“La ricotta”, di Pier Paolo Pasolini (1963)

 

La ricotta
di Pier Paolo Pasolini
(1963)

Orson Welles e Pier Paolo Pasolini

“Non è difficile predire a questo mio racconto una critica dettata dalla pura malafede. Coloro che si sentiranno colpiti infatti cercheranno di far credere che l’oggetto della mia polemica sono la storia e quei testi di cui essi ipocritamente si ritengono i difensori. Niente affatto: a scanso di equivoci di ogni genere, voglio dichiarare che la storia della Passione è la più grande che io conosca, e che i testi che la raccontano sono i più sublimi che siano mai stati scritti”, è una premessa che Pasolini stesso fa al suo film La ricotta.

Un altro film fuori dagli schemi di una rappresentazione tradizionale e di una iconografia asservita. Un altro lavoro, dopo Accattone e Mamma Roma, nel quale il fine primo dell’autore è quello di trasmettere messaggi politico-sociali; nel quale non sono da sottovalutare tuttavia alcuni elementi che cercherò qui di seguito di mettere in luce.

Vi sono alcuni segni “forti” della grande ricchezza culturale di Pier Paolo Pasolini:

– le citazioni figurative (l’accostamento alle pale d’altare di Rosso Fiorentino e del Pontormo);
– i richiami filmici che ha inserito nella sua opera (alcune sequenze accelerate sia nelle immagini sia nella musica ricordano il film muto e in particolare il primo Chaplin, amatissimo da Pasolini);
– l’utilizzo sempre sapiente della musica: un Dies Irae arcaico, un “Sempre libera degg’io” dalla Traviata di Verdi – titolo oltremodo significativo se solo si consideri l’effettivo grado di libertà dei figuranti e di Stracci, il protagonista che recita la parte del Ladrone buono (e ancor più significativo se si fa attenzione alla trasformazione subita da quest’ultimo brano: una velocizzazione grottesca, quasi parossistica che trascina la musica in un’irrefrenabile accelerazione che si avvita su se stessa…).

È la terza opera cinematografica di Pasolini e nel film, ancora una volta, il regista privilegia una storia che fa capo agli strati più umili ed emarginati della società – tutte le comparse, i generici, i figuranti del “film nel film” la cui storia viene narrata (e che rappresenta la Passione di Cristo) sono dei sottoproletari, dei “morti di fame” in senso letterale, come ci dirà lo stesso Pasolini attraverso l'”enorme mangiata” di ricotta che avviene quasi a conclusione del film e della vita stessa di Stracci. Ma compare anche la borghesia, nei panni rozzi e volgari del produttore e del suo entourage. E viene anche “messa in scena” l'”integrazione sociale” cui sembra essere pervenuto il regista “marxista” (interpretato da Orson Welles).

La pellicola fu sequestrata con l’imputazione di “vilipendio alla religione di Stato” (1963): nelle numerose pagine del sito web che ho dedicato a Pier Paolo Pasolini se ne parla molto ampiamente. Ne seguì un processo nel quale, tra l’altro, il Procuratore della Repubblica Di Gennaro presentò ai “cattolici benpensanti” il film come “il cavallo di Troia della rivoluzione proletaria nella città di Dio”.

Sull’onda delle vicissitudini giudiziarie, al film saranno apportati alcuni tagli: le tre ripetizioni de “la corona!”, lo spogliarello dell’attrice generica che interpreta la Maddalena, la risata dell’attore generico che interpreta Cristo; si sostituisce l’ordine “via i crocefissi!” con “fare l’altra scena!”, l’espressione “cornuti” con “che peccato”, la frase finale “povero Stracci, crepare è stato il suo solo modo di fare la rivoluzione” con “povero Stracci! crepare, non aveva altro modo di ricordarci che anche lui era vivo”!

Soltanto nel maggio 1964 la Corte d’appello di Roma, accogliendo il ricorso di Pasolini, assolverà il regista perché “il fatto non costituisce reato”.

Le critiche e le motivazioni della persecuzione giudiziaria, come Pasolini stesso aveva previsto, erano dettate dalla malafede. Pasolini aveva diretto, in effetti, attraverso questo film, un attacco frontale nei confronti della borghesia e questo era il motivo vero che scatenò ancora una volta la canea nei suoi confronti.

