La mafia, i telefoni, il bavaglio – 2

La mafia, i telefoni e il bavaglio
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Ecco perché Obama vuol sapere

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Diciotto anni fa, quando venne ammazzato Giovanni Falcone, i telefoni cellulari erano degli aggeggi grossi, rudimentali, dal funzionamento poco conosciuto e ancora poco diffusi. Il commando di Cosa Nostra che aspettò dal casotto dell’Enel di Capaci il corteo di macchine del giudice e della moglie telefonò parecchio, aspettando di azionare l’esplosivo. Furono individuati soprattutto per quel motivo: con un’iniziativa che poteva sembrare impossibile, ma che funzionò, tutto il traffico telefonico di quelle ore da e per Palermo fu schedato e analizzato, con risultati memorabili che portarono nel giro di un anno agli arresti del commando. Tutto sembrava risolto, o meglio quasi tutto: restavano alcune telefonate in Italia e in America ad utenti impossibili da rintracciare. Poi ci fu la bomba di via D’Amelio contro Paolo Borsellino e di nuovo i telefoni fecero la loro parte: «inquietanti» tabulati legavano uomini della mafia a utenze dei servizi segreti. Erano gli ultimi mesi della Prima Repubblica, quella strana cosa che un quarto della popolazione italiana non ricorda perché non aveva ancora l’età della ragione e di cui ora sente parlare come di fatti strani, muggiti e sospiri, che sembrano provenire da un mondo preistorico: carabinieri che trattarono con Cosa Nostra, nuovi patti politici da assicurare, Falcone e Borsellino uccisi perché troppo vicini alla verità e al potere. Un tipico modo italiano di passare il tempo.

Ma non credo fosse mai successo che membri del governo di Washington si esprimessero così francamente nei confronti del governo italiano deciso ad intervenire sui metodi di indagine antimafia attuato con i telefoni. Hanno detto, in pratica: se voi attuate queste vostre intenzioni, danneggiate anche noi e la nostra azione contro il crimine organizzato. Argomenti del genere sono stati usati nel recente passato contro i governi del Messico, del Venezuela, della Colombia, ma mai nei confronti di un paese europeo. Perché lo hanno fatto? Sicuramente perché all’Fbi si ricordano ancora di Giovanni Falcone che li aiutò non poco a stroncare l’importazione di eroina dalla Sicilia negli Stati Uniti; sicuramente si ricordano di quel Tommaso Buscetta che nel 1984 (otto anni prima delle rivelazioni italiane) raccontò all’Fbi che Giulio Andreotti era il referente politico di Cosa Nostra; e forse anche perché vedono – con sorpresa – un governo europeo adottare leggi che vanno solo ad oggettivo vantaggio delle mafie. E per quanto riguarda l’Italia non capiscono perché il nostro governo passi il suo tempo ad insultare il presidente Barack Obama, un oscuro dirigente di nome Bertolaso si diverta ad insultare l’ex presidente Clinton e il presidente del Consiglio abbia legami così stretti con Putin. Dal loro punto di vista, tutto ciò è molto strano, ma si sa che loro non conoscono le nostre finezze e il nostro modo di giocare al gioco del potere. Nella storia della mafia siciliana in America – una storia potente, che è arrivata anche a bussare alle porte del potere politico – alcune cose giocavano a suo favore, nel grande mercato: la famiglia, la violenza, la determinazione ad emergere, la capacità di destinare una bella fetta degli alti profitti del crimine per corrompere poliziotti, politici e giudici.

Ma c’erano anche due cose che non funzionavano nel modello: il tradimento possibile di un membro della famiglia stessa e l’uso incauto del telefono. Gli infami si cercava di ucciderli prima che testimoniassero, ma il telefono (ovvero la parola che ti può fare impiccare) era una croce quotidiana, a partire da quelli a gettone all’angolo della strada. Un tallone d’Achille, che la polizia peraltro poteva utilizzare a costi veramente bassi: una chiavetta e degli impiegati che ascoltano, esperti di dialetto. Poi vennero le microspie e con loro le bonifiche elettroniche, l’infiltrato con il microfono incerottato sulla pelle, le cimici sempre più piccole, le microcamere grandi come un bottoncino, le Sim che conservano ogni bava di memoria e i siciliani in America vennero ridotti all’angolo persino nello smaltimento di rifiuti nel New Jersey, che era il loro feudo.

A diciotto anni dall’uccisione di Falcone e Borsellino, senza neanche troppi eufemismi, i magistrati ci dicono che le cose non andarono come noi pensavamo. In pratica, ci spiegano che gli uccisori furono solo la manovalanza che agì per conto di altri. Ed è una storia fatta di pentiti e di intercettazioni e – specificità italiana – di ricatti, di mezze parole, di carte che ricompaiono dopo vent’anni, di trattative che chissà se sono andate a buon fine o se fallirono fin dall’inizio.

Viviamo non tanto senza sapere dove andremo, ma piuttosto da dove veniamo. Il governo fa quello che fanno i gendarmi di fronte alla folla di curiosi che si presenta sulla scena di un delitto: “Via, via, circolare, non c’è niente da vedere”, poi mettono le transenne e chiamano rinforzi. Il presidente del Consiglio non va alle commemorazioni di Falcone, se ne guarda bene: il tema, d’altra parte, non gli è mai interessato. Altri membri del governo lodano l’integrità del magistrato ucciso. Lui si che era bravo e rispettoso. Ah già, è morto.

