“La rabbia di Pasolini”

La rabbia di Pasolini

 Il film del ’63, già restaurato qualche anno addietro, è stato presentato nei giorni scorsi alla Mostra del Cinema di Venezia dopo il lavoro di “reintegro” delle parti mancanti effettuato dal Presidente della Cineteca di Bologna, Giuseppe Bertolucci.

Con il titolo di LA RABBIA DI PASOLINI sarà nelle sale cinematografiche il 5 settembre prossimo

 

La rabbia (1962-1963) di Pier Paolo Pasolini è un film di montaggio che assembla immagini tratte da cinegiornali e documentari, “lette” da voci fuori campo (Giorgio Bassani per i testi in poesia, Renato Guttuso per quelli in prosa). Il trattamento è stato pubblicato dall’autore su «Vie Nuove» il 20 settembre 1962: si può leggere anche in “Pagine corsare”. Il progetto era stato proposto a Pasolini dal produttore Gastone Ferranti. Una dichiarazione rilasciata da Pasolini a Maurizio Liverani (Pier Paolo Pasolini ritira la firma dal film La rabbia, “Paese Sera”, 14 aprile 1963) ricostruisce la storia: 

«Ferranti ha affidato a me il materiale di repertorio e i residuati di un cinegiornale – Mondo libero – che dirigeva da molti anni. Una visione tremenda, una serie di cose squallide, una sfilata deprimente del qualunquismo internazionale, il trionfo della reazione più banale. In mezzo a tutta questa banalità e squallore, ogni tanto saltavano fuori immagini bellissime: il sorriso di uno sconosciuto, due occhi con una espressione di gioia o di dolore, e delle interessanti sequenze piene di significato storico. Un bianco e nero in massima parte affascinante visivamente».

Da lì era nata l’idea di un film diverso, che inventasse addirittura un nuovo genere:

«Attratto da queste immagini ho pensato di farne un film, a patto di poterlo commentare con dei versi. La mia ambizione è stata quella di inventare un nuovo genere cinematografico. Fare un saggio ideologico e poetico con delle sequenze nuove. E mi sembra di esserci riuscito soprattutto nell’episodio di Marilyn. Ho lavorato per settimane e mesi: è stato un lavoro massacrante perché la moviola è già di per sé un lavoro terribile».

Il “senso” che Pasolini voleva dare a questo film è dichiarato nella scritta che precede i titoli di testa: «Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza e dall’angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra? Per rispondere a queste domande ho scritto questo film, senza seguire un filo cronologico e forse neanche logico, ma soltanto le mie ragioni politiche e il mio sentimento poetico».

Il risultato, poi, aveva fatto sentire al produttore la necessità di un seguito ispirato a ragioni opposte:

«Visto il film, il produttore disse che così non sarebbe riuscito mai a farlo passare. Io ero legato da un contratto e per ragioni di ordine legale siamo venuti a un accordo. Abbiamo studiato soluzioni e deciso di far seguire il mio film da un altro blocco affidato ad un altro autore. Pensavo a Montanelli, a Barzini o ad Ansaldo. Invece ad un certo punto è venuto fuori Guareschi. In principio mi rifiutai. Ero seccato. Poi una serie di considerazioni mi hanno portato a cambiar parere. Mi ricordavo il Guareschi del “Bertoldo”, da cui è nato in un certo senso il mio antifascismo. Poi ricordavo il Guareschi che va in campo di concentramento e vi rimane per orgoglio. Poi, il Don Camillo, che è un’opera qualunquista, ma non pericolosa. E mi rassegnai. Comunque il mio film era già terminato quando Guareschi è entrato in campo.

Pasolini e Guareschi lavorarono separatamente, senza che l’uno sapesse quel che faceva l’altro. Ma quando vide la parte del film realizzata da Guareschi, Pasolini pensò di ritirare la sua firma («Non voglio rendermi complice di una cosa così orrenda»): cfr. le dichiarazioni riportate da Liverani, Pier Paolo Pasolini ritira la firma dal film La rabbia, e l’intervista rilasciata ad Andrea Barbato, Pasolini non vuole firmare La rabbia, su «Il Giorno», 13 aprile 1963:

