Carmen, di Georges Bizet

Carmen, di Georges Bizet
Teatro alla scala, 7 dicembre 2009
DEDICATO A ROSSOMOLESKINE

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Carmen, il 7 dicembre scorso ha aperto la stagione operistica della Scala. Personalmente, non ringrazierò mai abbastanza RadioTreRai che trasmette da anni in diretta audio l’evento, così come trasmette in diretta concerti e opere da una miriade di Paesi del mondo. Dopo che  mi ero adeguatamente preparata, come faccio sempre in questi casi con dischi, videocassette e libretto dell’opera, ho potuto dunque ascoltare dal vivo questo capolavoro con un apparato stereofonico che ha reso casa mia una sorta di auditorium (non sanno, tutti i vicini “fuori-casa-a-fare-il-ponte”, quale ineguagliabile favore mi abbia fatto la loro assenza collettiva…).

Dipendendo esclusivamente dall’ascolto, non ho potuto comprendere il dissenso dei loggionisti per una regia (quella di Emma Dante) che non ho potuto vedere, e per questo lascio la parola a un critico musicale e teatrale di tutto rispetto qual è Gianfranco Capitta (riproduco qui di seguito il suo articolo apparso sul “manifesto” il 9 dicembre). Ma ho potuto apprezzare appieno le due voci principali del capolavoro di Bizet: Carmen, interpretata da una magnifica – e debuttante, a soli venticinque anni – Anita Rachvelishvili e il tenore Jonas Kaufman, capace di dare alla sua voce colori incredibilmente dolci (La fleur que tu m’avais jetée) e altrettanto incredibilmente aspri e drammatici (Vous pouvez m’arrêter… c’est moi qui l’ai tuée).

Tra i detrattori di Emma Dante, regista teatrale di questa edizione scaligera, c’è Franco Zeffirelli (poteva mancare, tra i numerosi clerico-berluscones presenti, un vecchio trombone?, specie per compensare degnamente l’assenza di Sandro Bondi…) che ha commentato così: ”Io credo nel diavolo e ieri sera alla Scala ho visto in scena proprio il diavolo”. E ha aggiunto: ”Quello spettacolo è il frutto di una scelta sbagliata, pericolosa soprattutto per i giovani. Immaginiamo un ragazzino che non è mai stato all’opera e va alla Scala, meraviglioso scrigno di bellezza, per vedere quella Carmen. Cosa succede? Vive un conflitto tra una musica bellissima e una messa in scena molto brutta”. Ancora Zeffirelli aggiunge, su Emma Dante: ”E’ una donna irresponsabile, frutto di una cultura sbagliata, autrice di costumi brutti che non si vedono neppure in un teatro di provincia e coadiuvata da uno scenografo indegno (Richard Peduzzi, ndr). […] Questa signora ha trasformato Carmen in un demonio, dimostrando di non conoscere la letteratura ottocentesca, che è piena di donne che si ribellano allo strapotere maschile, senza per questo essere dei diavoli”. Neppure un dubbio coglie questo solone in sedicesimo che il ragazzino di cui sopra possa apprezzare la storia di un amore che si evolve in tragedia – resa realistica anche dai gesti degli interpreti -, piuttosto che oleografica, banalmente folcloristica e stantia – tutta mantiglie, ventagli e nacchere – così come lui la intende da sempre?

P
er quanto mi riguarda, commento soltanto che una sola volta ho visto un’opera alla Scala con la regia teatrale di Franco Zeffirelli (dei film diretti da quel regista dico soltanto che, secondo me, sono una sequela insopportabile di conformismo iconografico estetizzante, improponibilmente agiografiche). Vidi, appunto con la regia di Zeffirelli, Cavalleria rusticana, ridotta a una interminabile processione religiosa con santi e madonne talmente sovrabbondanti da intasare letteralmente il pur ampio palcoscenico della Scala: una visione mistica che cancellava il senso stesso della storia
narrata (di amore, gelosia e morte violenta), ispirata a una novella del “verista” Giovanni Verga. Rimasi in sala soltanto perché Don José, l’interprete principale (1988), era Placido Domingo…

Propongo qui di seguito due filmati che illustrano egregiamente due momenti dell’opera proposta il 7 dicembre alla Scala, nonché l’articolo di Gianfranco Capitta.

La fleur que tu m’avais jetée, Don José, atto II


Finale, atto IV

«Carmen», cuore del mediterraneo
di Gianfranco Capitta
“il manifesto”, 9 dicembre 2009

La Scala apre la stagione con uno spettacolo denso e grandioso, grazie alla direzione musicale di Daniel Barenboim e alla regia di Emma Dante. Che costruisce un’opera piena di meraviglie in un complesso paesaggio del sud. Una rivelazione la protagonista, la cantante georgiana Anita Rachvelishvili, insieme al tenore Jonas Kaufman

A voler cominciare dalla «fine», quei buu buu che rivolti alla regista Emma Dante cercavano di contrastare il trionfo della Carmen appena andata in scena, suonavano dolorosamente patetici. Va bene che il loggione ha fatto da sempre «colore» alla Scala, ma l’altra sera questo suonava particolarmente amaro, quasi autolesionista, perché sembrava condannare gli autori di quel dissenso, per altro del tutto lecito, a una nostalgia senza ritorno. O al fatto che l’opera debba davvero essere condannata, dai tagli governativi allo spettacolo, a puro reperto residuale, da imbandire «allegramente» solo nelle case di riposo per artisti del passato. Una sensazione rafforzata, il giorno dopo, dalle vibranti parole di condanna da parte di Franco Zeffirelli, appunto.

Non a caso, in quelle stesse ore, a protestare con rumorose «armonie» fuori del teatro, stavano, numerosi e schierati, orchestrali e maestranze di altri enti lirici, e bersagli privilegiati dei loro motti erano il ministro Bondi (trattenuto da qualche poetico motivo lontano dal teatro) e il presidente dei sovrintendenti lirici Marco Tutino. Erano scatenati i lavoratori dell’opera, quasi più dei «licenziandi» dell’Alfa di Arese e di Pomigliano d’Arco che pure avevano visto entrare il loro presidente John John dal collo di cigno (in competizione con un altro cigno di verde vestito, la sindaca Moratti, che continuava ad applaudire compunta). Curiosamente, all’ultimo momento è saltato l’annunciato minuto di silenzio contro i tagli allo spettacolo.

Ma per tornare al palcoscenico, bisogna invece complimentarsi con Emma Dante, per il grande lavoro compiuto. Grazie a cantanti straordinari nella voce e nella disponibilità a prestarsi allo spettacolo, e grazie all’intesa con la direzione musicale di Daniel Barenboim, l’artista siciliana porta con sé trenta attori di sua fiducia, e costruisce un grande spettacolo. Pieno di fascino ma anche di senso, di meraviglie narrative ma anche di squarci sconvolgenti che riguardano oggi noi: il pubblico dei fortunati presenti in sala, ma ancor più un paese dai ruoli incerti e dalle sicurezze pressoché nulle. Perché Emma Dante, lavorando sull’idea molto semplice di chi fosse il destinatario oggi di quella che Peter Brook definì «la tragedie de Carmen», ha smorzato la cartolina illustrata disegnata da Bizet per il pubblico del secondo impero e dell’Opéra comique. Via mantille e ventagli, nacchere e rose tra le labbra. Se come ha giustamente affermato Barenboim, la Habanera viene dall’Avana, ci sono i Caraibi, e quindi l’Africa, alle spalle di quella spagnoleria della vulgata «colonialista» di Bizet.

Ecco allora che quella Andalusia di maniera, diventa senza traumi il sud del mondo, il cui epicentro culturale può stare in Sicilia come in Sardegna. E lo spettacolo denso e grandioso della Scala sembra quasi la visione in 70 mm ma intima del Pensiero meridiano del filosofo Cassano.

Carmen, di Georges Bizetultima modifica: 2009-12-16T14:10:00+00:00da paginecorsare
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Un pensiero su “Carmen, di Georges Bizet

  1. Dirigere una Carmen è cosa pericolosa e complessa. Ma la colpa non è degli altri.
    (rido)
    Ciccia, sono giorni che mi riprometto di passare a salutare te, e gli altri. Ma a quanto pare il tempo mi morde il collo e se provo a fuggire affonda i denti ancor di più.
    Ti lascio un saluto e un abbraccio, ringraziandoti della dedica ed anche di avermi avvisata. Sei sempre molto gentile. Scusa se passo poco, ma davvero non sempre dipende dalla mia volontà ! Un bacio a schiocco sulla guancia, a presto carissima Angela.

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