Raccapricciante…

Raccapricciante…

vendola ap.jpg“Raccapricciante” è il termine usato martedì sera al Tg3 Linea Notte da Nichi Vendola, contestato da quel buonuomo di Bonaiuti, presente in video in qualità di cane da guardia, com’è d’uopo fedele al padrone. Vendola ha detto quello che ciascuno di noi, se dotato di elementare buonsenso, avrebbe potuto dire a commento delle prime notizie sui contenuti della “manovra” che in quello stesso momento era in discussione a Palazzo Chigi, dove i dipendenti pubblici della sede della presidenza del Consiglio hanno accolto ironicamente Tremonti al grido di “bravo, bravo”.

Ha detto Vendola che si tratta di una manovra raccapricciante, di pura macelleria sociale: si colpiscono cioè, comè usuale ormai, i dipendenti pubblici a reddito fisso che come tutti i lavoratori pagano obbligatoriamente con la loro busta paga tutte le tasse cui sono sottomessi, privandoli per tre anni degli aumenti contrattuali, ancorché questi ultimi fossero già “limati all’osso”, vale a dire ampiamente inadeguati a compensare l’aumento del costo della vita.

Ed è raccapricciante per il presidente della Regione Puglia anche pensare che alle Regioni, attraverso questa manovra, si impedisce di fatto di intervenire su qualsiasi forma di servizio sociale, se non per tagliarli ulteriormente.

Adesso, almeno personalmente, ho capito che cosa significa quell’orrendo “gingle” che utilizzano i nostri governanti – dall’ultimo dei ministri per salire su su fino al presidente del Consiglio: “noi non mettiamo le mani nelle tasche degli italiani”. Be’, se per italiani si intendono i Briatore e tutti i loro compari dai redditi multimilionari, la giaculatoria è appropriata. Evidentemente a tutti gli altri italiani – l’enorme maggioranza che vive dei proventi del proprio lavoro (proventi che in gran parte non superano i 1.200-1.300 euro mensili) – le mani nelle tasche, furtivamente nel senso letterale del termine, le mettono eccome: se nominalmente non vi sarà una tassazione maggiore – esplicita – da parte del governo centrale, vi saranno certamente balzelli di vario tipo che applicheranno Regioni e Comuni per far fronte agli impegni sociali contratti con i cittadini.

Nei prossimi giorni si conosceranno con esattezza tutti i risvolti di questa iniqua manovra architettata da un iniquo governo. Per ora, riporto qui di seguito gli “appunti a caldo” di qualche quotidiano. E invito soprattutto a leggere l’intervista di “Repubblica” a Nichi Vendola: altamente istruttiva.

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“E’ una manovra che mantiene un profilo di iniquità sociale”, dice Epifani, “perché il grosso dei sacrifici lo si chiede ai lavoratori, pubblici e privati: un reddito da un milione di euro non viene toccato, ma un lavoratore pubblico che guadagna 1.200 euro sì, così come un lavoratore privato che deve andare in pensione”. Nessuna apertura al governo neanche da parte dell’Italia dei Valori. Il Pd, in attesa di vedere le tabelle con i numeri veri, convoca una riunione dei gruppi, per mercoledì 26 maggio, durante la quale i responsabili economici valuteranno il peso reale della manovra per poi sottoporla all’assemblea dei parlamentari in serata.

Che fosse una manovra difficile da digerire l’avevano capito tutti. Certo sentire i dipendenti di Palazzo Chigi che gridano “bravo, bravo” con applausi ironici, non deve essere stato, per il ministro dell’economia Giulio Tremonti il modo migliore per iniziare la giornata in cui finalmente si è saputo con precisione quale sarà l’entità della manovra finanziaria. E uno dei tagli che più fa discutere è proprio quella che riguarda le retribuzioni dei dipendenti pubblici, che saranno bloccate per ben tre anni. In mattinata, all’incontro tra Tremonti e le parti sociali, la proposta di non dare “un soldo di più agli statali” non piace particolarmente al leader della Cgil, Guglielmo Epifani, che durante la riunione non dice nulla, al contrario dei suoi colleghi Bonanni e Angeletti, ma poi all’uscita si sfoga con la stampa: “E’ una manovra che mantiene un profilo di iniquità sociale”.

A invocare lo sciopero generale ci pensa invece il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi, secondo cui “la manovra è una vera e propria grandinata di ingiustizie che ricorda molto la Grecia”.

