La religione del mio tempo, di Pier Paolo Pasolini

La religione del mio tempo
di Pier Paolo Pasolini

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“La religione del mio tempo esprime la crisi degli anni sessanta […] La sirena neo-capitalistica da una parte, la desistenza rivoluzionaria dall’altra: e il vuoto, il terribile vuoto esistenziale che ne consegue. Quando l’azione politica si attenua, o si fa incerta, allora si prova o la voglia dell’evasione, del sogno (‘Africa, unica mia alternativa’) o una insorgenza moralistica (la mia irritazione contro certa ipocrisia delle sinistre: per cui si tende ad attenuare, classicisticamente la realtà: si chiama ‘errore del passato’, eufemisticamente, la tragedia staliniana ecc.”. [Pier Paolo Pasolini, da un articolo su “Vie Nuove” del 16 novembre 1961]

Così Pasolini spiega sulle pagine del settimanale del Pci “Vie nuove” parte del messaggio della raccolta di poesie La religione del mio tempo, uscita nel maggio del 1961, che raccoglie testi scritti tra il 1955 e il 1960. Anni particolarmente importanti, questi, per l’affermazione di Pasolini come letterato e regista. Sono gli anni di “Officina”, e proprio sulla rivista creata insieme a Roversi e Leonetti vengono pubblicate per la prima volta le poesie La religione del mio tempo, Una polemica in versi, e gli epigrammi di Umiliato e offeso.

Se ne Le ceneri di Gramsci era evidente lo scontro tra passione e ideologia, tra religiosità e marxismo, ne La religione del mio tempo questi temi vengono assorbiti nella ideologizzazione del mito popolare, con punte evidenti di autobiografismo. Vengono, comunque, abbozzati i punti fondamentali del pensiero pasoliniano degli anni successivi. Particolarmente rilevanti i riferimenti all'”abbassamento del livello culturale sottoproletario” e alla latente omologazione al neo-capitalismo.

Nell’epigramma Alla Francia, Pasolini reincarna la mitologia del sottoproletariato africano e questo, successivamente, rappresenterà uno dei temi fondamentali, a livello documentaristico, del suo cinema.

Il volume testimonia il passaggio tra il populismo (che Pasolini ha smentito solo in parte) caratterizzante la sua opera e gli sfoghi autobiografici e le avvilite riflessione delle Poesie incivili. La ricchezza apre questa seconda raccolta poetica “romana” di Pasolini. Il pometto si apre con la descrizione di un operaio “col suo minuto cranio, le sue rase / mascelle” davanti agli affreschi di Piero della Francesca, il ciclo pittorico della Leggenda della croce, nel coro della chiesa di San Francesco ad Arezzo.

“Il primo capitolo o movimento del racconto (tutta La ricchezza si sviluppa a lasse di libere strofe, in versi sciolti dall’obbligo di misura e di rima, con un sommario in frontespizio di capitolo) si chiude con la dizione di Nostalgia della vita, ad indicare un viaggio dal di dentro al fuori, dal tempo allo spazio, dalla memoria alla presenza. E’ il tema eminentemente pasoliniano – e, certo, già proustiano – del passato presente, e di quella struggente partecipazione dell’escluso che fu già nel paradigma sentimentale di Leopardi. […] Si potrebbe dire, rischiando la banalità, che la costruzione de La ricchezza ricalchi un’impostazione filmica del discorso vissuto, cui presiede la regola del viaggio e del montaggio, della carrellata e della soggettiva; insomma una struttura itinerante e deambulatoria, che si dichiara come fondante tutti i poemetti di Pasolini, dove il passo, il viaggio, l’andatura rispondono alla funzione argomentativa, che illustra e riflette accompagnando lo sguardo. Questa funzione diventa narrativa attraverso il movimento, il passaggio delle sequenze, il procedere di un sopralluogo e di un discorso che investe l’esperienza, la nostalgia di una presenza o di un’azione. […] Un’altra soggettiva, un piano-sequenza, però spezzato da quel montaggio che nella lingua scritta della poesia è il pensiero metrico, con il taglio secco dell’enjambement, probabile equivalente verbale del découpage. […] L’antinaturalismo primitivo e sperimentale del film, con l’uso di campi e controcampi (e dunque del montaggio) a infrangere l’apparente naturalezza del tempo dei corpi e della vita”. [Gianni D’Elia, dalla prefazione al volume La religione del mio tempo]

