Amore che vieni, amore che vai

  Amore che vieni, amore che vai
di Fabrizio De André
 
11 gennaio 1999 – 11 gennaio 2009
 

“Da vecchio rimarrò solo”: l’aveva scoperto, diceva, grazie alla sua passione per l’astrologia. Ma le stelle gli avevano mentito. Non era vecchio, Fabrizio De Andrè, coi suoi 58 anni. E non era solo quando morì: a stringergli forte la mano c’erano la moglie Dori Ghezzi, il figlio Cristiano, la figlia Luvi. C’era la sua famiglia, il bene più prezioso per il poeta-musicista anarchico. Le sue canzoni parlano di prostitute, di delinquenti, di handicappati, di emarginati, di gente apparentemente “brutta, sporca e cattiva”, in cui però lui sapeva scorgere la luce. “Dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fior”, cantava. Sempre dalla parte dei perdenti, sempre tollerante. Una tolleranza che aveva iscritta nei cromosomi, forse respirata con l’aria stessa della sua città. Genova, diceva De Andrè, è stata multirazziale sin dal medioevo. Già cinque secoli fa non si faceva caso se uno portava il turbante, aveva gli occhi a mandorla o la pelle scura, e pregava volgendosi verso Oriente. E chi è nato in quella città è cresciuto anche nel rispetto di tutte le etnie e di tutte le religioni.

* * *

Nel brano, il cui testo è riportato qui di seguito, De André affronta il tema della precarietà dell’amore o, com’è stato scritto felicemente, “dell’incessante mutamento, dell’eterna ciclicità della natura come dei sentimenti e della fatale sfasatura – nei rapporti d’amore – fra i desideri propri e quelli dell’altra persona”.

Quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai

e tu che con gli occhi d’un altro colore
mi dici le stesse parole d’amore
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai

venuto dal sole o da spiagge gelate
perduto in novembre o col vento d’estate
io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai
amore che vieni, amore che vai
io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai
amore che vieni, amore che vai.

Faber-Autografo1975.jpg

Aggiornamento 11 gennaio, ore 15.53 

A dieci anni dalla scomparsa di Fabrizio De Andrè, una sorta di “il meglio di…” in diretta televisiva per concentrare le emozioni di quanti l’11 gennaio si sentono legati tra loro attraverso la musica e la poesia di questo autore, scomparso appunto l’11 gennaio del 1999. Fabrizio 2009 è lo speciale di Che tempo che fa in onda stasera dalle 20.10 alle 23.50 su Rai Tre, condotto da Fabio Fazio con Dori Ghezzi. Il programma intende ricordare con la sua musica e con il sorriso il grande Faber, una festa cui parteciperanno tanti amici dell’artista genovese. 

Personalmente, ho scelto di “stare in compagnia di De Andrè” per tre giornate (10,11 e 12 gennaio): domani il mio omaggio sarà ai due poeti italiani che hanno saputo amare, e descrivere – anche con l’uso dei dialetti – gli esclusi e gli emarginati, dai barboni ai rom, dalle prostitute ai baraccati: Fabrizio De Andrè e Pier Paolo Pasolini.

Amore che vieni, amore che vaiultima modifica: 2009-01-11T00:05:00+01:00da paginecorsare
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3 pensieri su “Amore che vieni, amore che vai

  1. Sai Angela,si corre tanto per inseguire il buono ma poi ti devi fermare per rifiatare. Mi è successo ancora una volta con la morte di Felicina. Rifiati e non sai più come ripartire o,quanto meno,da che parte dirigere la tua corsa. Restare a Napoli è stata una mia scelta coraggiosa in tempi non sospetti. Quasi tutti i miei migliori amici hanno subito deciso,terminata l’Accademia,di andarsene da questa città. Molti sono in Francia,dove gli è consentito di fare gli artisti con una migliore vivibilità. A me guardano con ammirazione perché resto a fare quello che faccio a Napoli. Mi hanno sempre visto come un inguaribile scugnizzo,radicato nella sua cosciente ed incosciente napoletanità. Quando, nel 96, ho cominciato questa bella avventura (La Scarabattola) con i miei fratelli credevo che Napoli era ferita ma non morta e che l’abbaglio bassoliniano potesse diventare una luce perpetua. Mi sono sbagliato e lo dico con triste consapevolezza. Oggi,con maturità,riconosco che i tempi sono troppo bui per sperare a soluzioni a breve scadenza. Al dramma della politica locale si è aggiunta quella del governo nazionale che fa proclami ingannevoli,che ostenta risultati virtuali e non reali,che ha fatto della “insicurezza” la leva per aggregare la massa al voto,ricambiando con una militarizzazione carnevalesca delle nostre strade. Intanto Felicina è stata aggredita e rapinata su una sedia a rotelle fino a morire di paura. Cose come queste ti sbattono in faccia la realtà. Allora confesso che vorrei andare via da questa città e che se l’idea di farlo mi si è insinuata dentro è già un primo passo verso la partenza.
    Su De Andrè ho da dirti una cosa che credo fortemente.Lui sarebbe onorato di leggersi in post come il tuo e sarebbe davvero disgustato di essere ipocritamente commemorato da gente ignorante che,in fondo,era la causa dei malesseri che la sua poesia denunciava.
    Ti abbraccio.
    artista1969

  2. De André aveva la capacità di rendere divina l’arte delle parole e della musica. Ho poco da commentare, ascolto la canzone e vado via.
    Anche perché leggere le parole di Salvatore mi stringe un nodo alla gola.
    Buon inizio di settimana, Angela. Speriamo. Anche se questi tempi malvagi sono talmente oscuri da togliere il respiro.

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