Più cauti i rappresentanti degli altri sindacati con il numero uno della Cisl, Bonanni, che fa suo l’appello di Giorgio Napolitano affinché si cerchi l’equità nell’affrontare i tagli “che sono necessari ma devono corrispondere a sacrifici da parte di chi ha di più: solo così la manovra sarà accettata dai cittadini”. Anche il segretario generale della Uil, Angeletti, è convinto che la riduzione della spesa pubblica sia l’unica strada da percorrere e che “bisogna partire proprio dai costi della politica, che sono tra quelli aumentati di più” e dalla lotta all’evasione fiscale “vera anomalia italiana”.

Molto duro invece Nichi Vendola, che parla della “più grande opera di macelleria sociale” dove, per pagare gli errori di alcuni, verranno messe “non le mani, ma le dita negli occhi degli italiani”. Il leader di Sinistra e Libertà ha accusato il governo di aver giocato a nascondino negli ultimi due anni, di fatto negando l’esistenza di una crisi che invece era ben visibile nel resto del mondo, crisi che svelava “la natura di un’economia la cui finanziarizzazione ha consentito di coltivare l’illusione di una ricchezza prodotta senza lavoro”. Anche i Comunisti Italiani accusano il ministero dell’economia e il governo Berlusconi di aver mentito in questi ultimi due anni “per questo meriterebbero di essere presi a calci nel sedere per tutto lo stivale” scrive in una nota Orazio Licandro, della segreteria nazionale Pdci – Federazione della sinistra, chiedendo le dimissioni per l’intero esecutivo.

Nessuna apertura al governo neanche da parte dell’Italia dei Valori, che riferendosi all’appello del Presidente della Repubblica, che dal suo viaggio in America aveva chiesto collaborazione tra le forze politiche, fa sapere, per voce del suo leader Antonio Di Pietro, “che l’unica cosa che possiamo condividere sulla manovra sono le elezioni anticipate per mandare a casa questo governo bugiardo”. Ancora indeciso il Partito Democratico con Pierluigi Bersani, impegnato in una serie di incontri in Cina, che intanto si dice insoddisfatto visto “che il governo ci ha raccontato una serie di bugie che ora sono venute a galla. La Grecia non c’entra nulla – ha proseguito il segretario del Pd – è un problema nostro ed io non vedo riforme, non vedo nulla.” I democratici però non si sottraggono a quello che definiscono “un appello alla responsabilità” da parte di Napolitano, e in attesa di vedere le tabelle con i numeri veri, convocano una riunione dei gruppi, per mercoledì 26 maggio, durante la quale i responsabili economici valuteranno il peso reale della manovra per poi sottoporla all’assemblea dei parlamentari in serata, e capire quanto sia possibile andare incontro al governo.

Ancora più rivolto al dialogo con la maggioranza è il partito di Pierferdinando Casini che non pone veti di alcun genere, ma chiede tempo per esaminare la manovra, per confrontarsi con le parti sociali e poi votare di conseguenza in parlamento “certo è che dietro l’angolo c’è la Grecia – dice Casini – e quindi non si può scherzare”.

[Fonte: Luca Rossi, “Aprile on line”, 25 maggio 2010]

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La “riabilitazione del Vampiro Visco
di Chiara Paolin
“il Fatto Quotidiano”, 26 maggio 2010

“Gentile presidente, come da accordi presi nel corso dell’incontro che il ministro ha avuto con Lei e la Sua commissione, il governo Berlusconi ha tenuto fede nell’ultimo Consiglio dei ministri a far saltare la norma sulla tracciabilità dei pagamenti. Un impegno che il ministro Rotondi aveva assunto in prima persona e che ha avuto il placet dell’intero esecutivo. Cordialità. Alfredo Tarullo, capo ufficio stampa del ministro per l’Attuazione del programma”.

Negli archivi dell’Albo Nazionale Odontoiatri la lettera è ancora lì a immortalare un momento di grande gioia collettiva. Il 18 giugno 2008 furono abolite le restrizioni imposte dal ministro per la Finanze del precedente governo, Vincenzo Visco. Stop alla tracciabilità dei pagamenti, abolita la soglia dei 5 mila euro per gli assegni in forma libera, perché il ministro incaricato, Gianfranco Rotondi, aveva alzato di un bel po’ l’asticella della contabilità creativa: pagamenti liberi come l’aria entro i 12.500 euro, e senza alcun obbligo di indicare il codice fiscale sulla eventuale girata.