Il poemetto ci porta da Arezzo al paesaggio toscano, poi umbro attraverso l’Appennino e infine in una serata romana, fino alla visione di Roma città aperta:

… ecco… la Casilina,
su cui tristemente si aprono
le porte della città di Rossellini…
ecco l’epico paesaggio neorealista,
coi fili del telegrafo, i selciati, i pini,
i muretti scrostati, la mistica
folla perduta nel daffare quotidiano
le tetre forme della dominazione nazista…
Quasi emblema, ormai, l’urlo della Magnani,
sotto le ciocche disordinatamente assolute,
risuona nelle disperate panoramiche,
e nelle sue occhiate vive e mute
si addensa il senso della tragedia.
E’ lì che si dissolve e si mutila
il presente, e assorda il canto degli aedi.
[La ricchezza, da La religione del mio tempo]

“Il nucleo del poemetto (diviso in sei grandi capitoli o movimenti interni, tranne il terzo interamente monologico della allucinata epifania romana) resta comunque consegnato a una sorta di mitografia e poetografia del sé, e cioè al racconto del proprio possesso culturale del mondo, tra ‘ricchezza del sapere’ e ‘privilegio di pensare’, tra le ossessioni della testimonianza, dell’amore e della sopravvivenza”. [Gianni D’Elia, dalla prefazione al volume La religione del mio tempo]

“La parte iniziale della Religione del mio tempo si colora d’una malinconia dolce ed intensa, proprio perché lo sguardo del poeta s’affissa su due adolescenti plebei, che passano sotto le sue finestre di malato, già un po’ malandrini, ma ancora allegri, ancora pienamente posseduti da ‘da quel povero impeto / del loro cuore quasi animale’.

L’interesse di questa raccolta non è però costituito dal ripetersi di temi populistici, ormai divenuti usuali nelle opere di Pasolini. Il tono dominante dell’opera è dato viceversa da un’esigenza di revisione, che investe non solo il presente, ma anche il passato e addirittura il futuro dello scrittore”. [Alberto Asor Rosa, Scrittori e popolo, il populismo nella letteratura italiana contemporanea]

La piccola ode A un ragazzo, come scrive lo stesso Pasolini:”Il ragazzo è Bernardo Bertolucci, figlio del poeta Attilio Bertolucci, e ora bravissimo poeta lui stesso”. L’ode si colora dell’elegia al fratello Guido, partigiano caduto per mano di partigiani nella Venezia Giulia. Pasolini sente quasi come una colpa la morte del fratello e così ricorda l’ultimo loro incontro:

“Era un mattino in cui sognava ignara
nei ròsi orizzonti una luce di mare:

ogni filo d’erba come cresciuto a stento
era un filo di quello splendore opaco e immenso.

Venivamo in silenzio per il nascosto argine
lungo la ferrovia, leggeri e ancora caldi

del nostro ultimo sonno in comune nel nudo
granaio tra i campi ch’era il nostro rifugio.

In fondo Casarsa biancheggiva esanime
nel terrore dell’ultimo proclama di Graziani;

e, colpita dal sole contro l’ombra dei monti,
la stazione era vuota: oltre i radi tronchi

dei gelsi e gli sterpi, solo sopra l’erba
del binario, attendeva il treno per Spilimbergo…

L’ho visto allontanarsi con la sua valigetta,
dove dentro un libro di Montale era stretta

tra pochi panni, la sua rivoltella,
nel bianco colore dell’aria e della terra.

