L’uomo artigiano, di Richard Sennet, Feltrinelli, Milano 2008


L’uomo artigiano, di Richard Sennet

[Feltrinelli, Milano 2008]

Copertina del libro 'L'uomo artigiano'Quando in libreria ho visto la copertina riprodotta qui a sinistra, ho pensato a un “uomo artefice”, qual è per esempio “artista1969” con le creazioni sue e dei suoi fratelli. La loro bottega, dove si persegue per sé e per la propria personale soddisfazione il buon lavoro fatto con arte, intelligenza, sapienza manuale e conoscenza, interpreta realmente una cultura della quale, senza la loro opera, si perderebbero le tracce. Un buon lavoro artistico, tra l’altro, che rappresenta anche una sfida alla mediocrità che impera purtroppo in un mondo che si è spogliato di molti dei suoi valori.

E mi sono venuti in mente  anche “Blue Road” e un mio amico, Mario, che si dedicano alla fotografia, un’altra attività umana che si può definire artigianale: anche qui sono in gioco l’intelligenza e la capacità di guardare con un “occhio diverso” tutto ciò che ci circonda. Senza che abbiano il sopravvento stereotipi o simbolismi troppo spesso abusati e sterilmente banali, spesso spacciati con la massima sfacciataggine  per “ispirazioni creative”.

Il libro di Sennet Richard parla dell’uomo-artigiano tra presente e passato, tra antiche botteghe dove si formavano i Raffaello e i Michelangelo o venivano sapientemente assemblati gli Stradivari che ancora ci restituiscono una ineguagliabile purezza di suoni, e moderne botteghe e laboratori nei quali si scopre – attraverso ciò che la scienza ci insegna e la società ci chiede – come funziona la sinergia mente-mano-desiderio-ragione, che ha fatto grande il mondo occidentale e forse può oggi restituirgli saggezza.

Qui di seguito, un articolo di Marco Dotti dal “manifesto-cultura” del 27 novembre 2008, sul libro di Richard Sennet. Buona lettura. 

Poster Violino Stradivari, Cremona

Un sapere antico

in nome della modernità
di Marco Dotti

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Artigiani del ferroNella premessa a The Corrosion of character (1998), Richard Sennett aveva richiamato l’attenzione su quelle parole che mutando, ampliando o restringendo il proprio spettro semantico, con più chiarezza e immediatezza di altre sembravano corrispondere alla funzione di spie, di indici o di semplici tracce delle trasformazioni sociali in corso. Pur senza abusare del ricorso all’etimologia e con la chiarezza che gli è propria, Sennett osservava che troppa enfasi e un particolarissimo zelo, nell’era del «capitalismo flessibile», venivano posti nel ridefinire, accanto al sistema del lavoro, anche termini tecnici e parole comuni chiamati in causa per definirlo.

Se la parola «career», che in origine definiva la via percorsa o percorribile dai carri, applicata al lavoro serviva a indicava la direzione verso la quale un individuo doveva instradare le proprie aspettative, i propri sforzi e persino i propri desideri in ambito economico, con il ricorso sempre più comune al termine «job» il «nuovo» capitalismo riportava in auge un significato arcaico, risalente con tutta probabilità al Trecento, quando con quella parola si indicavano semplicemente i «blocchi» e i pezzi trasportabili da un posto all’altro. Non era più la carriera – la strada da percorrere affannosamente per una vita intera, tenuta comunque seppur fantasmaticamente in vita da un proliferare di manualetti sul come «costruirsela al meglio» – a definire il senso del lavoro, in un contesto divenuto sempre più fragile e flessibile.

La lavorazione del vetro a MuranoAl «percorso», e alle conseguenti idee di scalata o caduta sociale, si sostituiva più o meno illusoriamente la possibilità che ciascuno, nella propria vita lavorativa (il che significa nella vita tout court), potesse essere chiamato a svolgere semplici «blocchi» o «pezzi» di lavoro, cambiando mansioni sempre diverse non più per progressione verticale ascendente o discendente, ma per spostamento orizzontale e, in ultima, inquietante analisi, potesse diventare l’individuo stesso l’oggetto, potremmo dire la «cosa» di questa inesorabile pratica di déplacement produttivo. Una pratica non priva, ovviamente, di conseguenze su quei «tratti permanenti della nostra esperienza emotiva» che la lingua inglese include nella parola «character» e sulle dimensioni sociali di reciprocità e fiducia.

Nel suo ultimo libro, The Craftsman, da poco pubblicato anche in Italia da Feltrinelli (L’uomo artigiano) a essere chiamata in causa fin dal titolo è un’altra idea di lavoro. Misto di artista e operaio (anche l’origine è comune, dal latino artificium), ricco di un preciso sapere tecnico e di un’etica non rivolta unicamante all’accumulazione e al profitto, l’artigiano di cui parla Richard Sennett si incarna in una serie di figure che dall’intagliatore di pietre al mastro liutaio, dal moderno editore indipendente allo stampatore d’arte, dal carpentiere anonimo al lavoro nelle grandi cattedrali gotiche giunge fino ai programmatori di Linux.