Il senso di questo attacco è contenuto essenzialmente nelle parole qui sotto riportate, pronunciate dal regista-Orson Welles e indirizzate al giornalista che gli chiede una intervista:

“Che cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?”
“Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo.”
“Che cosa ne pensa della società italiana?”
“Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa.”
“Che cosa ne pensa della morte?”
“Come marxista è un fatto che non prendo in considerazione”.

Orson Welles, regista del film-nel-film, dopo aver letto una poesia di Pasolini (“Io sono una forza del passato…), tenendo tra le mani il libro Mamma Roma, dice infine al giornalista (mentre quest’ultimo fa una risata idiota):

“Lei non ha capito niente perché lei è un uomo medio: un uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista. Lei non esiste… Il capitale non considera esistente la manodopera se non quando serve la produzione… e il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale… Addio.”

In una sua intervista, infine, Pasolini così si esprime:

“Nulla muore mai in una vita. Tutto sopravvive. Noi, insieme, viviamo e sopravviviamo. Così anche ogni cultura è sempre intessuta di sopravvivenze. Nel caso che stiamo ora esaminando [La ricotta] ciò che sopravvive sono quei famosi duemila anni di imitatio Christi, quell’irrazionalismo religioso. Non hanno più senso, appartengono a un altro mondo, negato, rifiutato, superato: eppure sopravvivono. Sono elementi storicamente morti ma umanamente vivi che ci compongono. Mi sembra che sia ingenuo, superficiale, fazioso negarne o ignorarne l’esistenza. Io, per me, sono anticlericale (non ho mica paura a dirlo!), ma so che in me ci sono duemila anni di cristianesimo: io coi miei avi ho costruito le chiese romaniche, e poi le chiese gotiche, e poi le chiese barocche: esse sono il mio patrimonio, nel contenuto e nello stile. Sarei folle se negassi tale forza potente che è in me: se lasciassi ai preti il monopolio del Bene”.

[a.m.]

Alfredo Bini, deponendo al processo per vilipendio contro la religione dello Stato, intentato dal Pm Di Gennaro contro Pier Paolo Pasolini, disse:

“Il film è composto di quattro episodi. Il filo conduttore è costituito dai diversi aspetti di uno stesso fenomeno, il condizionamento dell’uomo nel mondo moderno. Il primo regista, Rossellini, si  occupava del condizionamento dell’uomo nei suoi rapporti con la donna; il secondo, Gregoretti, si occupava del condizionamento relativo alla tecnologia; Godard prevedeva in un prossimo futuro piccolissimi fattori di degenarazione che avrebbero portato alla fine del mondo senza scosse; Pasolini si occupava della maggior parte  degli uomini non ancora in tale stato di condizionamento”.

La ricotta è, quindi, una denuncia della decadenza morale  dell’uomo contemporaneo. Pasolini si serve di uno dei simboli del  cristianesimo, la passione di Cristo, per rappresentare, attraverso  l’immoralità della troupe di quel set cinematografico, un Cristo attualizzato: Stracci. Stracci ha una duplice funzione: rappresenta il sottoproletario sacrificato al vuoto borghese, e rappresenta l’incarnazione reale e  contemporanea del Cristo. Stracci viene sacrificato, condannato a morte dalla ferocia di un mondo gretto e teso al consumo a tutti i costi.

Dirà Pasolini di questo film:

“L’intenzione fondamentale era di rappresentare, accanto alla  religiosità dello Stracci, la volgarità ridanciana, ironica, cinica, incredula del mondo contemporaneo. Questo è detto nei versi miei,  che vengono letti nell’azione del film […]. Le musiche tendono a  creare un’atmosfera di sacralità estetizzante, nei vari momenti in cui gli attori si identificano con i loro personaggi. Momenti interrotti  dalla volgarità del mondo circostante. […] Col tono volgare, superficiale e sciocco, delle comparse e dei generici, non quando si identificano con i personaggi, ma quando se ne staccano, essi vengono a rappresentare la fondamentale incredulità dell’uomo moderno, con il quale mi indigno. Penso ad una rappresentazione sacra del Trecento, all’atmosfera di sacralità ispirata a chi la rappresentava e a chi vi assisteva. E non posso non  pensare con indignazione, con dolore, con nostalgia, agli aspetti così atrocemente diversi che una sì analoga rappresentazione ottiene accadendo nel mondo moderno”.