«Se Eichmann potesse risorgere dalla tomba e fare un film, farebbe un film del genere. Per interposta persona Eichmann ha fatto questo film. Credevo di avere un interlocutore con cui fosse possibile almeno un dissenso, e non uno che è addirittura in fase prelogica.
Non è un film solo qualunquista, o conservatore, o reazionario. È peggio. C’è l’odio contro gli americani, e il processo di Norimberga viene definito “una vendetta”. Si parla di John Kennedy facendo vedere solo sua moglie, come se lui non esistesse. 
C’è odio contro i negri, e manca solo che si dica che bisogna metterli tutti al muro. C’è una ragazza bianca che dà un fiore a un negro, e subito dopo lo speaker la copre di insulti per questo. C’è un inno ai paras, esaltati come truppe magnifiche. C’è un anticomunismo che non è neanche missino, è da anni Trenta. C’è tutto: il razzismo, il pericolo giallo, e il tipico procedimento degli oratori fascisti, l’accumulo di dati di fatto indimostrabili.
Almeno formalmente, e cioè ritirando la firma, voglio cercare di non dare un mio contributo al successo eventuale di un film fatto anche da Guareschi. Non voglio collaborare nemmeno come antagonista all’assorbimento di queste idee mostruose da parte dei giovani, che sono indifesi dinanzi a una simile demagogia».

La firma fu poi mantenuta; nonostante la polemica, il film (“prima” al cinema Lux di Genova il 13 aprile 1963) non ebbe alcun successo e rimase pochissimo tempo nelle sale. 

In questi giorni, dopo la proiezione alla Mostra del Cinema di Venezia, interpellato sulla parte di Guareschi, Giuseppe Bertolucci – autore di La rabbia di Pasolini, che è una ipotesi di ricostruzione del film come Pasolini l’aveva concepito – ha risposto che «Guareschi è un autore che ha avuto i suoi meriti. Ma qui il suo testo è insostenibile, addirittura razzista. Una delle sue cose peggiori. Gli abbiamo fatto un piacere a non recuperarlo. […] Tale giudizio, che riguarda un aspetto particolare dell’opera di Guareschi, non mi ha impedito di partecipare alle celebrazioni del suo centenario, promuovendo, come presidente della Cineteca, il restauro della versione edita di quel film, e producendo una bella esposizione di fotografie e di documenti dedicati soprattutto alla saga di Don Camillo”. 

Sollevare ora un putiferio – come qualcuno sta tentando di fare – sulla dichiarazione di Giuseppe Bertolucci è del tutto ipocrita, a mio parere. E anche prendere a pretesto la “trincea dell’ideologia” – esibendo argomenti alquanto discutibili – non mi pare un bel servizio reso né al giornalismo né all’informazione. Tra l’altro, anche sostenere che occorra “restituire a Guareschi il suo statuto di figura centrale della storia letteraria dell’Italia repubblicana” mi pare un’affermazione che non corrisponde alla reale statura artistica dell’autore di Don Camillo, nonché direttore di quel “Candido” che divenne notoriamente portabandiera della più becera e truce destra italiana.

Molti fanno pessimi esercizi di memoria, quando addirittura non fingano di avere scordato che il nostro Paese (uscito nel 1945 dalla dittatura fascista – alleata con quella hitleriana – che ha prodotto morti e distruzioni nella guerra più sanguinosa da loro scatenata nel Ventesimo secolo – e malgrado la validità di una Carta costituzionale che non consentirebbe in alcuna forma la ricostituzione di un partito fascista) mantenne, dopo la proclamazione della Repubblica, strutture e personale già legati al mai troppo deprecato e orrendo ventennio, il che ha costituito tra l’altro per tutti i decenni seguiti alla Liberazione una pesante palla al piede per lo sviluppo in senso democratico dell’Italia. E oggi vediamo i tristissimi esiti di una situazione del genere. “L’Italia di oggi? Una barca alla deriva, dominata dal pensiero unico”, ha dichiarato un “grande vecchio” del cinema italiano, Mario Monicelli. E ha aggiunto che “sta tornando il fascismo, sotto altre forme […] non esplicitamente, ma con un altro vestito” e che “per salvarla ci vorrebbe un nuovo equipaggio. Dalla generazione precedente abbiamo ereditato la corruzione, che si prolunga fino a ora. Non c’è più musica, non c’è più letteratura, non c’è danza, c’è solo qualche sussulto al cinema. Ma in generale non c’è più nulla”.

