Analfabeti d’Italia

Analfabeti d’Italia

 di Tullio de Mauro
Internazionale

 

Sui problemi dell’analfabetismo in Italia vi invito a leggere, qui sotto, l’articolo di Tullio De Mauro. Su quelli dell’ignoranza, altra carenza che da diverse fonti viene attribuita agli italiani, vi dirò che spesso non dipende dall’analfabetismo, né è assimilabile ad esso. Anzi, in Italia vi sono esempi soprattutto di anziani, vissuti sempre in campagna anche dopo la trasformazione industriale iniziata massicciamente nel nostro Paese dagli anni Sessanta del secolo scorso, che a volte sbalordiscono. Per fare soltanto un esempio, in alcune località della Toscana, vi sono (dovrei dire “sopravvivono” vista la condizione delle nostre campagne) contadini analfabeti che conoscono a memoria i Canti della Divina Commedia e ne sanno anche spiegare ampiamente i significati e i riferimenti storici, e stupiscono con una declamazione che nulla ha da invidiare a quella di Sermonti. Il che dimostra che l’ignoranza (che non corrisponde al livello di istruzione se è vero come è vero che vi sono laureati ignoranti, spesso più di coloro che magari hanno frequentato soltanto la quarta elementare) è una condizione dalla quale si può uscire anche autonomamente. Una delle condizioni principali per uscirne, sembra strano, è… essere curiosi. Perché è partendo dalle nostre curiosità che formiamo e consolidiamo i nostri interessi. Almeno, questa è la mia esperienza.

Ho conosciuto anni fa un ragazzino – frequentava allora la seconda media – appassionato di musica. Ascoltava Frank Sinatra e il suo cruccio era quello di non comprendere le parole delle canzoni che Sinatra cantava. Così, dapprima si fornì di un dizionario e di una grammatica e poi iniziò a studiare per conto suo l’inglese (nella scuola media italiana, allora, si insegnava francese). Più avanti, dopo essere uscito con un diploma dall’Istituto Tecnico Commerciale) andò in Inghilterra. Si manteneva facendo il cameriere in un ristorante e… perfezionava il suo inglese. Bene, quel ragazzino – che non si è neppure mai laureato (la sua famiglia non poteva permetterselo e lui doveva aiutarli impegnandosi anche nei lavori più umili – quelli che ora molti giovani italiani non vogliono più fare) –  oggi è uno stimato professionista, traduttore dall’inglese per conto di una nota casa editrice.

Se dalla curiosità nascono gli interessi, è molto facile coltivarli e fornirsi – almeno rispetto a essi – di una cultura di prim’ordine. Gli strumenti sono a disposizione e non è indispensabile proseguire in tutti i gradi scolastici fino alla laurea o al master per acquisire conoscenza. Certo, fare studi universitari potrà facilitare ad alcuni il percorso. Ma in molti casi non è proprio possibile proseguire gli studi dopo la scuola dell’obbligo. Spesso, per esempio, una famiglia non è in grado, come ho già detto, di sopportarne i costi. E un ragazzo sarà costretto a cercarsi un lavoro. Magari precario, visti i tempi.

Tra gli strumenti fondamentali vi è quell’oggetto che rischia per molti di divenire obsoleto e dal quale spesso dipende anche che si possa diventare addirittura “analfabeti di ritorno”: il libro. Qualunque sia il nostro interesse, sono disponibili montagne di libri con i quali è possibile approfondire una determinata materia che ci interessi. E, almeno all’inizio – se non ci si orienta in una libreria -, un buon libraio sarà certamente in grado di consigliare i titoli più adatti per “saperne di più” su qualsiasi argomento.

