli stava un ragazzo, bello, elegante come dici tu: scarpe di cuoio perfetto, calzini leggeri, pantaloni ben tagliati, un pullover favoloso. Il vecchio stringeva sul petto la mano del giovane e il suo volto era bianco, già levigato dalla morte. La gente passava e non si fermava, qualcuno rideva. Ma è male questo? O non è male il nostro fermarsi a curiosare? Non è detto che il loro silenzio sia mancanza di pietà, forse è una forma superiore di pietà. La pietà di non avvicinarsi, non curiosare…» […]
 
Pier Paolo Pasolini a New York«La letteratura americana, tanto per fare un esempio, non mi è mai piaciuta. Non mi piace Hemingway, né Steinbeck, pochissimo Faulkner; da Melville salto ad Allen Ginsberg. L’establishment americano non ha mai potuto conciliarsi, ovvio, con il mio credo marxista. E allora? Il cinema, forse. Tutta la mia gioventù è stata affascinata dai film americani, cioè da un’America violenta, brutale. Ma non è questa America che ho ritrovato: è un’America giovane, disperata, idealista. V’è in loro un gran pragmatismo e allo stesso tempo un tale idealismo. Non sono mai cinici, scettici, come lo siamo noi. Non sono mai qualunquisti, realisti: vivono sempre nel sogno e devono idealizzare ogni cosa. Anche i ricchi, anche quelli che hanno nelle mani il potere. Il vero momento rivoluzionario di tutta la Terra non è in Cina, non è in Russia: è in America. Mi spiego? Vai a Mosca, vai a Praga, vai a Budapest, e avverti che la rivoluzione è fallita: il socialismo ha messo al potere una classe di dirigenti e l’operaio non è padrone del proprio destino. Vai in Francia, in Italia, e ti accorgi che il comunista europeo è un uomo vuoto. Vieni in America e scopri la sinistra più bella che un marxista, oggi, possa scoprire. Ho conosciuto i giovani dello Sncc [Student Non-violent Coordinating Committee, ndc], sai gli studenti che vanno nel sud a organizzare i negri. Fanno venire in mente i primi cristiani, v’è in loro la stessa assolutezza per cui Cristo diceva al giovane ricco: “Per venire con me devi abbandonar tutto, chi ama il padre e la madre odia me”. Non sono comunisti né anticomunisti, sono mistici della democrazia: la loro rivoluzione consiste nel portare la democrazia alle estreme e quasi folli conseguenze. M’è venuta un’idea, conoscendoli: ambientare in America il mio film su san Paolo. Voglio trasferire l’intera azione da Roma a New York, situandola ai tempi nostri ma senza cambiar nulla. Mi spiego? Restando fedelissimo alle sue lettere. New York ha molte analogie con l’antica Roma di cui parla san Paolo. La corruzione, le clientele, il problema dei negri, dei drogati. E a tutto questo san Paolo dava una risposta santa, cioè scandalosa, come gli Sncc». 

Alle sette ha un appuntamento con Herbert Blau, il direttore teatrale del Lincoln Center, che lo ha invitato a cena. Non si trovano taxi a quest’ora e così andiamo a piedi. Cade una pioggia sottile, esasperante. Ma lui cammina senza sentirla, o apprezzandola forse, e ripete vedi le case di Arcibaldo e Petronilla, in fondo è come tornare fanciulli. Gli è quasi sparita dagli occhi quella tristezza gonfia di mille amarezze.

«L’aspetto più importante di questa città è la miseria.»

Miseria?! A New York?!

«Sì. Lo stesso tipo di miseria, o povertà, che si trova nelle ex colonie divenute indipendenti da poco. Lo stesso tipo di povertà che trovi a Calcutta, a Bombay, a Casablanca. Mi spiego? Non una miseria economica, la miseria di chi non ha da mangiare: una miseria, ecco, psicologica. Quella sporcizia diffusa, quella provvisorietà. Le strade male asfaltate che quando piove si riempiono di gore. I muri neri o marroni, costruiti in fretta per esser buttati giù in fretta. E mai un angolo tirato a lucido, destinato a durare. C’è anche Park Avenue, siamo d’accordo, ci sono gli splendidi grattacieli di vetro: ma quelle son le piramidi. Esser qui oggi è come trovarsi in Egitto quando gli schiavi costruivano le piramidi. Sai, non è mica detto che gli schiavi in Egitto vivessero male. Magari erano allegri, nella disperazione, e la sera andavano a spasso, bevevano… Non c’entra. L’aspetto importante resta questa miseria da ex colonia, da sottoproletariato.»

Sottoproletariato? A New York?

Pier Paolo Pasolini a New York«Sicuro. V’è in tutti le stigmate della medesima origine sottoproletaria: a colpo d’occhio non la vedi mica la differenza di classe. Come a Mosca quando cammini pensando che son tutti uguali. Naturalmente la differenza esiste ma non se ne rendono conto, non ce ne rendiamo conto. E lo sai perché? Perché non v’è in loro la coscienza di classe. Per uno che vien dall’Italia lo smarrimento è più fondo che in Africa, in India. Voglio dire che entri a Calcutta, a Karthum, ed entri nel cuore di una razza, di un contesto sociale: la classe operaia, borghese, piccolo-borghese, e ciascuna con la sua coscienza di esistere. Entri a New York e cosa trovi? Un fuoco d’artificio di razze assimilate e rese analoghe dallo stesso sistema, dal medesimo fondo: il sottoproletariato. Guarda l’operaio americano, questa mescolanza mostruosa e affascinante di sottoproletariato e di piccola borghesia. Non esiste l’operaio in quanto tale perché non esiste in lui la coscienza della classe operaia. Una voragine. Ma ovunque ti affacci, in America, in un’anima come in una strada come in un ambiente, ti affacci su una voragine. Quasi tu ti sporgessi da un grattacielo. Ciò è bene, ciò è male? Non so, mi sento confuso. In Europa mi sembrerebbe negativo, qui no. Ammiro il momento rivoluzionario americano, ovvio che il mio cuore è per il povero negro o il povero calabrese, e contemporaneamente provo rispetto per l’establishment, il sistema americano… Devo tornare, devo approfondire.»