Tra pochi giorni in parlamento metteranno in votazione il bavaglio. Non si ascolta la gente per bene per telefono, non si deve violare la privacy, anche se si tratta di un mafioso; che poi non si sa se è un mafioso o non per caso un’ottima persona (anzi, può darsi che sia le due cose insieme). Non si deve scrivere niente di processi in corso, se no galera e multe da portare al fallimento i giornali. Non si possono intercettare i politici. Si possono intercettare i preti solo col premesso scritto del vescovo. Se si sente qualcosa di sconveniente, bisogna distruggere subito tutto. La televisione non deve parlare di mafia, perché facciamo brutta figura all’estero. Gli scrittori sono invitati a occuparsi d’altro. Dice Berlusconi: per me Vittorio Mangano è un eroe, perché non ha parlato e i magistrati lo torturavano perché parlasse e mi mettesse nei guai. E va bene, sia lode all’eroe. Ma, sorge un dubbio: che cosa avrebbe dovuto dire, sotto tortura, il vecchio stalliere?

Un caso è molto citato dai sostenitori del bavaglio e della privacy: quello del finanziere Stefano Ricucci che al telefono diceva “ma che me frega, io stasera mi faccio Anna Falchi” e la cui esternazione telefonica venne pubblicata dai giornali. Terribile. Chissà che trauma. Ma non era scritto su tutti i rotocalchi che stavano insieme?

[Fonte: “l’Unità” 24 maggio 2010 – Enrico Deaglio – La foto in testa al post si riferisce alla manifestazione per la Libertà di Stampa dell’ottobre 2009]

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“Ospiteremo ciò che sarà vietato”
Rsf: sul nostro sito gli atti illegali in Italia.

Un segnale al governo
di Steefano Citati
“il Fatto Quotidiano” 23 maggio 2010

Siamo pronti: non appena il disegno di legge sulle intercettazioni sarà approvato lì da voi, il nostro sito sarà disponibile ad accogliere tutti quei documenti che non saranno più legali da voi. Così saranno disponibili e si potranno consultare anche dall’Italia i contenuti proibiti. È un aiuto e un servizio che troviamo giusto e ci fa piacere fare, anche per i nostri confrères italiani, i nostri colleghi che si trovano sempre più in difficoltà. Ed è inoltre un’iniziativa che potrebbe anche portare il vostro governo a riflettere e – magari – ad apportare delle modifiche per rendere meno scandalosa questa legge”. Jean François Julliard, segretario generale di Reporters sans frontières conferma da Parigi al “Fatto Quotidiano” la volontà dell’organizzazione internazionale per la difesa della libertà di stampa di aprire il sito rsf.org alla pubblicazione degli atti giudiziari che saranno messi fuorilegge dalle nuove norme stabilite dal governo.

Non temete di aprire un contenzioso legale con la giustizia italiana?
Nessun timore. Siamo curiosi di vedere come può andare. Intanto noi apriamo il sito, come avevamo preannunciato il 3 maggio, in occasione della Giornata mondiale per la libertà di stampa, e poi staremo a vedere le conseguenze. Prima di tutto la pubblicazione su un sito straniero comporterà risposte da parte della vostra giustizia con modi e tempi che non sono scontati. E poi Rsf è pronta ad affrontare le conseguenze anche legali di questo gesto, la cui importanza e valore valgono certo la pena. È una risposta di civiltà nei confronti di una legge che è evidentemente retrograda, stupida, miope e che si dimostrerà controproducente. Non ci possono essere altri giudizi per quello che è un evidente attentato alla libertà di stampa.

Cosa possono fare i giornalisti italiani contro questa minaccia?
I colleghi italiani hanno già fatto molto in questi anni e in questi tempi tutt’altro che facili per i media e per l’indipendenza della loro professione. Molti hanno continuato a lavorare nonostante le difficoltà, e non penso solo a Berlusconi, ma anche e soprattutto alla mafia, alla criminalità organizzata. Certo, l’Italia non può essere paragonata ai paesi per cui Rsf si impegna da tempo e costantemente, come le dittature del Terzo Mondo, ma è vero che nelle nostre classifiche sulla misura delle libertà di stampa e le condizioni di sicurezza e lavoro dei giornalisti il vostro paese occupa ormai stabilmente le posizioni di coda delle nazioni occidentali. Allo stesso tempo l’Italia è rappresentante di un fenomeno negativo europeo: ci
sono paesi – mi vengono in mente la Bulgaria, la Slovacchia, ma anche la “mia” Francia in questi anni di presidenza Sarkozy – dove gli indicatori sulle condizioni che riguardano i media sono in peggioramento e si assiste a un’erosione delle libertà con aggressioni più o meno costanti e gravi.

Quali suggerimenti ha per continuare il contrasto a questa legge e mantenere alta l’attenzione sulla vicenda?
I confrères italiani devono poter contare sull’appoggio dei colleghi europei. Si deve poter creare una fratellanza tra i giornalisti dei diversi paesi europei e sviluppare una sensibilità e solidarietà comune, grazie alla quale il mutuo sostegno in situazioni di difficoltà e critiche per la libertà di stampa sia garantito e automatico. Una rete che permetta di far “illuminare” i casi critici di un paese dai mezzi d’informazione degli altri Stati, in modo da non far mai cadere l’attenzione e “abbandonare” i colleghi in prima linea. In fin dei conti con i nuovi mezzi d’informazione ciò può avvenire rapidamente e in modo capillare, senza che nulla, o quasi, sfugga e venga sottovalutato e si possono usare i media degli altri paesi come uno specchio che rifletta e rimandi la situazione nel paese d’origine. Dandoci una mano l’un l’altro renderemo ben più dura la vita di chi vuole il nostro silenzio.

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La mafia, i telefoni, il bavaglio – 2ultima modifica: 2010-05-25T17:09:00+00:00da paginecorsare
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