Daniele Luttazzi a “RAI per una notte”

Daniele Luttazzi
a “RAI per una notte”

“Odiare i mascalzoni è cosa nobile”
Marcus Fabius Quintilianus
Calagurris, 35 – Roma, 96

Chi conosce le opere di Pier Paolo Pasolini sa anche che tra i suoi ultimi lavori c’è il film Salò o le 120 giornate di Sodoma, che ha sollevato polemiche e critiche a non finire. Dopo l’assassinio di Pasolini, e mentre si presentava in Francia e in altri paesi la sua ultima pellicola cinematografica, in Italia Salò fu sequestrato e si liberò dalle pastoie della censura soltanto un anno più tardi. Vediamone in breve i tratti salienti: Salò è una rappresentazione del potere e dei suoi aspetti più truci (Pasolini si ispirò a De Sade, ma non casualmente ambientò il film all’epoca dei repubblichini di Salò); è anche una denuncia feroce del consumismo, cioè della realtà dell’epoca in cui Pasolini viveva: nel film viene riferito anche al consumo dei corpi dei ragazzi e ragazze vittime dei “Quattro Signori” (rappresentanti di tutti i poteri della dittatura morente: quello nobiliare, quello ecclesiastico, quello giudiziario e quello economico) – e ai suoi effetti perversi. In Salò, il sesso è visto come violenza e metafora del potere; la sodomia è il simbolo per eccellenza del potere di un uomo su un altro uomo. Un’altra delle metafore che Pasolini utilizzò in Salò, è quella della merda fatta mangiare ai commensali di una tavolata allestita per un pranzo di nozze. Ora, forse non ce ne siamo accorti, ma siamo stati progressivamente educati a non accorgerci neppure più di che ciò che mettiamo sotto i denti, che spesso non ha nulla da invidiare a veri e propri escrementi. In un’intervista Pasolini dichiarò:

Ognuno odia il potere che subisce. Quindi, io odio con particolare veemenza il potere di oggi, 1975. È un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alle manipolazioni di Himmler o Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono alienanti e falsi. Sono i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti. […] Un vecchio contadino tradizionalista e religioso non consumava delle sciocchezze preconizzate dalla televisione. Bisognava fare in modo che invece le consumasse. In realtà, i produttori costringono i consumatori a mangiare merda. Il brodo Knapp è merda! Danno delle cose sofisticate, cattive, le robioline, i formaggini per bambini, tutte cose orrende che sono merda. Se facessi un film su un industriale milanese che produce biscotti, li reclamizzassi e li facessi mangiare a dei consumatori, verrebbe fuori un film terribile, sull’inquinamento, la sofisticazione, l’olio fatto con le ossa delle carogne. […]”

Penso a questo punto che per parlare di Daniele Luttazzi fosse giocoforza che accennassi a Salò di Pasolini. Perché la genialità di Luttazzi è consistita proprio nella metafora, con assonanze molto vicine a quelle spesso utilizzate dall’autore di Salò e di Petrolio.

Luttazzi non si è limitato a presentare e a mimare la “sodomizzazione in tre fasi” che dapprima un soggetto propone e che poi viene richiesta prepotentemente dalla stessa vittima sodomizzata per una sorta di esasperato masochismo. La forza di quella metafora, e anche delle parole usate senza reticenze e senza ipocrisie, stava infatti nelle argomentazioni che Luttazzi ha sviluppato, che hanno reso il suo intervento una vera e propria critica politica, condotta se non con le “armi della poesia” di pasoliniana memoria, con quelle della satira.

Luttazzi si chiede come Berlusconi possa godere di un consenso così ampio, “non importa che la sua politica reazionaria e classista tagli i salari e gli investimenti, distrugga la scuola, la sanità, la ricerca, l’ambiente […] Non importa il disprezzo della Costituzione, del Parlamento, della divisione dei poteri […] Non importa che un affarista senza scrupoli metta a disposizione delle sue aziende e dei suoi problemi con la giustizia l’intera macchina dello Stato”. Luttazzi spiega tutto questo con una metafora sessuale, aggiungendo che si possono individuare tre motivi rispetto al comportamento degli italiani:

– il primo motivo corrisponde alla prima fase (pressione costante): Berlusconi aveva un progetto, e ha impiegato tutti i mezzi, leciti e non, per portarlo avanti;
– il secondo motivo corrisponde alla seconda fase (non c’è più resistenza) e riguarda la mediocrità dell’opposizione e il servilismo di certi giornalisti;
– il terzo motivo corrisponde alla terza fase (orgasmo da sottomissione): si riferisce in particolare al carattere degli italiani.