Il ristorante dove incontriamo Herbert Blau è famoso per le aragoste alla griglia. Cena? Aragoste? Pasolini esce come un sonnambulo dal dedalo delle sue confusioni e ordina un bicchiere di latte, una macedonia di frutta ma senza le arance. È afflitto da un’ulcera, dovrebbe farsi operare, si nutre come un bebè. Parlando di teatro, progetti, Blau lo fissa un po’ sbalordito: questo rivoluzionario che si nutre come un bebè. Si saluteranno presto, reciprocamente annoiati. Conclusa la cena Blau lo ha accompagnato dentro il Lincoln Center, a vedere le prove di una commedia in costume. Ma a Pasolini non importa nulla delle commedie in costume, dell’apparato elettronico che sposta in pochi secondi le scene, gira il palcoscenico, alza la platea: nel suo mondo non c’è posto per simili meraviglie. Come non c’è posto per i grattacieli di vetro, Park Avenue, un razzo che parte, il trapianto chirurgico di un cuore vivo: l’America bella, pulita, comoda che piace a chi spera nel Paradiso.

Come Rimbaud (o certi martiri) lui vuol sempre tornare all’inferno, ai quartieri dove si rischia un colpo di rivoltella nel cuore, incontri tragici e magari perversi, la punizione, il Greenwich Village come glielo descrisse Elsa Morante, Harlem come l’ha visto ieri sera ed è stata una bellissima sera. Gli presentarono un sindacalista negro, di estrema sinistra, sai quelli che non accettano il sistema della non-violenza propagandato da Martin Luther King, e son pronti ad uccidere. Il sindacalista lo portò a casa di un operaio caduto dal quarantaseiesimo al quarantaduesimo piano dove restò appeso miracolosamente ad un filo. L’operaio era un vecchio negro, disteso in un letto e rideva felice, felice, ed era così commovente. […]

Oggi parte ed ha molte cose da fare: anzitutto posare per un tale che ha molto insistito e gli pare si chiami Avalon. «Dick Avedon?» «Sì, qualcosa del genere.» «Non sai chi è Dick Avedon?» «No, chi è?» «Forse il più grande fotografo che esista in America, senza dubbio uno dei più grandi nel mondo.» «Ah, sì?» Avedon lo ha pregato di venire al suo studio verso le undici ma lui è giunto in ritardo perché sulle scale c’era un vagabondo ubriaco dall’alba, e un vagabondo ubriaco dall’alba vale cento fotografie di Avedon.

L’ascoltava con pazienza materna, dolcezza, prima di lasciarlo gli ha dato non so quanti dollari, e certo ora guarda con meno interesse la immensa istantanea che copre una intera parete dello studio Avedon: Charlie Chaplin ritratto come un demonio, gli indici e i mignoli ritti sopra le tempie a mo’ di corna o forconi. «La scattai l’ultimo giorno che passò negli Stati Uniti», spiega Avedon, «poche ore prima che gli partisse la nave diretta in Europa. Venne qui e…» 

Ma a Pasolini preme più la storia di altre fotografie: questo ragazzo negro, ad esempio, che morì di botte per essere stato aggredito dal Ku Klux Klan. O questo mulatto che al Parlamento fu eletto due volte ma non riuscì mai ad entrarci perché è contro la guerra in Vietnam. O questo Allen Ginsberg che posa nudo, coperto solo dalla sua barba e i suoi peli, e lo induce a una altra dichiarazione d’amore: 

Pasolini e Totò. Il regista indossa la camicia di cui parla la Fallaci«Gli intellettuali americani, capisci. Magari son pieni di contraddizioni; incontri un allievo di Morris che ha dato la laurea sulla poesia del Petrarca, discute di semeiotica e poi incontri due studentesse che ignoran perfino Apollinaire o Rimbaud. Quali sono i poeti che preferisce, ti chiedono. Rimbaud, rispondi, Apollinaire, Machado, Kavafis. Ti guardano cieche. Che Kavafis non lo conoscano, passi. Per Machado è già grave, per Apollinaire è assurdo, per Rimbaud addirittura scandaloso. Però hanno un tale rispetto per la cultura! Un rispetto pieno di timore, umiltà: è una gran dote. Considera gli italiani: sono sempre padroni del sapere, anche quando sono ignoranti. Non c’è mai un attimo di timidezza, negli italiani, verso il sapere. Un tipo come Umberto Eco, ad esempio. Conosce tutto lo scibile e te lo vomita in faccia con l’aria più indifferente: è come se tu ascoltassi un robot. Un americano erudito come Umberto Eco è un uomo umile, invece, non si considera mai padrone della sua sapienza, è quasi spaventato dalla sua cultura. Ciò è giusto, mi piace…». 

E intanto Avedon scatta foto che suppongo destinate alle frivole lettrici di «Vogue». Che scena, vale quella del Village.

Al Village ci va subito dopo per comprare i pantaloni e i giubbotti che trova così eleganti e che a Roma non indosserà mai: ossessionato com’è dal complesso d’esser riconosciuto, criticato, guardato. 

