Appunti su emigrazione e immigrazione

Appunti su emigrazione e immigrazione.
Emigrazione degli italiani.
Immigrazione in Italia

Emigranti italiani in Canada

EMIGRAZIONE ITALIANA

Dopo più di un secolo di emigrazione in molte nazioni del mondo il senso di appartenenza etnico dei discendenti degli Italiani nei confronti del loro paese d’origine non solo si è conservato ma adesso è incentivato e coltivato, dal Canada, al West Virginia, dall’Argentina alla Germania; basti pensare all’autoidentificazione di più di 14 milioni di cittadini statunitensi con l’Italia.

Alcuni Paesi come il Canada sono ormai strutturalmente multiculturali, ed il pluralismo culturale del mondo anglofono ha indubbiamente favorito il perdurare di rapporti privilegiati con il paese d’origine. La lingua italiana è attualmente una delle più studiate al mondo, il diffondersi della dieta mediterranea, del design italiano, la indiscutibilità del nostro patrimonio artistico e culturale sembrano aver consolidato il senso di appartenenza etnica delle generazioni di discendenza Italiana all’estero.

Soprattutto all’inizio del grande esodo gli italiani furono oggetto oltre che di sfruttamento di numerosi episodi di xenofobia. I braccianti Italiani, come quelli marocchini o dell’Europa dell’Est oggi in Italia, accettavano paghe più basse dei braccianti locali; ad Aigues Mortes, in Francia, nove italiani furono assassinati con un banale pretesto da una folla di lavoratori francesi nel 1893. Stessa sorte toccò ad undici siciliani a New Orleans nel 1901, accusati di appartenere alla Mafia. Oltre a queste vere e proprie stragi gli episodi di pestaggi o omicidi singoli furono molto numerosi.

Manifestwazioni a favore di Saccoi e Vanzetti

Un evento su tutti può essere ricordato: quello del caso giudiziario trascinatosi dal 1920 al 1927 che ebbe come protagonisti gli immigrati italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, condannati a morte il 15 aprile 1920 per l’omicidio di due uomini durante una rapina in un calzaturificio. La loro esecuzione provocò proteste in tutto il mondo. Il carattere puramente indiziario delle prove addotte contro i due italiani (che erano attivisti anarchici) attirarono sulla corte accuse di faziosità dettata da motivi razziali e politici. La richiesta di riaprire il caso venne sistematicamente rifiutata, anche quando un altro detenuto, condannato a morte, confessò di aver preso parte alla rapina. Solo nell’agosto 1977 il governatore del Massachusetts Michael Dukakis riconobbe in un documento ufficiale gli errori commessi nel processo, riabilitando completamente la memoria di Sacco e Vanzetti.

La xenofobia ideologica ebbe molte forme:

Abbiamo all’incirca in questa città trentamila italiani, quasi tutti provenienti dalle vecchie province napoletane, dove, fino a poco tempo fa, il brigantaggio era l’industria nazionale. Non è strano che questi briganti portino con sé un attaccamento per le loro attività originarie” era scritto sul “New York Times” il 1° gennaio 1894; la violenza veniva indicata quindi come un prodotto di importazione, connaturato alla cultura e alla tradizione degli immigrati italiani.

Gli italiani del Meridione erano accusati di essere sporchi, rumorosi, arretrati come qualità della vita e nelle relazioni interpersonali, e di praticare rituali religiosi primitivi, di trascurare l’istruzione dei figli, di costringere in una condizione di assoluta subordinazione la donna all’interno della famiglia. E’ da ricordare, per esempio, anche il particolare che le donne italiane emigrate portavano il velo (come ancora oggi si fa negli ordini monastici…) e ciò contribuiva a sancire l’arretratezza dei nostri connazionali.

I siciliani erano inseriti nel censimento del 1911 come “non white”, non bianchi, di pelle scura e comunque le statistiche censivano separatamente gli italiani del Nord e quelli del Meridione come appartenenti a due razze diverse: una “celtica” e l’altra “mediterranea”.

Come appellativo dispregiativo verso gli italiani negli Stati Uniti venivano usati anche epiteti come “dago” e “wop” (italiano o straniero dalla pelle scura, usato in senso dispregiativo anche per Portoghese, Spagnolo, Messicano).

In Brasile la presenza italiana era così forte da generare conflitti con i brasiliani di altra provenienza. Gli Italiani venivano considerati commercianti disonesti al punto da definirli e chiamarli “carcamano” dal gesto di calcare la mano alterando il peso misurato dalla bilancia.

In Australia il colore della pelle mediterranea dei meridionali fu un evidente fattore discriminante: i siciliani furono considerati ‘semi-coloured’, come nel censimento Statunitense del 1911, dove erano definiti “non white”. Il primo Governo in carica in Australia, collegato a quello Inglese, tendeva a formare una società di etnia anglo-celtica operando un programma politico definito della “White Australia”.

Negli Stati Uniti d’America, diminuito il bisogno di manodopera a basso costo, furono votate alcune leggi volte a frenare l’immigrazione. Dal giugno 1920 al giugno 1921 furono registrati negli Stati Uniti più di 800.000 nuovi immigrati, provenienti per due terzi dall’Europa meridionale e orientale: il Congresso votò d’urgenza una legge approvata per alzata di mano. Il Quota Act del 19 maggio 1921 limitava il numero degli stranieri ammesso annualmente, e per nazionalità, al 3 per cento del numero dei rispettivi connazionali stabilitisi negli Stati Uniti nel 1910. Questa legge venne applicata fino al 1° luglio 1924, quando entrò in vigore il National Origins Act, approvato nel maggio 1924, che riduceva le quote di ciascuna nazionalità al 2 per cento dei rispettivi connazionali residenti negli Stati Uniti nel 1890. Con la prima quota che limitò l’emigrazione europea vennero ammessi 42.000 italiani, nel 1924 il numero scese a 5.645. Le leggi sull’immigrazione degli anni venti posero fine all’immigrazione italiana negli Stati Uniti, stabilendo delle quote per ogni nazionalità, discriminarono di fatto tra le popolazioni del nord Europa e quelle dell’Europa Sud Orientale codificando il pregiudizio antimeridionale.

Emigranti italiani

Scritto dall’Ispettorato del Congresso Americano sugli immigrati italiani negli USA, 1912

Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.

Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.

Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.

La relazione così prosegue: “Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Sembra quasi di leggere un intervento attuale, a Pontida, degli esponenti della Lega Nord. Contro gli immigrati e, ahimè, contro gli stessi italiani provenienti dal Sud…

USA: SCHIAVISMO E IMMIGRAZIONE

L’immigrazione negli Usa è stato il motore stesso della formazione degli Stati dell’Unione, della loro federazione, e dell’esistenza stessa della prima superpotenza mondiale. Con una superficie di oltre 9,83 milioni di km² e con oltre 300 milioni di abitanti, gli Stati Uniti d’America sono il quarto paese più esteso al mondo, e il terzo più popolato. Gli Usa sono uno dei paesi con la maggior diversità etnica e la sua multiculturalità è il prodotto sia dello schiavismo sia di un’immigrazione su larga scala dai più svariati paesi dei diversi continenti. L’economia statunitense è la più grande del mondo, con una stima del prodotto interno lordo (PIL) nel 2008 di 14.300 miliardi di dollari (che rappresenta il 23% del totale mondiale basato sul PIL nominale e quasi il 21% del PIL calcolato a parità di potere d’acquisto).

La federazione è stata fondata da tredici colonie del Regno Unito situate lungo la costa atlantica. Il 4 luglio 1776, con la Dichiarazione di Indipendenza, gli Stati Uniti d’America hanno proclamato la loro indipendenza dalla Gran Bretagna. Gli stati si ribellarono e sconfissero i britannici nella Guerra di Indipendenza americana, prima grande colonia a rivoltarsi con successo contro le leggi coloniali. Una Convenzione Federale adottò l’attuale Costituzione degli Stati Uniti d’America il 17 settembre 1787; con la ratifica, l’anno successivo nasceva una repubblica con un forte governo centrale. La Carta dei Diritti, che comprendeva dieci emendamenti costituzionali per garantire molti diritti civili fondamentali venne ratificata nel 1791.

Ma gli Stati Uniti del XVII secolo erano uno Stato schiavista. Nel 1790, per esempio, la popolazione complessiva degli Stati Uniti d’America ammontava a 3.930.000 e tra questi si contavano circa 60.000 afroamericani liberi e quasi 700.000 afroamericani schiavi. Dopo la Dichiarazione di Indipendenza (1776) il fenomeno sembrava avere vita breve vista la grande movimentazione di opinione e di Stati contrari allo schiavismo. Tuttavia l’invenzione della macchina sgranatrice di cotone (1793) rese la coltivazione e la lavorazione del cotone estremamente vantaggiosa a patto di trovare manodopera a buon mercato. Soprattutto gli stati del Sud, molto poveri dal punto di vista industriale ma dotati di ampie zone coltivabili, cominciarono a produrre cotone e ad esportarlo verso l’Europa e nel contempo a importare schiavi dalle coste africane per avere la manodopera necessaria. Lo scontro tra gli Stati del Nord, che non ammettevano il perdurare dello schiavismo e quelli del Sud, alla fine, fu inevitabile e fu una delle cause della Guerra di Secessione, combattuta a partire dal 1861 e terminata nel 1865. La guerra di secessione, scontro sanguinosissimo, dipese essenzialmente dai modelli di sviluppo economico che s’intendevano perseguire, e comprese gli ideali antischiavistici. Sintetizzando, con la fine della guerra di secessione vinta dai nordisti lo schiavismo venne abolito, lasciando però una cicatrice tuttora visibile nella società americana. Ancora oggi il reddito medio, l’istruzione, il lavoro dei bianchi è mediamente superiore a quello degli afroamericani. Ancora oggi in molte zone, soprattutto del Sud il trattamento riservato agli afroamericani è tutt’altro che accettabile. A questo porprosito, è tra l’altro altamente significativo che proprio dagli Stati del Sud NON sia arrivato grande sostegno alla elezione di Barack Obama a 44° Presidente degli Stati Uniti…

Battaglia di Chattanooga tra Nordisti e Sudisti

La fine della Guerra di Secessione abolì la schiavitù negli Stati Uniti, ma la discriminazione razziale fu regolamentata per legge. La segregazione razziale istituzionalizzata terminò come pratica ufficiale grazie all’impegno di attivisti per i diritti civili come Clarence Mitchell, Rosa Parks e Martin Luther King, operante durante il periodo fra la fine della Seconda guerra mondiale fino all’approvazione del Voting Rights Act e del Civil Rights Act del 1964. Entro il 1968 tutte le forme di segregazione erano state dichiarate incostituzionali dalla Corte Suprema ed entro il 1970 il sostegno per la segregazione legale si era dissolto, anche se non tutte le leggi razziali sono state abrogate, sebbene i pronunciamenti della Corte Suprema le abbiano rese prive di applicazione. Per esempio, la costituzione dell’Alabama prevede ancora che siano istituite scuole separate per bambini bianchi e di colore e che a nessun bambino sia permesso di frequentare la scuola dell’altro gruppo etnico. Una proposta di abrogare l’articolo relativo fu sconfitta di misura nel 2004.

Immigrazione negli Usa

L’immigrazione negli Stati Uniti è stata sempre molto intensa nel corso della storia, specialmente dall’Europa, la parte meridionale fu interessata dall’immigrazione dalla Spagna, tranne la zona della Louisiana che al tempo si estendeva fino al Canada. I primi immigrati nelle 13 colonie provenivano dal Regno Unito ma in seguito fu fortissima l’immigrazione dalla Germania dove il numero degli abitanti era quasi pari a quello degli immigrati britannici, mentre nella zona dell’attuale stato di New York erano presenti immigrati dai Paesi Bassi. L’immigrazione dalla Francia fu frequente dopo il cedimento della Louisiana agli Stati Uniti da parte di Napoleone Bonaparte. Nell’Ottocento fu enorme l’immigrazione dall’Irlanda, e altrettanto forte quella dall’Italia, specie a cavallo tra l’800 ed il ’900. L’immigrazione proseguì nel Novecento con l’arrivo di immigrati dai paesi scandinavi, e durante la seconda guerra mondiale di Ebrei specialmente dalla Russia, dalla Polonia e dall’Ungheria.

Secondo l’ultimo censimento ufficiale (2000), il 75,1% della popolazione è bianca, il 12,3% nera o di origine afroamericana, il 3,6% asiatica, e solo lo 0,9% di origine amerindia. Va notato che il 5,5% si è dichiarato di altre etnie, mentre il 2,4% di origine mista. I latinoamericani di ogni etnia costituiscono, sempre secondo l’ultimo censimento, il 12,5% della popolazione. Percentualmente vengono subito dopo i residenti di ascendenza tedesca (15,2%), ma prima di quelli di origine irlandese (10,9%) ed inglese (8,7%). Consistenti sono anche le minoranze asiatiche, soprattutto cinesi. I residenti di ascendenza italiana rappresentano il 5,6% della popolazione totale. Il gruppo comunemente identificato come WASP, Bianco, Anglosassone, Protestante, pur detenendo ancora le leve del potere politico ed economico, non costituisce più la maggioranza della popolazione del paese. La popolazione è generalmente in crescita, specie grazie ad una forte immigrazione, proveniente in buona parte dall’America Latina e dall’Asia sudorientale. La presenza di immigrati – o di loro discendenti diretti – è molto rilevante nella parte sudoccidentale del paese. Più di 37 milioni di cittadini sono nati all’estero e circa 15 milioni di questi sono stati naturalizzati cittadini statunitensi.

L’Affirmative Action, una politica a favore dei gruppi minoritari, ha permesso negli ultimi decenni agli appartenenti alle minoranze etniche un più facile accesso alle Università, a molti posti di lavoro che precedentemente erano loro preclusi e ad incarichi di grande responsabilità nel mondo politico e nell’alta finanza. Questo però da qualcuno è visto come una sorta di razzismo al contrario nei confronti di una parte di popolazione.

Per quanto riguarda le origini della popolazione statunitense (stima del 2006) si calcola che abbiano le seguenti discendenze (anche se solo lontane o parziali):

- Circa 40,7 milioni sono afroamericani, compresi i neri ispanici.
– Circa 198 milioni sono bianchi non ispanici così suddivisi: 50,7 milioni sono originari della Germania, 36,5 milioni del Regno Unito, 36,5 milioni dell’Irlanda, 17,8 milioni dell’Italia, 11,8 milioni della Francia (compresi franco-canadesi), 10 milioni della Polonia, 5 milioni dei Paesi Bassi, 4,6 della Norvegia, 4,4 milioni della Svezia, 3 milioni della Russia, 1,5 milioni dell’Ungheria, 1,5 milioni della Danimarca, 1,4 milioni della Grecia e altrettanti dell’Armenia e del Portogallo. Di minore consistenza qualche altro milione rappresentato dai paesi europei non elencati sopra.
– Circa 15 milioni di persone sono di origine asiatica, soprattutto Filippine (4 milioni), Cina (3,5 milioni), India (2,7 milioni), Vietnam (1,6 milioni), Corea (1,5 milioni) e Giappone (1,2 milioni).
– Da una stima fatta nel 2007 risulta che 45,5 milioni di cittadini statunitensi sono di origine ispanica (di qualsiasi provenienza), in particolare dal Messico (28 milioni), da Puerto Rico (4 milioni), da Cuba (1,5 milioni), da El Salvador (1,4 milioni).
– I nativi americani sono circa 4,5 milioni.

L’immigrazione ispanica è tutt’oggi la più numerosa (molti sono i clandestini entrati illegalmente dal Messico) e si dice che tra qualche decennio il numero degli ispanici supererà quello degli americani di lingua inglese. È stato inoltre calcolato che negli Stati Uniti vivano approssimativamente 12 milioni di clandestini (unauthorized immigrants), principalmente messicani, salvadoregni, guatemaltechi, filippini. I Nativi Americani, ridotti allo 0,8% della popolazione, sono confinati nelle riserve dove hanno però la possibilità di professare la loro religione e continuare a vivere secondo le proprie tradizioni.

La più recente ondata immigratoria è quella dai paesi latinoamericani e islamici, che ancora non si può dire abbia segnato la cultura statunitense nel suo complesso (per quanto l’Islam si sia diffuso già a partire dagli anni 1930 tra gli afro-americani).

Anche se gli Stati Uniti non hanno mai adottato una lingua ufficiale, l’inglese è di fatto la lingua nazionale. Nel 2003, circa 215 milioni, ossia l’82 per cento della popolazione in età scolare, parlava a casa solo inglese. Oltre all’inglese le lingue parlate in casa più diffuse sono: lo spagnolo, utilizzato da 29,7 milioni; il cinese, da 2,2 milioni; il francese, da 1,4 milioni (con il creolo-francese 1,9 milioni); il tagalog, da 1,3 milioni; il vietnamita, da 1,1 milioni; il tedesco, da 1 milione; l’italiano, da 0,8 milioni. Le lingue autoctone (indiane d’America e Inuit) sono parlate da meno dello 0,5% della popolazione. L’inglese è adottato in tutti gli atti pubblici formali, ma non è ufficiale a livello federale. È ufficiale in 28 dei 50 Stati dell’Unione. Il 18 maggio 2006 il Senato ha approvato una risoluzione con cui si stabilisce che l’inglese è la lingua “comune ed unificatrice degli Stati Uniti”. Per entrare in vigore deve però essere votata anche dalla Camera dei Rappresentanti e anche essere approvata dal Presidente, che ha diritto di veto.

Le religioni professate:

- Cristiani 81,1% – di cui: Protestanti 50,4%, Battisti 17,2%, Metodisti 7,2%, Luterani 4,9%, Pentecostali 3,3%, Presbiteriani 2,8%, Discepoli di Cristo 1,3%, Congregazionalisti 0,7%, Avventisti 0,4%, Evangelici, e altri protestanti 11,4%, Cattolici 25,9%, Anglicani 1,8%, Mormoni 1,4%, Testimoni di Geova 0,7%, Ortodossi 0,3%, Altri Cristiani 1,9%
– Ebrei 1,4%
– Musulmani 0.6%
– Buddhisti 0.5%
– Induisti 0.4%
– Altro 1,0%
– Atei e Agnostici 15,0%


IMMIGRAZIONE IN ITALIA

Secondo una ricerca diffusa dall’Istat, gli immigrati in Italia rappresentano oggi il 6,5% della popolazione residente; all’inizio del 2008 erano il 5,8%. Su tutti i residenti con la cittadinanza straniera, quasi 519.000 sono nati in Italia, vale a dire il 13,3% degli stranieri presenti nel nostro paese. Nel 2008, i nuovi nati figli di immigrati sono stati 72.472.

Gli italiani hanno una percezione distorta dell’entità dell’immigrazione, temono i clandestini, ma darebbero più diritti, compreso quello di voto, ai regolari. E non sono soddisfatti delle politiche del governo sugli stranieri.

È la fotografia scattata all’inizio di settembre da  “Transatlantic Trends: Immigration 2009”, che analizza la posizione dell’opinione pubblica in relazione a varie tematiche legate all’immigrazione negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia, Germania, Italia, Olanda e Spagna. In ogni Paese sono state intervistate telefonicamente un migliaio di persone. Qui di seguito, i risultati principali  in Italia:

