“Presepe vivente”

Presepe vivente, dal 'Vangelo secondo Matteo' di Pier Paolo Pasolini

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Il filmato contiene settantadue fotogrammi tratti dal film Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, che costituiscono l’ipotesi di “Presepe vivente” con il quale rivolgo il mio augurio a tutti gli amici per le prossime feste.

I testi inseriti nel filmato sono tratti dalla sceneggiatura originale di Pasolini, che a sua volta adotta integralmente il testo del Vangelo di San Matteo. La musica inserita nel filmato è l’Adagio dal Concerto in do minore BWV 1060 di Johann Sebastian Bach.

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Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini

Enrique Irazoqui, interprete principale del 'Vangelo secondo Matteo' di Pier Paolo Pasolini Il Vangelo a cui Pier Paolo Pasolini si richiama è quello di San Matteo, dal quale emerge una figura umana, più che divina, di Cristo che, anche se ha molti tratti di dolcezza e mitezza, reagisce con rabbia all’ipocrisia e alla falsità. È un Cristo sorretto da una forte volontà di redenzione per le vittime della istituzionalizzazione della religione operata dai farisei “sepolcri imbiancati”, che l’hanno adottata con ipocrisia e iniquità quale strumento di repressione politica e sociale. 

Pasolini stesso precisa in un suo scritto: «La mia idea è questa: seguire punto per punto il Vangelo secondo Matteo […]. Tradurlo fedelmente in immagini, seguendone senza una omissione o un’aggiunta il racconto. Anche i dialoghi dovrebbero essere rigorosamente quelli di San Matteo, senza nemmeno una frase di spiegazione o di raccordo: perché nessuna immagine o nessuna parola inserita potrà mai essere all’altezza poetica del testo. È quest’altezza poetica che così ansiosamente mi ispira. Ed è un’opera di poesia che io voglio fare. Non un’opera religiosa nel senso corrente del termine, né un’opera in qualche modo ideologica. In parole molto semplici e povere: io non credo che Cristo sia figlio di Dio, perché non sono credente, almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei comuni termini dell’umanità. Per questo dico “poesia”: strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per Cristo».

Secondo San Matteo Cristo non è venuto a “portare la pace ma la spada”, perché sia possibile accedere al regno di Dio con cuore puro “come quello dei bambini”. È dunque, anche un Cristo rivoluzionario. In effetti, per quel momento storico (e, per alcuni versi, anche per il momento storico nel quale Pasolini stesso si collocava) non sono da considerarsi rivoluzionarie predicazioni nelle quali si dichiara: “fate agli altri quanto gli altri volete che facciano a voi”, “non accumulate tesori su questa terra”, “nessuno può servire due padroni: Dio e il denaro”?

Nel corso di un dibattito tenutosi negli ultimi mesi del 1964, Pasolini dichiarò: «[…] mi sembra un’idea un po’ strana della Rivoluzione questa, per cui la Rivoluzione va fatta a suon di legnate, o dietro le barricate, o col mitra in mano: è un’idea almeno anti-storicistica. Nel particolare momento storico in cui Cristo operava, dire alla gente “porgi al nemico l’altra guancia” era una cosa di un anticonformismo da far rabbrividire, uno scandalo insostenibile: e infatti l’hanno crocifisso. Non vedo come in questo senso Cristo non debba essere accepito come Rivoluzionario […]».

Nel Vangelo secondo Matteo si ripercorrono le tappe della vita di Gesù Cristo: la nascita, Erode e la strage degli innocenti, il battesimo di Giovanni Battista, fino ad arrivare alla morte e alla resurrezione. Non vi sono variazioni nella storia, né cambiamenti anche testuali apportati dal regista alla versione evangelica di San Matteo.

Pasolini in una pausa di lavorazione del film siede sul trono nella 'sala di Erode'Pasolini ricostruì i luoghi del Vangelo secondo Matteo nel Sud dell’Italia: Puglia, Lazio e Calabria divennero i luoghi della Galilea così com’era duemila anni prima e la Palestina fu “ricostruita” in Basilicata, in particolare tra i sassi di Matera e con i suoi abitanti che Pasolini scelse e utilizzò nel film come attori non professionisti. La parte di Gesù Cristo è affidata a Enrique Irazoqui – un giovane catalano che era arrivato in Italia per un viaggio di studio, e che si trovò per caso sul set del film il giorno prima dell’inizio delle riprese. La voce di Cristo è di Enrico Maria Salerno.