Lo attrae soprattutto una certa camicia che è la copia esatta di quelle in uso nelle prigioni. Sul taschino sinistro c’è scritto: «Prigione di Stato, galeotto Numero 3678». La sta provando, sedotto, quando all’angolo della Decima Avenue scorge una dimostrazione in favore della guerra nel Vietnam.

Uomini e donne passano cupi con grandi cartelli dove è scarabocchiato: «Bombardate Hanoi»; qualcuno ha un distintivo che dice: «Ammazzateli tutti, quei rossi». Ed ecco che un’automobile arriva, ne scendo due giovanotti e una ragazza bionda in calzoni. La ragazza ha una chitarra. Si appoggia al cofano dell’automobile, mentre i due giovanotti le si mettono ai lati, e incomincia a suonare qualcosa di triste. Poi, insieme, tutti e tre attaccano una canzone di protesta. Continueranno finché gli altri continueranno a sfilare coi loro cartelli: e non un insulto, un gesto di ostilità. Pasolini resta fermo a fissarli, con la sua camicia da galeotto, i suoi occhi sono umidi, buoni, quando sussurra: 

«Questa è la cosa più bella che ho visto nella mia vita. Questa è una cosa che non dimenticherò finché vivo. Devo tornare, devo star qui anche se non ho più diciott’anni. Quanto mi dispiace partire, mi sento derubato. Mi sento come un bambino di fronte a una torta tutta da mangiare, una torta di tanti strati, e il bambino non sa quale stato gli piacerà di più, sa solo che vuole, che deve mangiarli tutti. Uno ad uno. E nello stesso momento in cui sta per addentare la torta, gliela portano via».

* * *

PASOLINI A NEW YORK

Guerra civile

da “Paese sera”, venerdì 18 novembre 1966, in risposta alla lettera di un lettore

Un raduno di Pantere Nere a New YorkA proposito della vita e della lotta politica negli Stati Uniti, le citazioni, che io citavo a memoria e riassumendole, sono dovute ad autori americani della Nuova Sinistra, e precisamente a due ideologi dello SNCC (Student Nonviolent Coordinating Committee), Tom Hayden e Jimmy Garrett. Del primo sono le osservazioni sul fatto che la collettivizzazione comunista non porta necessariamente (storicamente) l’operaio alla completa partecipazione al potere, ossia alla decisione sul proprio destino, e che, se mai, è vero il contrario, cioè che la creazione di un’«anticomunità» in cui il lavoratore giunga all’esasperata coscienza democratica del dovere e del diritto dalla completa partecipazione al potere, può condurre, come conseguenza, alla collettivizzazione dei beni. L’osservazione sul comunista come «uomo vuoto», è dovuta a Jimmy Garrett. La cito: «Amico, i comunisti sono vuoti, sono uomini vuoti. Hanno le stesse idee stantie, la stessa burocrazia… Quando si mescola fra noi, un <Commy> muore, e una persona si sviluppa.»
Queste osservazioni non sono mie, ma io le ho, in qualche modo, adottate.
In Cecoslovacchia, in Ungheria e in Romania, ho vissuto il mio soggiorno in mezzo agli intellettuali, ed è quindi attraverso loro, attraverso la loro inquietudine, il loro malessere, che ho sentito l’inquietudine e il malessere di quei paesi: di cui credo si possa schematicamente e sommariamente indicare la causa nel fatto che «la rivoluzione non è continuata», ossia che lo Stato non si è decentrato, non è scomparso, egli operai nelle fabbriche non sono veramente partecipi e responsabili del potere politico, e sono invece dominati – chi non lo sa, ormai, e non lo ammette? – da una burocrazia che di rivoluzionario ha solo il nome. E che naturalmente, dà dei «rivoluzionaristi piccolo-borghesi» a coloro che invece credono ancora che la «rivoluzione debba continuare».
Che in America ci siano dagli ideologi non marxisti che hanno capito questo, in termini democratici – ma di una democrazia estremista, esasperata e quasi mistica, e che come tale, nel suo ambito, è rivoluzionaria (la creazione nel seno dalla comunità americana di un’«anticomunità») — non può non riempire di interesse e di entusiasmo.
Lo SNCC, l’SDS, e un’infinità di altri movimenti che, nel loro caotico insieme, formano la Nuova Sinistra americana, sono qualcosa, ecco, che mi ricorda i tempi della Resistenza.
