30 settembre 2008

Elogio (allegorico) dell'Inquisizione

Elogio (allegorico) dell'Inquisizione
 
 
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Jan Hus (nato nel 1371-morto sul rogo nel 1415), Strega al rogo
 

L’Inquisizione è stata un’organizzazione clerico-piduista-massonico-pseudoculturale nata allo scopo di farci pensare tutti quanti nello stesso, identico modo elaborato originariamente da  alcune specie rare, anche se poco pregiate, discendenti da Nomen omen: se ti ostinavi a pensare in altro modo finivi sulla griglia, arrostito, come una salamella qualsiasi a una Festa dell'Unità di quelle di una volta. Lo stesso ti accadeva se osavi pronunciare alcune parole, quali “testa”, “cervello”, “ragionamento”.

Storicamente, l'Inquisizione si può considerare istituita già nel Concilio di Cernusco dell’anno 1003 d.C. dal confessore di Federico Barbarossa e da suo figlio Luca, che già da qualche anno si esibiva sui palcoscenici internazionali.

Il 10 marzo 1302, con la bolla Nolo audire volare muscam, il capo dell’organizzazione autorizzava l’uso della tortura e della denigrazione, in aggiunta all’insulto gratuito, alla maldicenza aggravata, all’utilizzo della macchina della verità, alla castrazione chimica, all’estirpazione dei peli del naso e - per finire in bellezza - all'espulsione coatta (detta comunemente cancellazione) di commenti sgraditi dai propri blog, al fine di promuovere la lotta discriminatorio-pregiudiziale contro esseri ignobili denominati stregoni (già storditi in precedenza a colpi di maglio, uno strumento di lavoro del fabbro) e streghe (ferite qua e là a loro volta a colpi di roncola, molto comune tra la nobile stirpe dei contadini). Perfino Nostro Padre Dante, pur non essendo mago bensì divino poeta, e com’è forse risaputo anticlericale ancorché fiero oppositore dell’organizzazione clerico-piduista-massonico-pseudoculturale, fu condannato al rogo. Si trovava lontano, quindi la scampò bella.

Allo scopo di combattere più efficacemente chi si spezzava la schiena sui libri, il 29 settembre ‘36 uno dei famosi di un’isola divenuto a sua volta, per autonoma investitura, capo della squadraccia fasc... oops ... organizzazione, emanò le bolle Licet cazzi vobis facere e Ad zittirem omnes opiniones, con la quale si costituiva un vero e proprio archivio, con schede provviste di impronte podaliche e codice fiscale, contenente i nomi e patronimici dei presunti colpevoli. Se vi erano reiterazioni di reati, bastava convocare una velina ad accendere subito il rogo per abbrustolire opportunamente i condannati ipso facto.

L’Inquisizione era contro le pratiche malefiche di stregoni, streghe e maghi, ma - dopo  l'approvazione di uno dei soliti emendamenti ad personam - era fieramente anche contro coloro che in estate annaffiavano le piante prima delle dieci di sera, o passavano ai semafori col rosso, o facevano la scarpetta nel piatto, o si mettevano le dita nel naso, o producevano troppa saliva, o avevano perdite umorali di qualsivoglia altra natura.

In un recente aggiornamento della Homo, hominis lupus (questo il nome della legge fin dal 1492), il processo accusatorio prevedeva che il giudice del Tribunale dell'Inquisizione potesse intervenire nella disputa, ma solo per buttare altro abbondante e maleodorante fango, meglio se bollente, su chi stava alla sbarra degli imputati, con obbligo di pubblicazione della sentenza su un certo numero di blog degli “amici degli amici”, delle “famiglie”, della “cupola” e del “sistema”: mi pare anche della "stidda", ma non ne sono certa, non ho verificato. Alla fine, restava soltanto l'incombenza di mettere in funzione il rogo, sul quale i colpevoli scoppiettavano come pop-corn ... finalmente!

Dalle fonti di disinformazione, cioè dai quotidiani pubblicati dalla solita organizzazione clerico-piduista-massonico-pseudoculturale apprendo oggi che dopo l’abolizione della legge avvenuta il 14 luglio 1789, e dopo gli accordi presi per far svolazzare la (quasi) nuova compagnia della bandiera utilizzata impropriamente da un noto discendente di un famosissimo Barbaro Verdeabbigliato e verosimilmente dai suoi seguaci, la massima carica inquisitoria, com'è noto "tuttofacente" (da pronunciare nel dialetto di origine: "Ghe pensi mì, inscì cume el ruf de Napuli"), ha emesso la bolla De bonus et malus tempore, la quale decreta che si provveda a reintrodurre la legge Homo, hominis lupus per quanto riguarda la condanna al rogo. “Basta con tutto ‘sto buonismo!”, pare abbia esclamato il poveruomo roteando una spada ricurva strappata di mano a un terrorista islamico de noantri. A streghe, stregoni e maghi è stata aggiunta un’altra bastardissima genìa, quella dei blogger. Purché siano inequivocabilmente di sinistra (magari, in sottordine, anche se c'è soltanto un vago sospetto...). Meglio comunque se comunisti - notoriamente sanguinari e assatanati divoratori di bambini.

Non è noto, a questo momento, se si tratta di organizzazione senza o con scopo di lucro... L'unica cosa comprovata è che nei suoi blog risultano numerose e consistenti false o azzardate dichiarazioni e commenti di associati all'organizzazione stessa avvezzi (nel migliore dei casi) alla menzogna e al pettegolezzo da cortile.    

Compañeros y amigos, tenéis cuidado: Ignorantia legis non excusat, et mala tempora currunt.

 

N.B. Tutti i riferimenti contenuti nel brano postato sono ispirati a persone, ancorché virtuali (e io li credo realmente virtuali, al punto che se me li trovassi davanti si tratterebbe probabilmente soltanto di ectoplasmi), che hanno aperto non da oggi e neppure da ieri una campagna denigratoria che mi riguarda in prima persona. Avviso tutti costoro, in tutta umiltà e se non ne fossero già al corrente, che alle provocazioni e ai tentativi palesi di offendermi non risponderò in alcun modo: non essendo permalosa, non vi è alcuna possibilità che qualcuno possa offendermi. Considero anzi quelle che negli intenti vorrebbero costituire offese altrettanti stimoli alla mia creatività. I cui esiti, in ogni caso, non saranno indirizzati o dedicati a loro, perché «[...] siccome dice nostro Signore, non si deono le margherite gittare innanzi ai porci; perocché a loro non è prode, e alle margherite è danno [...]» (Dante Alighieri, Il Convito, cap. XXIX).