Due anni dopo la lingua ribatte dove il dente duole, cioè sull’evasione fiscale. Stavolta, però, il messaggio di Berlusconi parla la lingua di Tremonti. E dice che, siccome non arrivano abbastanza soldi dalle tasse, è proprio necessario reintrodurre gli odiosi meccanismi individuati nel lontano 2006 dal celebre “Vampiro”  Visco, come Forza Italia l’aveva amorevolmente ribattezzato. E lui, l’ex cattivo riabilitato, pensa a quanto si sarebbe potuto mettere al riparo in questi anni. Mica solo con le fatture degli odontoiatri: “Innazitutto c’era un valore etico in quelle misure. Difficile da calcolare, ma visto come sono andate le cose negli ultimi tempi, una norma così avrebbe fatto tanto comodo. E poi anche il gettito ne avrebbe guadagnato significativamente. Nel primo anno di introduzione i pagamenti schizzarono, è chiaro che continuando su quella strada i risultati sarebbero stati diversi”. Per esempio, non si sarebbe arrivati al monstre Telecom-Fastweb-Di Girolamo-Mokbel, dato che anche le più stravaganti compensazioni sull’Iva, l’Irpef e l’Ire erano state regolamentate da Visco.

Ma secondo l’esperto fiscale del Pd ora è tempo di guardare avanti: “C’è una brutale disparità di trattamento fiscale tra i redditi con ritenuta alla fonte e gli altri: se non si interviene seriamente su questo punto è tutto inutile. Io purtroppo c’ero arrivato troppo presto, vedo che adesso Tremonti mi dà ragione. Però bisogna conoscere i dettagli, perché dubito che Berlusconi voglia crearsi problemi seri con il suo elettorato”.

Anche Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, si allinea sul senso civico del momento, ma non manca di battere cassa: “La crisi internazionale ci costringe a trovare soluzioni valide, compresa la tracciabilità. Comunque a noi interessa soprattutto che la Pubblica amministrazione sia più puntuale nel pagare  le piccole aziende e che ci sia un’ulteriore moratoria dei debiti in scadenza a giugno”.

E Rotondi? Ieri, nel D-day della macelleria sociale, era ad Avellino. Per la precisione ci stava già da un mese, come ha spiegato una premurosa nota ministeriale. Perché zia Maria, 92 anni, era molto malata e lui ha voluto starle vicino  fino all’ultimo respiro. Appena si sarà ripreso dal lutto tornerà nella Capitale, e magari potrà ordinare al suo capo ufficio stampa di scrivere un’altra lettera agli odontoiatri. In fondo è ancora lui il ministro per l’Attuazione del Programma di governo: qualcuno gli spiegherà che il programma è cambiato.

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Vendola attacca la manovra
di Annalisa Cuzzocrea, “la Repubblica” 25 maggio 2010

Una manovra economica che fa macelleria sociale, e contro cui bisogna organizzare una grande rivolta popolare. Un centrosinistra che non sa più parlare al Paese, che cerca la modernità nelle parolacce, e che nonostante questo continua ad apparire antico. Un’alternativa alle destre da costruire facendo una rivoluzione culturale, abbandonando l’ottica spartitoria del potere, riconnettendosi con l’Italia vera e smarrita. Nel videoforum di Repubblica Tv 1  –  380 messaggi in tempo reale  –  il leader di Sinistra ecologia e libertà e governatore della Puglia Nichi Vendola non fa sconti a nessuno: né al governo, né ai suoi alleati. Non perdona a Bersani la parolaccia contro il ministro dell’Istruzione Gelmini. Non perdona a Tremonti una manovra che colpisce sempre gli stessi, i deboli, i non colpevoli.

Cosa pensa di questa manovra?