In America, sia pure nel mio brevissimo soggiorno, ho vissuto molte ore nel clima clandestino, di lotta, di urgenza rivoluzionaria, di speranza, che appartengono all’Europa del ‘44, del ‘45. In Europa tutto è finito: in America si ha l’impressione che tutto stia per cominciare. Non voglio dire che ci sia, in America, la guerra civile, e forse neanche niente di simile, né voglio profetarla: tuttavia si vive, là, come in una vigilia di grandi cose. Coloro che appartengono alla Nuova Sinistra (che non esiste, è solo un’idea, un ideale) si riconoscono a prima vista, e nasce subito tra loro quella specie di amore che legava i partigiani. Ci sono gli eroi, i caduti, Andrew, James e Mickey – e infiniti altri – e i grandi movimenti, le grandi tappe di un immenso movimento popolare, accentrato sul problema dell’emancipazione dei negri, e ora sulla guerra del Viet Nam.
Chi non ha visto una manifestazione pacifista e non-violenta a New York, manca di una grande esperienza umana, paragonabile solo, ripeto, ai grandi giorni della Speranza degli Anni Quaranta.
Una notte, ad Harlem, ho stretto la mano (ma loro me la stringevano con sospetto, perché ero bianco) a un gruppo di giovani negri che avevano sul maglione l’insegna del leopardo: un movimento estremista che si prepara a una vera e propria lotta armata.
Un pomeriggio, al Village, ho visto un gruppetto di neonazisti che manifestavano in favore della guerra del Viet Nam: vicino a loro, presi come da una specie di strano e tranquillo rapimento, due uomini anziani, e una ragazza che suonava la ghitarra, cantavano le canzoni pacifiste della Nuova Sinistra – quelle del Village, che comprende anche la Sinistra dei beatniks, dei drogati.
Ho seguito un giovane sindacalista negro, che mi ha portato alla sezione del suo movimento, un piccolo movimento, che conta ad Harlem solo qualche centinaio di iscritti – che lotta contro la disoccupazione dei negri; l’ho seguito a casa di un suo compagno, un muratore che si era ferito al lavoro e che ci ha accolto steso nel suo povero letto, col sorriso amico, complice e invaso da questo nostro dimenticato amore partigiano.
Sono salito nell’appartamento «borghese» nella parte più sordida del Village, a sentire le risate isteriche e l’acrimonia aberrante di una intellettuale, sposata a un negro, che farneticava rancori contro il vecchio comunismo americano e contro la Sinistra della Droga, ma come se la sua rabbia e la sua delusione cocenti dovessero avere immediate risposte nel suo mondo, divenire subito «azione».
Ho vissuto, insomma, nel vivo una situazione di scontento e di esaltazione, di disperazione e di speranza: di contestazione integrale dell’establishment.
Non so come andrà a finire tutto questo, o se andrà a finire in qualche modo. Resta il fatto che migliaia di studenti (circa la percentuale dei partigiani rispetto alla popolazione, nell’Europa degli Anni Quaranta), scendono dal Nord, e vanno nella Cintura Nera, a lottare al fianco dei negri con la violenta e quasi mistica coscienza democratica di «non manipolarli», di non intervenire in loro per coazione anche dolce, di non pretendere per sé – quasi nevroticamente – neanche l’ombra di una qualsiasi forma di «leadership»: e, quel che è più importante, con lo coscienza che il problema dei negri, risolto formalmente col riconoscimento dei loro diritti civili, comincia adesso: è cioè un problema sociale, e non ideale.
Ci sono da aggiungere ancora molte cose. La protesta, lo contestazione pura e semplice, la rivolta contro il consumo: intendo dire il fenomeno dei beatniks che qui da noi è stato impostato in termini di pura curiosità, e, bisogno di sottolinearlo? con ironia. I comunisti stessi, almeno, ch’io sappia, anche in Italia, preferiscono tacere su questo punto, o addirittura pronunciare parole di condanna: in cui il vecchio moralismo stalinistico e il provincialismo italiano trovano un’oscura identificazione. In realtà, nelle grandi città americane, chi si ubriaca, chi si droga, chi rifiuta di integrarsi nel sicuro mondo del lavoro, compie qualcosa di più di una serie di vecchi e codificati atti anarchici: vive una tragedia.
E, poiché non sa che viverla, e non giudicarla, ne muore.
Le migliaia di suicidi per droga sono in realtà dei martiri né più né meno che coloro che vengono uccisi dai razzisti bianchi del Sud. Ne hanno la stessa purezza, sono ugualmente al di là dei miseri calcoli umani di chi accetta la «qualità di vita» offerta dalle società stabilite.