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Pasolini fa largo uso di riferimenti a pittura e letteratura. Le Deposizioni del Rosso Fiorentino e del Pontormo vengono prese a esempi figurali; il Dies Irae accompagna molte scene del film; Orson Welles recita una  poesia dello stesso Pasolini. Il film è girato tra la via Appia Nuova e la  via Appia Antica presso la sorgente dell’Acqua Santa nell’autunno del 1963. Sullo sfondo le infinite distese dei palazzoni delle borgate romane, le stesse borgate di Ragazzi di vita, di Tommasino, di Accattone, di Mamma Roma, la stessa umanità antropologicamente identificata con i sottoproletari, ma un diverso approccio autobiografico e religioso. Quel set rappresenta per Pasolini il tempio invaso dai mercanti.

Il film fu accolto con freddezza dalla critica, e la ragione va ricercata nelle parole di Moravia:

“La chiave del mistero va ricercata, secondo me, oltre che  nell’impreparazione culturale di molti critici, anche nella ingenua  mancanza di tatto di Pasolini. Diamine: il regista nell’intervista  dichiara: ‘L’Italia ha il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante d’Europa’, ed ecco che scontenta così i partiti di destra come quelli di sinistra. Poi, peggio ancora, Orson Welles rincara: ‘L’uomo medio è un pericoloso delinquente, un mostro. Esso è  razzista, colonialista, schiavista, qualunquista’, ed ecco scontentati  tutti quanti. L’Italia del passato, infatti era il paese dell’uomo, in tutta la sua umanità; l’Italia di oggi, invece, è soltanto il paese dell’uomo medio”.

Per quanto riguarda la partecipazione di Orson Welles nella parte del  regista-marxista del “film-nel-film”, dice Carlo di Carlo, aiuto alla regia, insieme a Sergio Citti:

“Riguardo La ricotta ricordo quel rapporto per me abbastanza assurdo  con Welles. Pasolini lo volle a tutti i costi – e giustamente – perché  nessuno meglio del ‘mito’ Welles poteva eprimere e rappresentare il regista (cioè il regista del film nel film). Welles accettò la parte solo per un fatto economico (non sapeva neanche chi era Pasolini) chiese una cifra  spropositata per un film così breve che fece rimanere in bilico la  realizzazione de La ricotta per molto tempo. Ma poi le sue condizioni vennero accettate. Orson Welles non sapeva mai nulla quando arrivava sul set. Si informava poco prima di ogni ciak cosa si doveva girare, mi chiedeva le battute tanto per sapere, a occhio e croce, di cosa si trattava, poi esigeva ‘il gobbo’. L’italiano lo masticava abbastanza e avrebbe  potuto tranquillamente imparare le battute [fu poi doppiato dallo scrittore Giorgio Bassani, amico di Pasolini]. La scena più vistosamente eclatante della sua partecipazione al film fu quando doveva recitare la  poesia di Pier Paolo: ‘Io sono una forza del passato / solo nella tradizione è il mio amore…’. Allora Welles sulla sedia da regista venne posto al centro di una collinetta con gli occhiali abbassati tanto che potesse leggere (senza che lo si notasse perché favorito dal controluce) l’enorme  ‘gobbo’ che io gli tenevo a una distanza di quattro metri e sul quale  avevo trascritto la poesia”.

[m.v.]