Le spalle un po’ strette dentro la giacchetta
ch’era stata mia, la nuca giovinetta…”.

[A un ragazzo, da La religione del mio tempo]

Il poemetto La religione del mio tempo, diviso in sei capitoli e scritto in terzine rimate, risente del clima politico creatosi dopo la repressione ungherese del 1956. “In realtà nel mio libro una ‘crisi’ c’è: ed è detta, espressa, esplicita. […] C’erano nel mio libro delle critiche dirette al Partito comunista: critiche, natuaralmente, nella lingua della poesia: ma comunque facilmente decifrabili e traducibili in termini logici. C’erano critiche al partito, quello concreto e operante, quello che è hic et nunc. […] L’ideologia de La religione del mio tempo, si deduce da La religione del mio tempo: non ne è preesistente in uno schema politico, più o meno rigido. Le opinioni politiche del mio libro non sono solo opinioni politiche, ma sono, insieme, poetiche; hanno cioè subito quella trasformazione radicale di qualità che è il processo stilistico”. [ Pier Paolo Pasolini, da un articolo su “Vie Nuove” del 9 novembre 1961]

Il poemetto si apre con due ragazzi che si allontanano tra i palazzoni di Donna Olimpia, mentre nel quinto lemma vi è una rievocazione di una nottata in auto con Federico Fellini verso il litorale romane. Pasolini rifiuta in blocco la nascente società neocapitalista e quella ipocrita e volgare dei clericali. Una Chiesa e uno Stato non hanno nulla a che fare con il sogno di resistenza religiosa che il ragazzo Pasolini aveva idealizzato. V’è in questi versi il netto rifiuto dello sviluppo scambiato per progresso. Una religiosità che porta il poeta, ora a esiti poetici altamente drammatici, ora a una spietata nostalgia, con quello che Fortini ha definito un “raro ateismo”.

La religione del mio tempo segna un momento di riflusso: l’effusione autobiografica, l’intenerimento sul proprio ‘dolce’ e ‘infantile pianto’, lo struggente vagheggiamento dell’antica ‘religione’ dell’Usignolo della Chiesa Cattolica reincarnata nel mito di un popolo ‘allegro’ e miserabile, ‘ingenuo’ e ‘corrotto’, ‘stracciato’ ed ‘elegante’, goduto-sofferto al di là di ogni conflitto e confronto, al di là della società e della storia. Più precisamente Pasolini ripropone la sua ricorrente cotnrapposizione tra quel ‘popolo’ e la città-società che lo confina alla sua periferia, dentro le borgate, nei termini di un contrasto tra ‘religione’ di ‘cristi’ sottoproletari e ‘irreligiosità’ del neocapitalismo, tra il ‘sacrilego, ma religioso amore’ e la Chiesa degenere e ‘spietata’, tra eresia evangelico-viscerale e ‘Autorità’, tra ‘peccatori innocenti’ e ‘turpi alunni’ di Gesù, tra l’aristocratica sordidezza dei sottoproletari e la ‘volgare fiumana dei pii possessori di lotti’. Che non arriva a ricostituire qui un vero e nuovo dramma (e neppure a sviluppare quell’operazione sperimentale), ma al contrario si divarica sempre più in due direzioni opposte: l’invettiva oratoria, esclamativa ed enfatica, contro la Chiesa e lo Stato borghese da un lato, e l’idoleggiamento o rimpianto del mito friulano-materno e delle sue reincarnazioni, dall’altro con tutte le conseguenze relative al livello del linguaggio e dello stile. Solo in seguito Pasolini maturerà ed esplicherà con echi e significati più vasti, quel motivo di una mitologia preindustriale come momento di demistificazione e di rottura nei confronti del neocapitalismo”. [Gian Carlo Ferretti, da Saggio introduttivo a Officina – cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta]