Tommie Smith and John Carlos nel saluto delle Pantere Nere ai Giochi Olimpici del 1968 a Città del MessicoÈ vero. Tutto quello che io ho visto, oppure ho creduto di vedere a New York, si staglia contro un fondo cupo – e per noi inconcepibile almeno in quanto inammissibile – ossia contro lo vita americana di ogni giorno, lo vita della conservazione, che si svolge in un silenzio ben più intenso degli «urli» che ci giungono dallo Sinistra. In questo silenzio dello sfondo, neutro e spaventoso, accadono fenomeni di una vera e propria follia collettiva, ossia di un odio in qualche modo codificato che è ben difficile descrivere. È l’odio razzista – che non è poi che l’aspetto esterno della profonda aberrazione di ogni conservazione e di ogni fascismo. È un odio che non ha nessuna ragione di esistere. Anzi, non esiste. Chi ne è affetto crede di provarlo, in realtà «non può» provarlo. Come e perché potrebbe, infatti, un bianco povero odiare un negro? Eppure sono proprio i bianchi poveri di tutto il Sud che, in pratica, vivono di questo odio. Esso nasce da una falsa idea di sé e quindi della realtà: è quindi falso esso stesso, è un sentimento completamente alienato e irriconoscibile. Di questa forma della vita, il risultato ultimo e più tragico è l’invendicato assassinio di Kennedy, caso di quella guerra civile che non scoppia, ma che tuttavia si combatte dentro le anime degli americani.
Il parlare sempre e soltanto, a proposito dell’America, di neocapitalismo e di rivoluzione tecnologica, mi appare quindi parziale e fazioso. Sembra assurdo, ma è proprio a proposito dell’America che acquista strano e violento significato il problema del sottosviluppo e della miseria. È ben presente a tutti, infatti, che questi sono gli anni in cui il mondo contadino di tutta la terra – il Terzo Mondo – si sta affacciando alla storia (con un piede nella preistoria): e lo scandalo è che dopo i sia pur grandiosi episodi della rivolta algerina e della rivolta cubana, il centro della lotta per la rivoluzione del Terzo Mondo è proprio l’America. Il problema negro, unito in modo così contorto e inestricabile a quello dei «bianchi poveri» (in numero enorme, superiore a quello che noi crediamo), è un problema del Terzo Mondo. E se ciò è scandaloso per la coscienza operaistica dei partiti comunisti europei lo è ancora di più per la coscienza capitalistica americana, che si crede oggettivamente sulla strada sgombra del progresso tecnico e dell’opulenza economica. Non si cesserà mai dunque di misurare abbastanza, in tutti i sensi, la portata del problema negro. Perché, ripeto, ad esso si connette, in modo follemente contraddittorio, quello dei bianchi poveri, o -ex poveri. Non sono infatti bastate due o tre generazioni per trasformare fino in fondo la psicologia delle enormi masse di immigrati. Questi (l’ho visto bene nel quartiere italiano) mantengono prima di tutto un atteggiamento di venerazione per il paese che li ha ospitati, e, ora che ne sono cittadini, per le sue istituzioni. Sono ancora dei figli, dei figli o troppo obbedienti o disperati. In secondo luogo hanno portato con sé, e hanno conservato dentro, quella che è la caratteristica principale dei contadini delle aree sottosviluppate – in qualche modo preistoriche – che il De Martino definisce «paura di perdere la presenza». Sono questi i fondamenti del razzismo fascista popolare.
Non si sarà mai detto abbastanza quanto gli americani siano diversi uno dall’altro, per le loro diverse origini povere.
È forse per questo che essi desiderano così disperatamente essere uguali uno all’altro: e se essi fondano il loro anticomunismo sul fatto che il comunismo opererebbe un livellamento degli individui, ò perché essi desiderano anzitutto e disperatamente di essere livellati. Per dimenticare, appunto, le proprie origini diverse e inferiori, che li differenziano come dei marchi. Ogni americano ha impresso nel viso un marchio indelebile. L’immagine di un italiano, o di un francese, o di un inglese, o di un tedesco medio, è concepibile, e addirittura rappresentabile. L’immagine di un americano medio è assolutamente inconcepibile e irrappresentabile. È questa la cosa che forse mi ha più riempito di stupore in America. Non si fa altro che parlare di «americano medio», e poi questo «americano medio», fisicamente, materialmente, visivamente non esiste! Come riassumere in un «tipo» unico tutti i tipi – straordinari – che girano per Manhattan? Come sintetizzare in una faccia sola, lo faccia tesa dell’anglosassone, quella matta dell’irlandese, quella triste dell’italiano, quello pallida del greco, quella selvaggia del portoricano, quella nevrotica del tedesco, quella buffa del cinese, quella adorabile del negro…