“Giungono rumori di guerra da Palazzo Chigi. Hanno giocato a nascondino per due anni, hanno avuto paura di confrontarsi con quello che accadeva nel resto del mondo: l’esplosione di una bolla speculativa che riassumeva la follia di un ventennio di ubriacatura liberista. Hanno giocato a nascondere la crisi, l’Europa si è occupata prevalentemente di risarcire quei soggetti che ne erano stati i protagonisti, coloro che hanno portato il mondo sull’orlo di un precipizio. E oggi questa decisione determina i propri effetti. I giovanotti delle agenzie di rating bocciano la Grecia, la Grecia comincia a tremare, dopo la Grecia è il turno del Portogallo, della Spagna, e ora appaiono nuvole nere anche sul cielo d’Italia. Ma cos’è questa crisi? E’ qualcosa che ha a che fare con le viscere della terra e del creato, l’ha portata la cicogna? E’ la crisi di un mondo che è stato imprigionato da gruppi sofisticati di rapinatori, da un ceto mondiale di rapinatori travestiti da procacciatori finanziari, da acrobati della finanza internazionale. Ma come si può immaginare di proporre a un lavoratore o a un pensionato il sacrificio – fosse pure di un euro – se prima non si spiega come si intende cambiare questa logica perversa? Se non si pone fine all’allegra finanza degli speculatori e degli squali che attraversano gli oceani dell’economia mondiale producendo questo disastri? Se non si chiede scusa al lavoro che è stato umiliato, offeso e marginalizzato e non si ricostruiscono le regole del gioco a livello planetario?”

Il governo ripete che non metterà le mani nelle tasche degli italiani.

Mettono le dita negli occhi degli italiani. Siamo a un livello di dramma sociale che viene occultato e nascosto dalla propaganda. Bloccare per anni i contratti dei lavoratori del pubblico impiego, 1100-1200 euro al mese,  significa produrre un effetto depressivo sull’economia nazionale, ridurre la platea dei consumi e dei consumatori, stare dentro l’onda della recessione. Pensare di poter bloccare l’andata in pensione di chi l’aveva programmata, pensare di togliere agli enti locali un numero impressionante di risorse, è assurdo. Loro non mettono le mani nelle tasche degli italiani, ma io non avrò più un euro per pagare i servizi sociali o per pagare la viabilità. Quello che fanno è un’operazione di trasferimento a qualcun altro della responsabilità della più grande opera di macelleria sociale della storia italiana.”

Chiarissima l’analisi, questa crisi è costretto a pagarla chi non l’ha causata. Ma ora cosa bisogna fare? Napolitano ha auspicato che l’opposizione in Parlamento condivida la manovra.

“Se le misure fossero eque, ma per essere eque bisogna riesumare una parola che è stata maledetta e proibita in Italia: la parola tasse. Al primo punto bisognerebbe mettere la possibilità di colpire i grandi patrimoni, la rendita parassitaria, le transazioni finanziarie. Colpire quegli evasori che avevano portato milioni di euro all’estero. Ma si possono scaricare 24 miliardi di euro per intero sul lavoro dipendente, sui pensionati, sulla povertà, sulla fragilità? Si parla molto dello scandalo dei falsi invalidi, si parla poco dello scandalo dei veri invalidi che devono scalare le alpi della burocrazia per veder riconosciuto il loro diritto all’accompagnamento. Questo è diventato un paese feroce, e con questa manovra finanziaria la ferocia si fa stato. Tremonti ci chiama a condividere cosa? Il suicidio degli enti locali, il suicidio delle regioni, delle province, dei comuni? No io non mi assumo questa responsabilità.”

Uno spettatore le chiede la sua opinione sulle ricette di ” flexsecurity” del Pd sul  lavoro, ricette su cui peraltro il Pd all’ultima assemblea non è riuscito a trovare un accordo.

“La flessibilità è un obiettivo straordinario in una società che realizza la piena occupazione. In un Paese in cui la disoccupazione in gran parte del territorio è a due cifre la flessibilità è un trucco semantico, è soltanto la mafia delle parole che consente di chiamare flessibilità ciò che è precarietà. E la precarietà oggi non è solo una condanna per chi ha contratti atipici, l’intero mondo del lavoro è turbato da questo sentimento di precarietà.  Il lavoro è scomparso dalla scena pubblica. I media parlano del lavoro solo nelle rubriche di cronaca nera. Abbiamo di fronte a noi la prima giovane generazione che è compiutamente al di fuori dell’idea del lavoro come prospettiva, come futuro. Una generazione compiutamente precarizzata non solo nella sua proiezione produttiva, ma nella sua immagine di futuro. Questa è una tragedia. Qui c’è il vero problema della sinistra: per contestare questa roba qui bisogna rimettere il lavoro al centro della scena sociale. L’economia non c’è se non c’è il lavoro, se non c’è la produzione di beni e servizi c’è un’economia cartacea, quella delle agenzia di rating, dei piccoli gangster travestiti da manager esterofili. Questo è un punto culturale, sociologico e politico che chiama in causa il mestiere della sinistra. La sinistra da troppo tempo non ha un mestiere perché non si occupa più sul serio di questo tema.”