Quello di Giuseppe Bertolucci, non è stato un “omaggio solo a una metà di un’opera concepita per due voci dissonanti, ripudiando l’altra come se su di essa dovesse abbattersi per sempre il rigore censorio della damnatio memoriae”. Non si è trattato infatti semplicisticamente di un omaggio, bensì di una attentissima e  intelligente operazione filologica: anche nelle parole di Tatti Sanguineti ne troviamo ampia documentazione. Inoltre, l’opera non fu affatto “concepita per due voci dissonanti”: la proposta di Ferranti fu diretta inizialmente al solo Pasolini. Quanto infine a supposti “rigori censori” chiederei a Pierluigi Battista (anche per evitargli di suscitare ilarità inopportune e più o meno amare) di documentarsi perlomeno sulle vere e proprie persecuzioni, giudiziarie e non, che Pasolini dovette sopportare per tutta la vita, e anche oltre.

La realtà è che nella Rabbia del 1963, le scelte di Guareschi degli spezzoni filmati e i suoi testi si rivelano nel migliore dei casi mediocri ed esprimono eventi, posizioni e sentimenti che possono essere definiti superficiali, quando non reazionari. Qui di seguito, alcuni “campioni” audio (formato Mp3) – tratti dalla colonna sonora della Rabbia (1963) – delle argomentazioni sostenute da Guareschi nella porzione di film da lui realizzata:
  • Gli americani (tragica macabra farsa: dopo aver tentato per dodici anni di giustiziare un bandito, se la cavano ammazzando uno scrittore [si riferisce a Caryl Chessman])
  • Bianchi e neri (… questo epidemismo che ha portato i bianchi a disprezzare il colore della loro pelle e a vergognarsi della loro storia; le ragazze bianche implorano dai negri un sorriso; i negri dimostrano il loro odio implacabile per i bianchi; per  la solenne festa dell’indipendenza del Congo i negri dimostrano di aver raggiunto una profonda maturità democratica e la completa maturità politica [i filmati presentano danze tribali e sfilate di autorità congolesi])
  • Famiglia (un uomo mascherato da donna sposa un uomo vestito da uomo davanti al sindaco e al parroco: il matrimonio diventa una tragica farsa; … disintegrazione della famiglia: ecco la nostra scontentezza e la nostra angoscia)
  • Paura (a un cane innestano la testa di un altro cane, è un esempio dell’altissimo livello raggiunto dalla scienza sovietica… è questo che il comunismo intende fare all’umanità e il pensiero di un così mostruoso delitto è la nostra paura) [meno male che Alemanno e gli altri attuali, opportunisti, “imprenditori della paura” non ci hanno pensato, dico io…]
  • Il terzo sesso (… clima di furore sessuale… potevano forse bastare i due sessi tradizionali? Così, il terzo sesso è entrato nella letteratura, nel cinema, nella vita di tutti noi; … queste due belle ragazze, per esempio, sono in realtà due gagliardi giovanotti…)
  • La vendetta (il Nuovo Mondo nato da una guerra irrazionale ha alla base la vendetta…; Norimberga: dovrebbero essere presenti tra gli imputati anche quelli che hanno sganciato l’atomica…, ma stanno tra i giudici; vendetta… rappresaglia contro i prigionieri di guerra; a Norimberga, grandi assise della vendetta, gli uomini della nuova era hanno imparato non la religione della giustizia ma  la religione della violenza; … il mandante delle violenze di piazza è sempre lui, il marxismo…)
  • Colonialismo dei Paesi europei (una regina d’Inghilterra, una duchessa di Kent… ballare con un negro!…; … l’Europa dev’essere cacciata via dall’Africa…; in Indocina la Francia conclude a Dien Bien Phu la sua disperata resistenza; ad Algeri, battaglie e agguati nel cuore della città; l’Algeria viene abbandonata; a Parigi, l’ultima rivista con le truppe coloniali: la leggendaria Legione Straniera, i paras che profusero il loro sangue per difendere l’estrema trincea africana della Francia e dell’Europa; … addio, Africa, tu non hai conquistato l’indipendenza e la libertà, settecento milioni di cinesi ti guardano con occhi famelici…)
“La rabbia di Pasolini”ultima modifica: 2008-09-01T18:35:00+02:00da paginecorsare
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