Il dovere morale e politico della Cgil, di Giorgio Cremaschi

IO STO CON LA FIOM !!

Il dovere morale e politico della Cgil
di Giorgio Cremaschi
“Liberazione”, 29 dicembre 2010

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E’ in arrivo un nuovo anno e nessuno di noi potrebbe dimenticare di fare tanti, tantissimi auguri  a tutti quanti – amici, parenti, conoscenti – per un anno migliore di questo che stiamo per lasciare. Ma la parola stessa, “auguri”, si strozza in gola, nella mia almeno, poiché gli eventi che hanno appestato quest’anno durissimo e ancora in corso non lasciano alcuno  spazio a quella che, testardamente, continuo a definire la speranza. Speranza che qualcosa possa cambiare. Cambiare in meglio per tutti coloro che soffrono, che sono in difficoltà, che non riescono a liberarsi di chi ha reso tutti i trecentosessantacinque giorni di questo pessimo 2010 insopportabili, di chi ha fatto di tutto per disgustarci, e per vergognarci di essere italiani.

Ebbene, mancava che proprio ieri pochi individui completassero l’opera di smantellamento che chi ci governa mette in atto giorno dopo giorno per continuare a sottrarci, con una determinazione meritevole di miglior causa, quel poco che era rimasto agli italiani in termini di democrazia, di diritti, di giustizia sociale. Sto parlando dell’accordo firmato da governo, sindacati gialli e la maggiore industria metalmeccanica del Paese, la Fiat. Come accade nei peggiori regimi dittatoriali, un pugno di maledetti individui, dicevo, ha tolto ai lavoratori ciò che essi hanno di più caro: la dignità. Pochi, pochissimi, hanno calpestato migliaia e migliaia di cittadini. E questi cittadini sembrano perfino non rendersene conto… Ormai, forse, anche l’indignazione è considerata un sentimento obsoleto, passato di moda, addirittura “conservatore”. Come è stato definito “conservatorismo” lottare per difendere i propri diritti, acquisiti in decenni di lotte, lasciando anche sul campo molti compagni uccisi dal braccio armato del potere.

Mi è venuto in mente improvvisamente Antonino Caponnetto che dopo l’orrendo attentato costato la vita a Paolo Borsellino diceva sconsolato che “non c’è più niente da fare”. C’era da rabbrividire allora, alle parole di quel grande magistrato, esattamente come c’è da rabbrividire oggi pensando che un pugno di uomini schiavizza migliaia di altri uomini.

Eppure, non riesco a far mie le parole di Caponnetto. C’è sempre qualcosa che si può fare. C’è da ricostruire una coscienza di classe che restituisca la capacità di respingere lo sfruttamento ormai organizzato scientificamente da questa “razza padrona” che annulla in un solo colpo tutto ciò che ci può far sentire come parte di uno Stato: la Costituzione, le leggi, i contratti di lavoro…

E allora, l’augurio per il nuovo anno che ci attende che faccio a tutti e a ciascuno di noi, di voi, è che si riacquisti la capacità – ma soprattutto la volontà – di lottare, e a testa alta. Le generazioni più giovani pare abbiano compreso in pieno quanto sia importante non lasciar passare sulle proprie teste il rullo compressore dei padroni del vapore. Suggerisco – ed è anche questo il mio augurio – di prendere ad esempio gli studenti, gli abitanti di Terzigno e dell’Aquila, i pastori sardi e tutti coloro che, coscienti di come si intenda toglier loro il futuro, non si rassegnano e continuano la loro lotta, la loro protesta.

Propongo qui di seguito due articoli. Quello scritto da Giorgio Cremaschi per “Liberazione” e quello di Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Paolo Nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo Tortorella, Mario Tronti pubblicato dal “manifesto”.