Continua Luttazzi: “L’Italia con Berlusconi è in questa terza fase – ah… ah… sìiii… sìiii… ma attento ai capelli…” – e Luttazzi lo dice con le parole di Saccà a Berlusconi: “Presidente, lei è amato proprio nel paese… guardi, glielo dico senza nessuna piaggeria… c’è un vuoto, c’è un vuoto che lei riempie anche emotivamente”. E Berlusconi: “E’ una cosa imbarazzante… ma è bellissima però…”. O per dirla con Innocenti, quello dell’Agcom: “Sì, sì, mi manda a fare in culo ogni tre ore… è bellissimo…

E ancora prosegue il monologo: “Così dopo vent’anni siamo arrivati all’egemonia berlusconiana: lui in questo momento controlla tutto. Come ci è arrivato? Lo sappiamo: prima ha edificato un impero mediatico con fondi neri All Iberian, finanziamenti enormi da banche utilizzate dalla P2, Dell’Utri che fa da cerniera tra la mafia e il gruppo Berlusconi, Previti che gli corrompe un giudice con soldi Fininvest… alcune volte ha dei rimorsi, però pensa ‘quando vinco, tutto passa’. D’altronde, cerchiamo di capirlo: Berlusconi ha bisogno di tutti quei soldi, perché senza tutti quei soldi Silvio Berlusconi sarebbe… Paolo Berlusconi… E poi, attraverso questo impero mediatico si è buttato in politica per farsi leggi ad personam, evitare i processi e chiudere i programmi in Tv che ne parlano”.

La conclusione di Luttazzi è: “L’uso che Minzolini… Come si chiama quell’altro? Masi… No, ma quell’altro… … Berlusconi… hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso”. E aggiunge subito dopo: “Erano otto anni che aspettavo di dirlo!”.


La satira secondo Daniele Luttazzi
[da Wikipedia]

“La satira è anhe un indicatore del grado di democrazia di un paese. La satira dà fastidio ai potenti perché ricorda i fatti e nel commentarli in modo divertente consente allo spettatore di mettere in prospettiva il fatto e quindi di comprenderlo. Di fronte alla mole di notizie, un autore di satira deve saper cogliere quelle rilevanti e separarle da quelle irrilevanti, che è proprio quello che non viene fatto in televisione, perché non si vuole che la gente prenda coscienza di quello che sta capitando”.

Luttazzi ricorda spesso uno dei più grandi autori satirici e giornalisti di tutti i tempi, Karl Kraus, col suo giornale “La Fiaccola” (“Die Fackel”) faceva controcultura nell’epoca nazista. La satira nel commentare i fatti che accadono non risparmia nessuno; “I fatti non sono né di destra né di sinistra e la satira non fa propaganda. In questi anni, invece, la destra ha cercato di far passare come fazioso chiunque esprimesse critiche legittime e oggettive sul suo operato. Attaccare il potere non è attaccare la democrazia, è la democrazia. E chiunque in democrazia ha la sua quota di potere…”.

“Dicono anche che sono fazioso, ma la satira deve essere faziosa. Anche per Cleone, Aristofane era fazioso, perché era vittima dei suoi strali. Alla lunga si è visto che Aristofane aveva ragione.”

È importante distinguere la satira dal semplice sfottò. Lo sfottò è la presa in giro bonaria, la parodia, la caricatura; lo sfottò è reazionario perché alla fine rende simpatico il personaggio preso di mira, come Fiorello con La Russa. La satira invece esprime un punto di vista, su un fatto specifico, fa nomi e cognomi, e impegna personalmente l’autore. “La satira inquieta, semina dubbi. Io non offendo le persone ma i pregiudizi, in primo luogo i miei.”

“La comicità leggera, quella dei giochetti di parole, va benissimo, se però è permessa anche l’altra. Se questo non è possibile, la comicità ‘light’ significa ritirarsi nella torre d’avorio come capitava agli scrittori dell’epoca fascista che si rintanavano nel bello scrivere per evitare di affrontare i problemi veri. Queste cose le abbiamo studiate nei libri di scuola, sembravano lontane, ma oggi le stiamo rivivendo». La televisione ha abituato il gusto degli italiani alla comicità d’evasione, all’umorismo innocuo, allo ‘zucchero filato’; ma “una dieta di solo zucchero filato ti uccide, serve anche il pollo arrosto”.

Come ogni cosa che si occupa delle relazioni tra esseri umani e delle forze che condizionano e modificano questi rapporti, la satira è essenzialmente politica. “Siamo un paese plagiato dal cattolicesimo. Per questo il bersaglio principale è il sesso. Altri tabù sono la Chiesa e la politica. Da noi non si accetta il fatto che la satira sia anti-dogmatica, anti-ideologica e quindi anti religiosa”.