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29 settembre 2008

Quattro lunghi anni, di Till Neuburg

Quattro lunghi anni

di Till Neuburg

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"Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato".
Enzo G. Baldoni

 

Avevo ricordato in agosto e in queste pagine Enzo Baldoni, il giornalista - o meglio, l’”artigiano” come lui stesso si definiva - assassinato in Iraq nell’agosto 2004. Una perdita che mi aveva toccato profondamente, anche se non l’ho conosciuto di persona; e che ancora adesso mi fa pensare spesso a lui e alle sue esperienze, in Iraq e non solo. Seguivo il suo blog (Bloghdad) e quello di Pino Scaccia (La Torre di Babele), inviato Rai, con il quale Enzo Baldoni si era incontrato in Iraq.

Il 26 agosto scorso avevo ricevuto anche un messaggio da Till Neuburg, che era stato suo amico e che nel quarto anniversario dalla barbara fine di Baldoni intendeva trasmettere alcuni suoi pensieri sull’amico caro e mai dimenticato. Questi pensieri ora li riporto in questo blog, per potermi soffermare ancora un momento sulla vicenda umana di questa persona straordinaria.

* * *

Oggi sono passati esattamente quattro anni.

Avrei preferito starmene lì quatto quatto e tenere dentro la mia capoccia testarda alcuni pensieri che invece è doveroso divulgare. Lo faccio con immenso affetto e rispetto per la famiglia di Enzo, ma anche con tanta incredulità e indignazione. Voglio proprio vedere quanti di noi - e di coloro che menano le macabre danze della politica e delle notizie - avranno il coraggio di dimenticare, di sottacere, di censurare ciò che Marco Travaglio ha chiamato con tremenda essenzialità "La scomparsa dei fatti".

Dopo 1.460 giorni dall’assassinio, i fatti sono questi:

  • Enzo si trovava in quel posto perché voleva vedere con i propri occhi cosa diavolo stesse succedendo in quella terra trivellata e crivellata dai petrolieri - e dai loro mercenari. Enzo non è morto come soldato e tantomeno come giornalista - è stato ucciso unicamente per mirata volontà da chi semplicemente non voleva avere tra i piedi uno come lui.
  • Che Enzo avrebbe mandato qualche pensiero anche al settimanale di Deaglio era semplicemente un libero accordo, una concomitanza. Non era partito come inviato o giornalista accreditato, ma esclusivamente in qualità di libero cittadino che non si accontentava di subire con indifferenza i dispacci pilotati dal Pentagono, dalla Farnesina, dalle nostre agenzie di stampo omertoso. Chi gli era sinceramente amico sa benissimo che il suo dialogare con l’Italia era molto più intenso attraverso il suo blog.
  • Non l’aveva detto solo a me, l’aveva anche scritto in una pubblica mail: Enzo non temeva i militari iracheni, governativi o clandestini, né gli Sciiti né i Sunniti – temeva solo gli americani. E con ciò, implicitamente, anche i loro più stretti alleati europei.
  • La condanna di Enzo fu causata dal fatto che sapeva troppe cose: troppe cosacce sulle stragi americane sui civili, sulle bombe al fosforo sulle città, sulla lettera di Moqtada al-Sadr al Papa, sulle sceneggiate di Scelli, ma anche sui finanziamenti italiani a Saddam Hussein tramite la sede di Atlanta della BNL (quando il nemico numero uno delle sette sorellastre non era ancora l’Iraq, ma l’Iran di Khomeini).
  • La colonna della Croce Rossa che stava tornando da Kufa a Bagdhad era composta da parecchi mezzi, ma veniva attaccata solo la Nissan di Ghareeb e di Enzo – non a caso, con stupefacente precisione.
  • Il cosiddetto “ultimatum” dei rapitori era palesemente pretestuoso. La richiesta era irrealizzabile, fuori da qualsiasi opzione percorribile. Era subito chiaro che l’unico scopo era eliminare Enzo (come era già avvenuto poche ore prima con Ghareeb).
  • Nessuno aveva mosso un dito per “liberare” Enzo e nessuna trattativa era mai stata messa in atto da parte di chicchessia e tanto meno dalla Farnesina - a tal punto che l’allora Ministro degli esteri Frattini era fuori di sé perché era stato oscurato da Letta, da Berlusconi e dalle emittenti televisive da ogni visibilità mediatica – come invece era stata concessa generosamente all’affarista crocerossino nonché alleato di Ruini, Maurizio Scelli.
  • Nonostante le ripetute promesse del cosiddetto Commissario straordinario “...di riconsegnare quel che resta del corpo di Enzo...”, la famiglia era stata scientemente ingannata. Che Scelli avesse dei contatti locali con chi aveva eseguito il mandato di uccisione era comprovato dal fatto che era riuscito a recuperare dei documenti personali di Enzo e a riportarli puntualmente in Italia. Ma così non fu per i resti del corpo. Per capirne i motivi ci vuole poco.
  • Il giornalista che con più verve e acredine aveva calunniato Enzo durante e dopo il rapimento e l’uccisione, è stato il ciellino di lungo corso nonché diffamatore al soldo del Sismi, Renato Farina, che il 16 febbraio 2007 era stato condannato a sei mesi di reclusione per favoreggiamento nel rapimento Abu Omar e il 29 marzo 2007 persino radiato dall’Ordine dei Giornalisti. Nonostante questi atti ufficiali, oggi l’ex-agente “Betulla” continua tranquillamente a scrivere come opinionista sul quotidiano di Vittorio Feltri e, per irridere la più bassa soglia di decenza istituzionale, alle elezioni politiche dell’aprile 2008 quel fuorilegge è stato persino eletto Deputato alla Camera.
  • Per ben due anni, nessuno dei superstiti della “sinistra storica” aveva attuato una qualsiasi iniziativa affinché i nostri apparati diplomatici e i servizi segreti si adoperassero concretamente per recuperare i resti di Enzo – e con ciò un briciolo di credibilità nelle nostre istituzioni.
  • Alla petizione di centinaia di cittadini che invitava il Presidente della Repubblica a conferire a Enzo una medaglia al valore civile, l’allora Capo dello Stato Ciampi non aveva mai risposto.
  • Nel novembre 2007 il reale o presunto (ma comunque confesso) esecutore dell’assassinio di Enzo, Saad Erebi al Ubaidy, è stato fotografato in combutta pubblica e mediale con il vicepremier iracheno Bahram Saleh e con il comandante delle forze USA in Iraq David Petraeus. Né la magistratura né il Ministero degli Esteri italiani hanno mai sollecitato un suo mandato d’arresto o di estradizione.

