La città futura, di Antonio Gramsci (1891-1937)

Antonio Gramsci
La città futura, pagine 3-4, 1917

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La città futura, numero unico pubblicato nel febbraio del 1917
a cura della Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista.
Gramsci curò per intero la stesura del giornale
che aveva lo scopo di “educare e formare” i giovani socialisti
(siamo alla fine del primo conflitto mondiale)
alla “disciplina politica”, alla solidarietà e alla vita organizzata del partito.  

 

«Io sono stato abituato dalla vita isolata,
che ho vissuto fino dalla fanciullezza, a nascondere
i miei stati d’animo dietro una maschera di durezza
o dietro un sorriso ironico.
Ciò mi ha fatto male, per molto tempo:
per molto tempo i miei rapporti con gli altri
furono un qualcosa di enormemente complicato
Antonio Gramsci

 

Ciò che Antonio Gramsci ha generosamente lasciato alla cultura italiana e a tutti noi è un immenso patrimonio di idee e di intuizioni politiche.

Intendo ora allargare, in particolare tra le giovani generazioni, la conoscenza di questo grande intellettuale di cui va tenuta sempre viva la memoria, e a stimolare lo studio e l’approfondimento delle sue opere.

Straordinaria è stata, tra l’altro, la diffusione del pensiero gramsciano in tutto il mondo: le sue opere sono state tradotte in Europa come in America Latina, nei Paesi di lingua anglosassone come in quelli dell’Estremo Oriente. Le opere di Gramsci sono tra le più citate nella letteratura internazionale, a testimonianza della immensa presenza intellettuale di questo grande Italiano.

* * *

1.

Lo sforzo fatto per conquistare una verità, fa apparire un po’ come propria la verità stessa, anche se alla sua nuova enunciazione non si è aggiunto nulla di veramente proprio, non s’è data neppure una lieve colorazione personale. Ecco perché spesso si plagiano gli altri inconsciamente, e si rimane disillusi per la freddezza con cui vengono accolte affermazioni che riputavamo capaci di scuotere, di entusiasmare. Amico mio, ci ripetiamo sconsolatamente, il tuo era l’uovo di Colombo. Ebbene, non mi importa di essere lo scopritore dell’uovo di Colombo. Preferisco ripetere una verità già conosciuta al cincischiarmi l’intelligenza per fabbricare paradossi brillanti, spiritosi giochi di parole, acrobatismi verbali, che fanno sorridere, ma non fanno pensare.
La giardiniera plebea è sempre la minestra più nutriente e più appetitosa appunto perché preparata con le civaie più usuali. Mi piace vederla ingoiare a larghe cucchiaiate dagli uomini gagliardi e ricchi di succhi gastrici che contengono nella forza della loro volontà e dei loro muscoli l’avvenire. La più trita verità non è mai stata ripetuta quanto basti perché essa diventi massima e stimolo all’azione in tutti gli uomini.

2.
Quando discuti con un avversario, prova a metterti nei suoi panni. Lo comprenderai meglio e forse finirai con l’accorgerti che ha un po’, o molto, di ragione. Ho seguito per qualche tempo questo consiglio dei saggi. Ma i panni dei miei avversari erano così sudici che ho concluso: è meglio essere ingiusto qualche volta che provare di nuovo questo schifo che fa svenire.

3.
Le diserzioni dal socialismo di molti cosiddetti intellettuali (a proposito: intellettuale vuol sempre dire intelligente?) sono diventate per gli sciocchi la miglior prova della povertà morale della nostra idea. Il fatto è che fenomeni simili sono avvenuti e avvengono per il positivismo, per il nazionalismo, per il futurismo, e per tutti gli altri ismi. Ci sono i crisaioli, le animucce sempre in cerca di un punto fermo, che si buttano sulla prima idea che si presenti con l’apparenza di poter diventare un ideale e se ne nutrono fino a quando dura lo sforzo per impossessarcene. Quando si è arrivati alla fine dello sforzo e ci si accorge (ma questo è effetto della poca profondità spirituale, del poco ingegno, in fondo) che essa non basta a tutto, che ci sono problemi la cui soluzione (se pur esiste) è fuori di quella ideologia (ma forse è ad essa coordinata in un piano superiore), ci si butta su qualche altra cosa che sia una verità, che rappresenti ancora un incognito e quindi presenti probabilità di soddisfazioni nuove. Gli uomini cercano sempre fuori di sé la ragione dei propri fallimenti spirituali; non vogliono convincersi che la causa ne è sempre e solo la loro animuccia, la loro mancanza di carattere e di intelligenza. Ci sono i dilettanti della fede, così come i dilettanti del sapere.
Ciò nella migliore delle ipotesi. Per molti la crisi di coscienza non è che una cambiale scaduta o il desiderio di aprire un conto corrente.

