Antifascismo, di Pier Paolo Pasolini

Antifascismo
di Pier Paolo Pasolini
 
 in Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975
 

Pier Paolo Pasolini ha centrato il problema. E occorre non dimenticare che questo brano è del 1975, anno del suo barbaro assassinio. Da allora, in altre forme, il fascismo si è via via introdotto nella società italiana in forme assai diverse, forse meno appariscenti anche se più subdole.

Oggi dipende meno dalla sua aberrante ideologia politica – anche se sopravvivono organizzazioni neofasciste e neonaziste che ostentano ancora tali ideologie e le esercitano con la violenza – e si manifesta soprattutto non solo con l’educazione al consumismo più stupido e sfrenato, ma con la prepotenza e l’assolutismo di un potere politico che, insinuandosi nella vita di tutti i giorni delle persone comuni, così come negli animi degli intellettuali e degli ignoranti, ne condiziona pesantemente il pensiero, producendo violenza oltreché fisica, morale e verbale.

Dunque: consumismo, violenza e prevaricazione sono gli elementi fondanti del fascismo dei nostri tempi.


La Resistenza e il Movimento Studentesco sono
le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie
del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto:
il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende
tradizioni sabaude, borboniche, papaline.
Pier Paolo Pasolini, 1973
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[…] Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più. Partiamo dal recente film di Naldini: Fascista. Ebbene questo film, che si è posto il problema del rapporto fra un capo e la folla, ha dimostrato che sia quel capo, Mussolini, che quella folla, sono due personaggi assolutamente archeologici. Un capo come quello oggi è assolutamente inconcepibile non solo per la nullità e per l’irrazionalità di quello che dice, per il nulla logico che sta dietro quello che dice, ma anche perché non troverebbe assolutamente spazio e credibilità nel mondo moderno. Basterebbe la televisione per vanificarlo, per distruggerlo politicamente. Le tecniche di quel capo andavano bene su di un palco, in un comizio, di fronte alle folle «oceaniche», non funzionerebbero assolutamente su uno schermo.
 
Questa non è una semplice constatazione epidermica, puramente tecnica, è il simbolo di un cambiamento totale del modo di essere, di comunicare fra di noi. E così la folla, quella folla «oceanica ». Basta per un attimo posare gli occhi su quei visi per vedere che quella folla lì non c’è più, che sono dei morti, che sono sepolti, che sono i nostri avi. Basta questo per capire che quel fascismo non si ripeterà mai più. Ecco perché buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è pretestuoso e in rnalafede: perché dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può più far paura a nessuno. Insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo.
 
Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologhi hanno troppo bonariamente chiamato « la società dei consumi ». Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. Ed invece no.
 
Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell’urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo. Nel film di Naldini noi abbiamo visto i giovani inquadrati, in divisa… Con una differenza però. Allora i giovani nel momento stesso in cui si toglievano la divisa e riprendevano la strada verso i loro paesi ed i loro campi, ritornavano gli italiani di cento, di cinquant’anni addietro, come prima del fascismo. Il fascismo in realtà li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio, nel fondo dell’anima, nel loro modo di essere.
 
Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più come all’epoca mussoliniana, di una irregimentazione superficiale, scenografica, ma di una irregimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l’anima. Il che significa, in definitiva, che questa «civiltà dei consumi » è una civiltà dittatoriale. Insomma se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la «società dei consumi » ha bene realizzato il fascismo […].
 
* * *

La foto riportata sopra si riferisce alle manifestazioni avvenute a Genova nel giugno 1960: il filmato che segue è su You Tube dal 3 dicembre 2008 e mostra alcuni documenti fotografici, la colonna sonora è la canzone Per i morti di Reggio Emilia del cantautore Fausto Amodei.

 

La primavera e l’estate del 1960 sono segnate in Italia dalle manovre autoritarie del governo Tambroni – monocolore Dc che ottiene la fiducia il 4 aprile con 300 sì e 293 no. Determinanti i voti di 24 parlamentari del Msi (partito della destra estrema e diretto erede della Repubblica Sociale Italiana di Salò) e di 4 indipendenti di destra.

Il 1° luglio l’Msi indìce provocatoriamente un congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza; a presiederlo è stato chiamato l’ex prefetto repubblichino Emanuele Basile, responsabile della deportazione degli antifascisti resistenti e degli operai genovesi nei lager e nelle fabbriche tedeschi.

Alla notizia Genova insorge: è proclamato lo sciopero generale e durissimi scontri seguono le cariche della polizia. Nonostante il trasferimento del congresso missino, la protesta dilaga e dimostrazioni si svolgono in tutta Italia duramente attaccate dalla polizia.

Dieci dimostranti rimangono uccisi (5 vengono assassinati a Reggio Emilia, 1 a Licata, 3 a Palermo – dove viene uccisa accidentalmente anche una donna -, 1 a Catania), centinaia sono i feriti. Il 19 luglio Tambroni rassegna le dimissioni e le forze neofasciste rimangono ai margini della vita politica italiana fino al 1994.

Pasolini scrisse sui fatti sanguinosi del 1960 una poesia, La croce uncinata, che proporrò in un mio prossimo post.

Antifascismo, di Pier Paolo Pasoliniultima modifica: 2009-01-25T02:15:00+01:00da paginecorsare
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2 pensieri su “Antifascismo, di Pier Paolo Pasolini

  1. E’ inquietante leggere Pasolini in questi passi. Profetico. E’ vero che c’è così tanta distanza tra quello che si percepisce come il “fascismo subìto” e quello che viviamo in una modernità fatta di consumi, che è la continuazione di quella evidenziata dallo scrittore. Una dittatura profonda che ha allevato l’anima delle masse e che guardano al duce in bianco e nero credendo impossibile che i colori alla moda che indossano li renda immuni da quel circo. E’ vero anche il concetto per cui la televisione “smonterebbe” il ripresentarsi di un capo ed una folla da ventennio. C’è stato chi ha lavorato “di fino” su questo problema riuscendo a ribaltarlo ed ha usato la televisione come il catalizzatore determinante a far radicare un nuovo regime,a tratti meno grottesco nella forma ma certo non distante come povertà nei contenuti. Il problema resta la massa che,come dice sempre il mio maestro,resta inguaribilmente “bovina”.
    Con affetto.
    artista1969

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