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Il dovere morale e politico della Cgil
di Giorgio Cremaschi
“Liberazione”, 29 dicembre 2010

Accordo storico. Così giustamente è stato definito il testo che Marchionne ha imposto ai sindacati complici e alla Confidustria. Se si usa questo aggettivo però bisogna avere il coraggio di accettare i paragoni con i fatti del passato. Ce n’è solo uno adeguato. Il 2 ottobre 1925 Mussolini come presidente del Consiglio, la Confidustria e i sindacati corporativi, nazionalisti e fascisti, firmarono a Palazzo Vidoni un patto sociale che eliminava le commissioni interne e il diritto dei lavoratori a scegliersi liberamente le proprie rappresentanze. Il patto di Mirafiori fa la stessa identica cosa.

Vengono, per la prima volta dal 1945, eliminate nella più grande fabbrica italiana le libertà sindacali. I lavoratori non potranno più liberamente scegliere a quale sindacato associarsi e non potranno più votare le proprie rappresentanze. Come all’epoca del fascismo i sindacalisti di fabbrica saranno esclusivamente nominati dalle organizzazioni sindacali complici dell’azienda e come allora potranno essere chiamati “fiduciari”.

Mai nella storia del nostro Paese si era giunti a tanto. Neppure negli anni cinquanta, nei momenti più duri della guerra fredda e della repressione antisindacale, in Fiat erano state cancellate le elezioni delle commissioni interne. Ora lo si fa e lo scopo è quello di mettere fuorilegge in fabbrica la Fiom e con essa qualsiasi libertà e diritto dei lavoratori.

D’altra parte, solo con una forma di autentico fascismo aziendale è possibile imporre le condizioni di lavoro che Marchionne pretende in Fiat. Orari fino a dieci ore giornaliere ed oltre, distruzione della pause e del diritto alla salute, totale flessibilità della prestazione e dei turni. Il lavoratore diventa semplicemente una merce a disposizione dell’azienda da consumare come e quanto si vuole. Autoritarismo, repressione, fascismo aziendale sono pertanto funzionali ad impedire che le lavoratrici e i lavoratori si ribellino a queste condizioni barbare che si vuol loro imporre.

La gravità di quanto avvenuto a Mirafiori è stata colta dalla segretaria della Cgil Susanna Camusso che ha parlato di autoritarismo di Marchionne. Ma poi la sua denuncia si è fermata a metà, cercando un equilibrio con la presa di distanza dalla Fiom. Se quello di Marchionne è un atto autoritario fa bene la Fiom ad opporvisi e non si capisce quali compromessi sarebbero stati possibili. D’altra parte ancor più contraddittoria è la richiesta che la segretaria della Cgil rivolge a Emma Marcegaglia e alla Confindustria per un nuovo accordo sulle regole. Ma se la Confindustria ha detto di sì a Marchionne che ha stracciato l’accordo sulle rappresentanze sindacali, quale nuova intesa è possibile con essa? Davvero Susanna Camusso si illude che la Confindustria possa sconfessare l’accordo di Mirafiori, con il suo vice presidente Alberto Bombassei che da pochi giorni è entrato nel consiglio di amministrazione di Fiat Industrial?

Le illusioni di Susanna Camusso nei confronti della Confindustria sono le stesse di coloro che negli anni venti speravano che gli industriali avrebbero sconfessato il fascismo. L’accordo del 1925 li smentì, così come l’accordo di Mirafiori smentisce le illusioni di oggi.

La Cgil deve rimproverarsi di avere rinviato e poi cancellato dalla sua agenda lo sciopero generale. La scelta di non farlo ha rafforzato Marchionne e la sua presa autoritaria anche su quella parte del mondo delle imprese che non condivide le sue scelte. Se oggi ci fosse già in atto un grande movimento di lotta confederale, se la Cgil avesse interrotto le inutili e dannose trattative sul patto sociale, Marchionne e i suoi sarebbero più deboli e contestati nel padronato. La fase delle parole e degli appelli alle buone intenzioni si è conclusa il 23 dicembre a Mirafiori. D’ora in poi solo la mobilitazione, lo sciopero generale, la costruzione di un programma economico e sociale alternativo alla regressione barbara che vuole imporre il regime padronale di Marchionne, solo questa è la via democratica per uscire dalla crisi.