- Per il 49% degli intervistati, l’immigrazione è più un problema che un’opportunità. Gli italiani però sovrastimano la presenza di immigrati: credono siano il 23% della popolazione, mentre l’ Istat fissa l’asticella delle presenze al 6,5%.
– Il più grande ostacolo all’integrazione è, secondo il 60% degli intervistati, la discriminazione da parte della società, il 31% punta invece il dito contro la scarsa volontà degli immigrati ad integrarsi.  Quanto al lavoro, il 74% degli italiani non crede che gli immigrati rubino lavoro agli indigeni e il 57% contesta la tesi che abbasserebbero i salari.
– L’81% è più preoccupato per l’immigrazione clandestina che per quella regolare, e alla domanda se con la clandestinità aumenta anche la criminalità, il 77% risponde di sì. In entrambi i casi, sono le percentuali più alte tra quelle registrate nei Paesi coinvolti nella ricerca.
– Il 71% degli italiani preferisce un’immigrazione permanente a una temporanea, eppure solo il 36% si dice d’accordo con una regolarizzazione. Sul fronte dei diritti, il 57% darebbe agli immigrati gli stessi diritti di partecipazione politica degli indigeni, e l’87% riconoscerebbe loro gli stessi benefici sociali. Anche quest’ultima è una percentuale record.
– Infine, gli italiani bocciano le politiche del governo sull’immigrazione. Il 53% degli intervistati le giudica scarse o molto scarse, solo il 43% sufficienti o buone.

Fonti e documenti:
Stranieri in Italia
Wikipedia
la Repubblica
Europa quotidiano
“Migrantes” Italiani nel mondo
Dati della Caritas: Italia multietnica
Cittadinanza: come funziona in Europa

Ellis Island
German Marshal Fund of the United States (in inglese)
Il rapporto Transatlantic Trends 2009 sull’immigrazione (in inglese)


Transatlantic Trends: Immigration 2009 è realizzato dal German Marshall Fund of the United States (GMF), dalla Lynde and Harry Bradley Foundation (USA), della Compagnia di San Paolo e del Barrow Cadbury Trust (UK) in collaborazione con la Fundación BBVA.

VEDI ANCHE IL MIO POST:
Ellis Island, l’isola delle lacrime, novembre 2008

Appunti su emigrazione e immigrazioneultima modifica: 2009-12-07T17:52:00+00:00da paginecorsare

4 pensieri su “Appunti su emigrazione e immigrazione

  1. Ciao Angela.
    Anche a me l’argomento mi tocca “da vicino” visto che ho 3 cugini emigrati in Australia dopo aver lasciato la loro città natale, Napoli, 20 anni fa. Sono “fuggiti” da un’esistenza di incertezze e, oggi, parlano del Paese in cui vivono sempre con immenso entusiasmo. Peraltro, sono dei riuscitissimi gestori di uno dei tanti ristoranti italiani che si trovano in quel paese e di ritornare in Italia, non se lo sognano proprio. Per giunta, tralascio di dirti cosa pensano di noi, in questo momento… e sono italiani!!! Inotre, ho 3 zii emigrati al “nord”, sempre per gli stessi motivi: mancanza di un futuro certo. Infine, i miei genitori, sempre originari di Napoli, oggi vivono a Roma, città in cui sono “emigrati” 60 anni fa.

    Capirai, quindi, che quando sento parlare con “riprorevole” superficialità di immigrazione, come si fa oggi, ho qualche difficoltà a mantenere la calma.

    Credo che l’America potrebbe insegnarci molto, ammesso che questo nostro popolo di connazionali riuscisse ad esercitare più spesso la “memoria” o a leggere la storia. E’ incredibile, come anche tu hai sottolineato, il modo in cui certe espressioni o situazioni, se elimini i riferimenti storici o dei luoghi in cui accaddero, sembrano le stesse che caratterizzano il dibattito oggi nel nostro Paese. Eppure, sono passati centinaia di anni.

    Purtroppo, credo che per noi la strada sarà ancora lunga. La politica, quella attuale soprattutto, è propensa ad assecondare gli “umori” della piazza più che affrontare i problemi nelle loro complessità gestionali.

    Ho voluto iniziare un percorso di riflessione che, a tappe, arriverà anche a formulare delle proposte sia sulle problematiche di gestione dell’immigrazione sia su quelle di integrazione. Quelle che vorrei sentire pronunciate anche da qualche politico… se non si chiede troppo!!

    Purtroppo, ed è quello che stò esaminando in questo momento, è sulle “paure” che bisogna lavorare molto, se si vuole superare lo scoglio della diffidenza, quando non della xenofobia.

    Ti ringrazio ancora per questo approfondito post che spero venga letto da più persone… oggi c’è necessità di pensieri nuovi, come l’ossigeno!!!

    Ti auguro una buona notte e ciao.

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