Luttazzi ha ricordato la definizione che ne diede Dario Fo quando venne ospite a Satyricon: “la satira è una forma libera, assoluta del teatro”. In risposta a un consigliere Rai (Mario Landolfi) che aveva dichiarato che “a satira deve deformare non informare” Luttazzi ha più volte replicato “La satira informa, deforma e fa quel cazzo che le pare”. La satira vera si vede dalla reazione che suscita: più cercano di bloccarti, più vuol dire che stai facendo bene il tuo lavoro.

Luttazzi ricorda anche un principio di Mel Brooks: “la satira se non è eccessiva non fa ridere”. È sbagliato parlare di volgarità della satira, essa da sempre ha come tecnica (corpo grottesco) la riduzione alla esigenze corporali: mangiare, bere, defecare, urinare, scopare. Chi lancia accuse di volgarità è un ignorante, e dovrebbe leggersi i capolavori del genere: Aristofane, Ruzante, Rabelais, Swift, Sterne, Karl Kraus e Dario Fo.

La satira tende a svalutare e non c’è niente di più svalutante della merda. Luttazzi ama dire che “la merda è per l’autore satirico quello che la pietra filosofale era per l’alchimista. L’autore satirico utilizza l’escremento per arrivare alla grazia dell’arte”.

“La fatica ad accettare la satira c’è sempre stata, ma oggi è più forte che mai. Io credo che le motivazioni siano di due tipi: da una parte c’è il problema della dicotomia anima-corpo, vale a dire della non accettazione della componente corporea, di tutto ciò che è espressione del corpo e che viene dalla nostra cultura sempre censurato; d’altra parte credo che ciò a cui stiamo assistendo in questi tempi sia un progressivo ridursi della competenza del pubblico in quanto tale.”

Il gusto per la satira si acquisisce in età adulta, e non può piacere ai bambini. “La satira è un gusto a cui devi essere educato, non apprezzi subito la satira, specie se la tua mente è bloccata da ideologie varie; le battute ti spiazzano e mettono in discussione le cose nelle quali hai creduto sempre. La satira fa questo e se non sei adulto non sei portato a tollerare, ad accettare la cosa. Qualche persona a teatro si alza e se ne va.”

“La satira è una forma libera del teatro, la sua forza sta nell’esplorare la contraddizione umana”. “La gente ride di una battuta satirica perché contiene un nocciolo di verità umana che mette in mostra una contraddizione, che fa venire un dubbio.” “La satira ha sicuramente una funzione di provocazione intellettuale e psicologica, di disagio che non ti lascia completamente tranquillo. Dopo il momentaneo divertimento, la fulminea risata, c’è e rimane la riflessione sul messaggio, sul fatto che hai grottescamente messo in evidenza; colpire l’emotività per mettere in funzione il cervello.”

Se nel mondo la comicità ha fatto passi da gigante, nella tv italiana non è così: secondo Luttazzi quasi tutti i comici televisivi italiani si rifanno alla comicità di Totò, mentre “pochissimi ricordano l’umorismo che venne espresso da riviste come il “Bertoldo” o da umoristi come Marcello Marchesi, Leo Longanesi, Ennio Flaiano.”

Daniele Luttazzi a “RAI per una notte”ultima modifica: 2010-03-29T08:59:00+00:00da paginecorsare
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5 pensieri su “Daniele Luttazzi a “RAI per una notte”

  1. Anch’io ho apprezzato l’intervento di Luttazzi. Mi stupisce la gente che si scandalizza per la volgarità del monologo scrivendo, per esempio, a La Repubblica. Vuol dire praticamente essersi soffermati su un aspetto e non aver colto il resto. Luttazzi usa la volgarità come la usava Bill Hicks (a cui Luttazzi deve molto), e la sua satira è tagliente, fa male, smuove e si fa criticare. Scandalizza proprio perché vuole far riflettere. Ed è giusto così.

  2. … se guardo un’altra volta il video dell’intervento di Luttazzi, giuro che mi devono ricoverare!! Sono assalito dalle risate (pur dicendo cose tragiche!!) al punto da sentirmi male!!!

    In attesa dei “risultati”, ti auguro una buona giornata e ti lascio un saluto!! Ciao Angela!!

  3. Ciao Angela… mi dispiace per il tuo stato di salute. Avevo capito qualcosa da alcuni tuoi commenti ma speravo non in questi termini!! Spero in un tuo recupero veloce… te lo auguro di cuore!! Ti auguro anche una serata serena e a presto!!

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