Uccellacci e uccellini – La voce del Corvo

Uccellacci e uccellini
di Pier Paolo Pasolini
La voce del Corvo


Un corvo sul monumento a Pier Paolo Pasolini
all’Idroscalo di Ostia
il filmato è di “MyLegriaHF200VideoHD”

 

PIER PAOLO PASOLINI
LE FASI DEL CORVO

L’idea del corvo è passata attraverso varie fasi. Prima si trattava semplicemente di uno spirito saggio, un sapiente, in fondo un semplice moralista (ma la prima idea era l’idea non di un film ma di un racconto). Poi da moralista è passato a filosofo. A questo punto è intervenuta l’idea di fare del racconto (che non avrei mai potuto scrivere, non possedendo io una lingua adatta) un film. Il filosofo ha dovuto quindi precisarsi, poiché senza la precisione non è possibile la semplificazione (necessaria non come elemento obbligatorio, ma come affascinante norma prosodica), per un prodotto i cui destinatari siano gli spettatori cinematografici, ecc. ecc.

Questo filosofo è stato allora, dapprima, un saggio «reale», che cerca, attraverso una scandalosa e anarchica libertà, la realtà empirica e assoluta, non sistematica, nelle cose. Un saggio quasi drogato, un amabile beatnik, un poeta senza più nulla da perdere, un personaggio di Elsa Morante, un Bobi Bazlen, un Socrate sublime e ridicolo, che non si arresta davanti a nulla, e ha l’obbligo di non dire mai bugie, quasi che i suoi ispiratori fossero i filosofi indiani o Simone Weil.

Ma, in questa concezione del corvo, i conti non tornavano. Infatti i due personaggi, padre e figlio, che vanno, vanno per le loro strade, sono, nella loro perfetta innocenza, nel loro candido cinismo, nel loro agire secondo un’intima verità – ossia secondo l’automatismo in qualche modo sempre autentico degli uomini semplici, nel più assoluto senso del termine – sono in realtà essi quello che avrebbe dovuto essere il corvo secondo quest’ultima concezione. Egli avrebbe insegnato loro ad essere quello che essi sono da sempre, e per sempre, quello che essi sono per definizione. Non avrebbero mai dunque potuto mangiarselo, alla fine, com’era nel piano: ossia assimilarlo, e ricominciare ad andare, lungo le loro strade, prendendo di lui quel poco che potevano prendere – in attesa che un nuovo corvo venisse a dar loro coscienza delle cose.

Il corvo doveva dunque essere ben definito nel tempo e nella storia: dovevo trascegliere, nell’insieme che formava la complessa cultura del corvo anarchico e «indiano», l’elemento marxista, che non poteva in tal caso che essere una componente della sua cultura. Ho scritto la sceneggiatura tenendo dunque presente un corvo marxista, ma non del tutto ancora liberato dal corvo anarchico, indipendente, dolce e veritiero.

A questo punto, il corvo è diventato autobiografico – una specie di metafora irregolare dell’autore. Così è nato il suo background psicologico: il marxismo innestato come una norma innocente, palingenesi non tuttavia matta ma ragionata, su una incrinatura della norma, sul trauma (la nostalgia della vita, il distacco coatto da essa, la solitudine, la poesia come compenso, il dovere naturale della passione, ecc. ecc.). Ma l’autobiografia si manifestava soprattutto nel tipo di marxismo del corvo. Un marxismo, cioè, aperto a tutti i possibili sincretismi, contaminazioni e regressi, restando fermo sui suoi punti più saldi, di diagnosi e di prospettiva (il contrasto italiano tra mondo preindustriale e industriale, il futuro dell’operaio, ecc. ecc.).

Tutto questo però mi portava a una contraddizione. Il corvo «doveva essere mangiato», alla fine: questa era l’intuizione e il piano inderogabile della mia favola. Doveva essere mangiato, perché, da parte sua, aveva finito il suo mandato, concluso il suo compito, era, cioè, come si dice, superato; e poi perché, da parte dei suoi due assassini, doveva esserci l’«assimilazione» di quanto di buono – di quel minimo di utile – che egli poteva, durante il suo mandato, aver dato all’umanità (Totò e Ninetto).

Va tenuto presente a questo punto che l’epigrafe da mettere in testa al racconto del corvo era una frase di Mao, trovata in un’intervista con un giornalista americano – frase che diceva pressappoco: «Dove vanno gli uomini? Saranno nel futuro comunisti o no? Mah! Probabilmente non saranno nè comunisti nè non comunisti… Essi andranno, andranno avanti, nel loro immenso futuro, prendendo dall’ideologia comunista quel tanto che può esser loro utile, nell’immensa complessità e confusione del loro andare avanti…».