Sardegna - Maschere artigianaliA queste figure, Sennett dedica una serie di interessanti ritratti richiamandosi in parte – in una certa sua visione di questo mondo materiale e del sapere tecnico che lo delimita – alle riflessioni del teorico e letterato inglese John Ruskin. Rispetto a Ruskin c’è meno nostalgia e probabilmente più «ingenua fiducia», in un «artigiano» che comunque sfugge a ogni precisa definizione. Rispetto alle qualità etiche e liberali delle figure concrete messe in gioco da Sennett, l’artigiano postmoderno si qualifica non tanto o non solo per la sua abilità nel «maneggiare le cose», quanto per la ricerca, quasi una dedizione, del giusto mezzo, del lavoro «fatto ad arte», del progetto di vita inscritto in e quindi decodificabile da – un manufatto, fosse pure immateriale come nel caso dello sviluppo di sistemi operativi «altri» rispetto al monopolio della Microsoft e di programmi informatici che usano licenze creative commons.

In un certo senso, quindi, l’artigiano si riappropria del proprio lavoro e reinscrive il proprio progetto di vita in un «oggetto» e in quel «sapere» sottile che lo circonda e gli garantisce una visione aperta rispetto alle sfide del moderno. Esistono comunque mansioni considerate «socialmente» umili, quando non umilianti, che però richiedono sofisticatissime conoscenze tecniche e di esperienza: è a queste che si deve guardare per capire l’attualità dell’«artigiano». Sennett cita, a questo proposito, il caso degli infermieri o degli ausiliari di sala, solitamente considerati al gradino inferiore della scala gerarchica e scolastica. Ripartire da qui, sostiene l’autore, potrebbe restituire un «volto etico» al mondo che ci circonda, un mondo sfigurato dalla flessibilità senza progetto e dal crollo di quel tempo lineare che garantiva una relativa stabilità, in termini emotivi, al lavoratore del periodo fordista.

Galli, in vetro di MuranoL’artigiano, infatti, pur nella «genericità» della definizione data da Sennett (definizione che rischia, almeno in Italia, di confondersi con quella di «piccola impresa»), sa guardare quel mondo con un occhio diverso, rispetto a quello – voracissimo – degli squali della finanza, alta o bassa che sia. Sa guardare il mondo, suggerisce ancora lo studioso statunitense, riuscendo a cogliere le conseguenze di ogni suo gesto. Diversamente, gli apprendisti stregoni del capitale «flessibile» hanno perso ogni capacità di controllare l’operato del proprio lavoro, di testarlo, di sottoporlo a prova, di vagliarne al massimo grado di prevedibilità le conseguenze.

La provocazione di Richard Sennett – se di provocazione si tratta – si spinge a contestare l’obiezione che the craftsman sia una figura esistita o in via di estinzione. I nuovi artigiani, sostiene nel libro, sono i moderni programmatori, gli sviluppatori di software, ma anche i ricercatori scientifici indipendenti che, con costi irrilevanti, riescono a sviluppare nuovi materiali in laboratori che è poco definire di fortuna. In loro si riannodano i fili di un sapere antico.

L’uomo artigiano, di Richard Sennet, Feltrinelli, Milano 2008ultima modifica: 2008-11-29T18:38:00+01:00da paginecorsare
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3 pensieri su “L’uomo artigiano, di Richard Sennet, Feltrinelli, Milano 2008

  1. Mia cara,l’argomento è appetitoso e mi riguarda molto da vicino. E’ interessante interpretare lo spirito artigiano nell’era moderna. Ho letto la tua citazione che coglie l’essenza della capacità artigiana di concorrere con abilità e,soprattutto,senso etico del lavoro,al monopolio delle grandi imprese che affidano il prodotto alle velleità dell’alta finanza. Un bravo artigiano può essere anche un programmatore qualsiasi che avendo il candido entusiasmo come spinta primaria,può inventare, con il suo piccolo pc, un sistema alternativo per navigare in rete o montare cortometraggi digitali in barba alle “alte professionalità” aziendali. Io però vorrei soffermarmi su un altro aspetto,quello che mi preme di più. Il rapporto tra arte e artigianato. Come sai,ho un maestro artista a cui spesso mi riferisco e a cui posi la domanda. Gli chiesi cosa faceva la differenza tra un artista ed un artigiano.La sua risposta fu perentoria: l’idea. In un primo momento la reputai una risposta comoda ma subito dopo dovetti convenire nella sua giustezza. Io,e con me i miei fratelli,i collaboratori e tutto il nostro lavoro,viviamo in un limbo. Gli esperti del settore dell’artigianato artistico ci reputano “artisti” veri e propri mentre l’Arte ed il suo ambiente “sotto spirito” ha difficoltà a tollerarci nel suo ristretto movimento. Come dico spesso se non siamo “artisti” almeno possiamo considerarci “artigiani con buone idee”. Questo nessuno può negarcelo. Tanto è vero che recentemente l’abbiamo spuntata. Per giugno del prossimo anno ci hanno concesso una sala al Castel dell’Ovo dedicata alle esposizioni d’arte contemporanea. Sarà il nostro battesimo del fuoco e nello stesso tempo diventerà una mostra emblematica proprio per le ragioni di cui stiamo discutendo. Non passerà inosservata una esposizione che andrà ad infilarsi tra una mostra di impressionisti ed una di Warhol. La nostra bottega tra cotanto lusso. La nostra mostra titolerà “Le mani sull’arte”. Il titolo la dice già lunga,non trovi?
    artista1969

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