Come risponde a chi le chiede di lanciare la sfida al centrodestra, al governo e alle vecchie classi dirigenti del centrosinistra?

“A sinistra non è possibile immaginare ricette taumaturgiche. A sinistra si è consumata una gravissima sconfitta che non è solo quella elettorale, ma è una crisi di cultura, di prospettiva, di narrazione, di egemonia. Berlusconi non ha vinto mica perché è stato un bravo amministratore, ma perché ha dato forza a un racconto strabiliante assolutamente manipolatorio nei confronti della psicologia di massa. La sinistra cosa gli ha contrapposto? Berlusconi è stato la proiezione in politica di quello che è avvenuto nei lunghi pomeriggi televisivi, quando la formazione culturale di un  paese è stata surrogata dalle Isole dei famosi, dai Grandi fratelli, da un’ideologia e da un’idea della vita e della società miserabile, meschina, mercantile. Non può pensare la sinistra che basti una parolaccia per recuperare un codice di  comunicazione con la realtà, per recuperare l’alfabeto perduto, il vocabolario perduto. La sinistra non sa più parlare alla gente e non sa più capire la gente. Oggi potremmo usare l’occasione drammatica della crisi economica e sociale per provare a recuperare un rapporto di verità con il paese, con le sue sofferenze e le sue aspettative. Lì c’è il cantiere dell’alternativa, l’alternativa non può nascere dalle alchimie di palazzo, sperando che un pezzettino dell’altra parte si possa staccare e venire in soccorso. Di lì non nasce niente. Dobbiamo soprattutto parlare alla società italiana e alle giovani generazioni, essere la sinistra che dà speranza perché organizza le lotte. Una sinistra che fa un mestiere antico ma nelle forme più moderne e più flessibili. Invece riusciamo a usare il peggio della modernità  –  la parolaccia  –  continuando a sembrare conservatori. C’è bisogno che tutte le forze del centrosinistra si accorgano della propria inadeguatezza e si lascino aiutare nel rapporto forte con la società civile, con i movimenti e con le associazioni. Provino a costruire un cantiere di autorigenerazione.”

E da cosa si parte?

“Ad esempio, l’immigrazione. Noi non possiamo immaginare sull’immigrazione un discorso di contenimento dei danni delle leggi razziali e del razzismo che è insito in questa classe dominante. L’Italia dei roghi di Ponticelli, l’Italia di Rosarno, della mensa negata a un bambino, del bianco Natale cantato perché bisogna fare il Natale dei bianchi, l’Italia di una sommessa e ordinaria pulizia etnica è un’Italia schifosa, melmosa, putrescente. Contro di essa bisogna far vivere l’altra Italia, quella che ha memoria della sua storia, storia di migranti. Non si può essere sceriffi di sinistra, non si può essere un po’ meno razzisti perché non vincano i razzisti. Su questo tema il centrosinistra ha bisogno di riscostruire una politica, un racconto di verità.”

Lei la questione morale l’ha guardata in faccia cambiando la sua giunta quando sono arrivate le inchieste sulla gestione clientelare della sanità in Puglia. Pensa che il Pd non stia facendo abbastanza?

“Secondo me c’è un’idea così diffusa di politica come cinismo e affarismo e c’è una tale soggezione della politica al mercato che la realtà è questa. Perché la politica è corrotta, perché è debole. Ha ceduto il passo ad altri poteri che prendono decisioni sulla vita di tutti e non in sedi democratiche, non in modo trasparente. La politica –  per combattere la corruzione  – deve innanzi tutto riprendersi sovranità sulle scelte di un Paese. L’Italia sta uscendo dalla chimica di base: l’ha deciso il parlamento, l’ha deciso il governo,  l’ha deciso qualcuno? E dov’è un tavolo su questo. Mentre poi sul versante del nucleare io non ho capito: ho l’impressione che abbiamo fatto due patti, uno con Sarkozy e uno con Putin. La partita la stiamo giocando in due casinò differenti, e questo potrebbe costarci caro anche in tema di relazioni internazionali.”