Questi, come ho scritto sopra, i fatti. Per trarne le dovute e ovvie conclusioni etiche, politiche e professionali, non c’è bisogno di me.
_______________

Purtroppo non è vero che il tempo guarisce le ferite. Almeno per me, con Enzo non è andata così.
Da ateo convinto non mi riesce di rivolgermi a lui, ma lo faccio con immenso affetto con Giusi, con Gabriella, con Guido, con Sandro, con Antonio, con Marco, con Roberta... A loro vanno tutti i miei più intensi pensieri sapendo che i loro ricordi di Enzo e su Enzo sono molto più ricchi, più belli, più preziosi dei miei. Li abbraccio con profonda commozione.

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27 settembre 2008

Elogio (allegorico) del faro

Elogio (allegorico) del faro
 
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I fari, spesso definiti “le sentinelle del mare”, sono le costruzioni più romantiche che ci siano al mondo. Nascono con l’importante compito di aiutare le barche nella navigazione, ma poi nel cuore di molte persone l’immagine del faro rappresenta qualcosa di più profondo. I fari continuano ad avere quel loro inesauribile fascino, aggrappati alle coste o a isolotti attorniati dal blu cobalto. E poco importa se c'è chi sostiene che con le moderne tecnologie impiegate sulle navi il loro utilizzo appaia oramai desueto, i fari costituiranno ancora per molto tempo un indispensabile e insostituibile ausilio alla navigazione notturna.

 

Il faro: in cui l’«aiuto alle barche» è anche l'«aiuto dalle barche», perché esse portano al “guardiano del faro” (una specie di eremita che spesso vive per mesi su un’isola deserta, a volte con l’inquietante vicinanza di qualche squalo) ciò che gli occorre per vivere.

Il faro: il cui utilizzo a molti appare desueto. Come al “guardiano del faro”, pare obsoleto il buon senso di molti di coloro che si avventurano in mare con inesistenti conoscenze e coscienza delle sue caratteristiche, poiché per navigare magari si limitano a un mero “sentito dire”, il più delle volte proveniente da fonti inattendibili o in malafede.

Il faro: un ausilio alla navigazione notturna. Se e solo se si tratta realmente di “navigazione notturna”. Perché la notte può anche essere creata ad arte da un illusionista pazzo o disonesto, che spenga insieme al faro tutte le stelle  -  una esclusa, la sua - e in sovrappiù abbia subdolamente "mosso le acque", così da obnubilarci e spaventarci, togliendo visibilità perfino alla speranza. Rimarrebbe allora compito soltanto dei “guardiani dei fari” ricostruire l’animo di generazioni.

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25 settembre 2008

Perché il processo, di Pier Paolo Pasolini

Perché il Processo
di Pier Paolo Pasolini
Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori, Milano 1999
(“Corriere della Sera”, 28 settembre 1975; poi in Lettere luterane)
 

Il 28 agosto del 1975, Pasolini aveva pubblicato un articolo sul "Corriere della Sera". dal titolo "Bisognerebbe processare i gerarchi DC". In esso sosteneva che occorresse giungere ad un "processo degli esponenti democristiani che hanno governato in questi trent’anni (specialmente gli ultimi dieci) l‘Italia". E aggiungeva: "Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale. Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati, come Nixon, sul banco degli imputati. [...] E quivi accusati di una quantità sterminata di reati [...] Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese". L'articolo che segue è una risposta al quotidiano "La Stampa" che aveva risposto a Pasolini attaccandolo e sbeffeggiandolo.

Tra il 1949 e il 1979 Pasolini subì trentatré processi: a ogni nuova uscita di un suo libro o di un suo film seguiva una denuncia e relativo procedimento giudiziario. In nessuno dei processi affrontati Pasolini ebbe mai alcuna sentenza di condanna (e, pensate, non vi furono né prescrizioni né rinvii, né ricusazioni di giudici eccetera eccetera...). Più odiato che amato in vita - soprattutto a causa della sua critica inesauribile al potere politico costituito (quello dei governi democristiani in carica e quello dell'opposizione comunista) - la sua opera multiforme (comprendente narrativa, poesia, saggistica, giornalismo, cinema, teatro, pittura) iniziò dopo la sua scomparsa ad essere oggetto di studi sistematici. Considerato dagli storici  letterari uno dei maggiori scrittori del XX secolo, è oggi uno tra i più letti. Le rappresentazioni teatrali di suoi lavori sono seconde in Italia soltanto a quelle di Luigi Pirandello. 

La notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini fu barbaramente assassinato a Ostia.

 

