Origini del consumismo

Origini del consumismo
di Andrea Bertaglio
 
Allegoria del consumismo: al posto del cervello, una serie di cosiddetti 'beni di consumo', il più delle volte inutili o quanto meno superflui

 

Il consumismo è la manifestazione del bisogno cronico di acquistare continuamente nuovi beni e nuovi servizi, con scarso riguardo all’effettiva necessità che si ha di essi, alla loro durata, alla loro origine o alle conseguenze ambientali della loro produzione e smaltimento. Il consumismo è dovuto ad ingenti somme spese in pubblicità con lo scopo di creare sia il desiderio di seguire una moda, un trend, sia il conseguente sistema di auto-compiacimento che ne deriva. Il materialismo è uno dei risultati finali del consumismo.

Fino a qui niente di nuovo. Siamo ormai abituati a non vedere il consumismo interferire nelle nostre scelte o nella nostra vita sociale, rimpiazzando i bisogni dettati dal buon senso, sostituendo la necessità di una famiglia stabile, di una vita in comunità e di sane relazioni umane con un artificiale ed insaziabile ricerca di denaro necessario a comprare sempre più cose, per lo più inutili, che siamo stati portati a desiderare. Cose progettate per non durare, o per passare di moda in tempi sempre più brevi.

Ma che cosa ci ha portati a tutto questo? Come siamo arrivati a fare quasi tutti lavori che odiamo per comprare cose che non ci servono, a volte per impressionare persone di cui nella maggior parte dei casi non ci importa nulla? Dove ha avuto origine questo meccanismo perverso?

Uno degli effetti del consumismo: l'accumulo indiscriminato di rifiutiOltre allo sviluppo della industrializzazione e del capitalismo, una delle principali ragioni della diffusione del consu- mismo di massa è sicuramente attribuibile agli sforzi di Edward Bernays, un nipote ame- ricano di Sigmund Freud, il quale ha utilizzato alcune teorie sviluppate dallo zio sugli esseri umani per riuscire a controllare e manipolare le masse in tempo di pace e di democrazia (o presunta tale). Appurato il fatto che le masse possono essere manipolate, Bernays ha pensato bene di utilizzare queste “tecniche” per generare e poi incentivare nell’America degli anni venti il costante bisogno di “beni” di consumo. Di ritorno da una conferenza di pace tenutasi a Parigi nel 1926, infatti, Bernays si rese conto che se la propaganda era riuscita ad ottenere tali livelli di consenso in tempo di guerra in Europa, sicuramente poteva farlo anche in America in tempo di pace.

Egli fu il primo a mostrare alle corporations americane come creare nella gente il bisogno di cose di cui non avevano bisogno, semplicemente facendo in modo di associare le merci di consumo di massa ai loro desideri inconsci, soddisfacendo o facendo credere di soddisfare i loro più reconditi ed egoistici desideri, così da renderli “felici” e, quindi, mansueti. Da ciò nacque ovviamente anche l’idea prettamente politica di controllare le masse americane. Per questo quando gli USA entrarono in guerra contro la Germania (e l’Austria di Freud, il quale anni dopo e poco prima di un’altra guerra mondiale, con l’avvento del nazismo e l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, si rifiutò di trasferirsi per le sue origini ebree negli Stati Uniti, posto che il padre della psicoanalisi riteneva troppo volgare e dozzinale, riparando così a Londra), Bernays, a quel tempo agente di stampa, fu chiamato a promuovere sia in patria che all’estero l’idea (che ormai ci siamo più che abituati a sentire) che gli USA avrebbero esportato oltre oceano la democrazia (1).

Insomma, l’inizio dell’era consumistica, oggi più dominante che mai, si può pensare sia iniziata così. Il consumismo può essere considerato come figlio del dispotismo, o, ancor più, come “nipote” della psicoanalisi. Il trarre profitto dalla manipolazione mediatica dell’opinione pubblica è stata studiata a tavolino. Del resto è strana l’idea che da un giorno all’altro si possa essere diventati tutti dei convinti consumisti.

Ma, come si è passati dagli stili di vita frugali di un tempo alle smanie consumistiche che oggi schiavizzano così tante persone, è molto probabile che si possa anche percorrere il percorso inverso. Certo la disintossicazione da questa droga, come l’ha definita Serge Latouche, sarà dura da affrontare. La depressione culturale e la miseria prodotta da un sistema studiato per renderci infelici di ciò che abbiamo e farci desiderare ciò che non abbiamo sarà dura a morire (2). Il fatto è che oggi è più che mai necessario uscirne, visto le situazioni limite sia a livello sociale che ambientale in cui ormai ci troviamo.