Lei ha definito i partiti ossi di seppia, non è ingeneroso da chi viene da una lunga storia di partito? Cosa sono e cos’hanno le sue fabbriche in più di un partito?

“I partiti sono diventati molto simili a quella metafora che il presidente del Censis De Rita usa per definire l’Italia: mucillagine. Sono la rappresentazione di un’Italia frammentata per interessi di corporazioni, di caste, di lobby o di campanili. Il partito come luogo di costruzione dell’interesse generale, di protezione dei beni comuni, dov’è? Le fabbriche cui ho offerto il mio nome, le fabbriche di Nichi, sono luoghi in cui è abolita la cosa fondamentale che ci ha berlusconizzati tutti: la vita politica fondata sulla competizione. Lì c’è la cooperazione, non si viene eletti a niente. Sono un tentativo di connessione tra la rete e la piazza, e hanno assunto l’idea che si può coniugare la politica alla bellezza. Sono l’idea che la politica dev’essere un principio di ricostruzione della comunità. Per me sono state un osservatorio su quanto è grande la speranza di cambiamento. Nella mia testa il partito è stato sempre un mezzo, non un fine. Io mi sento innamorato dell’idea che si può ancora contribuire a cambiare la vita e a cambiare il mondo. Vediamo gli strumenti utili per il cambiamento.”

La sua vittoria è stata percepita come una minaccia, ora si parla di Vendola come colui che sta dando la scalata al Pd, si agita il fantasma di un ticket con Veltroni. Hanno paura di lei?

“Tutto questo è vero ed è molto triste. Per me è triste sentirmi percepito come l’altro gallo che entra nel pollaio, come un uomo in carriera, mi dà molto fastidio. Io mi percepisco come una persona che si sente profondamente sconfitta rispetto alle cose che pensa e che ha sognato tutta la vita, e che si ritrova a gestire un laboratorio importante e controcorrente – come quello pugliese – ma in un Paese che ha smarrito i propri codici civili. Mi sento disperato per le cose che accadono nel mio Paese e vorrei fare qualcosa perché si determinasse non la carriera di qualcuno, o la sostituzione di ceti dirigenti ad altri ceti dirigenti, ma la riforma intellettuale e morale  –  per dirla alla Gramsci – di questo Paese. E’ un paese smarrito, è possibile che la discussione sia su di me, su quello che voglio fare domani o dopodomani? Io voglio dare un contributo nel modo che so offrire, che è quello della mia comunicazione con la gente e della voglia di sparigliare i giochi degli alchimisti del centrosinistra, degli strateghi della tattica che dominano la scena del centrosinistra.”

Ma l’alternativa la possono costruire insieme Pd, Sel, Italia dei Valori, magari anche l’Udc o comunque si chiami?

“E’ sufficiente la buona volontà o c’è un problema politico? Siamo davanti a elezioni importanti come le comunali di Napoli. Il fatto che il candidato del centrosinistra sia subito diventato assessore nella giunta Caldoro ci dice qualcosa? Il fatto che la contesa non sia sul profilo di una città ma sulla spartizione di posti di potere ci dice qualcosa? Dov’è più la discussione sul governo del territorio, sul risanamento delle aree periferiche, sulla sfida energetica, sulle nuove povertà, sull’inclusione dei bambini, sulle politiche per i migranti? Nel campo nazionale l’alternativa può cominciare subito, a condizione che sappiamo leggere tra le carte di Tremonti, se ci liberiamo dall’illusione di un Tremonti che si presenta come un neutro risanatore delle finanze pubbliche. Tremonti è la copertura migliore di un mondo, di una classe, di una politica e di un’economia che hanno fallito e che hanno fatto male al Paese. Bisogna combatterlo frontalmente.”

Il Pd quindi questa manovra non la deve votare?

“Il Pd – insieme al resto del centrosinistra, ai sindacati, al tribunale per i diritti del malato –  deve organizzare una grande rivolta popolare contro la manovra economica della destra. Per potersi sedere a quel tavolo e poter dire: ” Facciamo una manovra condivisa” le prime carte che bisogna vedere sono quelle che parlano di tasse ai ricchi, altrimenti a quel tavolo non ci si può sedere.”

Ci doveva essere una convention a Firenze per lanciare la sua  candidatura alle primarie per la guida del centrosinistra nel 2012, oggi non sappiamo neanche se ci saranno quelle primarie. Se ci fossero lei si candiderebbe?