Il senso di crisi e le controversie letterarie e politiche di Pasolini si ritrovano nei dodici epigrammi di Umiliato e offeso e nei sedici Nuovi epigrammi che, insieme all’orazione poetica di In morte del realismo, compongono la seconda parte del libro. L’epigramma A un Papa apparso per la prima volta su “Officina” del marzo-aprile 1959 causa la rottura con l’editore della rivista Bompiani, e acutizza la progressiva e inarrestabile crisi dell’esperimento officinesco. Nello stesso numero di Officina appare l’epigramma Ai redattori di “Officina”, ovvero Leonetti, Roversi, Scalia, Romanò e Fortini:

“Donchisciotteschi e duri, aggrediamo la nuova lingua
che ancora non conosciamo, che dobbiamo tentare”.
[Ai redattori di “Officina” – da La religione del mio tempo]

Così Pasolini scrive il 9 novembre 1961 ai lettori di “Vie Nuove”: “I fascisti rimproverano per esempio a una mia poesia (epigramma intitolato Alla mia nazione) di essere offensiva alla patria, fino a sfiorare il reato di vilipendio. Salvo poi a perdonarmi – nei casi migliori – perché sono un poeta, cioè un matto. Come Pound: che è stato fascista, traditore della patria, ma lo si perdona in nome della poesia-pazzia… Ecco cosa succede a fare discriminazione tra ideologia e poesia: leggendo quel mio epigramma solo ideologicamente i fascisti ne desumono il solo significato letterale, logico, che si configura come un insulto alla patria. Ma poi, rileggendolo esteticamente, ne desumono un significato puramente irrazionale, cioè insignificante. In realtà il momento logico e il momento poetico, in quel mio epigramma coesistono, intimamente e indissolubilmente fusi. La lettera dice, sì: la mia patria è indegna di stima e merita di sprofondare nel suo mare: ma il vero significato è che, a essere indegna di stima, a meritare di sprofondare nel mare, è la borghesia reazionaria della mia patria, cioè la mia patria intesa come sede di una classe dominante benpensante, ipocrita e disumana. […] Per esempio, un epigramma intitolato Alla bandiera rossa. In esso delineo una tragica situazione di regresso nel sud (come si sa, coincidente con il progresso economico, almeno apparente, del nord) e concludo augurandomi che la bandiera rossa ridiventi un povero straccio sventolato dal più povero dei contadini meridionali. Forse per questo Salinari mi chiama, senza mezzi termini, senza appello, ‘populista’”.

“Nei versi d’occasione ‘ricalcati su Shakespeare’ de In morte del realismo, Pasolini difende l’eredità ‘dello stile mimetico e oggettivo / – la grande ideologia del reale -‘, in una sorta di testamento sulla tomba calda dell’ucciso che fu grande e diede, con l’opera di Gadda, Moravia, Levi, Bassani, Morante, Calvino, ‘e una piccola Officina bolognese’, buoni motivi per lasciare a ciascuno un po’ di ‘rinnovato / senso della storia’. La polemica è contro ‘tutti i neo-puristi’, rappresentati da Cassola. […] Gli oggetti polemici sono, a pari merito, il finalismo cattolico e laico, l’ottimismo rivoluzionario e il cinismo spiritualista, il puritanesimo ideologico del progressivismo e la calcolante ideologia della caducità cristiana, asservita ai fini uniformanti e conformi dei ‘monopolisti della morte’. Tra questi, i poeti, che non dichiarano la coscienza della propria miseria storica, che si specchia comunque nel frutto di servitù della lingua: ‘Nella lingua si rispecchia la reazione'”. [Gianni D’Elia, dalla prefazione al volume La religione del mio tempo]

La raccolta si chiude con le Poesie incivili in cui Pasolini è in bilico tra il desiderio di fuga e la giustificazione della sconfitta privata. Tra i versi più belli e’ Frammento alla morte dedicata a Fortini: “Una nera rabbia di poesia nel petto / Una pazza vecchiaia di giovinetto”.