(1): “The century of the self”, film documentario del britannico Adam Curtis per la BBC; difficile da trovare in dvd, ma, per chi volesse approfondire l’argomento, presente in un gran numero di video su YouTube.

(2): “La scommessa della decrescita”, di Serge Latouche.

Origini del consumismoultima modifica: 2008-09-24T14:44:00+02:00da paginecorsare
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2 pensieri su “Origini del consumismo

  1. A volte è proprio come combattere coi mulini a vento, non ci si fa.
    Con la scusa che tizio è antipatico, tutto quello che dice, fosse pure vangelo, passa in second’ordine. Anzi, in terzo o quarto ordine.
    Nonostante Travaglio argomenti sempre con dati oggettivi, c’è sempre chi si mette il prosciutto negli orecchi e preferisce restare nella propria “ignoranza” per partito preso.
    Non so se piangere per loro o per noi.

  2. La cosa che non smette di sorprendermi è la superficialità, che fa prendere per oro colato ciò che dicono i giornali (quelli cosiddetti di destra o indifferentemente quelli cosiddetti di sinistra) o la televisione; molte persone non fanno nemmeno lo sforzo di osservare gli eventi e di darne un parere personale utilizzando i rispettivi livelli di buon senso, di conoscenza, di cultura, di esperienza, di senso critico. Tutti elementi, tra l’altro, che non sono (o non dovrebbero essere) statici, ma che si alimentano tutti i giorni proprio vivendo immersi nella realtà che ci circonda. I mezzi di informazione purtroppo disinformano, oppure informano parzialmente, distorcono o tacciono del tutto alcuni avvenimenti, limitano i commenti il più delle volte a meri esercizi di animosità o di discredito reciproco rispetto alle parti che agiscono in conflitti insanabili.
    E poi, non è mai consigliabile limitarsi all’aspetto esteriore di qualcuno, al suo modo di parlare ecc., tirando conclusioni fuorvianti. Come nel caso di Marco Travaglio. Non si tiene conto in questo caso di due fattori essenziali: come professionista, è soltanto un giornalista convintissimo che le informazioni debbano essere portate a conoscenza di chi lo legge o lo ascolta (ciò che dovrebbe essere, ma non è, patrimonio etico di qualsiasi giornalista). Come persona, conoscendolo meglio o più da vicino, ci si accorge che è un timido. E spesso la timidezza gioca brutti scherzi: il tono vicino allo sfottò che usa e la precisione quasi maniacale con cui si documenta (pensa soltanto a “Anno zero” di ieri sera e a quanto sia stato ricco di particolari il quadro che ha fatto dei singoli componenti della cordata speculatrice all’assalto della fu Alitalia…) sono altrettanti segnali di questa sua timidezza.
    Non posso “piangere” con te, né per noi né per chi – per pigrizia mentale o altro – rinuncia all’unica via che secondo me può avere un senso, in questo mondo sul quale così brevemente siamo ospitati. Piangere è molto umano ma, in fondo, è soltanto ripiegarsi su se stessi. E anche la fuga, benché ne capisca in pieno le motivazioni spesso profonde, rappresenta pur sempre una speranza che può rivelarsi un boomerang.
    Quale ritengo essere “l’unica via”? Quella di impegnarsi in tutti i modi possibili per comprendere e far comprendere una realtà, oggi molto compromessa ma che può e deve essere mutata. Perché un essere umano merita di “essere” molto di più di quanto oggi gli sia consentito dalla orrenda filosofia dell’”avere”, e non può né deve essere servo neppure del più potente tra altri esseri umani. Meno che mai può essere asservito ai messaggi, falsi o che contengono disvalori più o meno mascherati, che lo bombardano quotidianamente. L’essere umano possiede, rispetto a tutti gli altri esseri viventi, il grado di intelligenza più elevato. E ha espresso capacità di pensiero e di creatività che hanno resistito nei secoli. Nel loro piccolo, io penso, anche le discussioni con gli amici “blogghettari” possono manifestare un tale impegno.
    Serena notte.
    Angela
    P.S. Ah, se vuoi e se puoi, leggi il post pasoliniano in homepage: sembra scritto proprio in questi giorni. Molto istruttivo… Grazie.

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