I simboli della nostra civiltà che rischiano di diventare macerie

I simboli della nostra civiltà
che rischiano di diventare macerie

«Le rovine (dei monumenti, delle istituzioni, dei valori)
ci ricordano col loro crollo quotidiano che non possiamo

essere solo spettatori»
di Salvatore Settis
11 novembre 2010, “la Repubblica”

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Secondo il grande storico dell´arte cinese Wu Hung (professore a Chicago), nella cultura cinese manca il senso delle rovine, e i pittori e calligrafi cinesi si astennero dal rappresentarle; le eccezioni sono dovute a influssi della cultura europea. In Europa, al contrario, la presenza delle rovine è vitale nella riflessione storica come nell´arte e nella letteratura. Per Chateaubriand (in una celebre frase del Génie du Christianisme, 1802), «tutti gli uomini hanno una segreta attrazione per le rovine», a causa di un sentimento del sublime destato dal contrasto fra la condizione umana e la caduta degli imperi, che le rovine testimoniano ed evidenziano. Secondo un saggio di Georg Simmel (1919) «il fascino della rovina sta in ultima analisi nel fatto che un´opera dell´uomo possa esser percepita come un prodotto della natura», della sua potenza distruttrice. J. B. Jackson, che il New York Times definì «il massimo scrittore sulle forze che hanno forgiato la terra occupata dalla nazione americana» scrisse nel 1980 un prezioso libretto, The Necessity for Ruins.

Secondo Jackson (americano, ma nato e morto in Francia), le città americane fanno enormi sforzi per costruirsi una memoria storica artificiale, creata a partire da oggetti visibili che vengono reinterpretati come monumenti, landmarks; ma anche creando dal nulla rovine fittizie, prêtes-à-porter di marca hollywoodiana, come i saloons “ricostruiti” in tante piccole città del Nevada. Anche le finte rovine hanno una prodigiosa efficacia sociale: presuppongono e incorporano le rovine della storia e quelle dell´immaginazione, ricreano un passato “vero” non perché dimostrabile, ma perché “tipico”. Il gesto di invenzione della tradizione viene implicitamente legittimato come “ricostruzione” di una tradizione “autentica”, che interpreta un´esigenza quasi religiosa di memoria collettiva. Scrive Jackson: «solo le rovine danno un incentivo efficace per la rinascita, per un ritorno alle origini. È necessario un intervallo di morte o di oblio, prima che possa davvero parlarsi di rinnovamento o di riforma».

Pensieri consolanti, in un Paese che va, moralmente e fisicamente, in rovina? È davvero necessario che Pompei e la Domus Aurea cadano a pezzi, per innescare nei cittadini una qualche voglia di riscossa? Dopo la frana di Giampilieri di un anno fa (18 morti), dobbiamo aspettare che franino l´una e l´altra sponda dello Stretto per accorgerci che non basta “dichiarare l´emergenza” come fece allora il governo, ma bisogna “curare” il dissesto idrogeologico anziché posare le prime pietre di un faraonico Ponte? Ma la riflessione sulle rovine, nella tradizione occidentale, non è consolatoria, è tragica.

Il detto famoso di Beda il Venerabile («Finché starà il Colosseo, starà Roma; e finché starà Roma, starà il mondo») non è un grido di trionfo, è un ammonimento e un allarme. Scrivendo nell´VIII secolo, Beda non si riferiva al Colosseo nel suo pieno fiorire, luogo di spettacoli che accolse per secoli decine di migliaia di spettatori, ma già (come oggi) a un gigantesco rudere che continua a morire a ogni istante, eppure vive ancora. Perciò le foto di Jack London a San Francisco dopo il terremoto del 1906 indugiano su chiese semidistrutte, ma ancora in piedi, su edifici in frammenti, ma riconoscibili. Fra la rovina (il frammento) e l´intero c´è una corrente di senso: fin quando la rovina è riconoscibile, invita il lavoro della memoria, la pietà della ricostruzione, l´intelligenza della riflessione storica. Perciò le rovine segnalano sì un´assenza, ma al tempo stesso incarnano, sono una presenza, un´intersezione fra il visibile e l´invisibile. Ciò che è invisibile (o assente) è messo in risalto dalla frammentazione delle rovine, dal loro carattere “inutile” e talvolta incomprensibile, dalla loro perdita di funzionalità (o almeno di quella originaria). Ma la loro ostinata presenza visibile testimonia, ben al di là della perdita del valore d´uso, la durata, e anzi l´eternità delle rovine, la loro vittoria sullo scorrere irreparabile del tempo.

Memoria di quel che fummo, le rovine ci dicono non tanto quel che siamo, ma quello che potremmo essere. Sono per la collettività quel che per l´individuo sono le memorie d´infanzia: alimentano la vita adulta, innescano pensieri creativi, generano ipotesi sul futuro. Così le rovine (dei monumenti, delle istituzioni, dei valori) ci ricordano col loro crollo quotidiano che non possiamo essere solo spettatori. Nel segno della morte, alzano una barriera fra i viventi, sono segno di contraddizione: di qua chi al crollo reagisce con sdegno e volontà di rimedio, di là i distruttori di mestiere, che nei crolli e nelle rovine vedono solo occasioni di far bottino, e a chi si sdegna rispondono con battute e sberleffi, e l´inevitabile, miserevole invito a “non strumentalizzare” (è successo, in alcune servili reazioni dopo il recente crollo a Pompei).