Il patto di Mirafiori segna non solo uno spartiacque sindacale e sociale, ma anche un passaggio decisivo per la politica. Cisl e Uil hanno scritto una pagina vergognosa della loro storia sottoscrivendo che la Fiom può essere messa fuorilegge in fabbrica. Ora è chiaro che attorno alla Fiom bisogna costruire un movimento di solidarietà sociale e politico che dagli studenti ai movimenti costruisca una risposta in grado di durare. La Cgil ha il dovere morale e politico di mettere tutta la sua forza dentro questo movimento. Quanto all’opposizione la politica del “ma anche” sprofonda oggi più che mai nel ridicolo e nell’inutile. Già il sindaco di Torino, accettando la messa fuorilegge della Fiom, ha valicato il Rubicone nell’estraneità rispetto alla storia e alla cultura della sinistra italiana. Chi approva quell’accordo è dall’altra parte, sta con Marchionne e alla fine con Berlusconi. Dopo Mirafiori anche la sinistra italiana dovrà ridefinirsi: le alleanze che dovrebbero andare dagli amici di Marchionne fino alla Fiom e ai lavoratori che perdono la democrazia sono un insulto al buon senso. Dopo Mirafiori c’è prima di tutto da ricostruire una sinistra che sappia dire no ai padroni e al loro regime.

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Un’associazione a sostegno della Fiom
di
Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Paolo Nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo Tortorella, Mario Tronti
“il manifesto”, 29 dicembre 2010

Abbiamo deciso di costituire un’associazione, «Lavoro e libertà», perché accomunati da una comune civile indignazione.

La prima ragione della nostra indignazione nasce dall’assenza, nella lotta politica italiana, di un interesse sui diritti democratici dei lavoratori e delle lavoratrici. Così come nei meccanismi elettorali i cittadini sono stati privati del diritto di scegliere chi eleggere, allo stesso modo ma assai più gravemente ancora un lavoratore e una lavoratrice non hanno il diritto di decidere, con il proprio voto su opzioni diverse, di accordi sindacali che decidono del loro reddito, delle loro condizioni di lavoro e dei loro diritti nel luogo di lavoro. Pensiamo ad accordi che non mettano in discussione diritti indisponibili. Parliamo, nel caso degli accordi sindacali, di un diritto individuale esercitato in forme collettive. Un diritto della persona che lavora che non può essere sostituito dalle dinamiche dentro e tra le organizzazioni sindacali e datoriali, pur necessarie e indispensabili. Di tutto ciò c’è una flebile traccia nella discussione politica; noi riteniamo che questa debba essere una delle discriminanti che strutturano le scelte di campo nell’impegno politico e civile. La crescente importanza nella vita di ogni cittadino delle scelte operate nel campo economico dovrebbe portare a un rafforzamento dei meccanismi di controllo pubblico e di bilanciamento del potere economico; senza tali meccanismi, infatti, è più elevata la probabilità, come stiamo sperimentando, di patire pesanti conseguenze individuali e collettive.

La seconda ragione della nostra indignazione, quindi, è lo sforzo continuo di larga parte della politica italiana di ridimensionare la piena libertà di esercizio del conflitto sociale. Le società democratiche considerano il conflitto sociale, sia quello tra capitale e lavoro sia i movimenti della società civile su questioni riguardanti i beni comuni e il pubblico interesse, come l’essenza stessa del loro carattere democratico. Solo attraverso un pieno dispiegarsi, nell’ambito dei diritti costituzionali, di tali conflitti si controbilanciano i potentati economici, si alimenta la discussione pubblica, si controlla l’esercizio del potere politico. Non vi può essere, in una società democratica, un interesse di parte, quello delle imprese, superiore a ogni altro interesse e a ogni altra ragione: i diritti, quindi, sia quelli individuali sia quelli collettivi, non possono essere subordinati all’interesse della singola impresa o del sistema delle imprese o ai superiori interessi dello Stato. La presunta superiore razionalità delle scelte puramente economiche e delle tecniche manageriali è evaporata nella grande crisi.

