Cataldi Vittorio, detto Accattone: il sottoproletariato ieri e oggi

Cataldi Vittorio, detto Accattone:
il sottoproletariato ieri e oggi
1445417052.jpg

 

In prima serata Tv ho rivisto Accattone: pellicola restaurata (colonna sonora compresa) e non più incomprensibilmente vietata ai minori. Ho apprezzato una volta di più lo splendido e “crudo” bianco e nero di Tonino Delli Colli, gli insoliti primi piani insistenti sui volti più significativi, da quello di Franco Citti a quelli dei suoi amici e delle loro donne, la colonna sonora efficacissima, spesso commovente.

Un film magistrale, che pare non “invecchiare” mai, di cui continuerò a suggerire la visione iniziatica a chiunque si avvicini per la prima volta alle opere di Pier Paolo Pasolini. Se non altro, almeno per mettere alla prova le proprie facoltà di intelligenza e sensibilità.

Accattone è un film che descrive il rapporto intenso dello scrittore con il mondo degli esclusi, di coloro che vivono ai margini della società in quella “stupenda e misera” città che è Roma. Si percepisce l’identificazione di Pasolini con loro e con le situazioni che queste persone vivono, e anche l’amore profondo che lo lega alla loro situazione di emarginati, di reietti.

Ecco – e mi ripeto – se qualcuno tra i nuovi visitatori di queste pagine dedicate allo scrittore-regista intenderà conoscere e apprezzare Pasolini, l’efficacia della sua scrittura, la delicatezza e la grandezza della sua poesia, potrà incontrarlo accostandosi al suo primo lavoro cinematografico. A me pare che proprio questo suo film di esordio illumini potentemente la capacità e l’efficacia di Pasolini di raccontare, di immergersi nella realtà, di concorrere a farci comprendere ambienti e persone di un mondo che oggi parrebbe essere scomparso.

«Se io oggi volessi rigirare Accattone, non potrei più farlo. Non troverei più un solo giovane che fosse nel suo “corpo” neanche lontanamente simile ai giovani che hanno rappresentato se stessi in Accattone. Non troverei più un solo giovane che sapesse dire, con quella voce, quelle battute. Non soltanto egli non avrebbe lo spirito e la mentalità per dirle: ma addirittura non le capirebbe nemmeno», scriveva Pier Paolo Pasolini nel 1975 in uno degli articoli pubblicati dal “Corriere della Sera” (ora in Lettere luterane).

Con “genocidio” lo scrittore intendeva la vera e propria mutazione antropologica sofferta da gran parte degli italiani, perversamente educati all’ideologia del consumo e fagocitati da un potere falsamente tollerante. Un consumismo ormai imperante ai giorni nostri, attualmente l’unica ideologia consentita (tra l’altro in una fase storica in cui si sancisce la condanna, l’abbandono e addirittura la scomparsa di ogni ideologia) alla quale tutti devono obbligatoriamente adeguarsi per non sentirsi a loro volta “diversi”, “esclusi”, destinatari di pregiudizi. Una ideologia che si è ormai diffusa prepotentemente non solo in Italia bensì in tutto il mondo capitalistico.

Negli anni Settanta l’analisi pasoliniana non faceva una grinza. Quell’universo di persone tenute ai margini della città, della società, quel mondo che Pasolini, pure indignandosi, amava, effettivamente non esisteva più; insieme a quel sottoproletariato erano sparite le borgate, sostituite dall’egoistica aridità dei palazzoni che tuttora, ancorché degradati, costellano tristemente le periferie. “Non c’è più il 409 che sulla Tuscolana, verso Porta Furba, «cambiava marcia raschiando in mezzo alla folla, fra i tricicli e i carretti degli stracciaroli, le biciclette dei pischelli e i birroccioni rossi dei burini che se ne tornavano calmi calmi dai mercati verso gli orti della periferia». Là in fondo, adesso, c’è Ikea, penultima cattedrale del consumo”.  Il sottoproletariato di trenta-quarant’anni fa, abdicando alla propria peculiare fisionomia socioculturale, si era trasformato in piccola borghesia, adeguandosi progressivamente e acriticamente a un nuovo linguaggio, a comportamenti e costumi “normali”, al superfluo, ai capi “firmati”, ai mutui per acquistare casa o automobile. I “ragazzi di borgata” – come sosteneva Pasolini – in effetti si erano omologati ai “figli di papà”. La televisione, con i modelli proposti (specie dopo l’avvento delle emittenti private e dei suoi squallidi celebranti), contribuirà in maniera determinante a quella mutazione che Pasolini aveva definito tragica.

