Una storia sbagliata

Una storia sbagliata
È quella riguardante il delitto Pasolini
con il quale si mise definitivamente a tacere
una voce altamente critica del malaffare del Palazzo

Come molti probabilmente sapranno, sulla vicenda di Pier Paolo Pasolini – scrittore e regista italiano assassinato il 2 novembre 1975 da un “ragazzo di vita”, Pino Pelosi, che pare uscito dal primo dei suoi romanzi – non vi è stata mai chiarezza. Le indagini allora effettuate furono frettolose, carenti e in qualche caso depistanti. Furono ignorati dalla polizia e dal Tribunale alcuni indizi fondamentali (come la presenza di un maglione e di un plantare nell’auto di Pasolini non appartenenti né a Pasolini né a Pelosi), non vennero ammesse testimonianze come quella di Sergio Citti (regista e amico di Pasolini) che aveva girato un filmato, a poche ore dal delitto, sul luogo in cui Pasolini fu ucciso, e quella di Silvio Parrello che aveva raccolto testimonianze e dichiarazioni nel quartiere di Monteverde a Roma. Si giunse a una sentenza di primo grado (26 aprile 1976) che dichiarando Pino Pelosi “colpevole del delitto in concorso con altri rimasti ignoti”, condannò il Pelosi a poco più di nove anni di carcere. Ma nel processo di appello (4 dicembre 1976) la sentenza individuò il colpevole nel solo Pelosi, escludendo la partecipazione di altre persone. La cassazione confermò tale sentenza.

Negli anni successivi, su iniziative di Sergio Citti e di Laura Betti (attrice prediletta di Pasolini e fondatrice all’inizio degli anni ottanta del Fondo Pasolini che ha costituito nel tempo il più ampio archivio esistente relativo allo scrittore) fu richiesto due volte – purtroppo senza esito – che si riaprissero indagini e si tenesse conto di testimonianze ignorate in precedenza.

Successivamente, nel 2005, Pino Pelosi si presentò alla trasmissione “Ombre sul giallo” di Rai Tre e dichiarò di avere scontato una pena ingiusta poiché non era colpevole dell’omicidio dello scrittore: a commetterlo erano state altre cinque persone di cui però non fece i nomi. Aveva taciuto al processo – e fino a quel momento – poiché vi erano state minacce di morte nei confronti dei propri familiari (nel frattempo deceduti) se avesse parlato. Venne richiesta alla Procura romana la riapertura di indagini nel corso delle quali, però, non furono presi in considerazione né il filmato di Citti né la testimonianza di Parrello: dopo quattro mesi l’inchiesta della Procura era già chiusa.

Ora, a distanza di trentacinque anni – e dopo la pubblicazione di alcuni libri che formulano nuove ipotesi  a partire dall’ultimo romanzo di Pasolini, Petrolio, rimasto incompiuto alla morte dello scrittore e edito soltanto nel 1992 da Einaudi – una nuova richiesta è stata formulata alla Procura di Roma dall’avvocato Stefano Maccioni con la criminologa Simona Ruffini: sostanzialmente si richiede l’accoglimento di alcune testimonianze e l’effettuazione di prove scientifiche (oggi possibili da parte dei Ris) sugli indumenti e oggetti relativi al delitto Pasolini raccolti al Museo di criminologia di Roma. La richiesta è stata accolta e il Pm Francesco Minisci della Procura di Roma ha iniziato le audizioni dei testimoni, il primo dei quali è stato Silvio Parrello. Quest’ultimo ha riferito anche alla trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” del 19 aprile una sintesi degli elementi da lui rintracciati e riferiti alla Procura di Roma. Qui di seguito – e grazie all’aiuto di Bruno che ancora ringrazio di cuore – la parte (in due filmati) della trasmissione citata dedicata al “caso Pasolini”.

“CHI L’HA VISTO?” – PRIMA PARTE

“CHI L’HA VISTO?” – SECONDA PARTE


Fin dall’epoca del processo (e avendone letto gli atti), non ho avuto mai alcun dubbio sul concorso di altre persone oltre a Pelosi nell’assassinio di Pasolini, avendo ben presente ciò che era stato sentenziato dai giudici in base alle risultanze (deposizioni, perizie) del processo di primo grado. E gran parte dei commentatori condivide questa convinzione. Ma vi è stata, alla metà di quei tormentati anni settanta, anche un’urgenza tutta politica di compiere indagini approssimative e lacunose, di accelerare le conclusioni dei tre gradi di giudizio visto che l’identità della vittima non consentiva in questo caso insabbiamenti clamorosi, quali quelli toccati ad altre vicende in quell’epoca. Per esempio, nella relazione del magistrato Vincenzo Calia (che dal 1993 al 2004 ha condotto indagini sulla morte di Mattei e sulla scomparsa di Mauro De Mauro) a un certo punto si accenna a una riunione alla quale avevano partecipato i vertici dei servizi segreti e i responsabili della polizia giudiziaria palermitana in cui fu impartito l’ordine di “annacquare” le indagini: non credo proprio che tale pratica fosse una specifica prerogativa della polizia palermitana. Purtroppo, nella storia dei “misteri d’Italia”, il ricorso ad annacquamenti e depistaggi è stato ed è all’ordine del giorno, così come gli omissis di responsabili e funzionari dello Stato. Basterebbe dare qualche occhiata a documenti dell’autorità giudiziaria e inquirente relativi a stragi come quelle di Milano, di Brescia, di Bologna.