La ricotta: scheda del film

Quarto episodio del film RoGoPaG. Gli altri episodi sono: Illibatezza di Rossellini, Il nuovo mondo di Godard, Il pollo ruspante di Gregoretti.
Scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini
Fotografia Tonino Delli Colli; architetto Flavio Mogherini; costumi Danilo Donati; commento e coordinamento musicale Carlo Rustichelli; montaggio Nino Baragli; aiuto alla regia Sergio Citti, Carlo di Carlo.
Interpreti e personaggi Orson Welles (il Regista, doppiato da Giorgio Bassani); Mario Cipriani (Stracci); Laura Betti (la “diva”); Edmonda Aldini (un’altra “diva”); Vittorio La Paglia (il giornalista); Maria Berardini (la stripteaseuse); Rossana Di Rocco (la figlia di Stracci).E inoltre: Tomas Milian, Ettore Garofolo, Lamberto Maggiorani, Alan Midgette, Giovanni Orgitano, Franca Pasut. Hanno partecipato anche: Giuseppe Berlingeri, Andrea Barbato, Giuliana Calandra, Adele Cambria, Romano Costa, Elsa de’ Giorgi, Carlotta Del Pezzo, Gaio Fratini, John Francis Lane, Robertino Ortensi, Letizia Paolozzi, Enzo Siciliano.
Produzione Arco Film (Roma) / Cineriz (Roma) / Lyre Film (Parigi); produttore Alfredo Bini; pellicola Ferrania P 30, Kodak Eastman Color; formato: 35 mm, b/n e colore; macchine da ripresa Arriflex; sviluppo e stampa Istituto Nazionale Luce; doppiaggio CID-CDC; sincronizzazione Titanus; distribuzione Cineriz; durata 35 minuti.
Riprese ottobre-novembre 1962; teatri di posa Cinecittà; esterni periferia di Roma; premi Grolla d’oro per la regia, Saint Vincent, 4 luglio 1964.

Le vicende narrate nel film

Stracci, che “interpreta” come comparsa la parte del ladrone buono in un film sulla Passione di Cristo che un pretenzioso regista (impersonato da Orson Welles) che si autodefinisce marxista ortodosso sta girando su un enorme prato della periferia romana, è un sottoproletario perennemente affamato. La scena è ingombra di decine di membri della troupe e di comparse, che in mezzo alla scenografia “sacra”, alcuni ancora in costume da santo, ballano un twist scatenato. Quando la sua povera e numerosa famiglia lo va a trovare sul set, Stracci dona loro il cestino del pranzo che gli spetta in quanto attore per consentirgli di consumare un misero pasto in mezzo al prato, che assume il valore di una vera e propria eucaristia. Per non saltare il pasto, Stracci, approfittando della confusione del momento di pausa, si traveste da donna e riesce a “rimediare” un nuovo cestino dalla produzione. Con infantile entusiasmo si accinge quindi a mangiarlo, al riparo da tutti, in una piccola grotta poco lontano dal set. Ma dal set giunge l’ordine di presentarsi in scena, e Stracci a malincuore è costretto ad abbandonare il suo cestino dietro un sasso. Quando torna, trova che il cagnolino della prima attrice del film ha divorato tutto il contenuto del suo cestino. Stracci, sconsolato, piange a grandi lacrime come un bambino, e nella disperazione rimprovera il cane accusandolo di voler essere meglio di lui perché è “il cane de ‘na miliardara”. Nel frattempo sul set giunge la visita importuna e inattesa di un giornalista di “Teglie sera”, che con fare deferente e complimentoso avvicina il regista per un’intervista. Il regista risponde alle sue domande piene di retorico buonsenso di “uomo medio” con una feroce e beffarda ironia intellettuale, che il cronista non è neppure in grado di cogliere. Dopodiché il regista recita una poesia davanti all’attonito giornalista, e con fermo cinismo gli spiega perché, secondo la sua ottica “marxista”, lui semplicemente “non esiste”. Il giornalista, frastornato, se ne va dal set, e incontra Stracci che, nei pressi della grotta, accarezza il cane della prima attrice. Notato l’insistente interessamento del giornalista per il cane, Stracci glielo vende per mille lire, ripagandosi così del maltolto. Appena concluso l’affare Stracci si precipita a comprare un gigantesco pezzo di ricotta, con l’intenzione di ingurgitarlo al riparo da tutti. Ma proprio mentre sta per cominciare il pasto, il “ladrone buono” è richiamato sul set dal megafono. Così, Stracci, lasciata la ricotta nella sua grotta, viene legato sulla croce, e nell’attesa che sia pronto il set, assiste a un improvvisato strip-tease di una rubiconda attrice vestita da santa, mentre viene stuzzicato sulla sua fame dai membri della troupe. Quando tutto è pronto, la prima attrice pretende di girare subito la sua scena, e la scenografia viene di nuovo smontata, per lasciare spazio alle interminabili riprese di un tableau vivant che riproduce la Deposizione del Pontormo. Finalmente Stracci può tornare nella grotta a “strafocarsi” della sua ricotta. Mentre mangia con avidità, altre comparse e alcuni tecnici, divertiti dal grottesco spettacolo della sua fame atavica, lo fanno cibare dei resti della scena dell’ultima cena, ormai già girata. Stracci, in mezzo alle risa dell’improvvisato pubblico, mangia ogni sorta di cibarie senza battere ciglio. Nel frattempo, sul set arriva il produttore seguito dal drappello della stampa specialistica: il gruppo assisterà alle riprese della scena della crocefissione della morte di Cristo, nella quale Stracci ha addirittura una battuta: “Quando sarai nel regno dei cieli, ricordati di me”. Al grido di “azione!” del regista, però, la scena non parte: Stracci, infatti, è morto di indigestione sulla croce. Il regista, senza ombra di commozione,  commenta: “Povero Stracci. Crepare… non aveva altro modo di ricordarci che anche lui era vivo…”.