L’idea, cara al governo, assieme a Confindustria e Fiat, di una società basata sulla sostituzione del conflitto sociale con l’attribuzione a un sistema corporativo di bilanciamenti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, sotto l’egida governativa, del potere di prendere, solo in forme consensuali, ogni decisione rilevante sui temi del lavoro, comprese le attuali prestazioni dello stato sociale, è di per sé un incubo autoritario.

Siamo stupefatti, ancor prima che indignati, dal fatto che su tali scenari, concretizzatisi in decisioni concrete già prese o in corso di realizzazione attraverso leggi e accordi sindacali, non si eserciti, con rilevanti eccezioni quali la manifestazione del 16 ottobre, una assunzione di responsabilità che coinvolga il numero più alto possibile di forze sociali, politiche e culturali per combattere, fermare e rovesciare questa deriva autoritaria.

Ci indigna infine la continua riduzione del lavoro, in tutte le sue forme, a una condizione che ne nega la possibilità di espressione e di realizzazione di sé.

La precarizzazione, l’individualizzazione del rapporto di lavoro, l’aziendalizzazione della regolazione sociale del lavoro in una nazione in cui la stragrande maggioranza lavora in imprese con meno di dieci dipendenti, lo smantellamento della legislazione di tutela dell’ambiente di lavoro, la crescente difficoltà, a seguito del cosiddetto “collegato lavoro” approvato dalle camere, a potere adire la giustizia ordinaria da parte del lavoratore sono i tasselli materiali di questo processo di spoliazione della dignità di chi lavora. Da ultimo si vuole sostituire allo Statuto dei diritti dei lavoratori uno statuto dei lavori; la trasformazione linguistica è di per sé auto esplicativa e a essa corrisponde il contenuto. Il passaggio dai portatori di diritti, i lavoratori che possono esigerli, ai luoghi, i lavori, delinea un processo di astrazione/alienazione dove viene meno l’effettività dei diritti stessi.

Come è possibile che di fronte alla distruzione sistematica di un secolo di conquiste di civiltà sui temi del lavoro non vi sia una risposta all’altezza della sfida?

Bisogna ridare centralità politica al lavoro. Riportare il lavoro, il mondo del lavoro, al centro dell’agenda politica: nell’azione di governo, nei programmi dei partiti, nella battaglia delle idee. Questa è oggi la via maestra per la rigenerazione della politica stessa e per un progetto di liberazione della vita pubblica dalle derive, dalla decadenza, dalla volgarizzazione e dall’autoreferenzialità che attualmente gravemente la segnano. La dignità della persona che lavora diventi la stella polare di orientamento per ogni decisione individuale e collettiva.

Per queste ragioni abbiamo deciso di costituire un’associazione che si propone di suscitare nella società, nella politica, nella cultura, una riflessione e un’azione adeguata con l’intento di sostenere tutte le forze che sappiano muoversi con coerenza su questo terreno.

* * *

«Marchionne non è cattivo», parola di Giorgio Tonini, sodale di Pietro Ichino con cui ha presentato un disegno di legge sui «nuovi» diritti del lavoro. Scimmiottando Jessica Rabbit si potrebbe aggiungere che «non è cattivo, è la Fiom che lo disegna così». Il fatto è che Marchionne «pone questioni legate alla globalizzazione e la politica deve dettare nuove regole e non può estraniarsi. Ora il ministro del lavoro Sacconi fa il tifo per Marchionne ma sta a bordo campo». E per fortuna, sennò che farebbe Sacconi, userebbe il campo per il concentramento di operai e sindacati ribelli? C’è una (poco) nobile gara tra destra, governo e parte significativa del Pd a chi è più amico del tagliatore di diritti che guida la Fiat. Tutti a indicare al pubblico ludibrio quei «conservatori» della Fiom che pretendono di difendere il diritto a scioperare, ammalarsi e a fare pranzo o cena. Beppe Fioroni ribadisce che «un partito riformatore (che sarebbe il Pd, ndr) deve guardare avanti», con «coraggio», cioè con Marchionne. Gli fa eco il suddetto Tonini: «Il Pd è il partito del cambiamento e non della conservazione». Dopo i cori di giubilo del sindaco di Torino Sergio Chiamparino e di Pietro Ichino per il «riformatore» Marchionne, altri adepti si iscrivono al paleocapitalismo italo-svizzero-americano. C’è anche il vicepresidente della commissione Affari europei, Enrico Farinone, che nonostante veda nell’accordo separato «qualche ombra», se la prende con «chi dice sempre no e naviga nel conservatorismo».