Ma nelle rovine di quel che fu Roma peschiamo almeno questa citazione (da Seneca): “è capace di indignazione solo chi è capace di speranza”. Guardiamo dunque attentamente le rovine che si addensano intorno a noi, ma guardiamole con occhi allarmati. Hanno molto da dirci, se sappiamo interrogarle. Se non le consideriamo “inevitabili”, ma prodotto di incuria a cui porre rimedio. Lasciamo alla loro morte morale chi danza cinicamente sulle rovine. Prendiamoci la vita, la lezione etica e politica che viene dalla memoria e dalla solidarietà collettiva, dalla volontà di rinascita. L´Italia lo merita.

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Salvatore Settis (1941), archeologo e storico dell’arte, all’Università di Pisa è stato prima assistente (1968-1969), poi professore incaricato (1969-1976), quindi professore ordinario (1976-1985) di Archeologia greca e romana. Tra il 1977 e il 1981 è stato direttore dell’Istituto di Archeologia e preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dello stesso ateneo. Insegna Archeologia classica presso la Normale di Pisa dal 1985. Ha inoltre diretto il Getty Center for the History of Art and the Humanities di Los Angeles dal 1994 al 1999. È stato eletto direttore della Normale dal 1999 al 2010. È inoltre membro del Deutsches Archäologisches Institut, della American Academy of Arts and Sciences, dell’Accademia Nazionale dei Lincei e del Comitato scientifico dell’European Research Council. Il suo libro Italia S.p.a. L’assalto al patrimonio culturale nel 2003 ha vinto il premio Viareggio nella categoria Saggistica. Dal 2004 è membro del Comitato dei garanti della Scuola Galileiana di Studi Superiori.

Nel 2008 si pronuncia in modo esplicito contro la politica di tagli indiscriminati all’Università promossa dal governo Berlusconi sulle pagine dei quotidiani “la Repubblica” e “Il Sole 24 ore”, fatto che lo costringe, nel febbraio 2009, a dare le dimissioni dalla presidenza del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, dovute soprattutto al desiderio espresso dal neo-ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi che egli non criticasse la linea del governo.

* * *

Quello delle forzate dimissioni di Salvatore Settis due anni fa è stato uno degli scandali più clamorosi – anche se seguiti  da pochi – del governo attualmente ancora in carica. Un governo che qualsiasi cosa faccia (e ultimamente fa pochissimo, per fortuna, mi viene da dire) distrugge un pezzo di Italia. Iniziò con l'”emergenza rifiuti” in Campania, dissolta come per un colpo di bacchetta magica e in realtà mai portata a termine. Potenza della propaganda! Ma il problema dei rifiuti non è soltanto della Campania, come hanno voluto far credere ai troppi “boccaloni di destra e di sinistra”. Basterebbe pensare alle ripetute crisi, a questo riguardo, in Sicilia. Ora si constata che a Milano un’area consistente della città è stata luogo di “sepoltura” di rifiuti tossici, come non bastassero quelli velenosi che erano stati trasferiti anni addietro proprio in Campania.

Se ci si volge poi ad altri settori, si registrano altrettanti disastri: quello della scuola in primo luogo, svuotata dei suoi contenuti oltre che dei suoi insegnanti, negata ai disabili poiché gli insegnanti di sostegno sono diventati una rarità e vengono impiegati soltanto qualche ora al giorno (in barba al “diritto allo studio” conclamato dalla Costituzione); dove – quando non cadono soffitti in testa agli alunni – i ragazzi devono perfino portare da casa la carta igienica e i genitori improvvisarsi imbianchini per rinfrescare le pareti luride delle aule. E intanto irriducibili legaioli distribuiscono a piene mani il “sole delle Alpi” per “formare culturalmente” le nuove generazioni. E ignari bambini delle elementari vengono tenuti, in mensa, a pane e acqua perché i genitori (molti dei quali disoccupati) non possono pagare una ignobile retta.

Si distrugge il lavoro con accordi insani che non si curano neppure di salvaguardare la Costituzione, la legislatura esistente (a partire dallo Statuto dei Lavoratori che “Sacconi sta saccheggiando” – non è un gioco di parole, vedremo presto gli effetti delle sue manipolazioni se questo governo non dovesse andarsene…), i contratti di lavoro già in vigore. E si distruggono i lavoratori non solo con le discriminazioni, ma soprattutto con la scarsissima attenzione alla loro sicurezza che fa del nostro Belpaese quello in cui gli incidenti sul lavoro producono il maggior numero di vittime tra i Paesi cosiddetti “avanzati”; alcune modifiche alla relativa legislazione fanno sì, poi, che dai protocolli di sicurezza vengano ulteriormente cassate alcune norme, anziché introdurne altre, più favorevoli, a salvaguardare coloro che lavorano in condizioni di assoluto pericolo.