Il corvo era dunque, a questa fase, l’ideologia marxista, nel punto in cui un suo «momento storico» preciso – ossia l’ideologia marxista degli anni cinquanta – stava per essere superato. Dovevo precisare questo punto nella contraddizione: se il marxismo del corvo coincide col mio marxismo, poiché io sono in evoluzione, e sono cosciente prima di ogni altra cosa della crisi del marxismo degli anni Cinquanta, egli non può avere una storia conclusa, non può essere così chiaramente un superato – come una storia semplice richiede – e quindi mangiato. Se invece il marxismo del corvo non coincide col mio, allora il corvo diventa un personaggio del tutto oggettivo, che dice cose che io non condivido più: un personaggio noioso e antipatico, in fondo staliniano, la cui voce risuona «vecchia» nel contesto tutto sommato molto nuovo della favola. Mentre invece la storia richiede che egli sia simpatico, che egli abbia ragione nei suoi interventi sia pure un po’ noiosi, ecc.: così che l’essere mangiato alla fine ispiri due sentimenti equivalenti: il senso piacevole di liberazione dalla sua ossessione ideologica che vuol spiegare tutto e sempre, e la compassione per la sua brutta fine.

Dovevo quindi staccare il marxismo del corvo dal mio, oggettivandone la sua attualità. Ossia anch’egli come me, doveva essere cosciente della crisi del marxismo – essere cioè un marxismo degli anni Sessanta – ma con delle ragioni che non fossero strettamente le mie.

In altre parole: io dovevo approfondire le mie ragioni, verificarle – studiare. Andare avanti, trasformarmi, capire, per poi prestare queste mie nuove prospettive marxiste al corvo. Far coincidere il mio nuovo marxismo e il suo, ma al di là della mia inerte, e puramente negativa, esperienza degli ultimi anni.

È quello che ho tentato di fare – che non è nulla per un ideologo, ma è forse abbastanza per un narratore di favole. In questo sono stato aiutato da un prezioso volume giuntomi al momento giusto: si tratta di un’antologia curata da Franco Fortini che, aggiungendosi all’altro suo recente libro, la Verifica dei poteri, sono stati i testi su cui ho cercato di comporre – a correzione della sceneggiatura – la figura ideologica del corvo, traendo dalla complicata e orrida matassa, un poetico filo riassuntivo.

(1965)

Di seguito: un filmato autoprodotto uilizzando fotogrammi
dal film di Pasolini; la sceneggiatura del film stesso
riguardante gli interventi del Corvo/Pasolini
e la “Lettera aperta” dello scrittore ai suoi amici critici milanesi

 

PIER PAOLO PASOLINI
DALLA SCENEGGIATURA DI UCCELLACCI E UCCELLINI

[Pasolini per il cinema, Meridiani Mondadori, 2001]

Padre e figlio – Totò e Ninetto – camminano, camminano.
Il luogo adesso è quasi deserto; la campagna lambisce la strada, con le sue erbe gialle, e svanisce dall’alta parte del cielo bianco, col suo silenzio.
I due fanno commenti sulla morte: poco prima, infatti, hanno visto le ambulanze che portavano via da una borgata due cadaveri…

NINETTO A papà, quanto me piacerebbe esse un pappagallo! (ridendo birbante) Così almeno camperei du’ trecent anni!
TOTÒ (brancolando, cerca nella confusione della vita qualche verità filosofIca) E morto uno ricco! Qui giace uno pieno de soldi! E morto er più ricco der camposanto! Pensa un po’ che fregatura, pe’ llui! Beato er poveraccio, che pochi hanno saputo ch’è morto… E scrivono: «E morto UNO! Avanti er secondo!». Per lui è ‘na salvezza morì! (ma ecco, si ispira) E invece è tutto er contrario! Per uno ricco morì è come pagà er conto alla vita: paga, ma ha preso. Invece al poveraccio la vita nun j’ha dato niente, e lui paga uguale. Che fa er poveraccio? Passa da ‘na morte a ‘n’altra morte!

E camminano, camminano, sotto il sole.
Una musica funebre e strana li accompagna: forse è la canzone: «Fischia il vento urla la bufera / scarpe rotte eppur bisogna andar», ma profondamente sommessa e orchestrata misteriosamente. Mentre camminano, una voce li interpella, un po’ chioccia e stridula.

VOCE DEL CORVO Amici, dove andate?

Ninetto si guarda intorno, ringalluzzito, col naso che annusa novità, un po’ di riso negli occhi.
Anche Totò, come il figlio, si guarda intorno. Non c’è un uomo in tutta la distesa della campagna, fino dove l’occhio può arrivare all’orizzonte.

TOTÒ Ch’hai detto, a Nino?
NINETTO Che, ho parlato io?
TOTÒ Boh! Ciò le travegole!
VOCE DEL CORVO Allora, amici, dove andate?