“Io mi batterò fino allo stremo perché ci siano le primarie. La convention a Firenze è saltata perché invece che essere l’inizio di una ricerca sulle parole che ci mancano era diventata una danza della morte dei partiti su questo oggetto misterioso. Per quello che mi riguardava era meglio fermarsi lì, mentre fuori dai partiti ci sono domande, esperienze, un sapere che noi faremmo bene ad accogliere. Le primarie sono il minimo per sopravvivere. L’idea di mettere in discussione l’unica forma che è stata inventata di dissequestro delle scelte politiche fondamentali sequestrate in segreterie di partiti che sono diventati la roba di cui ho parlato è un’idea folle. La sinistra non può vincere se va in un laboratorio di chirurgia estetica a trovare una maschera di Berlusconi di sinistra da mettere in faccia a qualcuno. La sinistra vince se contro Berlusconi è capace di convocare un popolo che si appassiona a un’idea di futuro.”

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L’iniquità irresponsabile
di Massimo Giannini, “la Repubblica” 27 maggio 2010


Più di così non si poteva fare“, dice Berlusconi della manovra approvata dal governo “salvo intese”, con una formula da vecchio pentapartito della Prima Repubblica. Almeno su questo il presidente del Consiglio ha ragione: 24 miliardi sono tanti, per un Paese che da una decina d’anni perde competitività e produttività e langue con un tasso di crescita dello 0,5%. Tuttavia meglio di così non solo si poteva, ma si doveva fare. Su questo il premier ha torto marcio.

Non sono in discussione la necessità politica e l’urgenza economica di questa legge finanziaria fuori stagione, fatta di “sacrifici duri” e varata in corsa “per evitare che l’Italia faccia la fine della Grecia”, secondo la definizione-shock usata tre giorni fa da Gianni Letta. Sono invece in discussione altri due aspetti, non meno essenziali: l’irresponsabilità ideologica e l’iniquità sociale. L’irresponsabilità ideologica è iscritta nel codice genetico del berlusconismo, come forma di negazione della realtà e di manipolazione della verità. Questa “manovra epocale”, o “tornante della storia” secondo la prosa enfatica di Tremonti, è precipitata sul Paese in un improvviso clima di “emergenza nazionale”. Per più di due anni il premier ha raccontato che la crisi non c’è mai stata, o che comunque era già finita. In meno di due settimane si scopre invece che rischiamo la bancarotta. Un drammatico cambio di fase. Per gli italiani è un trauma psicologico, per il governo un cortocircuito politico. L’unico modo per uscirne sarebbe stata una grande operazione di onestà, e dunque una forte assunzione di responsabilità. Berlusconi, in sostanza, avrebbe dovuto presentarsi in tv e dire: signore e signori, i fatti mi hanno dato torto, ho sbagliato la mia analisi sulla crisi, me ne scuso e vi chiedo di fare, tutti insieme, un grande sforzo per salvare il nostro Paese e la moneta unica.

Questo sarebbe stato un “discorso sul bene comune”, comprensibile e condivisibile. Esattamente quello che è mancato in queste ore, e che deve essersi perduto in questi giorni nell’aspro braccio di ferro tra il premier e il suo ministro del Tesoro. Ieri, in conferenza stampa, Berlusconi ha continuato a negare l’evidenza, segnando una “cesura” arbitraria tra la crisi finanziaria partita due anni fa in America con i mutui subprime, trasformatasi poi in crisi mondiale per le economie reali, e la crisi “speculativa” contro l’euro esplosa in queste ultime settimane. Ha scoperto oggi che “abbiamo un debito pubblico insostenibile per colpa dei governi della Sinistra” (dov’è stato lui dal ’94 in poi, e perché dal 2001 al 2006 ha azzerato l’avanzo primario che Ciampi aveva faticosamente portato al 5% del Pil?). Ha scoperto oggi che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”, e per questo “dobbiamo ridurre la presenza dello Stato in economia”. Una lettura auto-assolutoria, che finge di non vedere le connessioni di questo disastro globale, per occultare le omissioni del governo di fronte ad esso.