Ma non solo il libro è utile, naturalmente. Mi viene in mente una ragazza che nei primi anni Settanta vide 2001: Odissea nello spazio, famoso film di Stanley Kubrick. E la sequenza dell’astronave che “fugge” nello spazio infinito e multicolore la colpì tanto che si incuriosì, poi si appassionò all’astronomia. Trovò libri in una biblioteca della sua città, poi iniziò a frequentare il Planetario, una struttura che offriva e offre osservazioni della volta celeste e conferenze… No, non divenne Margherita Hack, lavora tuttora come commessa in un grande magazzino. Ma ancora oggi segue le iniziative del Planetario e, quando fa una vacanza, non manca mai di visitare osservatori astronomici, sia in Italia sia all’estero. E per “saperne di più” ha studiato per conto suo anche un po’ di fisica. Se volete sapere tutto o quasi su telescopi, pellicole fotografiche, misurazione delle orbite, eccetera, potrete rivolgervi a lei. Se qualcosa non la conosce, se la studia…

Poi ci sono musei, mostre, conferenze, assemblee (quanto ho imparato nelle assemblee operaie e studentesche degli anni Settanta!…), concerti… Beh, posso fornire anche una testimonianza personale. Quando avevo sette anni (e non ero ancora sfollata a causa della guerra e dei bombardamenti che martoriarono la mia città) mettevo sotto le coperte, quando andavo a dormire, un piccolissimo lume preso dal comodino e leggevo le avventure di Tom Sawyer piuttosto che quelle di Don Chisciotte. Mio padre vedeva filtrare a volte un po’ di luce “anomala” e, arrivato imbufalito nella stanza in cui stavo con le mie sorelle, mi piantava grane inenarrabili. Tale era la mia passione per la lettura che quando andai a lavorare (e dovetti farlo a quattordici anni, appena terminata la terza media) continuai a sperare di trovare lavoro in una casa editrice. E poiché sperare non era sufficiente, andai a trovarle ‘ste case editrici. Portavo un miserabile curriculum, ma ero disposta a fare anche “la donna delle pulizie” pur di entrarci. Se fossi riuscita, avrebbe significato perlomeno che, da dipendente o assimilata, avrei potuto perfino acquistare libri con uno sconto. E questo mi avrebbe permesso di leggere, leggere, leggere. “Maniaca!”, dirà qualcuno dei miei tre lettori. Ma forse non avete idea di quanti mondi si scoprano con i libri, di quante persone si conoscano, di quanti caratteri, di quanti amori, di quante cattiverie, di quante vite e di quante morti… Di quali emozioni si provino nel leggere la descrizione di un paesaggio, di una città e delle sue strade, della vita in un porto, della navigazione in alto mare su un guscio di noce… nel leggere una poesia o nello scorrere le pagine di un libro d’arte, venendo a conoscenza del fatto che quel quadro, quella scultura, potrai vederli davvero a Firenze o a New York… In altre parole: di quanti stimoli si ricevano perché i propri interessi crescano e a loro volta richiedano in modo assillante di essere curati, amati, approfonditi. Quando ho visto “dal vero” La nascita di Venere ho avuto un tuffo al cuore che neanche se Marlon Brando (allora era lui che andava alla grande!) mi avesse invitato a cena…

Naturalmente, tra gli interessi ve ne potrebbero essere alcuni del tutto inutili quando l’obiettivo fosse quello di ridurre il proprio livello di ignoranza. Per esempio, a me è sempre sfuggito stabilire che è di mio interesse quella determinata borsa con marchio Gucci. Una borsa è una borsa, cioè un contenitore che serve per portarsi appresso, quando si è in giro per il mondo, ciò che ci serve tenere sottomano: le chiavi di casa, un borsellino, dei fazzoletti di carta, eventuali occhiali per leggere, un’agenda se vi sono appunti riguardanti i motivi per cui sono fuori casa… che sia “firmata” non vedo che cosa possa aggiungere alla funzione tipica di una borsa. E se proprio mi ritrovo in tasca qualche foglio di carta moneta in più, preferisco destinarlo a libri e dischi, oppure impiegarlo per vedere un bel film, passare una serata a teatro o tornare per l’ennesima volta a Brera… [A.M.]

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Analfabeti d’Italia, di Tullio De Mauro
Solo il 20 per cento degli adulti italiani sa veramente leggere, scrivere e contare – Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.

Questi dati risultano da due diverse indagini comparative svolte nel 1999-2000 e nel 2004-2005 in diversi paesi. Ad accurati campioni di popolazione in età lavorativa è stato chiesto di rispondere a questionari: uno, elementarissimo, di accesso, e cinque di difficoltà crescente. Si sono così potute osservare le effettive capacità di lettura, comprensione e calcolo degli intervistati, e nella seconda indagine anche le capacità di problem solving.