Ma per essere del tutto coerenti con la “lezione” pasoliniana, rimanere cioè sempre ancorati alla realtà, occorre un momento di riflessione che tenga conto di ciò che sta accadendo attualmente nel nostro Paese. Quel mondo non c’è più, è vero, ma possiamo – qui e ora – individuare nella realtà che ci circonda caratteristiche del tutto simili: nuove povertà, nuove esclusioni, pregiudizi consolidati, discriminazioni sempre in agguato. Le vite disperate che Pasolini ci ha narrato in Accattone e non solo, a me pare siano tali e quali a quelle di molti immigrati provenienti da altri Paesi: sono dunque loro da considerare come il nuovo sottoproletariato?

Nei campi – tenuti di proposito in condizioni incivili da autorità che nulla hanno di autorevole, molto di autoritario – senza acqua, luce né servizi igienici sono costrette a bivaccare decine di famiglie, spesso costituite da cittadini italiani a tutti gli effetti. In palazzine cadenti, fabbriche dismesse, catapecchie costruite con pezzi di legno e tubi da impalcature, che sono gli emblemi delle “nuove borgate”, vivono decine di migranti, provenienti dalla Romania, dalla Somalia, dall’Ecuador. Quasi sempre si tratta di lavoratori non “messi in regola”, ai quali vengono assegnati compiti massacranti da imprenditori senza scrupoli, esattamente come accadeva trenta o quarant’anni orsono nel microcosmo frequentato da Accattone. E se, tra mattoni e calcina, cadono da un’impalcatura vengono trascinati in mezzo a una strada cosicché sia possibile eludere le responsabilità di chi li fa lavorare “in nero” e senza documenti in un cantiere spesso aperto illegalmente.

Questi lavoratori, queste persone vengono considerate appartenenti a una classe subalterna e vivono in condizioni ancora più dure di quelle di coloro che li avevano preceduti molti anni prima. Con un’aggravante che si manifesta particolarmente in quest’ultimo periodo in cui mestatori di professione, spalleggiati da una stampa spesso asservita («ma i giornali sono complici degli uomini politici, e gli uomini politici sono completamente fuori dalla realtà», scriveva Pasolini), soffiano scientemente sul fuoco di “paure” pressocché inesistenti imponendo anche raffiche legislative indecenti e alimentando un ulteriore, orribile atteggiamento: il razzismo. Cioè l’alibi con cui si cerca di giustificare – da tutte le parti politiche – l’insofferenza, la discriminazione, il pregiudizio, e la legittimità di prevaricazioni e di violenze. Il razzismo è stata una delle giustificazioni ideologiche del colonialismo, del mantenimento della schiavitù, della discriminazione di gruppi sociali tenuti i condizioni di inferiorità come nel caso sudafricano dell’apartheid (la segregazione razziale dichiarata soltanto nel 1976 dall’Onu crimine contro l’umanità).

Scriveva Pier Paolo Pasolini, poco meno di un mese prima di essere assassinato: «Tutti i borghesi sono infatti razzisti, sempre, in qualsiasi luogo, a qualsiasi partito essi appartengano». Concetto che oggi, penso, potrebbe senza dubbio confermare. E continuava: «Nel 1961 Accattone ha scatenato fenomeni di “razzismo” per la prima volta espliciti in Italia. Donde una feroce “persecuzione” a me, e anche al povero – sottoproletario – Franco Citti. Ma oggi 1975, le cose non vanno molto diversamente. Il “razzismo” in un confronto o uno scontro diretto col sottoproletariato – viene fuori sempre esplicitamente, esce da quel sopore e da quella potenzialità che determinano del resto, tanto più rigidamente quanto più inconsapevolmente, l’idea dell’esistenza e l’esistenza del borghese. Nel 1961 i borghesi vedevano nel sottoproletariato il male, esattamente come i razzisti americani lo vedevano nell’universo negro».