Padre e figlio si girano ancora intorno interdetti, fermandosi.

CORVO M’aggrego?

Ninetto alluma allora il corvo, sul bordo della strada, che li guarda.

NINETTO A pà, guarda chi era! Er corvo!
TOTÒ E che vo’?
CORVO Fare un pezzo di strada insieme! C’è qualcosa di male? Vi scoccia?
TOTÒ No, no, ce mancherebbe!

E padre e figlio ricominciano a camminare per la strada, seguiti ora dal corvo, che per qualche istante, forse un po’ imbarazzato, tace.

CORVO Allora, si può sapere, dove siete diretti?

Totò guarda il figlio, come per dire: «De che se impiccia, questo?».
Ninetto anche lui guarda il padre, accentuando la sua espressione ostile e interrogativa.
Sempre guardando il figlio, Totò gli fa un cenno come per dire: «Nun je dimo niente».
Ninetto fa un cenno come per dire: «È regolare!».

TOTÒ Annamo quaggiù!
CORVO Scommetto che c’indovino! (e fa una piccola risata un po’ imbarazzata).
TOTÒ Indovinece un po’!
CORVO Andate.., andate.., da un fotografo a fare le fotografie al ragazzo che deve andare a lavorare alla Fiat… 
TOTÒ e NINETTO No!
NINETTO Quello l’avemo fatto l’altra settimana! 
CORVO Ah… allora andate.., dal vostro compare, perché c’è il battesimo di suo figlio…
TOTÒ e NINETTO No!
NINETTO (con allegro stupore dipinto nel viso) Ammazza però come ce coje! Ce semo stati proprio ieri ar battesimo a Torre Liscia! Che, siete un profeta, a sor maè?

Il corvo che sta ancora meditando, fa, tra sé, alla battuta di Ninetto, una timida risata filosofica.

CORVO (ridendo) Andate da una chiromante a prendere una medicina per Ninetto che ha il verme solitario… 
NINETTO (ridendo, con la luce della sorpresa e della lietezza negli occhi) Foco, foco, foco!

Finita la sua risata, il corvo riattacca in modo un po’ più ufficiale, per quanto profondamente democratico.

CORVO Rinuncio a capire dove andate… per ora…
TOTÒ Ma lei di dov’è, da dove viene… Nun l’ho mai vista da ‘ste parti!
CORVO (mascherandosi scherzosamente) Eh io vengo da lontano… Sono straniero… La mia patria si chiama Ideologia (ride scherzosamente), vivo nella capitale, la Città del Futuro, in via Carlo Marx al numero mille e non più mille… (ride di gusto per la sua trovata scherzosa).
TOTO (stando subito allo scherzo) E noi abbitamo a Borgo Monnezza…
NINETTO (pronto, saettante) Via Morti de Fame! 
TOTÒ (ridendo) Numero 23!
NINETTO (ridendo ancora di più) Sotto er Monte de le Marane Chiare!
TOTÒ (ridendo di cuore) Famoso in tutto er monno per il martirio de sant’Analfabeta!

E ridendo, camminano, camminano per la lunga strada. 
[…]
I tre camminano, camminano.
La strada non è molto diversa da quella di mezz’ora prima: anche la campagna intorno è la stessa, gialla contro il silenzio del cielo.
Ma chissà, forse per il crescere del caldo, quello delle dieci della mattina, che stanca e fa venire la ceccagna, i tre sembrano più mosci: e vengono avanti un po’ di malavoglia, addirittura strascicando i passi.
Solo il corvo è arzillo.

TOTÒ (con una smorfia patita) Eh, er sole comincia a menà… Me sta a coce er cervello… Ahi… (è un «ahi» quasi di ragazzino).
NINETTO E fermamose sotto ‘st’alberetti, a papà… (gongolando all’idea, pigro e egoista). Se sbragamo lì sotto, aaaah, lo sai che sonno che se famo…
TOTÒ ‘Namo, carogna… Ahio (questo secondo «ahio» èancora più convinto del primo).

Totò, abbacchiato, si china e si stringe affettuosamente un piede dentro la scarpa scalcagnata.