È dunque la «paura di perdere la presenza» e lo snobismo della neo-cittadinanza che impediscono all’americano – questa strana mescolanza, in concreto, di sottoproletario e di borghese profondamente e onestamente chiuso nel proprio lealismo borghese – di riflettere sull’idea che egli ha di sé. Che resta dunque «falsa», come in ogni ambiente alienante di industrializzazione totale.
Ho provato infatti a chiedere a degli americani, tutti quelli a cui ho potuto, se sapessero che cosa è il razzismo (domanda che implica appunto e particolarmente, una riflessione sull’idea di sé). Nessuno ha saputo rispondere. Eccettuati alcuni giovani registi indipendenti, che, conoscendo con più amore l’Europa, avevano qualche idea del marxismo, tutti gli altri ricorrevano a ontologie incredibilmente ingenue. (C’era solo qualche esatta spiegazione di tipo psicanalitico, che però toccava solo un lato del problema, o, meglio, le condizioni umane per cui il problema può porsi.)
Insomma la nota per me più violenta, drammatica e definitoria della «qualità di vita americana» è una caratteristica negativa: la mancanza della coscienza di classe, immediato effetto, appunto, dell’idea falsa di sé di ogni individuo immesso, quasi per concessione o per grazia, nell’ambito dei privilegi piccolo-borghesi del benessere industriale e della potenza statale.
Ma ci sono, in questo, delle forti contraddizioni (che non sono certamente il primo a rilevare!): per esempio, la forza straripante del sindacalismo: che si manifesta in scioperi incredibilmente efficienti e grandiosi: dove non si capisce come non prenda forma stabile una coscienza di classe, mentre è ben chiaro, per noi, che quegli scioperi così ben organizzati, così ferreamente compatti, non significano altro che la rivendicazione degli sfruttati contro gli sfruttatori.
La straordinaria novità (per un europeo come me) è che la coscienza di classe, invece, albeggia negli americani in situazioni del tutto nuove e quasi scandalose per il marxismo.
La coscienza di classe, per farsi strada nello testa di un americano, ha bisogno di un lungo cammino contorto, di un’operazione immensamente complessa: ha bisogno cioè della mediazione dell’idealismo, diciamo pure borghese o piccolo-borghese, che in ogni americano dà il senso alla intera vita, e da cui egli non può assolutamente prescindere. Là lo chiamano spiritualismo. Ma sia idealismo nella nostra accezione, che spiritualismo nella loro, sono due parole ambigue e inesatte. Si tratta forse, meglio, di moralismo (di origine anglosassone e adottato ingenuamente dagli altri americani) che domina e modello tutti i fatti dello vita: e che, in letteratura, per esempio, anche quella media e corrente, è esattamente il contrario del realismo: gli americani hanno sempre bisogno, in arte, di idealizzare (anche e soprattutto al livello del gusto medio: per esempio le rappresentazioni «illustrative» della loro vita e delle loro città, mettiamo nei films medi o brutti, sono forme di un immedicabile bisogno di idealizzazione).
Dunque, anziché negli scioperi o nelle altre forme di lotta di classe, la coscienza della propria realtà sociale albeggia nelle manifestazioni pacifiste e non violente, dominate, appunto, da un intelligente spiritualismo. Che è del resto, oggettivamente, almeno per me, un fatto stupendo, che mi ha fatto innamorare dell’America. È la visione del mondo di persone giunte, attraverso strade che noi consideriamo sbagliate – ma che invece sono storicamente quello che sono, cioè giuste – alla maturazione di una idea di sé come semplice cittadino (forse come gli ateniesi o i romani?), possessore di una nozione onesta e profonda della democrazia (spinta a forme quasi mitiche, rivoluzionarie, abbiamo detto, in certi esponenti dello SNCC o dell’SDS). Insomma, per giungere a una coscienza non solo formalmente democratica di sé e della società, l’americano veramente libero ha avuto bisogno di passare attraverso il calvario dei Negri e di condividerlo (e ora attraverso il calvario del Viet Nam). Solo oggi, da pochi anni, direi da pochi mesi, cioè dopo il riconoscimento almeno formale dei Diritti Civili dei Negri, si è cominciato a capire che la questione dei Negri è al suo inizio, e che è una questione sociale, e non di mero spiritualismo democratico e di codice di civiltà.
Il vuoto, immenso, che si apre come una voragine nei singoli americani e nell’insieme dello società americana – ossia la mancanza di una cultura marxista – come ogni vuoto, pretende violentemente di essere riempito. È riempito, così, da questo spiritualismo che dicevo, che fattosi prima radicalismo democratico rivoluzionario è percorso ora da una nuova coscienza sociale, che non accettando il marxismo ancora esplicitamente, si presenta come totale contestazione e disperazione anarchica.
È da ciò, non da altro, che nasce l’Altra America. È da ciò, non da altro, che si formano le premesse di un possibile Terzo Partito Americano (di cui si parla con grande e ingenua circospezione, come di qualcosa di scandalosamente dissacratoria o con speranza o con ostilità: è accaduto, per esempio, che nelle due o tre città dove – sempre per opera dei movimenti studenteschi di cui dicevo – una forma embrionale di questo partito si è presentato alle elezioni, non solo è stato sconfitto, ma ha causato anche la sconfitta dei moderati in favore dei razzisti).
Ora, io vivo in una società appena uscita dalla miseria, e aggrappata superstiziosamente a quel po’ di benessere che ha raggiunto, come a uno stato stabile: portando in questo nuovo corso della sua storia un buon senso, che poteva andar bene in mezzo ai campi, alle greggi o nei negozietti artigiani: ma che si rivela, invece stupido, vile e meschino oggi, nel nostro mondo. Una società irredimibile, irrimediabilmente borghese senza tradizioni rivoluzionarie neanche liberali. Il mondo della cultura – in cui io vivo per una vocazione letteraria, che si rivela ogni giorno più estranea a tale società e a tale mondo – è il luogo deputato della stupidità, della viltà e della meschinità. Non posso accettare nulla del mondo dove vivo: non solo gli apparati del centralismo statale, – burocrazia, magistratura, esercito, scuola, e il resto – ma nemmeno le sue minoranze colte. Nella fattispecie, sono assolutamente estraneo al momento della cultura attuale. Sono sordo all’eversione puramente verbale delle istituzioni dello establishment, che non dicono nulla su chi le opera, e sono sordo al revanscismo puristico e neo-letterario. Diciamolo pure, sono rimasto isolato, a ingiallire con me stesso e la mia ripugnanza a parlare sia di impegno che di disimpegno. Non posso così non essermi innamorato della cultura americana, e non aver intravisto, in seno ad essa, una ragione letteraria piena di novità: un nuovo tempo della Resistenza, insisto a dire, che però è privo del tutto di quel certo spirito risorgimentale e come dire, classicheggiante, che – visto da oggi – immiserisce un poco la Resistenza europea (le cui speranze erano del resto contenute nell’ambito delle prospettive marxiste di quegli anni, che poi si sono rivelate anguste e convenzionali). Ciò che si richiede a un letterato americano «non integrato», è tutto se stesso, una sincerità totale. Era dai vecchi tempi di Machado, che non facevo una lettura fraterna come quella di Ginsberg. E non è stato meraviglioso il passaggio di Kerouac ubriaco per l’Italia, a suscitare l’ironia, la noia, la disapprovazione degli stupidi letterati e dei meschini giornalisti italiani? Gli intellettuali americani della Nuova Sinistra (poiché dove si lotta c’è sempre una ghitarra e un uomo che canta) sembrano fare proprio ciò che dice il verso di un innocente canto della Resistenza negra: «Bisogna gettare il proprio corpo nella lotta.»
Ecco il nuovo motto di un impegno, reale, e non noiosamente moralistico: gettare il proprio corpo nella lotta… Chi c’è, in Italia, in Europa, che scrive spinto da tanta e così disperata forza di contestazione? Che sente questa necessità di opporsi, come una necessità originaria, credendola nuova nella storia, assolutamente significativa, e piena insieme di morte e di futuro?