A Nichi Vendola, che denuncia la «sfida arrogante al mondo del lavoro» lanciata dall’ad del Lingotto e difende la battaglia democratica della Fiom, risponde lesto Giorgio Merlo, deputato Pd e vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai. Il Merlo sentenzia: «Se l’accordo di Mirafiori è una discriminante per costruire la coalizione di centrosinistra, come sostiene Vendola, allora è certo che il Pd non potrà dar vita a un’alleanza dove sono prevalenti i massimalismi e gli estremismi politici e sindacali». Ecco sistemati Vendola e Landini.

Ieri a Torino si sono riunite le segreterie regionale e provinciale del Pd piemontese per discutere il merito dell’accordo separato di Mirafiori, alla presenza del responsabile nazionale economia e lavoro del partito, Stefano Fassina, tra i non molti ad aver espresso un giudizio preoccupato sulla controriforma del sistema di relazioni sindacali contenuta nell’accordo. Chissà se qualcuno dei dirigenti della città dell’auto avrà sostenuto il punto di vista del senatore Pd Vincenzo Vita: «Il giudizio deve essere forte e netto perché è uno di quei casi in cui ambiguità e incertezze minano dalle fondamenta la natura stessa di un partito riformista». Forte e netto, in che senso? Nel senso che «si tratta di un pessimo accordo che mette ai margini la Fiom, la cui importanza storica e attuale è così forte che solo una pura discriminazione politica può mettere alla porta». Speriamo che i Fioroni, gli Ichino e i Fassino (esilarante la sua definizione sulla collocazione del Pd tra capitale e lavoro: «Non equidistanza, equivicinanza») non mettano alla porta Vita e chi la pensa come lui. Per fortuna qualcuno ce n’è (da Sergio Cofferati a Paolo Nerozzi), nel gruppo dirigente del partito guidato da Pier Luigi Bersani.». Fassino traduce a chiare lettere la sua equivicinanza: «Se fossi un operaio voterei sì» al referendum sull’accordo. Voce da Mirafiori, che per misericordia lasciamo anonima: «Un anno alla catena, 10 ore più una di straordinario, gli farebbe bene».

«Noi valutiamo l’aspetto della democrazia sindacale che è un pezzo fondamentale della democrazia di un paese mentre le parti sociali – ha detto Fassina – e le imprese valutano gli aspetti che riguardano l’organizzazione del lavoro». E a proposito della democrazia, ha aggiunto: «Non si può negare rappresentanza a una parte dei lavoratori, bisogna intervenire sulle regole di rappresentanza». È evidente come nell’accordo separato di Mirafiori, con l’esclusione dei sindacati non firmatari, venga violata ogni regola democratica. Secondo Fassina «prima bisogna fare l’accordo interconfederale e poi una legge quadro che garantisca attuazione degli accordi e rappresentanza anche a chi è contrario».

Il dovere morale e politico della Cgil, di Giorgio Cremaschiultima modifica: 2010-12-30T01:52:00+00:00da paginecorsare
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3 pensieri su “Il dovere morale e politico della Cgil, di Giorgio Cremaschi

  1. Un articolo di Odifreddi preso dal suo blog:
    http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/

    Più che un capitano d’industria, Marchionne sembra Sordi ne I vitelloni di Fellini: uno strafottente che, quando passa vicino agli operai, fa loro il gesto dell’ombrello e urla “Lavoratori, tiè”! Ma coi tempi che corrono, con comparse come Fassino e Chiamparino a fargli da spalla, e capipopolo come Berlusconi e Obama ad applaudirlo, c’è poco da sperare che l’auto su cui viaggia Marchionne si fermi di botto e lui sia costretto a scappare come Sordi.