TOTO Mannaggia a tutti i santi dell’Inferno… (riprendendosi e come per rispetto al corvo) Tanto non ce stanno… Ciò du’ calletti uno sul ditino e uno sul ditone che me fanno passà le pene der Purgatorio…
CORVO (semiserio) Eh, beati voi…
TOTÒ (abbacchiato per i calli) Se, beati! Co’ ‘sta micra¬gna!
CORVO (quasi patetico, ora) Sì, beati, beati! 
NINETTO (rifacendogli curioso il verso) Beati, beati, e perché beati?
CORVO Eh, beati perché avete i calli… Perché sentite il sole e dite uffa, perché siete dentro questa immensa faccenda fatta di calli e di sole, siete incarnati nella vita, non vi distinguete dalla vita, andate, andate… Nascete, amate, morite…
NINETTO Magnate, bevete…
CORVO (ridacchiando) Calli e caldo! Beati voi! Invece io, chissà come, quando e perché, sono stato condannato a restare fuori, da tutta questa faccenda… Scusatemi se vi dico subito una cosa così imbarazzante e abbastanza incomprensibile, benché vi conosca appena. Ma certe cose o si dicono subito, o non si dicono più…
TOTÒ (cortese) Dite, dite… come!
CORVO (sempre ridacchiando) Voi certo vi state chiedendo: «Chi è questo scemo, che vuole da noi?». Ebbè, sono qui perché ho nostalgia di questa bella cosa che non ho, la mescolanza con la vita, l’essere vivo e basta. (ridacchia per correggere la serietà delle sue espressioni) Mi attacco a voi, per cercare di distrarmi un po’ dalla tremenda nostalgia che ho per ciò che non ho!
NINETTO (cercando di interessarsi, un po’ impressionato) Ma nun ciavete i genitori? Nun ciavete moje, nun ciavete famija?

Totò invece non lo sta più a sentire e si guarda intorno, cercando qualcosa, coi poveri piedi doloranti.

CORVO Eh, bel ragazzetto che te ne vai col padre, per strade piene di fratelli, cugini, sconosciuti uguali a te, per strade che non capisci se sono brutte o sono belle, se sono vecchie o sono nuove, che sono strade e basta! I miei genitori sono il Signor Dubbio e la Signora Coscienza, mia moglie è la Signora Cultura, e la mia famiglia è l’Umanità! 
NINETTO (ridendo) Io invece so’ Ninetto, di Innocenti Totò e di Semplicetti Grazia…

Totò ha trovato quello che cercava: una grande siepe in fondo alla strada, là dove la strada fa una curva. C’è pa¬ce e solitudine. 
[…]
Padre e figlio si fermano, dietro la siepe: è una loro necessità.
Ma arriva il proprietario del campo e alcuni suoi amici…

VOCE DEL PROPRIETARIO Aòh, guarda che io no vado nei campi dell’altri, sa’… Guarda, che ce stanno delle leggi pe’ ‘ste cose… zozzoni! Lo sapete che si vojo ve posso denuncià, pe ‘ste cose!
NINETTO (non potendosi più trattenere) Lo sai che causa, che viè fori! Che, fate venì la Scientifica, qua? 
[…]
VOCE DEL PROPRIETARIO Nun scherzo, proprio pe’ niente… Prendete ‘sta schifezza e portatevela via… 
VOCE DI TOTÒ Se no?
VOCE DEI. PROPRIETARIO Se no ve impallino! (urlando a squarciagola) A Severaaa! Porteme la doppietta! (poi, forsennato, di nuovo ai due) Mo ve la faccio vede io, a voi due, si nun ve la portate via…
VOCE DI TOTO Aòh, fin che se scherza se scherza, mo me so’ stufato…

A questo punto, le voci che si sono accavallare dietro la siepe caoticamente si trasformano in urla scomposte, mescolate a colpi e a lamenti.
Il corvo, preoccupato, allora, spicca il volo, e va a mettersi su un ramo sopra la siepe, e di là vede una grande mischia: Totò e Ninetto stanno riempiendo di botte quattro cinque vecchietti e vecchiacci, brutti come spaventapasseri, che volano qua e là come fossero di canne secche.

PROPRIETARIO (tra le percosse) Severaaa! Severaaa!

Ed ecco laggiù, contro il casale la figuretta nera di Seve¬ra, che avanza imbracciando la doppietta: poi si ferma e spara in aria.

TOTÒ (al figlio) Damose, a Ninè…
NINETTO Scappa a papa…

I due, seguiti dal corvo, mettono le gambe in spalla, e via per la campagna bruciata, coi fiatone: corrono, corrono, corrono.., scivolano, cascano, si rialzano, culate e sbattute di grugno, con gli spari lontani della carabina, mentre il corvo, lui…