Qualcosa di molto simile avviene anche ai giorni nostri. A indegne dichiarazioni razziste e xenofobe condotte da settori governativi e non solo, fanno seguito vere e proprie persecuzioni nei confronti di rom e sinti (tra l’altro in stragrande maggioranza cittadini italiani): sgomberi forzati, incendi nei campi. Gli uomini perdono il lavoro, i nuclei familiari un alloggio sia pure precario, i ragazzini vengono insultati, derisi e aggrediti a scuola. E li si scheda; gli si impone per legge di fornire le impronte digitali dei loro bambini. Pare una sorta di inizio di una nuova “soluzione finale” da attuarsi facendo propri ripugnanti princìpi nazifascisti di tragica memoria, condotta con metodo, senza alcun rispetto per i diritti umani né per la vita di bambini, anziani, malati, donne incinte, famiglie in condizioni di estrema indigenza. È una vergogna senza fine.

La propaganda martellante dei soliti untori definisce sistematicamente gli immigrati come “clandestini” e da tempo utilizza questo termine assimilandolo a quello di “delinquenti” (non a caso da qualche giorno in Italia una legge – approvata dagli untori stessi – sanziona la clandestinità come reato penale). Un’assimilazione che ha per obiettivi quello di trasformare il luogo comune in una verità che non ammetta contraddizioni e quello di condizionare le troppe menti educate da decenni soltanto dalle menzogne e dalle omissioni di chi sta al potere e di chi governa la stampa e le televisioni. Per i migranti, dunque – tutti quanti “clandestini” anche se in stragrande maggioranza lavoratori con documenti assolutamente in regola -, è in atto una strategia altrettanto vergognosa, discriminatoria, prevaricante, che fa sempre più assomigliare il nostro a uno Stato autoritario. Autobus cittadini fermati, dai quali sono fatti scendere da agenti di polizia – probabilmente esperti di fisiognomica lombrosiana – tutte le persone ritenute straniere. Controlli estenuanti, così come sono dannose e stressanti le continue e ripetute ore di coda per ottenere il rinnovo dei documenti di soggiorno. E il ricatto continuo di imprenditori senza scrupoli. E la discriminazione nei confronti degli studenti stranieri: sapevate che in Italia un proprietario su due rifiuta di dare in affitto una casa a uno studente straniero? A me ricorda molto quei cartelli degli anni Cinquanta che apparivano sui portoni dei palazzi di Torino e Milano – “non si affitta ai meridionali” – all’epoca dell’emigrazione dal Sud del nostro Paese, una emigrazione richiesta espressamente, tra l’altro, da Fiat e Alfa Romeo.

Un’ulteriore riflessione sulle paure indotte e sul concetto di sicurezza oggi tanto sbandierato e utilizzato in Italia (ma non solo: negli Usa la “tolleranza zero” è stata invocata e praticata. Ed è stata pappagallescamente rilanciata anche dal recentemente neoeletto sindaco di Roma) soprattutto per criminalizzare determinate componenti sociali quali quelle che ho citato sopra. A me pare che le politiche di sicurezza e le politiche sociali abbiano in comune, finora, soltanto risposte date in situazioni di cosiddetta emergenza. Una emergenza che si registra in primo luogo come conseguenza di guasti prodotti da irresponsabili politiche di esclusione, dalle distorsioni dello sviluppo economico, dalla carenza endemica di istruzione, di cultura: risposte perlopiù repressive e discriminatorie, quando non lesive e violente. Ciò è avvenuto principalmente perché non si precisa, o non si distingue, o si semina volutamente confusione tra “diritto alla sicurezza” e “sicurezza dei diritti”.