Nel cast del film sono presenti alcuni amici di Pasolini: gli scrittori Enzo Siciliano (l’apostolo Simone), Natalia Ginzuburg (Maria di Betania), Francesco Leonetti (Erode II); il poeta Alfonso Gatto (l’apostolo Andrea), il filosofo Giorgio Agamben (l’apostolo Filippo); assistente alla regia è la scrittrice Elsa Morante.  Maria, (adulta) che accompagnerà Cristo al Golgota, è nel film la madre di Pasolini, Susanna Colussi.

Il regista, come ho detto, si è riferito rigorosamente al testo della versione evangelica di San Matteo, ma in alcuni punti del film è possibile intravedere alcuni riferimenti all’attualità: i soldati di Erode vestiti da fascisti e i soldati romani vestiti da celerini. Sono comunque dei riferimenti che, in una visione unitaria del film, non distolgono lo spettatore dal racconto della vita del Cristo. Le musiche sono di Bach, Mozart, Prokofiev e Webern: le musiche originali di Luis Enrique Bacalov.

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Il cinema di Pasolini, di Roberto Chiesi

Frontalità ossessiva delle inquadrature, fotografia in bianco e nero “sporca” e contrastata, adozione di un gergo aspro e greve, scelta di musiche sacre (Bach) a commentare drammatiche sequenze di degradazione, doppiaggio babelico, volti e corpi “sgradevoli”, paesaggi di desolate periferie: il cinema di Pasolini, fin dal primo film, Accattone (1961), possiede già i connotati neo-espressionistici di uno stile che trasgredisce violentemente i codici formali istituzionalizzati, come, analogamente, la sua poetica, ispirata all’ideologia marxista, privilegia soggetti imperniati sugli strati sociali più disprezzati, provocando e aggredendo, così, i pregiudizi conformistici delle classi dominanti.

Fino a La ricotta (1963), Pasolini ha raccontato le vite tragiche dei diseredati e dei reietti del sottoproletariato romano rivelando il carattere religioso insito nei loro travagli e li ha elevati ad una sacralità che trova il suo corrispettivo formale nella composizione delle immagini, evocativa della grande pittura sacra quattrocentesca. L’intera opera cinematografica pasoliniana è, quindi, dominata dall’ossimoro, dall’accostamento, contradditorio e provocatorio, di immagini e suoni.

Da Il Vangelo secondo Matteo (1964), il poeta-regista ricorre anche alla contaminazione, ispirandosi a San Matteo, a Sofocle, ad Euripide, quindi ai racconti di Boccaccio, di Chaucer, alla favolistica araba ed, infine, a Sade, ma, con la parziale eccezione del Vangelo che riprende il testo alla lettera, dei classici Pasolini conserva soltanto la funzione di archetipi sul cui impianto crea arcaici e barbarici labirinti dalle implicazioni psicanalitiche e dalle estrose invenzioni figurative […]

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I riferimenti musicali e pittorici nel Vangelo di Pasolini

Giovanni il Battista battezza Gesù, nel 'Vangelo secondo Matteo' di Pier Paolo Pasolini

Nel mese di aprile 1964 le prime scene del film furono girate in provincia di Viterbo, tra i massi del torrente Chia (che “diventerà” per l’occasione il fiume Giordano nel quale Cristo riceverà il battesimo). La troupe si trasferì quindi in Lucania: la parte antica di Matera (i Sassi) si trasformò in una suggestiva Gerusalemme. Betlemme venne “ricostruita” in un villaggio pugliese. Tra le montagne di Crotone furono effettuate le riprese delle scene del Golgota.

Dal 'Vangelo secondo Matteo': la deposizione di Cristo

Per Il Vangelo secondo Matteo Pasolini effettuò la scelta della musiche con la collaborazione di Elsa Morante. Il regista utilizzò in questo caso, vista la sua dichiarata predilezione per Bach, alcuni brani dalla Passione secondo San Matteo con cui il compositore tedesco aveva ripercorso lo stesso cammino che Pasolini avrebbe intrapreso nel film (e, in un certo senso, con lo stesso spirito che ispirerà il film di Pasolini: l’evocazione e la meditazione della morte).