Cari colleghi della «Stampa», «il Processo» avete scritto in un fondo del 14 settembre «e poi?». Bene, se i prossimi dieci anni della nostra vita contano (sono, cioè storia) poi si sarà saputo qualcosa. Se invece quelli che contano sono i prossimi diecimila anni (cioè la vita del mondo), poi tutto è pleonastico e vano.
      Io, per me, tendo a dare infinitamente maggiore importanza ai prossimi diecimila anni che ai prossimi dieci: e, se mi interesso ai prossimi dieci, è per pura filosofia della virtù. 
     Che cosa è necessario sapere, o meglio, che cosa i cittadini italiani vogliono sapere, affinché i prossimi dieci anni della loro vita non siano loro sottratti (come è stato per gli ultimi dieci)? 
     Ripeterò ancora una volta la litania magari a costo di fare, a dispetto della virtù, del mero esercizio accademico. 
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di  cosiddetto benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi pubblici di prima necessità: ospedali, scuole, asili, ospizi, verde pubblico, beni naturali cioè culturali. 
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta tolleranza si è fatta ancora più profonda la divisione tra Italia Settentrionale e Italia Meridionale, rendendo sempre più, i meridionali, cittadini di seconda qualità. 
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici, abbandonando, sempre selvaggiamente, a se stessa la campagna. 
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto progresso la «massa», dal punto di vista umano, si sia così depauperata e degradata. 
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto laicismo l’unico discorso laico sia stato quello, laido, della televisione (che si è unita alla scuola in una forse irriducibile opera di diseducazione della gente). 
     I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta democratizzazione (è quasi comico il dirlo: se mai «cultura» è stata più accentatrice che la «cultura» di questi dieci anni) i decentramenti siano serviti unicamente come cinica copertura alle manovre di un vecchio sottogoverno clerico-fascista divenuto meramente mafioso. 
     Ho detto e ripetuto la parola «perché»: gli italiani non vogliono infatti consapevolmente sapere che questi fenomeni oggettivamente esistono, e quali siano gli eventuali rimedi: ma vogliono sapere, appunto, e prima di tutto, perché esistono. 
     Voi dite, cari colleghi della «Stampa», che a far sapere tutte queste cose agli italiani provvede il gioco democratico, ossia le critiche che i partiti si muovono a vicenda - anche violentemente - e, in specie, le critiche che tutti i partiti muovono alla Democrazia cristiana. No. Non è così. E proprio per la ragione che voi stessi (contraddicendovi) sostenete: e cioè per la ragione che, ognuno in diversa misura e in diverso modo, tutti gli uomini politici e tutti i partiti condividono con la Democrazia cristiana cecità e responsabilità. 
     Dunque, prima di tutto, gli altri partiti non possono muovere critiche oggettive e convincenti alla Democrazia cristiana, dal momento che anch’essi non hanno capito certi problemi o, peggio ancora, anch’essi hanno condiviso certe decisioni.
     Inoltre su tutta la vita democratica italiana incombe il sospetto di omertà da una parte e di ignoranza dall’altra, per cui nasce - quasi da se stesso - un naturale patto col potere: una tacita diplomazia del silenzio.
     Un elenco, anche sommario, ma, per quanto é possibile, completo e ragionato, dei fenomeni, cioè delle colpe, non è mai stato fatto. Forse la cosa è considerata insostenibile. 
     Perché, ai capi di imputazione che ho qui sopra elencato, c’è molto altro da aggiungere - sempre a proposito di ciò che gli italiani vogliono consapevolmente sapere. 
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar. 
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid. 
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia. 
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso. 
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti. 
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda. 
     Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna.
     Ma gli italiani - e questo è il nodo della questione - vogliono sapere tutte queste cose insieme: e insieme agli altri potenziali reati col cui elenco ho esordito. Fin che non si sapranno tutte queste cose insieme - e la logica che le connette e le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla sola fantasia dei moralisti - la coscienza politica degli italiani non potrà produrre nuova coscienza. Cioè l’Italia non potrà essere governata. 
     Il Processo Penale di cui parlo ha (nella mia fantasia di moralista) la figura, il senso e il valore di una Sintesi. La cacciata e il processo (istruito - dicevo - se non celebrato) di Nixon dovrebbe pur voler dire qualcosa per voi, che credete in questo gioco democratico. Se contro Nixon in America si fosse svolto un gioco democratico, quale sembra esser da voi concepito, Nixon sarebbe ancora lì, e l’America non saprebbe di sé ciò che sa: o almeno non avrebbe avuto la conferma, sia pur formale (ed è importante) della bontà di ciò che essa reputa buono: la propria democrazia. 
     Ma se (come mi pare evidente, con immedicabile mortificazione) l’opinione pubblica italiana - che anche voi rappresentate - non vuole sapere - o si accontenta di sospettare -, il gioco democratico non è formale: è falso.
    Inoltre se la consapevole volontà di sapere dei cittadini italiani non ha la forza di costringere il potere ad autocriticarsi e a smascherarsi - se non altro secondo il modello americano -, ciò significa che il nostro è un ben povero paese: anzi, diciamo pure, un paese miserabile. 
    Ci sono inoltre delle cose (e a questo punto continuo, più che mai, nel puro spirito della Stoà) che i cittadini italiani vogliono sapere, pur senza aver formulato con la sufficiente chiarezza, io credo, la loro volontà di sapere: fatto che si verifica là dove il gioco democratico, appunto, è falso; dove tutti giocano con il potere; e dove la cecità dei politici è ormai ben assodata.
    Gli italiani vogliono dunque sapere ancora cos’è con precisione la «condizione» umana - politica e sociale - in cui sono stati e sono costretti a vivere quasi come da un cataclisma naturale: prima, dalle illusioni nefaste e degradanti del benessere e poi dalle illusioni frustranti, no, non del ritorno della povertà, ma del rientro del benessere. 
    Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, che limiti ha, che futuro prevede, la «nuova cultura» - in senso antropologico - in cui essi vivono come in sogno: una cultura livellatrice, degradante, volgare (specie nell’ultima generazione). 
     Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, e come si definisce veramente, il «nuovo tipo di potere» da cui tale cultura si è prodotta: visto che il potere clerico-fascista è tramontato, e ormai esso ad altro non costringe che a «lotte ritardate» (la condanna a morte degli antifranchisti, i rapporti tra la vecchia e la nuova generazione mafiosa nel Mezzogiorno ecc.). 
     Gli italiani vogliono ancora sapere, soprattutto, che cos’è e come si definisce il «nuovo modo di produzione» (da cui sono nati quel «nuovo potere» e, quindi, quella «nuova cultura»): se per caso tale «nuovo modo di produzione» - introducendo una nuova qualità di merce e perciò una nuova qualità di umanità - non produca, per la prima volta nella storia, «rapporti sociali immodificabili»: ossia sottratti e negati, una volta per sempre, a ogni possibile forma di “alterità”.
    Senza sapere che cosa siano questo «nuovo modo di produzione», questo “nuovo potere” e questa «nuova cultura», non si può governare: non si possono prendere decisioni politiche (se non quelle che servono a tirare avanti fino al giorno dopo, come fa Moro). 
     I potenti democristiani che ci hanno governato in questi ultimi dieci anni, non hanno saputo neanche porsi il problema di tale «nuovo modo di produzione», di tale «nuovo potere» e di tale «nuova cultura», se non nei meandri del loro Palazzo di pazzi: e continuando a credere di servire il potere istituito clerico-fascista. Ciò li ha portati ai tragici scompensi che hanno ridotto il nostro paese in quello stato, che più volte ho paragonato alle macerie del 1945. 
     È questo il vero reato politico di cui i potenti democristiani si sono resi colpevoli: e per cui meriterebbero di essere trascinati in un’aula di tribunale e processati. 
     Non dico, con questo, che anche altri uomini politici non si siano posti i problemi che non si son posti i sacrestani al potere, o che, come loro, non abbiano saputo risolverli. Anche i comunisti hanno per esempio confuso il tenore di vita dell’operaio con la sua vita, e lo sviluppo col progresso. Ma i comunisti hanno compiuto - se hanno compiuto - degli errori teorici. Essi non erano al governo, non detenevano il potere. Essi non derubavano gli italiani. Sono coloro che si sono assunti delle responsabilità che devono pagare, cari colleghi della «Stampa», che, sono certo, siete perfettamente d’accordo con me... 
     Un’ultima osservazione che mi sembra, del resto, capitale. 
     L’inchiesta sui golpe (Tamburino, Vitalone...), l’inchiesta sulla morte di Pinelli, il processo Valpreda, il processo Freda e Ventura, i vari processi contro i delitti neofascisti... Perché non va avanti niente? Perché tutto è immobile come in un cimitero? È spaventosamente chiaro. Perché tutte queste inchieste e questi processi, una volta condotti a termine, ad altro non porterebbero che al Processo di cui parlo io. Dunque, al centro e al fondo di tutto, c’é il problema della Magistratura e delle sue scelte politiche. 
     Ma, mentre contro gli uomini politici, tutti noi, cari colleghi della «Stampa», abbiamo coraggio di parlare, perché in fondo gli uomini politici sono cinici, disponibili, pazienti, furbi, grandi incassatori, e conoscono un sia pur provinciale e grossolano fair play, a proposito dei Magistrati tutti stiamo zitti, civicamente e seriamente zitti. Perché? Ecco l’ultima atrocità da dire: perché abbiamo paura.

