“Dormono sulla collina” – Edgar Lee Masters

“Dormono sulla collina”…
L’Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters
 
Con alcune riflessioni di Cesare Pavese
e alcune interpretazioni di Fabrizio De Andrè
 
Edgar Lee Masters
Edgar Lee Masters

 
“La Spoon River Anthology, uscita a pezzo a pezzo su un setti­manale del Middle West, è un gran corpo di epigrafi sepolcrali poste sulle labbra, secondo il buon gusto classico, ai morti stessi, di un villaggetto tipico nordamericano, Spoon River.” Sono parole di Cesare Pavese che introducono un suo saggio critico sull’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. E il grande scrittore continua: “Un libro che comincia con un’elegia sul cimitero e va avanti con mariti scon­tenti, mogli adultere, scapoli scontrosi e bambini nati morti, e dove pressoché tutti si lamentano di aver mancata la vita, potreb­be anche parere, a sfogliarlo, una rassegna di casi clinici. La dif­ferenza sta soltanto nell’occhio del poeta che guarda i suoi morti, non con compiacenza malsana, o polemica, […] ma con una consapevolezza austera e fraterna del dolore di tutti, della vanità di tutti, e a tutti fa pronunciare la confessione, a tutti strappa una risposta definitiva, non per cavar­ne un documento scientifico o sociale, ma soltanto per sete di ve­rità umana. Che la vita sia un cimitero di ambizioni fallite, di real­tà sofferte, di ‘ali tarpate’, non c’è bisogno della psicanalisi per scoprirlo […] per inibito che possa parere qualche personaggio dell’An­thology, soffocato cioè da un certo ambiente, tale non è affatto il libro nel suo spirito, che contempla invece e accompagna, valendo­si del suo potente oggettivismo, le innumerevoli sconfitte, gli sfor­zi, le battaglie, e le rare vittorie, della vita contro la morte, dello spirito contro il caos, di cui è campo questo villaggetto provinciale che è la terra. Ma non ci sono simboli, beninteso. Tutto è vigorosamente vivo, materiato, attuale, in una parola, tutto è poesia».
 
Fabrizio De Andrè, La collina
 
* * *

Dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters
Traduzione italiana di Fernanda Pivano, Mondadori – Electa, Milano 2008

 

LA COLLINA

Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
l’abulico, l’atletico, il buffone, l’ubriacone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno trapassò in una febbre,
uno fu arso nella miniera,
uno fu ucciso in rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte lavorando per i suoi cari –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,
la tenera, la semplice, la vociona, l’orgogliosa, la felice?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.

Una morì di un parto illecito,
una di amore contrastato,
una sotto le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio spezzato, mentre anelava al suo ideale,
una inseguendo la vita, lontano, in Londra e Parigi,
ma fu riportata nel piccolo spazio con Ella, con Kate, con Mag –
tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono zio Isaac e la zia Emily,
e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il maggiore Walker che aveva conosciuto
uomini venerabili della Rivoluzione?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Li riportarono, figlioli morti, dalla guerra,
e figlie infrante dalla vita,
e i loro bimbi orfani, piangenti –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dov’è quel vecchio suonatore Jones
che giocò con la vita per tutti i novant’anni,
fronteggiando il nevischio a petto nudo,
bevendo, facendo chiasso, non pensando né a moglie né a parenti,
né al denaro, né all’amore, né al cielo?
Eccolo! Ciancia delle fritture di tanti anni fa,
delle corse di tanti anni fa nel Boschetto di Clary,
di ciò che Abe Lincoln
disse una volta a Springfield.

 

L’ATEO DEL VILLAGGIO

Voi giovani disputanti sulla dottrina
dell’immortalità dell’anima,
io che qui giaccio fui l’ateo del villaggio,
sempre pronto a parlare, litigioso, versato negli argomenti
degli infedeli.
Ma in una lunga malattia
tossendo a morte lessi le U panishad e la poesia di Gesù.
Questi mi accesero una torcia di speranza e di intuizione
e di desiderio che l’Ombra,
traendomi in fretta per le caverne del buio,
non poté spegnere.
Ascoltate, voi che vivete nei sensi:
l’immortalità non è un regalo,
l’immortalità è un risultato:
soltanto quelli che fan sforzi immensi
potranno possederla.

 

DORA WILLIAMS

Quando Reuben Pantier fuggi e mi abbandonò
andai a Springfield. Qui incontrai un viveur
a cui il padre, morto allora, aveva lasciato una fortuna.
Mi sposò da ubriaco. La mia vita era insopportabile.
Un anno passò e un giorno lo trovarono morto.
Così fui ricca. Mi trasferii a Chicago.
Dopo un po’ incontrai Tyler Rountree, una canaglia.
Passai a Nuova York. Un magnate dai capelli grigi
divenne folle di me – un’altra fortuna.
Mi morì una notte, sapete, tra le braccia.
(Vidi per anni in séguito quella faccia purpurea).
Ci fu quasi uno scandalo. Traslocai,
questa volta a Parigi. Ero adesso una donna,
insidiosa, scaltra, versata nel mondo e ricca.
Il mio bell’appartamento presso i Champs-Elysées
divenne un ritrovo d’ogni sorta di gente,
musici, poeti, bellimbusti, artisti, nobili,
dove parlavano francese, tedesco, italiano e inglese.
Sposai il conte Navigato, nativo di Genova.
Andammo a Roma. Mi avvelenò, credo.
Ed ora nel Camposanto che guarda
il mare dove Colombo giovane sognò nuovi mondi,
ecco che cosa han scolpito: Contessa Navigato
implora eterna quiete».

 

WALTER SIMMONS

I miei genitori pensavano che sarei stato
grande come Edison o anche più:
perché da ragazzo facevo palloni
e aquiloni meravigliosi e giocattoli con suonerie
e macchinette colle rotaie
e telefoni di scatole o di filo.
Suonavo la cornetta e dipingevo,
modellavo in argilla e feci la parte
della canaglia nell’«Ottorone».
Ma a ventun anni mi sposai
e bisognava vivere e, così, per vivere
imparai il mestiere di far orologi
e tenni la gioielleria in piazza,
pensando, pensando, pensando, pensando, –
non agli affari, ma alla macchina
che studiavo, coi calcoli, di costruire.
E tutta Spoon River stava attenta e aspettava
di vederla funzionare, ma non funzionò mai.
E alcune anime pietose credevano che il mio genio
fosse in qualche modo impacciato dal negozio.
Non era vero. La verità era questa:
che non avevo genio.

 

IL SUONATORE JONES

La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscìo di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
– non parliamo di ingrandirle –
con la ridda di cori, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolo di un mulino a vento – solo questo?
Mai una volta diedi mano all’aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiamasse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato –
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

Fabrizio De Andrè, Il suonatore Jones

“Dormono sulla collina” – Edgar Lee Mastersultima modifica: 2009-01-24T09:20:00+01:00da paginecorsare
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2 pensieri su ““Dormono sulla collina” – Edgar Lee Masters

  1. Grazie del tuo commento al mio “dormono sulla collina”e se é vero che ti ha incoraggiata a scrivere su Spoon river e il risultato é quello che ho letto… sono molto contenta.
    Metto il tuo blog fra i miei preferiti, é poca cosa ma é comunque il riconoscimento al gusto e all’intelligenza.
    Quanto bisogno ne abbiamo!

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