CORVO (un po’ starnazzando dietro quella corsa disordinata, un po’ ridendo per coprire l’inopportunità delle sue chiacchiere di persona colta) È scoppiata la guerra! Per un fazzoletto di terra! La guerra tra l’India e il Pakistan, la guerra per Trento e Trieste! Scappate adesso, eh? Avete fifa, eh? Avete la coscienza sporca, eh? Ah, ah! Voi non ve ne rendete conto, ma siete complici con quel vecchietto nella stessa colpa di adorazione dell’idolo della proprietà! Perché gli avete menato? Perché dentro di voi sentivate che avevate torto e che lui aveva ragione! Le botte si dànno soltanto a chi ha ragione! Arriverei a dire che quando un popolo invade la terra di un altro popolo, colpisce e uccide perché ha torto: ma anche quando il popolo oppresso si solleva, fa i suoi vespri siciliani, colpisce e uccide, perché ha avuto il torto di farsi colpire e uccidere! Ecco perché Gandhi aveva ragione! Ecco perché bisogna sempre vincere con la non-violenza, come Gandhi! Come Gandhi, dovevate fare! Tirar fuori il fazzoletto, buoni buoni, metterci dentro la vostra cacca, e portarvela via! Così lasciavate solo come un babbeo quel proprietario nella sua proprietà! E conciliavate in un unico atto di mitezza la rivoluzione comunista e il Vangelo!

Cartello con la scritta:
ECCETERA, ECCETERA.
[…]

I tre amici camminano, camminano. Ora però la strada campestre è parallela a una grande strada statale: i pochi campi sopravvissuti hanno un’aria malinconica, e il sole li brucia senza speranza. Intorno, tra le due strade, e più lontano, nella campagna ondulata, sorgono enormi costruzioni, chiare, bianche, infernali. Sono fabbriche, alcune finite, altre ancora in costruzione, con le loro sagome di città del futuro, assurde, in quella povera campagna.
C’è qualcosa di triste e di misterioso, in tutto questo. E infatti i tre amici sono accompagnati dalla fioca musica funeraria che aveva sottolineato l’apparizione del corvo. Quel che è più curioso è che le fabbriche non sembrano funzionare. E quindi uno strano silenzio, un ozio arcano grava su di loro.
Si tratta di uno sciopero? Forse no. Gli operai sono infatti fuori dalle fabbriche, per le strade. Neri in quel silenzioso biancore del sole di mezzogiorno. Forse mangiano fuori anziché nelle mense. Sono sparsi, qua e là, lungo i muri delle fabbriche, lungo i cigli dei fossati secchi. Muti, assenti, come chiusi in un inesprimibile stato di attesa.
I tre camminano e guardano, come presi da quello spettacolo, che, se non è di morte, è di vigilia della morte.

CORVO Ma allora, mi volete dire dove andate?

Padre e figlio, a quell’improvviso ripresentarsi della curiosità del corvo, si guardano fra di loro in una specie di sguardo di intesa. Ma non rispondono niente.

CORVO Eh? Me lo dite?

A Totò passa un guizzo di divertita ironia negli occhi.

TOTÒ Eh, sapessi

Ninetto coglie al volo l’umore del padre: è tutto un fulgo¬re di ironia, di gusto dello scherzo, di gioioso dispetto.

NINETTO Te piacerebbe saperlo, eh? Te piacerebbe 
CORVO (con scherzosità un po’ imbarazzata) Sì, lo confesso, sono proprio curioso di sapere dove andate…

Totò guarda suo figlio e gli fa l’occhietto. Ninetto tutto felice per quell’intesa col padre, risponde con uno sguardo di intesa.

TOTÒ Eh Annamo lìne e poi annamo làne! 
CORVO (insistendo senza convinzione, intimidito) Ma su andiamo, dai, ditemelo!
NINETTO (fulmineo) Che, fai la spia?
CORVO (rassegnandosi un’altra volta) Va beh, pazienza… Ci rinuncio…

Ninetto, rivolto al padre, apre la bocca e tira fuori la lingua, accennando al corvo, come per sfotterlo. Totò coglie la sua occhiata: ma ormai «ogni scherzo è bello se dura poco», e sospira, torcendo la bocca e accarezzandosi teneramente il piede col callo.