24 settembre 2008

Effetto Mozart

Effetto Mozart
 
Sappiamo che la musica aiuta a strutturare il pensiero e il lavoro delle persone nell'apprendimento delle abilità linguistiche, matematiche e spaziali. Soprattutto l'intelligenza musicale influisce sullo sviluppo emotivo, spirituale e culturale di altre intelligenze. Meno risaputo è che la musica possa influenzare l'organismo, modificando lo stato emotivo, fisico e mentale: tale fenomeno è comunemente denominato "Effetto Mozart". Provare per credere...
 
 
 


Wolfgang Amadeus Mozart
Concerto per pianoforte e orchestra No. 21 K.467
II movimento, Andante
Daniel Barenboim, solista e direttore d’orchestra

Berliner Philharmonic Orchestra 

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Origini del consumismo

Origini del consumismo
di Andrea Bertaglio
 
Allegoria del consumismo: al posto del cervello, una serie di cosiddetti 'beni di consumo', il più delle volte inutili o quanto meno superflui
 

Il consumismo è la manifestazione del bisogno cronico di acquistare continuamente nuovi beni e nuovi servizi, con scarso riguardo all’effettiva necessità che si ha di essi, alla loro durata, alla loro origine o alle conseguenze ambientali della loro produzione e smaltimento. Il consumismo è dovuto ad ingenti somme spese in pubblicità con lo scopo di creare sia il desiderio di seguire una moda, un trend, sia il conseguente sistema di auto-compiacimento che ne deriva. Il materialismo è uno dei risultati finali del consumismo.

Fino a qui niente di nuovo. Siamo ormai abituati a non vedere il consumismo interferire nelle nostre scelte o nella nostra vita sociale, rimpiazzando i bisogni dettati dal buon senso, sostituendo la necessità di una famiglia stabile, di una vita in comunità e di sane relazioni umane con un artificiale ed insaziabile ricerca di denaro necessario a comprare sempre più cose, per lo più inutili, che siamo stati portati a desiderare. Cose progettate per non durare, o per passare di moda in tempi sempre più brevi.

Ma che cosa ci ha portati a tutto questo? Come siamo arrivati a fare quasi tutti lavori che odiamo per comprare cose che non ci servono, a volte per impressionare persone di cui nella maggior parte dei casi non ci importa nulla? Dove ha avuto origine questo meccanismo perverso?

Uno degli effetti del consumismo: l'accumulo indiscriminato di rifiutiOltre allo sviluppo della industrializzazione e del capitalismo, una delle principali ragioni della diffusione del consu- mismo di massa è sicuramente attribuibile agli sforzi di Edward Bernays, un nipote ame- ricano di Sigmund Freud, il quale ha utilizzato alcune teorie sviluppate dallo zio sugli esseri umani per riuscire a controllare e manipolare le masse in tempo di pace e di democrazia (o presunta tale). Appurato il fatto che le masse possono essere manipolate, Bernays ha pensato bene di utilizzare queste “tecniche” per generare e poi incentivare nell’America degli anni venti il costante bisogno di “beni” di consumo. Di ritorno da una conferenza di pace tenutasi a Parigi nel 1926, infatti, Bernays si rese conto che se la propaganda era riuscita ad ottenere tali livelli di consenso in tempo di guerra in Europa, sicuramente poteva farlo anche in America in tempo di pace.

Egli fu il primo a mostrare alle corporations americane come creare nella gente il bisogno di cose di cui non avevano bisogno, semplicemente facendo in modo di associare le merci di consumo di massa ai loro desideri inconsci, soddisfacendo o facendo credere di soddisfare i loro più reconditi ed egoistici desideri, così da renderli “felici” e, quindi, mansueti. Da ciò nacque ovviamente anche l’idea prettamente politica di controllare le masse americane. Per questo quando gli USA entrarono in guerra contro la Germania (e l’Austria di Freud, il quale anni dopo e poco prima di un’altra guerra mondiale, con l’avvento del nazismo e l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, si rifiutò di trasferirsi per le sue origini ebree negli Stati Uniti, posto che il padre della psicoanalisi riteneva troppo volgare e dozzinale, riparando così a Londra), Bernays, a quel tempo agente di stampa, fu chiamato a promuovere sia in patria che all’estero l’idea (che ormai ci siamo più che abituati a sentire) che gli USA avrebbero esportato oltre oceano la democrazia (1).