[da S. Murri, Pier Paolo Pasolini, Il Castoro-l’Unità 1995]

“La ricotta”, di Pier Paolo Pasolini (1963)ultima modifica: 2010-06-21T07:09:00+00:00da paginecorsare
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8 pensieri su ““La ricotta”, di Pier Paolo Pasolini (1963)

  1. X ANGELA .
    .
    ADESSO HAI CAPITO ?
    .
    SIAMO AI CORSI ……. STORICI ………. ASPETTIAMO .
    .
    VEDARI CHE LE MIE STATISTICHE ,,,,,,,,,,, SONO VERITIERE .
    .
    FIAT NON CI STA’ ………… LO AVVERTO E FARO’ I SALTI ……… SE MI SBAGLIO .

    Scritto da : CORVO710 | 23/06/2010

    X ANGELA .

  2. X ANGELA .
    .
    I QUOTIDIANI ADESSO , RIPORTANO LE PERCENTUALI CHE IO HO DATO OGGI ……….. ,
    .
    NON TI CREARE PROBLEMI ………… NON DRAMMATIZZARE ……… SE NON SI REALIZZANO I NUOVI CORSI ………………. NON CI SARANNO MAI I RICORSI .

    Scritto da : CORVO710 | 23/06/2010

  3. Pomigliano in bilico: dopo il voto i dubbi di Marchionne.
    L’azienda orientata a non trasferire la produzione della Panda dalla Polonia all’impianto campano

    “Corriere della Sera” 23 giugno 2010

    Dopo il risultato del referendum tra i lavoratori dello stabilimento di Pomigliano, dove una maggioranza di poco più del 60 per cento ha detto sì all’intesa con l’azienda, la Fiat starebbe ripensando al piano di trasferimento della produzione della Panda dalla Polonia. Secondo alcune indiscrezioni il Lingotto si aspettava una percentuale di favorevoli più vicina all’80 per cento. In queste ore la Fiat sta valutando tutte le opzioni, non escludendo la rinuncia agli investimenti sullo stabilimento campano. A questo punto il futuro dell’impianto di Pomigliano diventerebbe molto incerto.

    SACCONI : «NON VOGLIO NEMMENO PENSARCI…» – «Non voglio nemmeno ipotizzare che Fiat cambi idea» dice il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, alla luce del risultato del referendum. «Non ho parlato direttamente con Marchionne, ma ho sentito l’azienda dopo l’esito e sono fiducioso sugli investimenti su Pomigliano». «Le mie informazioni – aggiunge – sono che il risultato del referendum è stato apprezzato dal Lingotto» e «non ci sono gli elementi per dire che l’azienda cambierà idea». A ogni modo, «un’ipotesi diversa dal rispetto dell’accordo sarebbe assurda. Fiat deve rispettare l’accordo. Credo che debba farlo, non solo dopo questo travagliato percorso, ma credo che lo voglia anche fare. Non voglio nemmeno pensare ad un’ipotesi diversa, non ce ne sono le ragioni e sarebbe un’ipotesi assurda e molto grave».