Pasolini a New Yorkultima modifica: 2008-11-08T14:54:00+00:00da paginecorsare
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12 pensieri su “Pasolini a New York

  1. Carissima,tra un pò devo staccare e non posso gustarmi il tuo ultimo post. Lo farò appena possibile perchè sono molto incuriosito dalle domande della Fallaci più che delle risposte di Pasolini. Sulla storia della politica vissuta come una partita di calcio ti dico che non è una novità. Qui dentro l’andazzo è questo da quando è salito Berlusconi. Credono che c’è un vincitore e dei vinti e non capiscono che a perdere siamo tutti noi,giorno per giorno. O si sveglieranno dal sogno o finiranno come i “morti di sonno”. Sui leccaculo che dire,in Italia si lavora di lingua dalla punta alla base. E’ l’unica lezione che molti italiani hanno subito appreso. Pensare che una volta era un popolo di “poeti,santi e navigatori”. Oggi di navigati ci sono solo i leccatori.
    Un abbraccio.
    artista1969

  2. “Certa gente” carissima Angela, lasciano il tempo che trovano. Poveri e meschini esseri che di umano hanno ben poco e che lanciano proclami ed invettive da blog che possono essere paragonati ai piu’ mediocri e litigiosi condomini. In un certo senso leggerli fa bene, almeno ci si rende conto fin dove puo’ spingersi la pochezza e l’ inutilita’ di “certa gente”. Fin dove puo’ spingersi l’ ignoranza e l’ analfabetismo dell’ anima e il non rendersi conto che mentre il mondo intorno a noi sta davvero cambiando, noi stiamo gettando 2000 anni di storia al vento, grazie alla “statura” politica di uno dei peggiori governanti che l’ Italia abbia avuto, dopo Mussolini. E grazie e sopratutto a “certa gente” che ne segue le gesta. Gente abituata a razzolare nella sua inutilita’, a delegare la propria vita ad un venditore di tegami e pentole (n.d.A) (sara’ per questo che il suo fascino attecchisce proprio tra certe donnine casalinghe e frustrate,alcune dedite per giunta ad inutili e squallidi blog, da cui possono mettere in luce tutta la loro pochezza mentale e la loro putrida vigliaccheria), a delegare le proprie vuote esistenze ad un essere che crede di far ridere con battute degne del peggiore varieta’ del peggior sobborgo della peggiore periferia mentale del peggior scaricante analfabeta ed alcolizzato del peggior porto del mondo. Ho letto anche io, in fondo, quello che certi squallidi esseri, incapaci totalmente di avere un minimo barlume di pensiero autosufficiente hanno scritto. Lascio che sia un sorriso a prendere il sopravvento, perfettamente conscio che i loro deliri prima o poi rimaranno circoscritti ad una “cerchia ristretta”.

    Un saluto.

  3. Pasolini che beve Coca Cola. Pasolini che, come un bambino, guarda affascinato la modernità di New York. Pasolini attratto da una camicia che mai indosserà in una città d’Italia. Ecco il Pasolini dimenticato! E’ bene ricordarselo anche così, con le debolezze di tutti. Altrimenti si rischia di farne un mito, alla Che Guevara, abusato e vuotato della sua vera poeticità: quella di umano. Poi, torna il Pasolini che conosciamo: quello che vigila sulla realtà, pronto a dare il proprio tempo a un barbone, a un morente relitto della società, prima che a un guru della fotografia.
    Davvero un’intervista preziosa. Una testimonianza inaspettata di un lato un po’ ambiguo di un intellettuale marxista.
    Qui si vede un uomo e un poeta, senza gli schemi che racchiudono la figura dell’intellettuale di sinistra in Italia. L’idea è di un uomo che in Italia ha i suoi affetti, ma è da essi tenuto in catene. E a New York può, per una volta, spiccare il volo, senza dover ricorrere agli strumenti dell’arte.
    Un breve enunciato di quest’intervista dice molto, a tal proposito: “Non so, mi sento confuso. In Europa mi sembrerebbe negativo, qui no”.
    E la voglia è di restare in eterno lì. Anche se confuso.

    PPPaolo88

  4. @ Artista
    L’esperienza negli States di Pasolini è piuttosto importante da conoscere, aldilà della banalità delle considerazioni della Fallaci che funge da intervistatrice e dà una dimostrazione dei suoi limiti, anche trent’anni prima di quanto farà nei suoi (anche troppo lunghi) soggiorni fiorentini. Ne viene fuori un Pasolini talmente attento da rendersi conto di alcuni aspetti della società americana dopo solo 10 giorni di permanenza a New York.
    Per me non è stato sufficiente un mese intero di soggiorno newyorkese per rendermi conto delle anomalie di quella società e di quanto ancora fosse diffuso il razzismo: e ad Atlanta – in Georgia, nel “profondo” sud – era ancora più percepibile. Se non con la volgarità che si ostenta in Italia, a New York (e anche ad Atlanta) puoi vederlo proprio nell’assetto sociale, nella distribuzione dei poteri e dei compiti assegnati alle persone di colore. Lì i neri sono quelli che caricano e caricano merci sui camion che circolano a Manhattan giorno e notte. Oppure gli spazzini, i lustrascarpe (!), i camerieri, gli autisti dei mezzi pubblici o delle auto chilometriche dei vip, i portieri dei palazzi signorili vestiti dai loro padroni come per un carnevale, i venditori ambulanti, gli inservienti negli alberghi, i facchini nelle stazioni aeree e ferroviarie…
    C’è anche una considerazione di Pasolini che riguarda gli intellettuali o più precisamente l’idea di cultura che possiedono gli americani confrontati agli italiani:
    «[…] gli italiani: sono sempre padroni del sapere, anche quando sono ignoranti. Non c’è mai un attimo di timidezza, negli italiani, verso il sapere. Un tipo come Umberto Eco, ad esempio. Conosce tutto lo scibile e te lo vomita in faccia con l’aria più indifferente: è come se tu ascoltassi un robot. Un americano erudito come Umberto Eco è un uomo umile, invece, non si considera mai padrone della sua sapienza, è quasi spaventato dalla sua cultura. Ciò è giusto, mi piace…»
    Insomma, Artista: sarei veramente onorata di una tua riflessione su un aspetto di Pasolini che è meno noto…
    Buona giornata e a presto.
    Angela

    P.S. Lascio questo commento anche sul tuo blog.