Insomma, l’inizio dell’era consumistica, oggi più dominante che mai, si può pensare sia iniziata così. Il consumismo può essere considerato come figlio del dispotismo, o, ancor più, come “nipote” della psicoanalisi. Il trarre profitto dalla manipolazione mediatica dell’opinione pubblica è stata studiata a tavolino. Del resto è strana l’idea che da un giorno all’altro si possa essere diventati tutti dei convinti consumisti.

Ma, come si è passati dagli stili di vita frugali di un tempo alle smanie consumistiche che oggi schiavizzano così tante persone, è molto probabile che si possa anche percorrere il percorso inverso. Certo la disintossicazione da questa droga, come l’ha definita Serge Latouche, sarà dura da affrontare. La depressione culturale e la miseria prodotta da un sistema studiato per renderci infelici di ciò che abbiamo e farci desiderare ciò che non abbiamo sarà dura a morire (2). Il fatto è che oggi è più che mai necessario uscirne, visto le situazioni limite sia a livello sociale che ambientale in cui ormai ci troviamo.

(1): “The century of the self”, film documentario del britannico Adam Curtis per la BBC; difficile da trovare in dvd, ma, per chi volesse approfondire l’argomento, presente in un gran numero di video su YouTube.

(2): “La scommessa della decrescita”, di Serge Latouche.

22 settembre 2008

Il Carnevale di Notting Hill a Londra

Il Carnevale di Notting Hill a Londra

24-25 agosto 2008

VEDI L’ALBUM INSERITO NELLA COLONNA A DESTRA

 

Notting Hill CarnivalDurante l'ultimo week-end di agosto, Londra ha ospitato nel suo quartiere di Notting Hill il più grande Carnevale caraibico al mondo dopo quello di Rio de Janeiro. Milioni di persone proveniente da tutto il mondo si riversano a Notting Hill per assistere alla sfilata dei  costumi coloratissimi. Per chi ama la musica e la sua storia, Notting Hill è uno dei centri assoluti. Tra gli altri Jimi Hendrix, i Rolling Stones, i Pink Floyd, Eric Clapton e i Led Zeppelin, hanno abitato questo quartiere.

Verso le otto di sera, le bancarelle che offrono specialità esotiche chiudono i battenti e le band locali ripongono gli strumenti. Ma con un po' di astuzia e un pizzico di fortuna si riesce a intrufolarsi in uno dei tanti party privati per proseguire i festeggiamenti fino a tarda notte. Al Carnevale possono partecipare tutti, senza dover pagare un biglietto d'ingresso: basta recarsi nel quartiere e buttarsi nella mischia. Ristoranti, locali stravaganti, negozi originali, bancarelle di antiquari: a Notting Hill si respirano le atmosfere vivaci tipiche di un quartiere dove risiedono artisti e gente comune, inglesi e non, in un insieme di culture e ambienti diversi. Questa grande festa risale al 1965, e in origine era un evento locale della parte ovest di Londra tenuto dalla comunità caraibica londinese, ma poi questo evento si è evoluto come la più grande e importante festa di strada in Europa.

I numeri dell'ultima edizione parlano chiaro: oltre 2.000.000 visitatori nel week-end; un percorso lungo quasi 6 km; 70 unità di spettacolo composte da bande musicali di vario tipo che partecipano alla sfilata; vi sono circa 41 sistemi audio statici situata all'interno della zona del carnevale; più di 16.000 diversi dischi suonati e 300 bancarelle alimentari a disposizione; presenti oltre 50.000 partecipanti attivi, per un totale di 15.000 costumi, 150.000 pennacchi piumati, 30 milioni di paillettes, 100 litri di vernice decorativa per il corpo e oltre 1 milione di ore spese per fare e decorare i costumi.

Inoltre sono stati consumati durante il Carnevale: 5 tonnellate di pollo; 30.000 pannocchie di mais; 15.000 banane fritte; 1 tonnellata di riso e piselli; 1 tonnellata di tortelli giamaicani; 12.000 frutti di mango; 16.000 noci di cocco; 5 milioni di bevande calde e fredde; 10.000 litri di birra giamaicana; 25.000 bottiglie di rum; 70.000 litri di succo di carota.

La domenica è ufficialmente la giornata dei bambini, ma ci sono presenze di bambini ad entrambe le giornate, e tutti potranno godere dei vivaci colori dei carri e dei danzatori 'piumati' in costume. Gli adulti avranno occasione di scatenarsi in decine di piste da ballo, dalla house music al Hip-hop, dal jazz alla disco e al Rockin 'Blues.

Il Carnevale di Notting Hill rimane l'evento assolutamente più importante dell'estate londinese. Quest'anno non ho potuto seguirlo, ma l'hanno fatto anche per me Lorenzo, il mio figliolo, e Paola, la sua splendida compagna che io amo come una seconda figlia, insieme ai comuni amici Caterina ed Eraldo. C'è un album, nella colonna destra del blog, che contiene foto del Carnival oltre ad alcune vedute di Londra.

21 settembre 2008

La solitudine dei lavoratori Alitalia

La solitudine dei lavoratori Alitalia

605164548.jpgVentimila persone potrebbero trovarsi tra poche ore senza lavoro. Una tragedia di dimensioni enormi, che peserà per lunghi anni sulle spalle del Paese. Poi ci sono il dolore e la sofferenza di persone messe davanti ad un futuro ignoto. Nessuno che tenda una mano.

La lenta agonia dell’Alitalia sta mostrando lo stano volto di questo Paese. Lo Stato, in questi anni, ha certamente speso molto per garantire alla compagnia di sopravvivere. Tuttavia, questi soldi non hanno regalato ai dipendenti villette al mare, suv, motoscafi d’altura. Neanche hanno permesso la sostituzione dei vecchi aerei con nuovi, la modernizzazione del sistema di trasporto aereo in Italia. Hanno in gran parte preso la strada del fiume degli sprechi, divorati da amministratori non sempre capaci di gestire l’azienda.

E’ indubbio che il sottogoverno abbia pascolato tra assunzioni di comodo, logiche clientelari, serbatoi elettorali. Insomma, la malattia di Alitalia è vecchia e complessa, permetterà a molti studenti universitari di trovar spunto per le tesi di laurea.

La vita, nel suo andare, guarda al passato, consuma il presente, immagina il futuro. I più fortunati son capaci di imparare dall’esperienza, evitano di giudicare, ma riescono a migliorare comprendendo gli errori.

In questi giorni nelle stanze di palazzo Chigi, nelle segreterie dei partiti, nei ministeri, nelle sedi dei sindacati il via vai di persone occupate in estenuanti quanto improduttive trattative è incessante.

I giornali e la televisione non si risparmiano nel dar conto all’opinione pubblica della cronaca degli incontri, minuto per minuto, quasi stessimo assistendo ad una finale del campionato di calcio.

Nel frattempo ventimila persone, le loro famiglie e gli amici, stanno a guardare, con la scure sul collo del licenziamento. In un Paese dove non si trova lavoro in dieci minuti, selezionando tra le inserzioni di un giornale. Qui siamo in un posto nel quale il ‘precariato’ è diventata la legge ferrea del sistema produttivo.

Sono operai e assistenti di volo, piloti ed autisti, meccanici e segretarie. Ma prima di tutto sono uomini e donne.

Sono esseri umani contro i quali, per inspiegabili motivi, la stampa si è scagliata. Raccontando di privilegi, improduttività, svogliatezza, inefficienza. C’è chi ruba la frase ad un’assistente di volo, ieri Cruciani alla ‘zanzara’ di Radio24, per raccontare al pubblico che l’unica preoccupazione di questi bamboccioni del cielo è poter andare a casa a riposare. Chi si impegna a descrivere minuziosamente il modello di pullmino che porta il personale di volo in aeroporto. Ed è inutile continuare. Inutile dire che la produttività dei lavoratori dell’azienda esiste, a dispetto delle incredibili modalità di gestione applicate dagli amministratori mandati dal governo. Sostenere che gli stipendi sono per una grandissima parte dei dipendenti del tutto allineati al resto del Paese potrebbe essere considerata un’eresia. Scoprire che il ‘passaggio’ in aeroporto gli assistenti di volo se lo pagano è un esempio di giornalismo investigativo degno dell’inchiesta sul Watergate dell’irraggiungibile, in Italia, Washington Post.

Ed ecco allora lo strano volto del Paese. A giorni si rischia di vedere questi ventimila lavoratori per la strada. Comunque cinquemila, settemila, ottomila di loro (i numeri sono incerti) è certamente segnato, destinato alla ‘mobilità’. In parole semplici: sarà licenziato.

Lontano a Torino, nelle catene di montaggio della Fiat, i lavoratori metalmeccanici, nonostante tutto ancora l’anima di quello che un tempo si chiamava ‘movimento operaio’, non hanno speso una parola di solidarietà per questi compagni lavoratori sull’orlo del baratro. Nessun altro comparto industriale, per quanto si sappia, muove un dito per i ‘fratelli lavoratori’ a rischio.

Dalle sedi dei partiti della sinistra qualcuno ha parlato, qualcun altro ha fatto una visita di prammatica, ma non molto di più.

In questo Paese dell’etere sembra che l’opinione pubblica, i partiti (almeno quelli vicini al mondo del lavoro), le associazioni, i ‘riformisti’ e i ‘riformatori’, non sentano la drammaticità di un evento nel quale è possibile che un bel paesetto pugliese come Giovinazzo possa essere desertificato. Che vuol dire? Sono ventimila le persone coinvolte in questa tragedia, quanti sono gli abitanti del comune sul mare in provincia di Bari. E non vogliamo ‘contare’ le famiglie.

In caso di fallimento le responsabilità di questo governo sono evidenti. Berlusconi, durante la campagna elettorale gridò la sua ira contro la denazionalizzazione di Alitalia, fece di tutto (in ottima compagnia) per far saltare l’accordo con Air France-Klm e appena eletto si presentò davanti alle telecamere addirittura con uno slogan: “Ama l’Italia chi vola Alitalia”.

Il suo giornale di famiglia, oggi titola:”Più che piloti, kamikaze”. Il quotidiano, poi, in un articolo di Claudio Borghi, aggiunge: “Le lotte sindacali hanno spesso avuto dalla loro il consenso popolare: anche chi non era direttamente coinvolto nella vertenza poteva in qualche modo immedesimarsi con il lavoratore in sciopero, spesso icona dello sfruttamento e della povertà. Nel caso delle proteste e delle intransigenze dei dipendenti di Alitalia invece si respira un atteggiamento opposto: pressoché nessuna voce, anche fra chi di solito è più sensibile alle rivendicazioni del mondo del lavoro, sembra levarsi a sostegno delle numerose sigle sindacali che ieri hanno fatto paurosamente traballare la trattativa per mantenere in volo gli aerei della compagnia di bandiera. Anzi, non è difficile riscontrare fra la gente e nei forum di internet (interessante polso di una parte della società particolarmente informata) un misto di fastidio e di ostilità nei confronti di una categoria ritenuta, a torto o a ragione, scandalosamente privilegiata e immeritevole di qualsiasi corsia preferenziale che ne differenzi le sorti dalle numerose e «normali» altre situazioni di disagio lavorativo”.

Il paradosso è compiuto. I governi che hanno delegato uomini di fiducia per dilapidare un patrimonio in Alitalia, quelli che hanno messo la compagnia in ginocchio, sono spariti. Nessuna denuncia, nessuno che ricordi la nomina di Cimoli o di Bonomi. Nessuno che individui i tanti protagonisti.

L’obiettivo della telecamera ed il microfono dei giornalisti sono per i sindacati, che conducono trattative per garantire stipendi da favola. I lavoratori sono buffoni strapagati. Le difficoltà di adesso non sono nelle proposte dalla Cai, nel tentativo di demolire i contratti nazionali di lavoro, nell’essersi inventati cordate dai contorni poco chiari.

I cittadini italiani non sanno e non capiscono. Telefonano durante le trasmissioni sull’argomento e dicono: “Cosa vogliono questi, che vadano a casa, coi soldi che guadagnano neppure son disposti ad un sacrificio”.

Certo, il ministro Scajola ha ragione quando dice: “Io non voglio parlare della storia di questa vicenda, si andrebbe troppo indietro”.