I governi, da quello centrale a quelli locali non si occupano infatti di porre attenzione a presupposti, iniziative, provvedimenti atti a creare situazioni di sicurezza dei diritti. Attuano dunque politiche di esclusione sociale (meglio, forse, sarebbe dire di persecuzione) quando sarebbe necessario lavorare per l’esatto contrario, cioè per una piena inclusione sociale; sostengono un diritto alla sicurezza a favore dei forti contro i rischi provenienti dai deboli e dagli esclusi, anziché la sicurezza di tutti i diritti per tutte le persone; architettano politiche centrali autoritarie anziché politiche locali partecipative; alimentano una politica privata di sicurezza (si pensi per esempio alle cosiddette ronde più o meno “padane”), mentre la sicurezza non dovrebbe essere altro che un servizio pubblico, con agenti di polizia che siano anzitutto dei cittadini (e a voi pare – solo per fare un esempio – che nel 2001, a Genova, quei poliziotti fossero cittadini di uno Stato di diritto?). Beh, potrei continuare parlando di riduzione dei diritti fondamentali – primo fra tutti quello a un’informazione ampia e corretta, anziché appiattita, distesa come un tappetino e agli ordini, anzi, al servizio dei potenti o ritenuti tali.

Scelgo invece di tornare a considerare il borgataro sottopro- letario Cataldi Vittorio detto Accattone e di riportare qui di seguito alcuni altri commenti su alcuni aspetti del film.

Così, per esempio, ne parla ancora Pier Paolo Pasolini: «La storia di Accattone […] ha la durata di un’estate, che è quella del governo Tambroni. Tutto, nella mia nazione, in quei mesi, pareva riprecipitato nelle sue eterne costanti di grigiore, di superstizione, di servilismo e di inutile vitalità. È in questo periodo che mi sono affacciato a guardare quello che succedeva dentro l’anima di un sottoproletario della periferia romana (insisto a dire che non si tratta di un’eccezione ma di un caso tipico di almeno metà Italia): e vi ho riconosciuto tutti gli antichi mali (e tutto l’antico, innocente bene della pura vita). Non potevo che constatare: la sua miseria materiale e morale, e la sua feroce e inutile ironia, la sua ansia sbandata e ossessa, la sua pigrizia sprezzante, la sua sensualità senza ideali, e insieme a tutto questo, il suo atavico, superstizioso cattolicesimo di pagano. Perciò egli sogna di morire o di andare in paradiso. Perciò soltanto la morte può “fissare” un suo pallido e confuso atto di redenzione. Non c’è altra soluzione intorno a lui […] con Accattone [ho dato] una tragedia: una tragedia senza speranza, perché mi auguro che pochi saranno gli spettatori che vedranno un significato di speranza nel segno di croce con cui il film si conclude.»

A proposito delle musiche del film: La Passione secondo Matteo e i Concerti brandeburghesi di Bach, e il famoso blues St. James infirmary di Primrose, ancora Pasolini scrive: «Si tratta di un residuo della contaminazione linguistica che c’è nei romanzi e che nel film dicevamo che non c’era. Questo aver contaminato una musica coltissima, raffinata come quella di Bach con queste immagini, corrisponde nei romanzi all’unire insieme il dialetto, il gergo della borgata, con un linguaggio letterario che per me è di derivazione proustiana o joissiana. È l’ultimo elemento di questa contaminazione che rimane così un po’ esteriore nel film. Quanto alla scelta, è una scelta molto irrazionale, perché prima ancora di pensare ad Accattone quando pensavo genericamente di fare un film, pensavo che non avrei potuto commentarlo altrimenti che con la musica di Bach: un po’ perché è l’autore che amo di più; e un po’ perché per me la musica di Bach è la musica a sé, la musica in assoluto… Quando pensavo ad un commento musicale, pensavo sempre a Bach, irrazionalmente, e così ho mantenuto, un po’ irrazionalmente, questa predilezione iniziale».