4.Si dice che in Italia ci sia il peggior socialismo d’Europa (1). E sia pure: l’Italia avrebbe il socialismo che si merita.

5.
Il progresso non consiste per lo più che nella partecipazione di un sempre maggior numero di individui a un bene. L’egoismo è il collettivismo degli appetiti e dei bisogni di un singolo: il collettivismo è l’egoismo di tutti i proletari del mondo. I proletari non sono certo altruisti nel significato che a questa parola danno gli umanitari frolli. Ma l’egoismo del proletariato è nobilitato dalla coscienza che il proletariato ha di non poterlo totalmente appagare senza che lo abbiano appagato nello stesso tempo tutti gli altri individui della sua classe. E perciò l’egoismo proletario crea immediatamente la solidarietà di classe.

6.
E’ stato detto: il socialismo è morto nel momento stesso in cui è stato dimostrato che la società futura che i socialisti dicevano di star creando era solo un mito buono per le folle (2). Anch’io credo che il mito si sia dissolto nel nulla. Ma la sua dissoluzione era necessaria. Il mito si era venuto formando quando era ancor viva la superstizione scientifica, quando si aveva una fede cieca in tutto ciò che era accompagnato dall’attributo scientifico. Il raggiungimento di questa società modello era un postulato del positivismo filosofico, della filosofia scientifica. Ma questa concezione non era scientifica, era solo meccanica, aridamente meccanica. Ne è rimasto il ricordo scolorito nel riformismo teorico [(però anche la " Critica sociale " non si chiama più: Rivista del socialismo scientifico (3) ] di Claudio Treves, un balocco di fatalismo positivista le cui determinanti sono energie sociali astratte dall’uomo e dalla volontà, incomprensibili e assurde: una forma di misticismo arido e senza scatti di passione dolorante. Era questa una visione libresca, cartacea, della vita; si vede l’unità, l’effetto, non si vede il molteplice, l’uomo di cui l’unità è la sintesi. La vita è per costoro come una valanga che si osserva da lontano, nella sua irresistibile caduta. Posso io fermarla?, si domanda l’homunculus: no, dunque essa non segue una volontà. Perché la valanga umana obbedisce ad una logica che caso per caso può non essere la mia individuale, ed io individuo non ho la forza di fermarla o di farla deviare, mi convinco che essa non ha una logica interiore, ma ubbidisce a delle leggi naturali infrangibili.
E’ avvenuta la débâcle della scienza, o per meglio dire, la scienza si è limitata ad assolvere il solo compito che le era concesso; si è perduta la cieca fiducia nelle sue deduzioni ed è quindi tramontato il mito che essa aveva contribuito potentemente a suscitare. Ma il proletariato si è rinnovato; nessuna delusione vale ad essiccare la sua convinzione, come nessuna brinata distrugge il virgulto ricolmo di succhi vitali. Ha riflettuto sulle proprie forze, e su quanta forza è necessaria per il raggiungimento dei suoi fini. Si è maggiormente nobilitato nella coscienza delle sempre maggiori difficoltà che ora vede, e nel proposito dei sempre maggiori sacrifizi che sente di dover fare. E’ avvenuto un processo di interiorizzamento: si è trasportato dall’esterno all’interno il fattore della storia: a un periodo di espansione ne succede sempre uno di intensificazione. Alla legge naturale, al fatale andare delle cose degli pseudo-scienziati è stata sostituita: la volontà tenace dell’uomo.
Il socialismo non è morto, perché non sono morti per esso gli uomini di buona volontà.

7.
Si è irriso, e si irride ancora al valore numero, che sarebbe solo un valore democratico, non rivoluzionario: la scheda, non la barricata. Ma il numero, la massa, ha servito a creare un nuovo mito: il mito dell’universalità, il mito della marea che sale irresistibile e fragorosa e raderà al suolo la città borghese sorretta sui puntelli del privilegio. Il numero, la massa (tanti in Germania, in Francia, in America, in Italia… che ogni anno crescono, crescono… ) ha saldato la convinzione che ogni singolo ha di partecipare a qualcosa di grandioso che sta maturando e di cui ogni nazione, ogni partito, ogni sezione, ogni gruppo, ogni individuo è una molecola che riceve e restituisce rinvigorito il succo vitale che circolando arricchisce tutto il complesso del corpo socialista mondiale. I milioni d’infusori che nuotano nell’oceano Pacifico costruiscono sterminati banchi coralliferi sotto il livello dell’acqua: un terremoto fa affiorare i banchi e un nuovo continente si forma. I milioni di socialisti dispersi nella vastità del mondo lavorano anch’essi alla costruzione di un continente nuovo: e il terremoto […] (4).

8.
E’ più facile convincere chi non ha mai partecipato alla vita politica di chi ha già appartenuto a un partito già sagomato e ricco di tradizioni. E’ immensa la forza che la tradizione esercita sugli animi. Un clericale, un liberale che diventano socialisti, sono altrettante macchine a sorpresa che possono da un momento all’altro esplodere con effetti letali per la nostra compagine. Le anime vergini degli uomini di campagna, quando si convincono di una verità, si sacrificano per essa, fanno tutto il possibile per attuarla. Chi si è convertito, è sempre un relativista. Ha esperimentato in se stesso una volta quanto sia facile sbagliarsi nello scegliere la propria via. Pertanto gliene rimane un fondo di scetticismo. Chi è scettico non ha il coraggio necessario per l’azione.
Preferisco che al movimento si accosti un contadino più che un professore d’università. Solo che il contadino dovrebbe cercare di farsi tanta esperienza e tanta larghezza di mente quanta ne può avere un professore d’università, per non rendere sterile la sua azione e il possibile suo sacrifizio.

9.
Accelerare l’avvenire. Questo è il bisogno più sentito nella massa socialista. Ma cos’è l’avvenire? Esiste esso come qualcosa di veramente concreto? L’avvenire non è che un prospettare nel futuro la volontà dell’oggi come già avente modificato l’ambiente sociale. Pertanto accelerare l’avvenire significa due cose. Essere riusciti a far estendere questa volontà a un numero tale di uomini quanto si presume sia necessaria per far diventare fruttuosa la volontà stessa. E questo sarebbe un progresso quantitativo. Oppure: essere riusciti a far diventare questa volontà talmente intensa nella minoranza attuale, che sia possibile l’equazione: 1 = 1 000 000 . E questo sarebbe un progresso qualitativo. Arroventare la propria anima e farne sprizzare miriadi di scintille. Ciò è necessario [...] (5).
Aspettare di essere diventati la metà più uno è il programma delle anime pavide che aspettano il socialismo da un decreto regio controfirmato da due ministri.

Note

(1) Probabile richiamo a un giudizio di Giustino Fortunato: “Già, o che il movimento socialista italiano non è forse il meno socialista fra tutti gli altri d’Europa, da quell’effettivo piccolo borghese e industriale che esso è, misto di politica e di opportunismo, di protezione e di cooperativismo … ? ” Cfr. G. Fortunato, Pagine e ricordi parlamentari, Vallecchi, Firenze 1927, vol. II, P. 36.
(2) Gramsci si riferiva allo scritto in forma di dialogo di Benedetto Croce, La morte del socialismo, pubblicato con lo pseudonimo di Falea di Calcedonia in “La Voce”, anno III, n. 6, 9 febbraio 1911; ora in B. Croce, Cultura e vita morale. Intermezzi polemici, Laterza, Bari I955, PP. 150-59.
(3) Il sottotitolo “Rivista quindicinale del socialismo scientifico” era apparso dal 1° gennaio I893, anno III, n. I; in seguito (dal 1° luglio 1899, anno VIII, n. 10) il sottotitolo si mutò in “Rivista quindicinale (del socialismo”. Sul concetto di “scientifico”, “che cosa è scientifico?”, cfr. Q, II, 826-17.
(4) Circa due righe censurate.
(5) Alcune parole censurate.

La città futura, di Antonio Gramsci (1891-1937)ultima modifica: 2011-08-27T19:54:00+00:00da paginecorsare

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