Forse, per il rispetto che si deve a chi ha lavorato e oggi rischia la disoccupazione sarebbe proprio il caso di osservar bene il passato. Ma non fa comodo.

E sarebbe utile per la democrazia di questo Paese accorgersi che la solitudine dei lavoratori di Alitalia è un dramma, perché svela quanto sia debole il mondo del lavoro. Il Paese è sommerso dalla demagogia del Palazzo e dell’informazione. La stampa, ormai, in grandissima parte non racconta l’Italia  ed è incapace di svolgere quel ruolo di controllo che è nell’etica della professione giornalistica.

La solitudine dei lavoratori di Alitalia è la solitudine di tutti noi.

Roberto Barbera

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20 settembre 2008

Amicizia

Amicizia
 
 
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Ho un affetto più grande di qualsiasi amore 
che rende pallidi gli amori presenti, diluisce e scolora 
le memorie di ieri... Per quel delicato amico 
lontano, provo un tale sentimento profondo, tenero,

struggente, quale solamente un piccolo essere 
fragile, appena venuto alla luce, potrebbe ispirare. 
Custodisco, coltivo per lui nell’animo 
un affetto immenso, così come potrei amorevolmente 

coltivare fresie multicolori e iris e 
violette e candide gardenie per profumare le sue 
ore solitarie: con la mente, già curo quei fiori, sul 
davanzale della sua finestra, luminosa come il suo

carezzevole, tenero sguardo enigmatico e sereno.
Il Sole, la Fossa delle Marianne, la vetta più 
alta tra i puri monti innevati, inviolati, sono miseri 
spettacoli a confronto della gioia profonda che

mi danno il suo saluto, le sue parole gentili, 
intelligenti, benevoli, carezzevoli. Vi è il piacere di 
riuscire a essergli utile, per rallegrarmi della gratificazione 
che ne ricevo; l’orgogliosa soddisfazione di scoprire

affinità, di offrire e ricevere stima, disinteresse, 
schiettezza; di godere dell’arguzia, dell’allegria 
del suo spirito, di entusiasmarmi per i suoi 
successi, di bagnare di lacrime il mio cuscino per

i dispiaceri che prova. Sei un amico lontano, 
ma a cui parlo frequentemente, di sogni fantastici 
naturalmente: «Vuoi che per te catturi una 
cometa? che raggiunga il centro della Terra 

per portarti la segreta materia vitale che vi si cela? 
che scali le Tre Cime per appuntarti sul petto una 
stella alpina? che altro? Sono qui».

L’amatissimo Pier Paolo ha scritto:
«benché sembri assurdo, per un simile affetto
si potrebbe anche dare la vita. Anzi, io credo

che questo affetto altro non sia che un pretesto
per sapere di avere una possibilità – l’unica –
di disfarsi senza dolore di se stessi».

Darei la vita per la tua serenità.

 

(1997)

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19 settembre 2008

Pensiero Unico e Maestro Unico, di Lucio Garofalo

Pensiero Unico e Maestro Unico
di Lucio Garofalo *
18 settembre 2008
 
 
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Per illustrare in modo chiaro ed efficace il mio punto di vista critico sull'azione “terapeutica” esercitata dal ministro Gelmini potrei ricorrere ad una metafora molto semplice ed eloquente: penso che la Gelmini stia operando come quel medico che per "rianimare" un paziente quasi agonizzante decide  di sferrargli il colpo letale.

Oggi la scuola è un organismo quasi cadaverizzato, ma non sarà certo la Gelmini, e tanto  meno il super-ministro Tremonti, a farla rinascere, specialmente con interventi di mera amputazione chirurgica. Al massimo potranno far risorgere, dalle ceneri del passato dove è rimasto  sepolto per decenni, la figura (obsoleta) del "maestro unico".

Un anacronismo storico e metodologico-educativo che nell’odierna società continua a sopravvivere, malgrado l’abrogazione legislativa e il superamento da parte delle più aggiornate ed avanzate teorie nel campo psico-pedagogico e didattico.

Il “maestro unico” ha continuato ad esistere attraverso la televisione-spazzatura, nell’impero globale delle merci e dei consumi, nel pensiero unico dell’ideologia edonistica e consumistica trasmessa dalla pubblicità commerciale, nell’omologazione e nell’appiattimento culturale imposto alle giovani generazioni degli ultimi anni dal “Grande Fratello” televisivo, un potere economico-ideologico asceso stabilmente al governo della nazione. Un dominio totalitario che include ed oltrepassa il fenomeno del berlusconismo, avendolo assimilato ed inglobato nella propria sfera di influenza.

Il pensiero unico, oggi dominante, si è dunque diffuso in modo subdolo e capzioso, come un virus pernicioso ed insidioso, frutto di un crescente degrado culturale della società italiana (ed occidentale in genere), un degrado antropologico di cui il berlusconismo è solo uno degli effetti (il più evidente e clamoroso, forse) ma non la causa.

Le radici storiche di tale degrado affondano in un’epoca relativamente recente.

Le origini del degrado vanno ricercate più indietro nel tempo rispetto all’avvento di Berlusconi e dei suoi network televisivi privati. Vanno indagate in quella fase storica di transizione che sono stati gli anni ’60, gli anni del “boom” economico-consumistico, gli anni della scolarizzazione e dell’acculturazione (e dell’omologazione) di massa.

Anni intensi e convulsi, segnati da grandi mutamenti socio-culturali, economici e strutturali, anni in cui il “Potere occulto” del mercato e dei falsi bisogni indotti, di cui parlava Pier Paolo Pasolini nei suoi “Scritti corsari”, si imponeva in modo profondo  e duraturo, quasi definitivo  (affossando la millenaria cultura contadina) una cultura statica ed immobile, in cui era rimasto chiuso ed immerso gran parte del popolo italiano.

Oggi questo degrado è come un’affezione tumorale causata da una contaminazione originaria risalente a diversi anni addietro, ma che esplode improvvisamente, degenerando in una metastasi cancerosa irreversibile e conducendo irrimediabilmente allo stadio terminale. Lo stadio terminale dell’attuale società tardo-capitalista. 

Lucio Garofalo
* Brano pubblicato con autorizzazione dell'Autore

18:28 Scritto da paginecorsare in politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: scuola, politica | OKNOtizie |  Facebook