«Il film, opera prima del regista Pasolini, è fatto di immagini scabre, il cui lento scorrere sottolinea la tragica situazione delle borgate romane. Aiuto regista è il giovane Bernardo Bertolucci, il quale così descrive il metodo di lavoro di Pasolini: “Pier Paolo Pasolini, di fronte ai ‘napoletani’ o agli amici di Accattone in agguato al baretto, di fronte alle costruzioni lunari della Borgata Gordiani scopriva l’uso del carrello, di quelle sue lente panoramiche sui primi piani, la scabrezza di una certa recitazione. Io assistevo con commozione alle invenzioni di Pier Paolo, mi sembrava, alle proiezioni giornaliere, di vivere le origini del cinema, di assistere per primo alla prima carrellata, alla prima panoramica”. Il tocco filmico pasoliniano è subito chiaro: cinecamera a mano, inquadrature forti, primi piani azzardati, lente panoramiche […] tutto immerso in un’estetica della trasgressione che trasfigura l’impossibilità di vivere il reale nei recinti istituzionali e delinea l’utopia dei senzastoria che scardina il pensiero protetto dello Stato. Sono tematiche che scivoleranno in ogni lavoro pasoliniano (cinematografico, poetico, giornalistico o letterario) e andranno a costruire un universo insanguinato dove la strada è la trasparenza dell’immaginario calpestato e la fede, la cultura o la politica il male di esistere nel cerchio conviviale della civiltà dello spettacolo.» [Pino Bertelli].

Scelto per la XXII Mostra del Cinema di Venezia (31 agosto 1961), il film di Pasolini ricevette fischi e improperi. Pochi capirono di trovarsi di fronte a un’opera d’arte. I settimanali avvertivano i lettori che si trattava di “un film sui rifiuti umani” (“Oggi”) o che “quello di Pasolini è, insomma, un mondo a senso unico, dove non affiora mai la speranza o un sentimento capace di dare il senso della dignità umana” (“Vita”, 7 dicembre 1961). La “sacralità dell’autentico non trovò seguito” (Barth David Schwartz) che in pochi disertori della pubblica opinione. Accattone ottenne poi il primo premio per la regia nel 1962, al Festival di Karlovy Vary (città della Repubblica Ceca nota anche con il nome tedesco di Karlsbad).

Alla “prima” di Accattone al cinema Barberini a Roma, un manipolo di giovani fascisti cercarono di impedire la proiezione, lanciarono bottiglie d’inchiostro contro lo schermo, bombette di carta e finocchi tra il pubblico. Vi furono colluttazioni e la visione del film fu sospesa per quasi un’ora, intorno a Pasolini si strinsero amici e intellettuali senza museruola e Accattone prese la via degli schermi di ogni parte della terra. Da subito, Pasolini mostrò un “cinema di poesia”, in opposizione al “cinema merce”, come linguaggio edulcorato del potere.

Quando il film sarà bloccato in sede di censura (febbraio 1962) e ritirato da tutte le sale italiane non furono molti i giornalisti che gridarono alla discriminazione e oltre all’amico Moravia s’infuriò Mino Argentieri, che dalle pagine della rivista “Cinema Sessanta” scrisse che era importante agire contro i censori dello Stato in quanto si trattava di un film che raggiungeva la “compiutezza d’arte”.

Nel film, in cui debuttò da protagonista Franco Citti, lavorarono anche altri due fratelli Citti, Silvio e Sergio, purtroppo recentemente scomparsi. Sergio Citti, in seguito regista a sua volta, fu inoltre collaboratore ai dialoghi in Accattone: da segnalare anche una breve apparizione di Elsa Morante, amica di Pasolini  nella parte di una detenuta in carcere. Infine, come già ricordato, aiuto-regista di Pasolini fu un altro debuttante: Bernardo Bertolucci.
Pubblicato il 30 luglio 2008
Cataldi Vittorio, detto Accattone: il sottoproletariato ieri e oggiultima modifica: 2008-07-30T14:10:00+02:00da paginecorsare
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento