I morti di Avola – 2 dicembre 1968

I morti di Avola. 2 dicembre 1968

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Scrive Laura in “avolablog”: “Si tratta di un evento fondamentale della nostra storia cittadina, che ci obbliga a riflettere non solo sulle motivazioni e le condizioni che condussero ad un epilogo tanto tragico, ma forse ancor di più ci spinge a prendere coscienza di quanto, a distanza di tanti anni, la nostra condizione lavorativa e di progresso non sia poi tanto cambiata… Quante volte ancora oggi tanti di noi si trovano in stato di disoccupazione? quanti sono sottopagati? quanti subiscono pur di poter portare qualcosa a casa? quanti sono in attesa di ricevere la sperata telefonata dello “pseudo amico politico”, che ha promesso da 10 anni di trovarci un posto di lavoro ed intanto da 10 anni riceve a titolo di “acconto” i voti nostri e della nostra famiglia ad ogni elezione… Eppure qualcosa di diverso da quarant’anni fa c’e’: la triste accettazione, il non voler reagire, l’accontentarsi, il silenzio… Per questo tale ricorrenza puo’ essere l’occasione per riflettere e ricordare, che anche ad Avola c’e’ stato chi ha reagito ai soprusi, alle ingiustizie ed ha reagito per non fare calpestare ancora una volta la propria dignità!”

Vedi anche:

Trent’anni dai fatti di Avola

L’eccidio di Avola

Piazza, bella piazza”, intervista a Paola Staccioli di Francesco Barilli 

I fatti di Avola”, di Sebastiano Burgaretta, 1998, Libreria editrice Urso

insonnoeinveglia“, il blog di Giorgio Di Costanzo ricorda quel 2 dicembre 1968                       

Avola 1968

Avola 1968 – Alla fine degli anni Sessanta la società rurale siciliana era caratterizzata da forti squilibri sociali e da un pesante sfruttamento dei lavoratori agricoli. La consistente divisione delle terre effettuata grazie alla riforma agraria, approvata nel 1950 dopo una dura lotta appoggiata da sindacati e partiti della sinistra, non aveva infatti risolto la situazione di contadini e braccianti. È vero che il provvedimento aveva in parte spezzato i gruppi di potere economico e politico provocando la fuga dalle campagne della grande proprietà assenteista e latifondista e avviando una trasformazione dell’agricoltura in senso imprenditoriale e capitalista. A giovarsene erano stati però prevalentemente enti statali, parastatali, speculatori privati. Per diventare proprietarie dei fondi loro assegnati dopo l’esproprio, le famiglie dovevano pagare per trent’anni una rata mensile, che in alcuni casi si rivelò troppo onerosa. Crebbe così il divario fra imprese capitalistiche e piccole aziende e in molte aree crebbe il degrado.

L’applicazione della riforma prima, l’ottenimento di aumenti salariali e la riduzione dell’orario di lavoro poi, furono gli obiettivi delle battaglie che proseguirono negli anni Cinquanta e Sessanta, un periodo di profonde trasformazioni nelle campagne meridionali caratterizzato, tra l’altro, da interventi statali in agricoltura e iniziative per lo sviluppo della meccanizzazione, ma soprattutto dalla massiccia emigrazione verso le industrie del nord, un esodo di massa che ridusse drasticamente il proletariato agricolo. Nel ‘68-‘69 le masse meridionali parteciparono alla più generale rivolta in atto in tutto il paese, che coinvolse fabbriche, scuole, campagne culminando con l’autunno caldo del 1969. Partita su obiettivi specifici, mise poi alla luce contraddizioni più generali, ponendo la necessità di creare nuovi rapporti di produzione anche nelle campagne, non più basati sulle discriminazioni di classe. Nel sud si chiedevano in particolare, oltre ad aumenti salariali, la revisione delle norme del collocamento – l’eliminazione della figura del caporale e dell’ingaggio della manodopera in piazza – e l’abolizione delle “gabbie salariali”, in virtù delle quali un lavoratore con la stessa qualifica al nord guadagnava di più che al sud. I lavoratori ottennero risultati importanti anche se non risolutivi, quali la riforma del collocamento e lo Statuto dei lavoratori. Negli anni Settanta il notevole calo degli occupati nell’agricoltura relegò in secondo piano la questione bracciantile.

I fatti di Avola, dal Giornale di Sicilia, dicembre 2007La lotta intrapresa dai lavoratori agricoli della provincia di Siracusa il 24 novembre 1968, a cui partecipano i braccianti di Avola, rivendicava l’aumento della paga giornaliera, l’eliminazione delle differenze salariali e di orario fra le due zone nelle quali era divisa la provincia, l’introduzione di una normativa atta a garantire il rispetto dei contratti, l’avvio delle commissioni paritetiche di controllo, strappate con la lotta nel 1966 ma mai messe in funzione. Gli agrari rifiutano di trattare sull’orario e le commissioni.

Lo sciopero prosegue. Il prefetto di Siracusa convoca di nuovo le parti, ma per due volte gli agrari non si presentano. La tensione sale. I braccianti effettuano blocchi stradali caricati dalla polizia. Il 2 dicembre Avola partecipa in massa allo sciopero generale. I braccianti iniziano dalla notte i blocchi stradali sulla statale per Noto, gli operai sono al loro fianco. Nella mattinata arrivano donne e bambini. Intorno alle 14 il vicequestore di Siracusa, Samperisi, ordina al reparto Celere giunto da Catania di attaccare. La polizia lancia lacrimogeni, ma per effetto del vento il fumo gli torna contro. Divenuti bersaglio di una fitta sassaiola, i militi sparano sulla folla. I manifestanti pensano siano colpi a salve, finché non vedono i loro compagni cadere. Il bilancio è di due braccianti morti, Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia, e 48 feriti, di cui 5 gravi: Salvatore Agostino, detto Sebastiano, Giuseppe Buscemi, Giorgio Garofalo, Paolo Caldaretta, Antonino Gianò. Sul posto furono trovati quasi tre chili di bossoli.

Verso mezzanotte il ministro dell’Interno Restivo convoca una riunione fra agrari e sindacalisti, che dura fino al giorno dopo. Il contratto viene firmato, le richieste dei braccianti sono state accolte. La spontanea risposta all’eccidio di operai, lavoratori, studenti è massiccia in tutto il paese. Il 4 dicembre le confederazioni sindacali indicono una giornata nazionale di lotta. Fabbriche, città e campagne si fermano. Da più parti si chiede il disarmo degli agenti in servizio di ordine pubblico.

I fatti di Avola accelerano la formazione del nuovo governo di centrosinistra e la saldatura fra le lotte di operai e studenti. La sera del 7 dicembre all’inaugurazione della stagione lirica del Teatro della Scala, a Milano, uova e cachi sono lanciati contro le signore impellicciate. Viene alzato un cartello con su scritto: “I braccianti di Avola vi augurano buon divertimento”. I manifestanti tengono veloci comizi per ricordare ai poliziotti le loro origini proletarie.

La contraddittoria versione ufficiale dell’eccidio come “fatalità”, fu smentita dalla ricostruzione dei fatti. La decisione di cui il prefetto di Siracusa fu strumento anticipò scelte reazionarie che stavano maturando nella classe politica italiana contro la grande stagione di lotte del ’68-’69, che chiedeva migliori condizioni di vita, e, più in generale, un profondo rinnovamento politico e sociale. Nel gennaio 1969, 163 denunce si abbattono su braccianti e sindacalisti per il blocco stradale. Nel 1970 vengono spiccati 85 mandati di comparizione per i fatti del 2 dicembre e 60 per lotte precedenti. La destituzione del questore Politi servì per gettare fumo negli occhi di quanti chiedevano giustizia. Il prefetto, che aveva responsabilità maggiori, rimase al suo posto e fu promosso.

indaginelavoroavola.JPGNessuno ha pagato per l’eccidio di Avola, come per altre decine e decine di manifestanti caduti per mano delle forze di polizia dal dopoguerra a oggi. L’inchiesta giudiziaria fu archiviata nel novembre 1970, poi arrivò l’amnistia per i lavoratori.

Nulla si è mai saputo degli esiti dell’inchiesta amministrativa. I più inquietanti interrogativi rimasero senza risposta. Ad esempio, non furono effettuate perizie sui fori trovati sulle camionette della polizia perché, è stato affermato in seguito, si trattava di colpi di lupara sparati dalla mafia palermitana d’accordo con il ministro dell’Interno Restivo per fomentare la tensione, nel tentativo di spostare a destra l’asse del paese. Siamo ai prodromi della strategia della tensione.

Paola Staccioli, Reti invisibili

* * *

Quel 2 dicembre

Rrèpitu per il 2 dicembre
Memoria breve in cinque tempi, di Sebastiano Burgaretta
(edito nella sezione Le piume da Libreria Editrice Urso, Avola 2008)

Quel 2 dicembre fu di lunedì.
Bloccata la vita tutta nel paese.
Gelo nella decima notte vuota
e ancora al fuoco caldo dei falò
pane tostato e olive per operai,
braccianti e poliziotti amici.
Ma quei ceppi fumiganti forieri
furono di ben altro fumo nero.

Nìuri tizzuna comu piçi
a-llampu caruti ri lu çelu.
Nìuri tizzuna comu piçi
a-llampu caruti ri lu çelu.

La celere mandata dai potenti
A compiere l’opera suprema.
Gli elmetti in testa ai militari
annunciano la carica vicina.
Squilli di tromba rituali
e via alla sardana comandata.
Acri lacrimogeni infernali
tornati per il vento agli emissari.

Ittati mazzacani a-mmenzâ strata!
Picciotti, nun si passa a-bbia ri forza!
Ittati mazzacani a-mmenzâ strata!
Picciotti, nun si passa a-bbia ri forza!

Scurria lu sangu
Scurrìa lu sangu a funtaneddhi,
scurrìa lu sangu a funtaneddhi
a-mmenzê ménnuli a-Gghjusi ri Carru.
Scurrìa lu sangu a funtaneddhi.

Cade il sangue ad arrossar
le ali di una candida colomba.
Giustizia di piombo scende sugli inermi.
Scurrìa lu sangu a funtaneddhi,
scurrìa lu sangu a funtaneddhi
a-mmenzê ménnuli a-Gghjusi ri Carru.
Scurrìa lu sangu a funtaneddhi.

Corron nell’aria i morti rivoltati.
Ora e sempre torna a trionfare
l’antica bestia dagli occhi di fuoco.

Scurrìa lu sangu a funtaneddhi,
scurrìa lu sangu a funtaneddhi
a-mmenzê ménnuli a-Gghjusi ri Carru.
Scurrìa lu sangu a funtaneddhi.

Rrepitu
Curremu, fimmini, curremu!
A casa ni vutàu sutta e supra.
Punteddha nun ci n’è ppi la difisa
e-mmancu tarca niura i cummogghju.

Solo pianto sale per la via,
conforto necessario a chi rimane.
Non valgono parole e attestati
Tardivi come polvere di mota.
Ora l’eterno rrepitu si canta
E culla morte e vita senza tempo.

Curremu, fimmini, curremu!
A casa ni vutau sutta e supra.
Punteddha nun ci n’è ppi la difisa
e-mmancu tarca niura i cummogghju.

Ferru vecciu
Centucinquanta campagnoli dinunziati,
ferru vecciu scanciatu e cantuneri.
Inchiesti rui ma senza risultati.
Saccu ri giustizia senza funnu.
E poi e poi nun si ni sappi nenti.
Na pocu i privulazzu ppi-cuntenta:
centucinquanta scaciunati cco rial
ginirusu è-ddanni ri l’amnistia.
Rui suli motti per mano di ignoti.
E poi e poi nun si ni sappi nenti.
A manu manca si manciau chidda ritta.
Cchi belli piatti annuçi ssa vilanza!
E poi e poi nun si ni sappi nenti.

Morsi cu morsi
Morsi cu morsi tannu
E aiutu mancu ci ni potti.
Cu mori mancia terra
e-ccu campa va a la guerra.

I morti ormai sono morti,
i vivi nveçi s’han’a –ttèniri forti.
La vita bella continua per noi,
per Angelo e Giuseppe la lapide e la via.

Morsi cu morsi tannu
e aiutu mancu ci ni potti.
Cu mori mancia terra
e-ccu campa va a la guerra.

* * *

Volevano trecento lire in più. Ma la loro protesta è finita nel sangue

Uno stralcio di un articolo di Mauro De Mauro del 2 dicembre 1968

Avola. Al ventesimo chilometro della statale 115, quasi alle porte di Avola, non si passa più. Bisogna scendere dalla macchina e proseguire a piedi verso il grosso borgo che si intravede  poco al di là della curva, quasi di fronte al mare. E’ difficile mantenersi in equilibrio sull’asfalto di pietre e bossoli. E’ uno spettacolo desolante; si ha la precisa sensazione che qui, per diverse ore, si è svolta un’accanita battaglia. In fondo al rettilineo la strada  è parzialmente ostruita dalle carcasse fumanti di due automezzi della polizia dati alle fiamme.

Sull’asfalto, qua e là, dalle chiazze  di sangue rappreso. Anche un autotreno, messo di traverso dagli operai in sciopero per bloccare la strada, è sforacchiato dai colpi e annerito dal fuoco. Proprio come una “R4” e una decina di motociclette dei braccianti su cui i serbatoi i poliziotti hanno sparato per impedirgli di andarsene.

Sono le dieci di sera di lunedì 2 dicembre. Giornalisti e fotografi. Accorsi da tutta l’Italia, stanno raggiungendo un paese il cui  nome resterà a lungo nella storia delle lotte sindacali siciliane.

E’ una prospera cittadina , a pochi chilometri da Siracusa, al centro di una ricchissima zona di orti e agrumeti. Fino a ieri era noto come “ il posto delle mandorle”, le buone, dolcissime,tenere mandorle di Avola. Da oggi non si potrà più nominare senza venir colti da un senso di sgomento e di profonda amarezza.

Due chili di bossoli

Giuseppe Scibilia, di quarantasette anni, era nato qui. Angelo Sigona, di ventinove anni, era nato a pochi chilometri di distanza, a Cassibile, il paese dove, nel settembre del ’43, il generale Castellano firmò l’armistizio per l’Italia sotto la tenda del generale Eisenhower. Ora sono tutti e due distesi nella sala mortuaria dell’ospedale di Siracusa. Gli hanno sparato i poliziotti di ogni grado, appartenenti al battaglione mobile-operativo di Siracusa, con armi diverse: dai mitra corti in dotazione degli agenti alle pistole calibro 9, 7,65 e 6,35 in dotazione agli ufficiali , sottoufficiali e agenti di Pubblica sicurezza.

Una parte delle centinaia di bossoli raccolti poco fa sul campo di battaglia sono in possesso della Federbraccianti. Qualcuno, il deputato Antonino Piscitello, che si trovava sul posto al momento dell’eccidio, li ha anche pesati; erano più di due chili. Il piombo delle forze dell’ordine ha ridotto in fin di vita altri quattro braccianti. Uno di essi, Giorgio Garofano, nato ad Avolatrentasette anni fa, ha tredici pallottole nel ventre.

Fa freddo, la statale 115 è in parte ghiacciata. Ma dà un senso di gelo maggiore il doversi ancora occupare, dopo venticinque anni di lotte sindacali contadine, di braccianti caduti sotto il piombo dei mitra della polizia di uno Stato democratico.

Il presidente della Confagricoltura, Alfonso Gaetani, era in viaggio alla volta  di Siracusa per concedere a questi uomini il miglioramento che reclamavano, ma la battaglia del chilometro 20 ha interrotto il suo viaggio.

Tutto cominciò dieci giorni fa, quando i braccianti agricoli aderenti alle tre maggiori organizzazioni sindacali –CGIL, CISL e UIL) decisero di intraprendere una grande azione unitaria. Si trattava di ottenere un aumento del 10 per cento sulle paghe, ma soprattutto di un elementare diritto fino ad oggi negato: la parità di trattamento salariale tra addetti  a uno stesso lavoro in due zone diverse di una stessa provincia. Questo infatti è un paese in cui si può ancora morire battendosi per non equiparare i salari di Avola a quelli di Milano, ma per ottenere che il bracciante di Avola abbia un salario non inferiore a quello del bracciante di Lentini, Carlentini e Francoforte, in cui la paga giornaliera è di 3.480 lire, e la zona B, con Siracusa e restanti comuni della provincia, in cui la paga è di 3.110 lire.

Tutto questo, nonostante che la provincia di Siracusa sia tra le più floride della Sicilia. Florida cioè per i proprietari terrieri, che da ogni ettaro di agrumeto riescono a trarre annualmente un reddito netto che varia tra le 600 e le 800 mila lire.

In realtà, il reddito medio pro-capite in provincia di Siracusa è tra i più bassi d’Italia. E se la media statistica crolla a questi valori da mondo sottosviluppato, è per le condizioni di vita del bracciantato locale. Per questo già da due anni fa ci furono rivendicazioni e proteste. E a Lentini una serie gravissima di incidenti con polizia e carabinieri. Anche allora si trattava di un’azione sindacale originata dal rinnovo del contratto di lavoro. Ma allora c’erano stati dei feriti. Oggi si piangono dei morti.

Di fronte al rifiuto degli agrari di prendere contatto con i rappresentanti delle organizzazioni sindacali, il 25 novembre scorso, lunedì, 32.000 lavoratori agricoli incrociarono le braccia abbandonando i “ giardini” dove in questi giorni maturano gli aranci. All’azione partecipano, inconsapevoli dell’importanza del problema, tutti i sindaci dei paesi interessati, socialisti, democristiani e comunisti.

Ma i proprietari non cedono, rifiutano l’incontro, adottano ogni sorta d’espediente per prendere tempo. Così, dalle piazze dei paesi i braccianti in sciopero dilagano lungo le stradi provinciali, innalzando blocchi di pietre nella speranza che le interruzioni del traffico attirino l’attenzione del governo.

E infatti qualcuno s’accorge delle pietre , dei blocchi per le strade,del traffico difficile, ma non del problema per cui ci si batte. Il prefetto di Siracusa convoca il sindaco socialista di Avola e lo invita a intervenire perché i blocchi vengano rimossi e il traffico possa riprendere immediatamente. “Lei è il primo cittadino di questo paese”, dice in sostanza il prefetto, “e il suo dovere è dunque quello di indossare la fascia tricolore e di raggiungere gli scioperanti per convincerli a sciogliere la manifestazione”. Ma i sindaco Danaro non è affatto d’accordo. “Indosserò la fascia tricolore”, risponde, “e andrò a unirmi agli scioperanti per presentarmi alla polizia e intimarle di lasciare immediatamente il nostro paese”.

Così avviene. Infatti. E così, nel primo pomeriggio di lunedì, mentre un centinaio di braccianti agricoli sono intorno a uno sbarramento di pietre eretto al ventesimo chilometro della statale 115, poco prima al bivio per il lido di Avola, nove camionette cariche di agenti, per complessivi novanta uomini, arrivano a Siracusa e si arrestano di fronte al blocco intimandone lo smantellamento immediato.

Sono novanta uomini col mitra a mano, il tascapane pieno di bombe lacrimogene, e l’elmetto d’acciaio col sottogola abbassato. Questo basta perché i braccianti esasperati  reagiscono con un primo lancio di pietre. I poliziotti arretrano. L’ufficiale che li comanda grida un ordine secco, e una prima scarica di bombe piove sul gruppo degli scioperanti sprigionando un densa nuvola di fumo bianco.

Ma il gas, invece di intossicare  gli operai, investe, trasportato dal vento, gli stessi poliziotti i quali vengono contemporaneamente respinti una seconda volta con un’altra bordata di pietre. I piani di battaglia elaborati a tavolino dai comandanti delle forze dell’ordine sono travolti dagli avvenimenti.

Da uno scontro frontale la battaglia si frantuma in una serie di  piccoli episodi di violenza, uomo contro uomo, e dalla strada si trasferisce nei campi circostanti.

Altri braccianti accorrono dalle case coloniche vicine. Disseminati e privi di collegamento tra di loro, i poliziotti rischiano di venire sopraffatti, perdono la testa. Qualcuno, rimasto isolato, comincia a sparare. In pochi secondi le grida che fino a quel momento avevano dominato il campo di battaglia vengono coperte da una serie di scariche frastornanti, ininterrotte, un inferno che soffoca il gemito dei feriti. Le file dei braccianti indietreggiano, gli uomini si danno ala fuga, la polizia rimane padrona del campo.

Ma è una vittoria talmente amara e tragica, che le forze dell’ordine non se la sentono di presidiare il campo di battaglia. Dopo aver operato una decina di fermi e aver smantellato il blocco stradale, gli agenti abbandonano la zona di Avola, consapevoli che la loro presenza potrebbe scatenare reazioni.

Adesso, alle undici di sera, Avola sembra un paese di fantasmi. Dalle due del pomeriggio la vita si fermata, i negozi hanno abbassato le saracinesche in segno di protesta e di lutto, le due sale cinematografiche hanno chiuso. Una folla immobile e muta indugia sulla piazza principale dove poco fa il sindacalista Agosta ha tenuto un comizio a nome della federazione dei braccianti. In giro non si vede neppure una divisa. E’ come se l’intero paese stesseaspettando di riprendere contatto con una realtà che tuttora appare incredibile.

Ma il cordoglio, come del resto la destituzione del questore di Siracusa Vincenzo Politi o le deplorazioni ufficiali, evidentemente non bastano.  […]

Il giornalista Mauro De MauroMauro De Mauro    In redazione l’aveva confidato a più di un collega: “Ho uno scoop che farà tremare l’Italia”. Era venuto a sapere che il principe Junio Valerio Borghese stava preparando un golpe. E che Cosa Nostra complottava con i generali. Mauro De Mauro però fece le domande giuste alle persone sbagliate. Prima lo rapirono e lo “interrogarono”, poi lo strangolarono. Il suo cadavere fu seppellito in campagna, tra la borgata di Villagrazia e la foce del fiume Oreto. Trentacinque anni dopo si chiude l’inchiesta sul primo delitto eccellente di Palermo. È la “pista nera” che puzza di mafia. È la sola, l’unica che resiste a più di tre decenni di aggrovigliate investigazioni. I fascisti progettavano di fare il colpo di stato alleandosi in Sicilia con i boss, fu la scoperta di quel patto la condanna a morte di Mauro De Mauro, reporter del quotidiano della sera L’Ora, corrispondente dall’isola de Il Giorno e della Reuters. Ucciso nel settembre 1970 per una notizia che gli avevano soffiato amici frequentati in gioventù, compagni d’armi e camerati. Mandanti dell’omicidio i capi della Cupola Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Salvatore Riina. Ordinarono il suo rapimento dopo un incontro a Roma con il principe Borghese e due alti ufficiali del Sid, il servizio segreto militare di allora. Il golpe era previsto per dicembre, nella notte tra il 7 e l’8, nome in codice del piano insurrezionale “Tora Tora”. Fu un omicidio “preventivo”, sostengono i magistrati nella loro ultima ricostruzione sul sequestro del giornalista. A soffocarlo furono Mimmo Teresi, Emanuele D’Agostino e Stefano Giaconia, picciotti di Santa Maria di Gesù, tutti e tre assassinati nella guerra di mafia degli anni ‘80. Con loro ci sarebbe stato anche Bernardo Provenzano. Sta finendo in archivio così il caso De Mauro, il più misterioso dei gialli palermitani, una trama che si è intrecciata con tanti altri affaire italiani, primo tra tutti l’attentato di Bascapè del 27 ottobre del 1962, l’aereo del presidente dell’Eni Enrico Mattei che decollò da Catania e precipitò a pochi chilometri da Linate [la Repubblica, 18 giugno 2005].

Le foto sono tratte dal sito Cgil di Siracusa.

I morti di Avola – 2 dicembre 1968ultima modifica: 2008-12-02T15:06:00+01:00da paginecorsare
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5 pensieri su “I morti di Avola – 2 dicembre 1968

  1. BELLO , E’ VERAMENTE BELLO , TANTO ACCURATAMENTE E MINUZIOSAMENTE CURATO , CHE LASCIA STUPEFATTI . QUESTO POST E’ VERAMENTE UN INNO , ANCHE SE EVOCA FATTI TRAGICI E OMBRE CHE SI SONO RIPETUTE CON FREQUENZA CRONOLOGICA , NELLA NOSTRA BREVE STORIA DEMOCRATICA ( PER DIRE ) .
    TI SALUTO CON AMICIZIA
    BRUNI710

  2. Grazie di questi scritti e della conoscenza di vicende spesso dimenticate, o lasciate marcire “per il bene della nazione”.

    Per il resto non farci caso, sono isterismi di inutili da “prime donne”. (l’ appellativo vale anche per certi “cristiani”).

    Un saluto.

  3. Per chi come me non ha vissuto quegli anni sembra incredibile e inverosimile quanto accaduto ad Avola… ma purtroppo è accaduto!

    La cosa importante è non dimenticare affinchè certe cose non accadano piu’.

    Il Sessantotto è sì l’anno dei braccianti uccisi ad Avola e delle rivolte studentesche che dagli Stati Uniti, dilagarono in Europa (in Francia, in Germania, in Italia) e altrove, ma il Sessantotto è anche l’anno del terremoto del Belice e dell’alluvione nel Biellese, dell’offensiva del Tet in Vietnam, degli assassini in America di Martin Luther King e di Robert Kennedy, della Primavera di Praga e dell’invasione della Cecoslovacchia condotta dal Patto di Varsavia, della vittoria dell’Italia di Riva e di Anastasi agli Europei di calcio, dell’enciclica Humanae Vitae di papa Paolo VI, della strage della Piazza delle tre culture in Messico, dell’elezione di Richard Nixon alla presidenza degli Stati Uniti, delle dissacrazioni di Pasolini e dei pugni chiusi guantati di nero dei velocisti di colore statunitensi alle Olimpiadi del Messico.

    Il ’68 è questo e moltissimi altri eventi che hanno, comunque , segnato la vita di tutti coloro che c’erano, ma anche di chi sarebbe arrivato solo dopo, come me, in un mondo profondamente cambiato.

    Di tutto questo parlo nel libro “1968 E SUOI RIFLESSI QUARANT`ANNI DOPO” che ho scritto per Boopen Editore.

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