    BONANNI: «LINGOTTO RISPETTI GLI ACCORDI» – Secondo il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, il Lingotto «deve rispettare gli impegni». «Mi rifiuto di pensare che Marchionne non garantirà l’accordo – dice Bonanni a margine di una conferenza stampa a Pomigliano – se si dovesse verificare un’ipotesi del genere, con la stessa forza con la quale abbiamo difeso i posti di lavoro così saremo contro un abbozzo di ripensamento». Il leader sindacale afferma che «ci sono le condizioni per fare gli investimenti e garantire Pomigliano, anzi per garantire lo stabilimento e anche altri posti di lavoro». Da qui l’appello: «Chiediamo alla Fiat di procedere perché ha potuto contare su un vasto piedistallo su cui poter costruire prospettive». Bonanni invita anche le altre organizzazioni sindacali a guardare avanti. «Sono convinto che anche la Cgil si unirà a noi perché qui stiamo discutendo se la fabbrica debba stare in piedi o meno. Non è un gioco qualsiasi. Qui ci sono 5mila posti di lavoro più l’indotto e c’è l’avvenire industriale del Napoletano». Bonanni non ci sta infine a definire l’intesa siglata lo scorso 15 giugno con la Fiat (non firmata dalla Fiom) una violazione dei diritti costituzionali: «È una bufala, una fregnaccia paurosa» afferma il segretario Cisl, spiegando di essere rammaricato per il fatto che la valutazione della vicenda si sia fondata su questo assunto.

    ANGELETTI: «CONFERMARE L’INTESA» – «Credo che l’opzione per la Fiat sia esattamente una, quella di confermare la validità dell’accordo e quindi l’investimento da realizzarsi nei prossimi mesi per trasferire la Panda a Pomigliano» concorda il segretario della Uil, Luigi Angeletti, a Sky Tg24. Angeletti sottolinea che «se in Italia si dovesse sostenere la tesi che le cose si possono fare soltanto se c’è l’unanimità, allora non si farebbe nulla». Se questa posizione può andar «bene per la politica, per le imprese sarebbe soltanto un pretesto».

    AIRAUDO (FIOM): «LA FIAT SI È INCARTATA» – «Temo che la Fiat a Pomigliano si sia incartata e abbia fatto un referendum su se stessa» è invece il commento di Giorgio Airaudo, segretario regionale della Fiom-Cgil, a margine di un presidio dei lavoratori delle aziende in crisi in corso a Torino davanti alla Regione Piemonte. «Siamo di fronte a un voto coraggioso dei lavoratori che hanno saputo, nonostante le pressioni e il ricatto, esprimere un dissenso sulle condizioni che vengono poste dall’azienda per portare la Panda a Pomigliano». «Non si può gestire il rapporto con il paese e con i lavoratori – prosegue il sindacalista – nello stesso modo in cui si gestisce un consiglio di amministrazione che delibera o meno un investimento». Airaudo ha poi osservato: «La Fiat deve ricordarsi che oltre a essere una multinazionale è un’azienda italiana. Si comporti secondo le regole e le leggi italiane». Secondo il sindacalista della Fiom «siamo disposti a fare la Panda polacca, ma non siamo disposti ad avere contratti polacchi. Siamo in Italia e Marchionne dovrebbe rendersene conto».

    GLI ALTRI COMMENTI – Oltre alle reazioni dei sindacati, l’esito del referendum e la posizione del Lingotto suscitano numerosi altri commenti politici. «Ora la Fiat, senza tentennamenti, senza se e senza ma, ribadisca l’investimento» dichiara il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, in piazza Navona, dove è in corso la protesta dei sindaci contro la manovra. Poi il leader democratico aggiunge: «Nei prossimi mesi si trovi un modo per comprendersi meglio. La disponibilità alla flessibilità è universale ma si sono toccati punti delicati su cui va trovata una comprensione migliore». Per il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, quello che si è consumato nello stabilimento Fiat di Pomigliano è tutt’altro che un successo per i lavoratori: «Si tratta di un ricatto subito». L’ex pm spiega ancora: «La Fiat deve ora prendersi le sue responsabilità rilanciando gli investimenti e Marchionne deve stare attento a non fare il furbo rimangiandosi quanto detto alla vigilia del referendum». «La stragrande maggioranza dei lavoratori di Pomigliano – dichiara invece Mario Landolfi, coordinatore regionale vicario del Pdl in Campania – ha deciso di aderire all’accordo proposto dalla Fiat. Non è un risultato plebiscitario, ma è sicuramente indicativo della volontà degli operai di inaugurare una nuova fase nelle relazioni industriali. Ora Marchionne non deluda la fiducia delle maestranze e nello stesso tempo la Fiom prenda democraticamente atto del voto di Pomigliano, rinunciando ad autolesionistici propositi di rivincita in sede giudiziaria».

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