Ascolta il coro “Wir Setzen uns mit Tranen Nieder” dalla “Passione secondo Matteo di J.S. Bach
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Dalla Passione secondo San Matteo di Bach, oltre al Coro udito anche in Accattone, Pasolini utilizza ripetutamente, nel Vangelo, un’Aria, originariamente per voce di contralto e orchestra, in una versione solo strumentale – nelle predicazioni in cui Cristo, una prima volta, parla delle beatitudini (beati coloro…) e ancora, quando raccomanda l’osservanza dei comandamenti oppure l’abbandono delle ricchezze (è più facile che un cammello…); quando si reca a pregare nell’Orto del Getsemani dopo avere rassicurato gli Apostoli (…vi precederò in Galilea…) e subito dopo ammonisce Pietro (…mi rinnegherai…); nel momento in cui prega il Padre perché allontani da lui la morte atroce che l’attende; quando viene processato, condannato a morte, deriso.

Ascolta il “Gloria” dalla “Missa Luba”
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Copertina del CD della colonna sonora del 'Vangelo secondo Matteo'

Nel film, un rilievo notevole è dato anche al Gloria della Missa Luba congolese la cui citazione si può ascoltare in apertura del film (già dai titoli di testa); allorché Giuseppe torna alla sua povera abitazione dopo che l’Angelo lo ha illuminato circa il motivo della gravidanza di Maria; quando Cristo compie il primo miracolo; all’entrata in Gerusalemme e nell’ultima scena del film (la tomba è vuota, Cristo è risorto). Un altro compositore di cui si servì Pasolini per il suo Vangelo è Mozart: la Maurerische Trauermusik, K 477 (Musica funebre massonica), rende perfettamente l’atmosfera di “presagio” che si percepisce dopo che Gesù ha reclutato gli Apostoli (… pecore in mezzo ai lupi…, non sono venuto a portare la pace…); in seguito fa da commento alla salita al Calvario.

Ascolta dalla voce di Odette “Sometimes I Feel Like a Motherless Child” di Luis Bacalov
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Vi è anche un’efficace citazione di Ejsenstejn/Prokofiev (Aleksandr Nevskij) allorché i soldati di Erode compiono la strage degli innocenti e nel momento della terribile fine (la decollazione) provocata da Erodiade e Salomè a Giovanni il Battista. Nel film sono compresi inoltre brani originali di Luis Enrique Bacalov (nelle scene degli indemoniati e di Cristo che prega nell’orto di Getsemani) e di Anton Webern, spirituals, cori dalla tradizione musicale russa.

Sui riferimenti pittorici vi è da dire anzitutto che la scelta di Enrique Irazoqui per la parte di Gesù nel Vangelo è stata  del tutto casuale: alla prima occhiata, Pasolini fu certo di aver trovato il “suo” Cristo: lo stesso volto bello, fiero, umano, distaccato dei Cristi dipinti da El Greco.

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Nei molteplici primissimi piani immobili si può osservare un riferimento ai ritratti di trequarti tipici del tardo Quattrocento (Masaccio, ma anche Carpaccio); per quanto riguarda i farisei e gli scribi, già per le loro vesti sono simili alle figure degli affreschi di Piero della Francesca.

Piero della Francesca, Madonna del parto (Arezzo)
 

Maria incinta nel 'Vangelo secondo Matteo' di Pier Paolo Pasolini

Pasolini ha rappresentato Maria incinta appunto come nella figurazione della Madonna del Parto di Piero della Francesca: un volto semplice con le palpebre semichiuse, la ripresa frontale, e un arco sullo sfondo.

Un’altra scena ispirata a Piero della Francesca è quella nella quale è ripreso Il battesimo di Cristo. Al posto dei tre angeli di Piero della Francesca Pasolini pone, sulla sinistra, tre giovani di campagna [vedi fotogramma sopra].

Piero della Francesca, Farisei
 
I farisei con Erode nel 'Vangelo secondo Matteo' di Pier Paolo Pasolini
 
Altri elementi che suggeriscono espliciti richiami a Piero della Francesca sono costituiti inoltre dalla ripresa dei farisei che indossano un grande copricapo; dalla carrellata nel baratro roccioso; dai lunghi primi piani del volto di Gesù. Molte scene del Vangelo, poi, “rinviano” l’una all’altra: è la medesima operazione compiuta in cicli di affreschi del Trecento, tra cui quelli di Giotto, nei quali lo scenario paesaggistico e architettonico viene riproposto dall’una all’altra scena.
 
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Da Giotto, poi, derivano le raffigurazioni della fuga in Egitto e dell’entrata di Cristo a Gerusalemme.

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Nella scena di Cristo nell’orto del Getsemani vi sono attinenze, sia di postura, sia paesaggistici alle opere omonime di Mantegna e di Giovanni Bellini. E vi è pure un richiamo ad Andrea Mantegna nella Mater dolorosa che assiste alla morte del figlio.

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La recensione di Alberto Moravia -“L’Espresso”, 4 ottobre 1964 
 
Alcuni critici si sono meravigliati che Pier Paolo Pasolini, scrittore marxista, traducendo sullo schermo Il Vangelo secondo Matteo, si sia mantenuto fedele al testo originale. Non c’è, infatti, incompatibilità assoluta fra il cristianesimo e il marxismo? Fra gli apostoli e i ragazzi di vita? Fra la poesia civile di sinistra e il cattolicesimo di destra? Nella meraviglia si esprimeva il moralismo d’una società come quella italiana, pochissimo religiosa e perciò costretta ad un conformismo di comportamento, Pasolini s’era “comportato” finora in un certo modo; come poteva, ad un tratto, “comportarsi” in un modo tanto diverso?

In realtà Pasolini s’è mantenuto soprattutto fedele a se stesso; e poiché il cristianesimo costituisce in lui il nesso sentimentale e ideologico che collega le ardue esperienze opposte del marxismo e del decadentismo, egli è stato anche, in maniera molto naturale, fedele al cristianesimo. Un cristianesimo, appunto, di specie insieme popolare e raffinata, che gli ha permesso da un lato di illuminare il carattere rivoluzionario del messaggio cristiano, dall’altro di recuperare la bellezza che è nel testo del Vangelo e nelle interpretazioni che ne ha dato l’arte di tutti i tempi.

Rispetto ad Accattone, Il Vangelo secondo Matteo segna un processo indubbio, prima di tutto per l’eccezionale impeto espressivo che in questo film rivela direttamente e immediatamente quali sono le cose che stanno a cuore a Pasolini. E in secondo luogo perché, nelle singole parti, Pasolini mostra questa volta di sapere alleare la poesia ad una rifinitezza e levità che in Accattone, più elementare, non si potevano ancora che intravvedere.

Pasolini ha un senso acuto della realtà del volto umano, come luogo d’incontro di energie ineffabili che esplodono nell’espressione, cioè in qualche cosa di asimmetrico, di individuale, di impuro, di composito, insomma il contrario del tipico. I primi piani di Pasolini sarebbero sufficienti da soli a mettere Il Vangelo secondo Matteo sopra un livello eccezionale. Ma questi primi piani non basterebbero a darci la storia di Gesù, come una galleria di ritratti non basta a darci l’idea degli avvenimenti ai quali hanno preso parte i personaggi. Il film, dunque, sarà un alternarsi di volti in primo piano e di scene drammatiche per lo più contemplate da lontano, cioè come può vederli uno spettatore il quale ora fissi lo sguardo sulle facce, ora cerchi d’abbracciare la scena intera. Niente dunque di naturalistico in questa maniera ora di avvicinare, ora di allontanare, volti e scena, semmai una rappresentazione francamente estetizzante, che non pretende mai, come fa il naturalismo, di darci la verità fotografica delle cose.

Pasolini ha capito il valore plastico e poetico, così del silenzio, come della parola. Diciamo subito che i silenzi sono la forza del film e le parole la debolezza. I silenzi di Pasolini sono affidati all’organo che è più legato al silenzio: gli occhi. Non parliamo qui degli occhi degli spettatori, bensì degli occhi dei personaggi. Le sequenze silenziose del Vangelo secondo Matteo sono le più belle, appunto perché il silenzio è il mezzo più sicuro per farci fare il salto vertiginoso all’indietro che ci propone Pasolini con il suo film. La parola è sempre storica; il silenzio si pone fuori della storia, nell’assolutezza delle immagini: il silenzio  della Annunciazione, il silenzio che accompagna la morte di Erode, il silenzio degli apostoli che guardano Gesù e di Gesù che guarda gli apostoli, il silenzio di Giuda che sta per tradire, il silenzio di Gesù che sa di essere tradito. Il silenzio nel film di Pasolini non è, d’altra parte, quello del cinema muto, cioè un silenzio per difetto; bensì è il silenzio del parlato, cioè un silenzio plastico, espressivo, poetico.

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Mentre i silenzi sono di Pasolini, le parole, ovviamente, sono del Vangelo. Abbiamo sempre pensato che la parola nel cinema ha un carattere veristico, cioè, in fondo, superfluo, come dimostra se non altro il fatto che per molto tempo il cinema fu muto e tuttavia lo stesso completamente e felicemente espressivo. Questo carattere della parola nel cinema rendeva tanto più difficile la trascrizione cinematografica d’un linguaggio così denso e così ricco di metafore, come quello del Vangelo. 

Vedendo il film di Pasolini si riporta l’impressione che lo schermo, per sua natura adatto all’immagine che scorre e si mostra, piuttosto che alla parola che si ferma e dice, non sia il luogo migliore per accogliere la risonanza di un discorso che sembra esigere le architetture e gli sfondi dipinti d’un tempio. Pasolini, il quale s’è servito della voce assai efficace di Enrico Maria Salerno, ha cercato in tutti i modi di risolvere il problema di questa incompatibilità, ma non vi è riuscito che parzialmente.

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Adesso resta da dire che specie di Gesù è questo di Pasolini. Diciamo subito che si tratta d’un Gesù molto diverso da quello conformistico che predomina ancora oggi. Non vogliamo sprecare troppe parole su un fatto ovvio: è chiaro che la bontà di Gesù ha, in sede storica, un carattere paradossale e rivoluzionario, e che, nel momento stesso che Gesù diceva: “Ama il tuo prossimo come te stesso”, egli diceva qualche cosa che non era soltanto l’espressione di un sentimento, ma soprattutto, rispetto al mondo di allora, qualcosa di oggettivamente sovvertitore. 

Per questo, Pasolini ha mirato a darci un Gesù duro, violento, iconoclasta, inflessibile, come appunto doveva apparire ai suoi contemporanei e non come appare oggi a noi che, com’è stato già detto, non possiamo non dichiararci tutti cristiani. 

Lo stesso va detto dell’ambiente nel quale Gesù si trovò a predicare. Per essere pienamente rivoluzionario, il cristianesimo doveva essere non soltanto paradossale, ma anche “invisibile”. Che cosa di più invisibile allora, d’una religione predicata da un povero tra i poveri, in una provincia remota, in un linguaggio sconosciuto ai potenti? E così ci pare che anche il “miserabilismo” di Pasolini trovi una sua giustificazione storica e ideologica oltre che artistica.

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Pasolini ha preso i suoi attori dalla strada, sia si tratti di amici dell’ambiente letterario, sia di popolani dei luoghi dove il film è stato girato. E’ stata ancora una volta una buona idea e il rendimento è notevole. Enrique Irazoqui, lo studente spagnolo che interpreta il personaggio di Gesù, ha un volto che ricorda il greco, i bizantini e i primitivi. Questo volto, spesso grave oppure adirato, più di rado sorridente, è una delle più belle invenzioni del film. 

 
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La scheda del film Il Vangelo secondo Matteo

Scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini  (1964)

Fotografia Tonino Delli Colli; architetto-scenografo Luigi Scaccianoce; costumi Danilo Donati; musiche a cura di Pier Paolo Pasolini; musiche originali Luis Bacalov; montaggio Nino Baragli; aiuto alla regia Maurizio Lucidi; assistenti alla regia Paul Schneider, Elsa Morante.  Interpreti e personaggi Enrique Irazoqui (Gesù Cristo, doppiato da Enrico Maria Salerno); Margherita Caruso (Maria Giovane); Susanna Pasolini (Maria Anziana); Marcello Morante (Giuseppe); Mario Socrate (Giovanni Battista); Rodolfo Wilcock (Caifa); Alessandro Clerici (Ponzio Pilato); Paola Tedesco (Salomè); Rossana Di Rocco (Angelo del Signore); Renato Terra (un fariseo); Eliseo Boschi (Giuseppe D’Arimatea); Natalia Ginzburg (Maria di Betania); Ninetto Davoli (pastore); Amerigo Bevilacqua (Erode I); Francesco Leonetti (Erode II); Franca Cupane (Erodiade); Apostoli: Settimio Di Porto (Pietro); Otello Sestili (Giuda); Enzo Siciliano (Simone); Giorgio Agamben (Filippo); Ferruccio Nuzzo (Matteo); Giacomo Morante (Giovanni); Alfonso Gatto (Andrea); Guido Gerretani (Bartolomeo); Rosario Migale (Tommaso); Luigi Barbini (Giacomo di Zebedeo); Marcello Galdini (Giacomo di Anfeo); Elio Spaziani (Taddeo).  Produzione Arco Film (Roma) / Lux Compagnie Cinématographique de France (Parigi); produttore Alfredo Bini; pellicola Ferrania P 30; formato 35 mm b/n; macchine da ripresa Arriflex; sviluppo e stampa, effetti ottici SPES; registrazione sonora Nevada; doppiaggio CDC; missaggioFausto Ancillai; distribuzione Titanus 

Riprese aprile-luglio 1964; teatri di posaRoma, Incir De Paolis; esterni Orte, Montecavo, Tivoli, Canale Monterano, Potenza, Matera, Barile, Bari, Gioia del Colle, Massafra, Catanzaro, Crotone, Valle dell’Etna; durata 137 minuti. 
Prima proiezione XXV mostra di Venezia, 4 settembre 1964;premi XXV mostra di Venezia: Premio speciale della giuria, Premio OCIC (Office Catholique International du Cinéma), Premio Cìneforum, Premio della Union International de la Critique de Cinema (UNICRIT); Premio Lega Cattolica per il Cinema e la Televisione della RFT; Premio Città di Imola Grifone d’oro; Gran premio OCIC, Assisi, 27 settembre 1964; Prix d’excellence, IV concorso tecnico del film, Milano; Premio Caravella d’argento, Festival internazionale di Lisbona, 26 febbraio 1965; Premio Nastro d’Argento 1965 per la regia, la fotografia e i costumi.
 
 

“Presepe vivente”ultima modifica: 2008-12-18T06:05:00+01:00da paginecorsare
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3 pensieri su ““Presepe vivente”

  1. Con tutta la buona volontà che pure mi contraddistingue in genere, giuro che non ce la faccio a leggere tutto il tuo post. Perdonami cara, ma un po’ il poco tempo e un po’ la necessaria attenzione dovuta che mi difetta ultimamente me lo impediscono.
    Siamo sulla stessa scia. Rifuggo i negozi, rifuggo la tv (da sempre, devo dire, tranne che tg e cartoni animati), e ultimamente rifuggo il genere umano vasto e variopinto.
    Quando c’ho ‘sti momenti di totale individualismo, e sufficienza di e con me stessa, sono terribile, lo so !
    Un abbraccio, prima che io parta ripasserò di qui per lasciarti i miei auguri. Baci e abbracci

  2. Ciao Angela!
    Intanto grazie per questo post, sei sempre fonte di conoscenza.

    Per la ri-Costituzione devo dire che qualcosa era stato “riportato” male per mia colpa, per esempio nessuno cita il “pubblico” sulla bozza (chissenefrega del pubblico, immagino) e la dizione esatta dell’ultimo comma dell’art. 5 è “delle raccomandazioni”, che è un po’ quello che hai scritto te. Per il resto, hai colto in pieno lo spirito della riforma, chissà se riusciranno a completare formalmente ciò che stanno già facendo praticamente.
    Un abbraccio e a presto!

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