CORVO (a Ninetto, con lo sforzo del cominciare un discorso forse inopportuno) Allora tu, Ninetto, sarai un operaio?
NINETTO (senza compromettersi, meccanico) Sì. 
CORVO Ti piacerebbe andare a lavorare in una fabbrica come questa?
NINETTO Tocca vede…
CORVO (scherza o dice sul serio? ma parlando ridacchia con la sua ironia socratica) Lo sai cosa ci fabbricheranno? 
NINETTO (rozzamente, quasi offensivamente) E che ne so! 
CORVO Il Totofon…
NINETTO (strizzando gli occhi e aprendo disgustato la bocca) Che che?
CORVO Sì, è un apparecchio piccolo come una valvolina: lo si mette in bocca, e si parla tutti uguale. Non ci saranno più modi di parlare diversi: il Totofon farà parlare tutti allo stesso modo…
TOTÒ Sì, e chi lo compra? Mi’ madre m’ha imparato a parlà così, mi’ nonna m’ha imparato a parlà così, e vojo morì parlando cosi…
CORVO Ah ah ah! Ma il fatto è che il Totofon sarà obbligatorio, come il triangolo delle macchine.., non so se rendo l’idea…
TOTO E perché tutto questo?
CORVO Ah ah ah! Hanno fatto delle statistiche e hanno scoperto la legge che «chi parla uguale consuma uguale»… Così parlando tutti uguale, vestiranno tutti uguale, si motorizzeranno tutti uguale, ecc. ecc. E tutto si potrà fare in serie, finalmente.
TOTO Embèh, sia fatta la volontà dei Signori!
CORVO A te, Ninetto, ti piacerà parlare uguale, vestirti uguale, mangiare uguale, motorizzarti uguale?…
NINETTO (con un guizzo ridente di suprema convinzione) A me sì! Che so’ il più stupido, io?
[…]
CORVO (trasponendo favolosamente il suo pensiero) Eh, io conosco una persona che piange su questo, e dice che questa sarà la fine dell’uomo.., e che se gli operai non si decidono a riprendere in pugno la bandiera rossa non ci sarà più niente da fare… perché essi sono gli unici che possono dare un’anima ai prodotti… In modo che i prodotti restino umani, e quindi il mondo sia sempre dell’uomo… Ma gli operai dormono, e producono in sogno… E i Ninetti consumano… prodotti senza anima… che piano piano tolgono l’anima a chi ce l’ha…
[…]

Padre e figlio, continuando nella loro camminata, incontrano una ragazza, in attesa di “clienti” sul ciglio della strada. Prima Totò, poi Ninetto, correndo, nascosti, tra le erbacce alte del prato dietro a lei, la raggiungono…

Totò, rassegnato, s’è seduto su un paracarro a aspettare, e si fa vento con un pezzo di cartolina zozza.Guarda il corvo, che, aspettando anche lui, passeggia sue giù.

TOTÒ (aggressivo e chiotto per un senso di colpa) Mbèh? Tutto normale, dottò?
CORVO Ah, di queste cose io non mi impiccio, caro amico. (ridacchiando) Io sono per il libero amore, intanto, sia chiaro… Quindi se proprio dovessi impicciarmi, dovrei dire: «Fate bene, andate con tutte le puttane che vi pare!».
TOTO (scandalizzato) Ma che? Ve pare bello?
CORVO Ipocrita, adesso fate il moralista (ride).
TOTÒ Mbèh, certo… Ho fatto male perché ho fatto male, se sa… Però, uno che cià moje, nun deve annà co’ l’altre donne, esse libbero… Se no allora la famija, addio famija!
CORVO Ebbè! Addio famiglia! Perché no? Cos’è questa famiglia, tutto finisce, finirà anche la famiglia… Già nelle società più ricche è in via di liquidazione, la famiglia, non ha più ragione di essere… (ridacchia). Io devo essere prima di tutto anarchico, quindi nè Dio, nè Patria, nè famiglia…
TOTÒ Mbèh Dio… la Patria… magara… Ma la famija tocca pensacce un pochetto… Io parlo da ignorante, eh, ma nsomma…
CORVO (con una certa malinconia) Eh, io sono fuori dalla vita! Non vado così tranquillamente e innocentemente a puttane come voi… Perciò ho il dovere di dare sempre un giudizio senza compromessi sulla vita! (ridacchiando con la sua povera risata socratica) A costo di stare sempre sulla graticola!

Ed ecco che arriva Ninetto. Suo padre lo smiccia dal basso all’alto, in silenzio.

TOTÒ (prima crollando la testa in silenzio) Nun magnà più quella robba… Che te fa male!

E si alza riprendendo il cammino. Ninetto, fedele, gli si affianca, e vanno giù di spalle per la strada bianca, nel sole del meriggio già tardo.
[…]
I tre camminano, camminano, nel sole calcinante.
Il corvo non ha smesso di parlare: anzi, la parlantina pare che gli si sia sciolta più che mai, man mano che i due compagni di strada cominciano a sentire la stanchezza.

CORVO (preannunciando quello che dice con una risatella, per un pensiero che lo diverte per conto suo, misteriosamente) A proposito di puttane, mi viene in mente una storiella divertente. Un giorno, un giornalista – probabilmente uno dei soliti moralisti fanatici – ha chiesto a Fidel Castro come mai per l’Avana girassero ancora delle donnacce, se ciò fosse compatibile con la società socialista, e che provvedimenti egli intendesse prendere per eliminare quella faccenda sconveniente. «Niente» rispose Castro, «quelle donne devono sparire da sé: e ciò accadrà quando la società sarà realmente mutata.»

A questo punto il corvo comincia un po’ a farneticare, a parlare per conto suo, perdendo un po’ il contatto con la «misteriosa base», che gli cammina accanto, annoiandosi, distraendosi: diretta dove?