I risultati sono interessanti per molti aspetti. Sacche di popolazione a rischio di analfabetismo (persone ferme ai questionari uno e due) si trovano anche in società progredite. Ma non nelle dimensioni italiane (circa l’80 per cento in entrambe le prove). Tra i paesi partecipanti all’indagine l’Italia batte quasi tutti. Solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, ha risultati peggiori. I dati sono stati resi pubblici in Italia nel 2001 e nel 2006. Ma senza reazioni apprezzabili da parte dei mezzi di informazione e dei leader politici. Nelle ultime settimane, però, alcuni mezzi di informazione hanno parlato con curiosità del fatto che parecchi laureati italiani uniscono la laurea a un sostanziale, letterale analfabetismo. Questa curiosità vagamente moralistica è meglio di niente?

No, non è meglio, se porta a distrarre l’attenzione dalla ben più estesa e massiccia presenza di persone incapaci di leggere, scrivere e far di conto (quello che in inglese chiamiamo illiteracy e innumeracy e in italiano diciamo, complessivamente, analfabetismo). È notevole che l’analfabetismo numerico (l’incapacità di cavarsela con una percentuale o con un grafico) non abbia neanche un nome usuale nella nostra lingua.

È grave non saper leggere, scrivere e far di conto? Per alcuni millenni – dopo che erano nati e si erano diffusi sistemi di scrittura e cifrazione – leggere, scrivere e far di conto furono un bene di cui si avvantaggiava l’intera vita sociale: era importante che alcuni lo sapessero fare per garantire proprietà, conoscenze, pratiche religiose, memorie di rilievo collettivo, amministrazione della giustizia. Ma nelle società aristocratiche a base agricola, purché ci fossero alcuni letterati, la maggioranza poteva fare tranquillamente a meno di queste capacità. I saperi essenziali venivano trasmessi oralmente e perfino senza parole. Anche i potenti potevano infischiarsene, purché disponessero di scribi depositari di quelle arti.

Carlo V poteva reggere un immenso impero, ma aveva difficoltà perfino a fare la firma autografa. Le cose sono cambiate in tempi relativamente recenti almeno in alcune aree del mondo. Dal cinquecento in parte d’Europa la spinta della riforma protestante, con l’affermarsi del diritto-dovere di leggere direttamente Bibbia e Vangelo senza mediazioni del clero, si è combinata con una necessità creata dal progredire di industrializzazione e urbanizzazione: quella del possesso diffuso di un sapere almeno minimo. In seguito è sopravvenuta l’idea che tutti i maschi abbienti, poi tutti i maschi in genere, infine perfino le donne, potessero avere parte nelle decisioni politiche.

La “democrazia dei moderni” e i movimenti socialisti hanno fatto apparire indispensabile che tutti imparassero a leggere, scrivere e far di conto. Il solo saper parlare non bastava più. E in quelle che dagli anni settanta del novecento chiamiamo pomposamente “società postmoderne” o “della conoscenza”, leggere, scrivere e far di conto servono sempre, ma per acquisire livelli ben più alti di conoscenza necessari oggi all’inclusione, anzi a sopravvivere in autonomia.

1530659800.jpgL’analfabetismo italiano ha radici profonde. Ancora negli anni ’50 il paese viveva soprattutto di agricoltura e poteva permettersi di avere il 59,2 per cento della popolazione senza titolo di studio e per metà totalmente analfabeta (come oggi il 5 per cento).

Fuga dai campi, bassi costi della manodopera, ingegnosità (gli “spiriti vitali” evocati dal presidente Napolitano) lo hanno fatto transitare nello spazio di una generazione attraverso una fase industriale fino alla fase postindustriale. Nonostante gli avvertimenti di alcuni (da Umberto Zanotti Bianco o Giuseppe Di Vittorio a Paolo Sylos Labini), l’invito a investire nelle conoscenze non è stato raccolto né dai partiti politici né dalla mitica “gente”.

Secondo alcuni economisti il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni novanta, è frutto dei bassi livelli di competenza. Ma nessuno li ascolta; e nessuno ascolta neanche quelli che vedono la povertà nazionale di conoscenze come un fatto negativo anzitutto per il funzionamento delle scuole e per la vita sociale e democratica.