Anche il riscontro sull’identità biologica degli aggressori di Pier Paolo Pasolini è ora possibile, come ho già accennato, grazie alle nuove tecniche di indagine che fanno capo ai RIS (Reparti Indagini Scientifiche) dei carabinieri e dunque gli elementi a disposizione dei Pubblici ministeri sono oggi molto più solidi di quelli di cui disponevano in procedimenti precedenti. E aggiungo che poiché Pelosi ha fatto alcuni nomi, mentitore o meno che sia, non si può prescindere dalla riapertura delle indagini se solo si tiene conto dei nuovi elementi che comunque le sue dichiarazioni hanno fatto emergere.

Nuove indagini, per esempio, oltre a ricercare eventuali riscontri a ciò che oggi dichiara Pelosi, potrebbero considerare il fatto che nel suo Petrolio lo scrittore, oltre a svolgere una vera e propria “autopsia” dei rapporti e collusioni di alcuni poteri, si riferisca al caso Mattei, indicando in Eugenio Cefis il responsabile ultimo della morte del Presidente dell’ENI, circostanza dichiarata in Petrolio, messa in evidenza da Vincenzo Calia e del tutto sconosciuta allorché lo scrittore veniva assassinato. Ricordo che Petrolio è stato pubblicato nel 1992, diciassette anni dopo la morte del suo autore, verosimilmente “depurato” di un intero capitolo, “Lampi sull’ENI” (che era letteralmente scomparso e del cui “ritrovamento” si è dichiarato autore il senatore Marcello Dell’Utri lo scorso 2 marzo, smentendo poi se stesso a distanza di qualche giorno), nel quale probabilmente è da ricercarsi il reale movente del suo assassinio.

È possibile che dopo gli interventi sulla stampa (gli articoli sul “Corriere della Sera” poi raccolti nei volumi Scritti corsarie Lettere luterane) e la scrittura di Petrolio, stesse diventando troppo rischioso per qualcuno lasciare che la voce di Pasolini si esprimesse ancora. Qualcosa di molto simile al caso della sparizione del giornalista Mauro De Mauro che era risalito agli autori e ai moventi dell’assassinio di Enrico Mattei. In ogni caso si potrebbe anzitutto accertare definitivamente che l’omicidio fu compiuto da più soggetti in concorso tra loro. E se sarà provato che l’assassinio avvenne per mano di più persone sarà inevitabile, a mio parere, che le nuove indagini si addentrino nel campo minato di motivazioni e mandanti del delitto, fascisti, malavitosi o politici che fossero.

Alcuni, anche tra coloro che furono vicinissimi a Pasolini, desidererebbero probabilmente che la si smettesse di sondare il passato, forse perché temono, in fondo, che venga di nuovo disturbata la loro stessa esistenza (è il caso dei parenti più stretti dello scrittore); altri insistono ancora a ridurre semplicemente la truce esecuzione di Pasolini a “delitto tra omosessuali”.

Sono compartecipe dell’angoscia che coglie nel ritornare a parlare della morte atroce dello scrittore, ma lui è stato anche uomo pubblico, la cui opera appartiene all’intera umanità e da molti è amata come un bene prezioso, così come è amato il loro autore, quasi fosse un fratello, un amico, un maestro sulla cui tragica morte continuano a gravare dubbi, equivoci, incertezze. Sono convinta che chi ama disinteressatamente Pasolini e la grande eredità intellettuale di cui – con la sua poesia, le sue analisi sociopolitiche, i suoi romanzi, i suoi film e i suoi lavori teatrali – egli ha fatto dono a tutti noi, ha anche diritto, a mio parere e se vi è una qualsiasi possibilità, di conoscere la verità sul suo assassinio.

Per approfondire:

Nuove indagini – 2009 – 1/4
2 novembre 2009
“Lampi sull’ENI”

Una storia sbagliataultima modifica: 2010-04-22T17:01:00+00:00da paginecorsare
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2 pensieri su “Una storia sbagliata

  1. Ciao Angela… è arduo seguire il filo logico di 35 anni di silenzio e depistaggi anche se appare evidente che l’omicidio di Pasolini nasconde verità che con quella riconosciuta con la condanna di Pelosi, non hanno nulla a che fare!!

    Riusciremo, con la riapertura delle indagini, a sapere cosa veramente successe o saranno necessari altri 35 anni??

    Buon fine settimana a te e un saluto!!

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