    Che Berlusconi lo applauda, non stupisce. Basta leggere Giovanni Agnelli, la biografia che Valerio Castronovo ha dedicato anni fa al fondatore della Fiat, per capire come nacque la sua industria e come egli fece i suoi soldi: esattamente come Mediaset e Berlusconi, appunto. Cioè, con aggiottaggi, denunce, processi, corruzioni di giudici, tangenti ai partiti, speculazioni edilizie (Bardonecchia vs. Milano Due), controllo di una stampa addomesticata (La Stampa vs. il Giornale), fiancheggiamenti dell’uomo forte (Mussolini vs. Craxi), e infine discesa in campo: da primo senatore a vita nominato dal Duce l’uno, e da presidente del Consiglio l’altro.

    Dopo la guerra la nascente democrazia trovò insostenibile che un tale malfattore mantenesse la proprietà di un’azienda che era prosperata sulla pelle dei lavoratori, e nel collaborazionismo coi fascisti. Agnelli e Valletta furono spogliati della presidenza e dell’amministrazione della Fiat, ma la sporca realpolitik ebbe presto il sopravvento sui puri ideali. Agnelli ebbe la compiacenza di morire, e Valletta fu reintegrato nel suo ruolo. Vent’anni dopo sarebbe stato nominato senatore a vita dal socialdemocratico Saragat, così come l’erede del vecchio senatore, il rampollo Gianni, lo sarebbe stato nel 1991 dal democristiano Cossiga.

    E fu proprio l’avvocato a dichiarare una volta che “la Fiat è governativa”. Cioè, pronta a scendere a patti con qualunque governo, pur di continuare a praticare la politica del capitalismo d’accatto che ha dissanguato l’Italia: gli utili agli imprenditori, le perdite allo stato (e dunque, ai lavoratori). Se la Fiat ha prosperato nel dopoguerra, è stato grazie a una dissennata politica di privilegio dell’auto privata a scapito dei servizi pubblici. A una vergognosa assimilazione degli operai alle macchine, sfruttati quando serve e parcheggiati in cassaintegrazione altrimenti. A una compiacente concessione di incentivi e rottamazioni, per sostenere artificialmente un mercato terminale e inutile.

    Naturalmente, i privilegi concessi dal governo venivano doverosamente pagati dalla Fiat. La sua corruzione dei partiti politici dovette essere ecumenica, visto che misteriosamente fu solo sfiorata da Tangentopoli. E quando servì, come già aveva fatto il nonno col vecchio fascismo, così rifece il nipote col nuovo. Da senatore a vita, insieme agli ex-presidenti Leone e Cossiga, fornì un voto determinante per la fiducia al primo governo Berlusconi, nel 1994: anche se poi, durante il secondo governo Prodi, la destra finse di dimenticarsi di aver già essa stessa giocato questo gioco.

    E fu lo stesso Agnelli a sdoganare una seconda volta Berlusconi nel 2001, quando rispose alle perplessità internazionali dichiarando che l’Italia non era una repubblica delle banane, e mandando un suo uomo al ministero degli Esteri. In precedenza, quello stesso ministero era stato ricoperto da sua sorella, sempre all’insegna del conflitto di interessi: di nuovo, un’altro motivo di compiacimento per Berlusconi, che non ha mai negato di avere per l’avvocato una vera e propria venerazione, tanto da tenerne la foto sul tavolo come esempio, nei primi tempi della sua carriera.

    Marchionne dovrebbe semplicemente avere la decenza di riconoscere la storia dell’azienda che si trova ad amministrare. Perchè, invece di accettare la sua carità di 360 euro lordi l’anno in cambio della rinuncia ai diritti sindacali, non lo si obbliga a restituire il maltolto e non lo si rimanda da dove viene? E, soprattutto, perchè quando si lamenta in tv che la Fiat non guadagna un euro in Italia, il conduttore non gli fa il gesto dell’ombrello e non gli urla: “Marchionne, tiè”?

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