La cura per l’immenso patrimonio culturale è arrivata a un punto estremo di incuria e di vero e proprio abbandono.  Ma Tremonti dice, sbagliando clamorosamente, che la cultura “non si può mettere in un panino” (ma Tremonti è “uomo d’onore”, come diceva Marco Antonio di Caio Cassio o di Marco Bruto).

Qualche mese fa Riccardo Iacona aveva mostrato nel suo programma “PresaDiretta” la situazione di alcuni musei e siti archeologici  italiani per i quali non esisteva più un servizio di restauro, e tutto andava in malora nell’indifferenza diffusa: non mi vergogno di dire che quella sera, davanti al televisore, avevo pianto. Ieri guardavo in una sezione del sito del Vieusseux di Firenze una spaventosa serie di immagini riguardanti l’alluvione del 1966 in quella città: si vedevano in dettaglio i danni causati dall’acqua, dal fango e dalla nafta sull’ingente patrimonio storico (libri e documenti) conservato da quella istituzione.

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E si mostrava anche con quale sollecitudine e partecipazione avvennero i restauri, che in alcuni casi avevano del “miracoloso”: molti restauri risultavano eseguiti già un anno dopo.

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Eppure, a quei tempi, in Italia governavano gli Andreotti e i Fanfani, quanto di peggio si possa ricordare nella storia della Repubblica. Ecco, oggi – sembra quasi una bestemmia affermarlo – si sarebbe quasi tentati di rimpiangerli quei pessimi governanti, che a confronto con quelli di oggi paiono dei giganti. Perché (e forse non ce ne rendiamo del tutto conto) oltre all’incapacità, alla malversazione, al personalismo documentato dalle innumerevoli leggi ad personam, dalla corruzione che sconfina nella più odiosa delinquenza (quella che danneggia in primo luogo proprio noi, cittadini inermi, incoscienti, a volte addirittura conniventi), dobbiamo assistere alla “mignottocrazia”, agli attentati  costanti all’unità del Paese, al menefreghismo impunemente ostentato, alla supponenza e all’arroganza che manifestano i componenti del governo di oggi. Quelli che davanti a uno sfacelo come quello di Pompei – patrimonio dell’Umanità (e basterebbe aver fatto soltanto una visita anche rapida in quel sito per comprenderne i motivi storici, antropologici, artistici) – si giustificano dicendo che “loro non c’erano”. Cioè che, in pratica, non “si sentono” responsabili di niente…

Ma un’altra cosa c’è da dire – e da ricordare, in un Paese ormai irrimediabilmente senza memoria – che per l’evento causato dalla piena dell’Arno si mobilitarono centinaia, ma che dico, migliaia di persone venute da tutti gli angoli d’Italia e del mondo intero. Noi ci siamo limitati, nel caso del crollo a Pompei, a seguire stravaccati nelle rispettive poltrone qualche stupidissima, inutile e supponente trasmissione televisiva…

Altro è il governo, ma anche altri – ahimè – sono oggi gli italiani. [A.M.]

I simboli della nostra civiltà che rischiano di diventare macerieultima modifica: 2010-11-13T21:25:00+00:00da paginecorsare
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Un pensiero su “I simboli della nostra civiltà che rischiano di diventare macerie

  1. In fin dei conti, non si può sperare di tirar fuori sangue da una rapa.
    berlusconi ha formato il governo con dei delinquenti, proprio per far loro creare più disagi e problemi possibili agli italiani.
    Il resto del lavoro della distruzione lo ha affidato alle TV e al suo comportamento. Lamentarsi che questo o quello non va, è solo una perdita di tempo. Sappiamo benissimo che se anche provassimo a fare qualcosa, il governo ce lo impedirebbe; basta guardare quando gli aquilani volevano levare loro stessi le macerie con le carriole. Per il governo se c’è un guaio, loro devono cercare di farlo più grande. Solo così, nel marasma più grande, possono deviare il pensiero ai veri problemi degli italiani. Mi sembra che l’ultima perla di bondi sul crollo che c’è stato a Pompei sia: “bisogna evitare ogni tipo di strumentalizzazione di carattere politico”…
    Cosa c’entra Pompei con la politica?
    Se sono un meccanico e devo riparare un’auto e non ne sono capace: è colpa della politica?
    Dopo quella frase, in parlamento gli hanno fatto anche l’applauso!!! Proprio come accadde al Senato con andreotti, quando tornò dal suo processo: colpevole di associazione mafiosa, ma i suoi reati di mafia erano prescritti, ed anche lì applausi, come anche nelle carceri brindarono tutti i mafiosi, quando Giovanni Falcone morì nell’attentato di cui berlusconi, prima o poi dovrà dire qualche cosa…
    Siamo in un mondo che va al rovescio.
    A volte bisognerebbe chiedersi: stiamo vivendo in un incubo? Siamo morti e non ci hanno avvisato? Siamo in un film? E’ una colossale candid camera?
    Antonio.

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