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Diversi lettori e lettrici hanno chiesto quali sono le fonti di questo articolo. Sono due successive indagini internazionali i cui risultati sono stati pubblicati a cura di Vittoria Gallina, ricercatrice del Cede, poi Invalsi, in due volumi, il primo con prefazione di Benedetto Vertecchi: La competenza alfabetica in Italia. Una ricerca sulla cultura della popolazione (Franco Angeli 2000); Letteratismo e abilità per la vita. Indagine nazionale sulla popolazione italiana 16-65 anni (Armando editore 2006).
 
Sulle conseguenze anche economico-produttive del basso livello di alfabetizzazione si vede utilmente Attilio Stajano, Research, Quality, Competitiveness. European Union Technology Policy for Information Society (Springer 2006), di cui è in stampa una seconda edizione aggiornata.

Tullio De Mauro
Fonte:www.internazionale.it
Link: http://www.internazionale.it/firme/print.php?id=18612
Internazionale 734, 6 marzo 2008
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Tullio De Mauro è nato a Torre Annunziata, Napoli, nel 1932, ed è uno dei maggiori studiosi di linguistica italiani. Nel 1963 viene stampata la monumentale “Storia linguistica dell’Italia unita”. Due anni dopo si è imposto all’attenzione dei lettori pubblicando “L’introduzione alla semantica” per l’editore Laterza. Per i problemi che riguardano la semiologia nel 1971 esce “Senso e significato”, Adriatica, Bari, 1977. Dopo aver preparato le voci semiotiche dell’enciclopedia Treccani, e scritto il prezioso volumetto “Minisemantica” (Laterza, 1982) gli studi di De Mauro si sono orientati verso i problemi dell’educazione linguistica. Per gli Editori Riuniti cura la collana dei Libri di base. Oltre al suo “Guida all’uso delle parole” (Editori Riuniti, 1987), altri titoli della collana diventano dei veri best-seller. La sua attività di “studioso militante” non si ferma qui: getta il suo occhio attentissimo sui problemi della scuola. Per un lungo periodo, infatti, è stato anche direttore della rivista “Riforma della scuola”. Insieme ad alcuni suoi allievi, poi, prepara un giornalino, “Due parole”, rivolto alle comunità di anziani, ai ritardati mentali e agli adulti dei corsi di alfabetizzazione. De Mauro insegna filosofia del Linguaggio e dirige il Dipartimento di Scienze del Linguaggio all’Università la Sapienza di Roma. [da “Mediamente“]
Analfabeti d’Italiaultima modifica: 2008-10-20T00:50:00+02:00da paginecorsare
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4 pensieri su “Analfabeti d’Italia

  1. La curiosità mista ad una grande forza di volontà sono gli ingredienti giusti per arrivare al sapere. Le difficoltà della vita,spesso,aiutano di più la crescita intellettuale di chi ha davvero sete di cultura. Anche io,come te,ho sempre lavorato,alternando la scuola con la fatica e l’impegno di dover guadagnare per potermela permettere.Ne vado fiero e non invidio coloro che hanno avuto più agio di me.Spesso non capivano neppure di essere privilegiati e sciupavano tutto in una pigrizia e una sufficienza che non ho mai compreso.Leggere di te che divori libri non mi stupisce perché la tua passione traspare in ogni cosa che scrivi. Chi è in malafede non può capire che la “saccenza” e la “presunzione”,che li divora, non possono albergare in una persona che vive della sua curiosità e che indaga senza sosta la vita in tutte le sue espressioni.Condivido e sottoscrivo il commento dell’amico Blueroad: “Gli analfabeti peggiori non sono quelli che non sanno leggere o scrivere… sono quelli che non sanno vedere e sentire…”(cumpà,voi permettete)
    artista1969

  2. Io sintetizzo assai : provengo da una famiglia che qualcuno ha indicato come “parenti analfabeti provenienti dalla campagna”. ED E’ VERO ! Ma sapessi quanta gentuccia proveniente dalla città, di categoria piccolo-borghese e quattro spiccioli nelle tasche, ho conosciuto nella vita che non sanno cosa significhi “campare” sulla faccia della terra !
    Blueroad coglie sempre nel segno. Artista s’è accodato, ed io non mi esimo parimento.

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