CORVO Ma esiste Cuba? Esiste la Francia? O cominciano a non esistere più? E se cominciano a non esistere più le nazioni, non cominceranno a non esistere più le vie nazionali? A meno che non siano sempre state un’ipocrisia? Allora, qual è la via internazionale al socialismo? Il non poter rispondere a questa domanda mette dunque in crisi il marxismo? E se il marxismo è in crisi, cosa deve fare un marxista?

Cartello con la scritta:
«I MAESTRI SONO FATTI PER ESSERE MANGIATI IN SALSA PICCANTE.» GIORGIO PASQUALI.

Il corvo continua a parlare, ma il suo non è ormai che un ron ron delirante e patetico, in secondo piano, in sottofondo. Per chi vi porga orecchio è un discorso logico, ma per chi è distratto non è che un vaniloquio. Ed è difficile non essere distratti, perché… mentre il corvo parla, parla, ormai senza freni, poveretto, privo del senso del ridicolo, una lunga scena muta si svolge tra Totò e Ninetto.

CORVO (in sottofondo, quasi tra sé, ma senza rinunciare alla sua timida vocazione didascalica) Uno spettro si aggira per l’Europa, è la crisi del marxismo. Eppure bisogna a tutti i costi ritrovare la via della rivoluzione, perché mai come oggi il marxismo si è presentato come unica possibile salvezza dell’uomo. Esso salva il passato dell’uomo, senza il quale non c’è avvenire. Il capitalismo dice di voler salvare il passato, in realtà lo distrugge: la sua conservazione è sempre stata una manutenzione da museo, cretina e distruggitrice. Ma oggi la rivoluzione interna del capitalismo rende il capitalismo così forte, da fregarsene del passato. Egli può ormai permettersi di non rispettare più i suoi antichi pretesti, Dio, la Patria, ecc. La reazione si presenta ormai come partito giovane, dell’avvenire. Prospetta un mondo felice in mano alle macchine e pieno di tempo libero, da dedicare all’oblio del passato. La rivoluzione comunista si pone invece come salvezza del passato, ossia dell’uomo: non può più promettere nulla se non la conservazione dell’uomo. Poeti ceki, polacchi! Poeti ungheresi! Poeti jugoslavi e sovietici! Mettete in ridicolo il governo delle vostre nazioni, martirizzatevi, perché la rivoluzione continui il potere si decentri, il fine ultimo sia l’anarchia, l’uomo si rinnovi rivoluzionandosi senza fine, e senza fine fioriscano i garofani rossi della speranza!

Ed ecco la scena, che, mentre il corvo, in sottofondo, dice tutta questa tirata, si svolge tra Totò e suo figlio Ninetto: Totò, a un certo punto cerca di attrarre l’attenzione di Ninetto, senza farsi accorgere dal corvo. Ma Ninetto, quel fijo de ‘na mignotta, non lo fila per niente, sbadigliando da smascellarsi. Totò ritenta ancora, cercando addirittura di fare un fischietto con la bocca: ma Ninetto niente. Finalmente, per caso, padre e figlio si guardano in faccia: che sguardo! E Totò approfitta subito per fare il seguente strano cenno: allarga la bocca con tutti i denti fuori e poi la richiude rabbiosamente, dando un’occhiata di sguincio al corvo. Ninetto crede che si tratti di un gesto per farlo ridere alle spalle del corvo, e infatti ride, fa l’occhietto, e storce la bocca verso il corvo, come per dire: «Che pizza!». Ma il padre fa no no: e insiste: riapre la bocca e la richiude due tre volte, come desse dei morsichi, e facendo cenno che si tratta di una vera e propria proposta. Ma Ninetto non capisce, e fa un cenno come per dire: «Mica te capisco, sa’! Che vòi?». Il padre rifà un’altra volta quel misterioso gesto con la bocca, indicando col barbozzo il corvo che parla, parla. Ma Ninetto niente: stringe i polpastrelli della mano destra, e agita il tutto sotto il mento, interrogativo. Allora Totò, sbuffando contro quel babbeo di suo figlio, si decide a parlare:

TOTÒ (al corvo) Permettete, sor maè? Devo dì ‘na pa¬rola a ‘sto rimbicillito qua!

Prende sotto braccio il figlio e lo tira da parte, e subito:

TOTÒ Io me lo magno, sa’!
NINETTO Che?
TOTÒ (mettendosi la mano a imbuto davanti alla bocca, sottolineando) Se lo magnamoo! Tanto si nun se lo magnamo noi se lo magna qualchedun altro! Tanto che sta a ffà, me pare pure matto!
NINETTO (subito conquistato, con gli occhi che gli lampeggiano) Sì, sì, ciài raggione… Quanto m’ha stufato! Così se impara a impicciasse de l’affari dell’altri! E come se lo magnamo?
TOTÒ Come l’antichi, che buttavano le cocce e magnavano i fichi!

Si avvicina gentilmente al corvo fischiettando e stirandosi tutto allegrotto…

TOTÒ Eh, mannaggia li pescetti! Eeeeh!
CORVO (ingenuamente, nulla sospettando del suo destino) E allora, volete dirmi finalmente dove andate? Eh, dove and…

Totò si china di botto su di lui e lo agguanta.

TOTÒ Sgnarf…

Poco dopo. Sulla polvere della strada bianca, si vedono i resti del corvo: un po’ di penne, le zampette, il becco… Più in là un po’ di fuoco che si sta spegnendo: cenere e ossicini.
Il padre e il figlio sono già di nuovo in cammino, di spalle: che si allontanano per la strada bianca tra la terra e il cielo. Camminano, facendosi sempre più lontani e piccoli, laggiù, nel sole, lungo la loro strada, come in un film di Charlot. Il rombo potente di un aeroplano dilegua sulla parola…

FINE

* * *

PIER PAOLO PASOLINI
LETTERA APERTA


Cari amici, cari critici milanesi,

non ho mai dato congedo a un film così indifeso, così delicato, così riservato come Uccellacci e uccellini. Esso non solo non assomiglia ai miei film precedenti, ma non assomiglia a nessun film. Non dico per la sua originalità – sarei stupidamente presuntuoso – ma per la sua formula: che è quella della favola, col suo significato riposto.

Una favola che, come tutte, consiste in una serie di prove attraverso cui gli eroi devono passare. I miei eroi, nella fattispecie, dopo simili prove, non sembrano però ottenere nessun privilegio: nè regni né principesse. Non resta loro, dopo quelle prove, che affrontare altre prove. Nessuna vera e propria favola era mai finita così!

Inoltre, in quanto ad ambiente e personaggi, la mia è una favola picaresca: le esperienze «a livello della strada» di due poveri diavoli. Ma il picarismo è esso stesso una ideologia. Invece la mia favola ha la sua ideologia altrove che nel picarismo: e precisamente in qualcosa che contraddice profondamente ogni poetica picaresca.

La favola che finisce come non deve finire, il picarismo che non dice quello che deve dire: ecco due motivi di delusione. Ma: 

Bisogna deludere. Saltare sempre sulle braci 
come martiri arrostiti e ridicoli…

Questo dicevo in una mia poesia, chiamata per l’appunto Progetto di opere future.

Pietro Bianchi ha parlato, recensendo il volume di Uccellacci e uccellini – e certamente fuorviato dalla honomia dei testi e del materiale fotografico -, di una mia pacificazione interiore: della caduta del vento impetuoso della gioventù.

Forse è caduto il vento, ma ciò che ne è seguito non è stata precisamente la bonaccia. Mai mi sono così esposto come in questo film. Mai ho assunto a tema di un film un tema esplicitamente così difficile.

La crisi del marxismo della Resistenza e degli anni Cinquanta – poeticamente, quello anteriore alla morte di Togliatti – patita e vista da un marxista, dall’interno; niente affatto però disposto a credere che il marxismo sia finito (dice il buon Corvo: «Non piango sulla fine delle mie idee, ché certamente verrà qualcun altro a prendere la mia bandiera e a portarla avanti! Piango su di me…»).

Non è finito, naturalmente, nella misura in cui sappia accettare molte nuove realtà (adombrate nel film: lo scandalo del Terzo Mondo, i Cinesi e, soprattutto, l’immensità della storia umana e la fine del mondo, con l’implicata religiosità, che sono l’altro tema del film).

In mezzo a tanta difficoltà, ho avuto in compenso la gioia di dirigere Totò e Ninetto, uno stradivario e uno zufoletto: ma che bel concertino!

Pertanto, anche se non posso imprudentemente schierarmi con quei critici e quegli amici che considerano questo il mio film migliore – credo, ancora con maggior orgoglio, di poter dire che è il mio film più puro.

(1966)

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Uccellacci e uccellini – La voce del Corvoultima modifica: 2010-07-10T17:18:00+00:00da paginecorsare
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Un pensiero su “Uccellacci e uccellini – La voce del Corvo

  1. rende proprio, il corvo, questo didascalismo professorale inopinatamente vero che Pasolini dichiara di volergli dare. Il corvo è pedantemente esatto e veritiero nei suoi interventi, di quella pedanteria che fa irritare ancora di più perchè vera. Pasolini, in fondo, forse inconsapevolmente, sa che il corvo è la nostra anima razionale, così poco convincente per quella emotiva.

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