Tremonti, al contrario, non ha mai negato la crisi. Non ha mai nascosto le difficoltà della fase, anche se non ha brillato per originalità delle soluzioni. Davanti all’attacco speculativo contro i debiti sovrani dell’eurozona, e di fronte al perdurare di una recessione ostinata, il ministro è stato coerente. Ha impostato una manovra “pesante”, che riduce in due anni il deficit a colpi di taglio alla spesa pubblica. E l’ha affidata al premier, perché se ne assumesse la responsabilità di fronte al Paese. Ma è esattamente questo che il Cavaliere non può accettare. Che tocchi a lui l’ingrato compito di associare la sua immagine alla parola “sacrifici”. Che tocchi a lui farsi “commissariare” non da Tremonti ma dalla verità, cioè dall’interpretazione che Tremonti dà della crisi. Che tocchi a lui, in definitiva, fare quello che fanno tutti i governanti normali nelle normali democrazie occidentali: spiegare ai cittadini cosa succede, e “rendere conto” delle scelte che si fanno. Tutto questo cozza contro l’ideologia berlusconiana, nutrita di suggestioni narrative e di moduli assertivi che rifiutano a priori il principio di realtà e dunque non contemplano, neanche a posteriori, l’etica della responsabilità.

L’iniquità sociale di questa manovra discende dalla sua stessa irresponsabilità ideologica. È giusto tagliare la spesa pubblica corrente e improduttiva, che soprattutto i governi di centrodestra hanno fatto crescere in questi anni a ritmi superiori al 2% l’anno. Ma è evidente a tutti che mai come stavolta la stangata è squilibrata e “di classe”. Pesa quasi per intero sulle spalle del pubblico impiego. Nessuno nega le sacche di inefficienza e i relativi “privilegi” che si annidano in questo settore: dall’impossibilità di essere licenziati o cassintegrati ai rinnovi contrattuali spesso superiori al tasso di inflazione programmata. Ma nessuno può negare che i livelli retributivi, nel settore pubblico, siano in assoluto già bassi e spesso bassissimi. Come si fa a chiedere il tributo più doloroso a quei 3 milioni e 600 mila dipendenti pubblici che guadagnano in media 1.200 euro al mese, senza chiedere nulla a chi ha redditi infinitamente superiori nel privato, nelle professioni, nelle imprese? E come si fa a non vedere che Germania, Frangia e Gran Bretagna hanno varato manovre ancora più severe, imponendo lacrime e sangue prima di tutto ai ceti più abbienti e alle banche?

Ma anche qui, in fondo, c’è una spiegazione ideologica che giustifica la scelta. Si parte dall’assunto forzaleghista che vuole i dipendenti fannulloni per definizione. E dunque, implicitamente, il governo gli propone uno scambio immorale: io ti rinnovo la tua “sinecura”, ma in cambio ti congelo gli stipendi per tre anni. E qui si annida l’estremo paradosso di questa manovra che si profila come una vera e propria controriforma. Con la batosta sul pubblico impiego e la scure sugli enti locali, Berlusconi azzera in un colpo solo le uniche due riforme di cui poteva fregiarsi in questo primo biennio di governo: la riforma del pubblico impiego di Brunetta e la riforma federalista di Bossi. Il decretone di ieri le distrugge entrambe, almeno fino alla fine della legislatura.

Di buono, alla fine, resta la quantità dei tagli, non certo la qualità. Speriamo che basti a convincere i mercati che noi non siamo tra i “maiali” di Eurolandia. Ma di certo non basta a dire che il Paese “è in mani sicure”. E meno che mai a pensare che “siamo tutti sulla stessa barca”, come ha detto ieri il Cavaliere. In troppi, a partire dagli evasori fiscali che hanno scudato i capitali, non rischiano la pelle in mezzo alla tempesta perfetta. Se ne stanno sul molo, a godersi lo spettacolo.

VEDI ANCHE IL BLOG
SULLO SCIOPERO GENERALE INDETTO DALLA CGIL

Sindacato e Rock

Raccapricciante…ultima modifica: 2010-05-27T14:00:00+00:00da paginecorsare
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3 pensieri su “Raccapricciante…

  1. CARA ANGELA , SU SINDACATOEROCK , E’ GIA’ SCIOPERO GENERALE …………. INDETTO DA CGIL .
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    MENTRE SU CORVO , SI VUOLE DEVOLVERE L’ 8 X MILLE AL RINNOVO DEI CONTRATTI DEL PUBBLICO IMPIEGO .. PROVOCAZIONE .
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    ANDIAMO ALLO SCIOPERO GENERALE , CHE FORSE SARA’ UNITARIO ?
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    DAI …….. TI ASPETTO .

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