  5. @ PPPaolo88
    In effetti, uno degli aspetti inattesi della personalità pasoliniana è proprio, umanamente parlando, la sua “ingenuità”, i suoi stupori quasi infantili. E, per quanto riguarda invece la sua sensibilità politica, è stupefacente la sua capacità di osservazione che sa cogliere “al volo” l’essenza dei comportamenti di coloro con cui entra in contatto.
    «Che in America ci siano dagli ideologi non marxisti che hanno capito questo, in termini democratici – ma di una democrazia estremista, esasperata e quasi mistica, e che come tale, nel suo ambito, è rivoluzionaria […] – non può non riempire di interesse e di entusiasmo. […] un’infinità di altri movimenti che, nel loro caotico insieme, formano la Nuova Sinistra americana, sono qualcosa, ecco, che mi ricorda i tempi della Resistenza […] La protesta, lo contestazione pura e semplice, la rivolta contro il consumo: intendo dire il fenomeno dei beatniks che qui da noi è stato impostato in termini di pura curiosità, e, bisogno di sottolinearlo? con ironia. I comunisti stessi, almeno ch’io sappia, anche in Italia preferiscono tacere su questo punto, o addirittura pronunciare parole di condanna: in cui il vecchio moralismo stalinistico e il provincialismo italiano trovano un’oscura identificazione».
    Grandioso. Ho postato i due brani che riguardano “Pasolini a New York” augurandomi proprio che possano in un certo senso fornire un ausilio per comprendere il significato, la portata eccezionale che rappresenta l’elezione di Barack Obama alla guida del Paese più potente al mondo. Aldilà di quello che poi il governo di quest’uomo – di questi uomini, anche e soprattutto “centristi” più che “rivoluzionari” – potrà/potranno produrre per rendere l’intero mondo più vivibile. L’elezione di Obama è “in sé” un fatto rivoluzionario, da qualsiasi angolazione la si voglia osservare.
    Grazie dei tuoi commenti e buona giornata da Angela

  6. @ Blue Road
    L’ignoranza e l’analfabetismo dell’ anima, come tu li definisci molto efficacemente, anche se rimarranno circoscritti a una cerchia ristretta di minus habens non riescono a farmi sorridere, purtroppo. In me ha il sopravvento l’aspetto penoso della questione anche se, non possedendo il dono cristiano della compassione, sono più propensa a trasformare la pena in rabbia e in invettiva.
    Grazie del passaggio e un saluto da Angela

  7. La Fallaci scruta l’uomo nel suo aspetto e si meraviglia di alcune risposte del poeta che vanno al di là dei luoghi comuni. Mentre si perde nella descrizione delle sue vesti,non coglie i paradigmi ed i paradossi di un occhio puro come quello di Pasolini che si abbaglia di un paese e di un popolo che nelle sue grandezze non nasconde la miseria psicologica e la sua genesi sottoproletaria.La sua dimensione di excolonia.Ma è nella scoperta delle debolezze che Pasolini si affascina e si innamora. Non gli importa della foto di Chaplin ma guarda il nero pestato dal razzismo.E’ la solita sua grandezza.Non mi meraviglia il suo amore per l’America come non mi stupisce che abbia bevuto una coca cola.Il suo marxismo è complesso e lontano dall’ortodossia.Le sue posizioni penetrano gli argomenti e ci insegnano,spesso sorprendendoci. Come quando nelle manifestazioni studentesche si schierò dalla parte della polizia. Interessante la sua insistenza sul problema dei neri di cui ho apprezzato un passo: “Solo oggi, da pochi anni, direi da pochi mesi, cioè dopo il riconoscimento almeno formale dei Diritti Civili dei Negri, si è cominciato a capire che la questione dei Negri è al suo inizio, e che è una questione sociale, e non di mero spiritualismo democratico e di codice di civiltà.”Era un venerdì di novembre del 1966. La società americana,a distanza di 42 anni, ha ricambiato l’affetto di Pasolini ed ha riconosciuto il nervo del problema razziale. Ha stravolto la concezione della società mettendo alla sua guida un uomo di colore. Oggi più che mai l’America poteva essere la casa giusta di un genio come Pasolini,il rifugio più adeguato per un uomo che ha capito così profondamente la società italiana tanto da morirne.
    Un saluto di cuore.
    artista1969

  8. Buongiorno Angel!
    Tutto bene, grazie per il passaggio. Diciamo che mi sono messo in un’impresa che mi ha messo un po’ a terra. Però mi sono rialzato e ora ho riconquistato una stanza da troppi anni abbandonata e ho una sala nuova nuova.
    Appena posso leggerò questo post, che sembra molto affascinante.
    A presto
    L.

  9. Carissima!

    che bel blog! mi piace per disegno e dei contenuti già sai che con questi testi impazzisco…di pasolini a ny ho un libro che ho comprato tre anni fa, pasolini rilegge pasolini,se vuoi ti posso scrivere na recensione per pagine corsare.

    loro hanno obama che e un po e dl mondo,ma che offriamo noi europei al mondo?

  10. Benvenuto Jordi!
    e grazie del passaggio e del commento.
    Ho anch’io quel libro, ma non ho una recensione che possa dirsi tale. Ne parlo alla pagina

    http://www.pasolini.net/notizie_italiano-a-NY.htm

    Quindi, se scriverai una recensione ad hoc, non potrà farmi altro che piacere, e la pubblicherò subito nel sito pasoliniano. Sai che ora c’è anche il mirror “europeo”?:

    http://www.pierpaolopasolini.eu

    Cliccando sulla bandierina spagnola entrerai subito nella relativa sezione…
    Ciao, ancora grazie e un abbraccio da Angela

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