“Poesie come La rabbia e Il glicine, rappresentano seriamente la chiusura di una lunga fase dell’esperienza pasoliniana, senza riuscire peraltro a prospettare l’indicazione di una nuova e più feconda strada. “[…] Il motivo anche qui dominante è quello della crisi, della disperazione. Ma, più esattamente, esso assume ora il volto della rabbia. […] Nella Rabbia è la rosa solitaria dello stento giardino del poeta a suscitare in lui un’ondata irrefrenabile di commozione e dolce-amara tristezza.” [Alberto Asor Rosa, Scrittori e popolo, il populismo nella letteratura italiana contemporanea]

Ne La religione del mio tempo il nucleo centrale de Le ceneri di Gramsci, la poetica del ‘dramma irrisolto’, lo scontro tra ‘l’essere con Gramsci’ e ‘le buie viscere’, non viene risolto ma divaricato, attraverso la polemica in versi, la mitizazzione del popolo, ma anche la confessione autobiografica e il ritorno a un mondo originario. In questo continuo riferirsi a un “inaridito io” in un mondo del tutto estraneo (A me), e all’opposto a una serie di personaggi pubblici è sintomatico di questa contraddizione. Ma la crisi che attraversa La religione del mio tempo è molto più profonda di questo dualismo e pone le basi per una grande ripresa del pensiero pasoliniano. Nell’epigramma A un papa Pasolini pone il contrasto tra la irreligiosità della Chiesa e la sincera religiosità dei sottoproletari attraverso una rivolta lucida e ferma; in Alla Francia Pasolini reincarna il mito sottoproletario nel mondo africano di Bandung, attraverso una documentazione che costituirà, in futuro, uno dei punti fondamentali della sua ricerca.

La religione del mio tempo, di Pier Paolo Pasoliniultima modifica: 2009-03-14T12:05:00+01:00da paginecorsare
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4 pensieri su “La religione del mio tempo, di Pier Paolo Pasolini

  1. CIAO ANGELA , CIO’ CHE MI HAI DETTO MI HA RESO MOLTO TRISTE ,QUASI UNA SENSAZIONE DI SOLITUDINE , SAI , GRAZIE AI MIEI BLOG , HO FATTO NUOVE AMICIZIE DELLE QUALI NON CONOSCO IL VOLTO , PERO’, STO IMPARANDO A CONOSCERLE DENTRO , E’ UNA COSA FANTASTICA .
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    TI SONO VICINO , VEDI , IO HO TRASCORSO 3,5 ANNI BUI , SONO USCITO DISTRUTTO MA DIVERSO , SONO USCITO CON LE MIE FORZE E ADESSO NIENTE MI FA PAURA ( POI TI SPIEGHER0′), FORZA .
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    PER QUELLO CHE MI HAI DETTO SU FINI , SE OSSERVI BENE IL FILMATO CHE HO PRODOTTO ( IO PARLO CON SUONI E IMMAGINI , PERCHE’ RITENGO SIANO UN’OTTIMA ALTERNATIVA ALLE PAROLE )TROVERAI UNA SEQUENZA DI FOTOGRAMMI CHE DANNO IL SENSO DELLA METAMORFOSI . IO HO DETTO METAMORFOSI PER NON DIRE IN MODO CRUDO TRASFORMISMO .
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    QUESTI SIGNORI SUONANO E CANTANO , STANNO FACENDO SOLO POPULISMO DA UNA PARTE E I FATTI LORO DA UN’ ALTRA .
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    UNO DICE L’ ALTRO AGISCE , INTANTO STANNO ANDANDO SEMPRE PIU’ A DESTRA , NUCLEARE , ATTACCO AI DIRITTI , IMPOVERIMENTO DELLE CLASSI LAVORATRICI , VOGLIONO METTERE MANO AL PIU’ GROSSO DISASTRO URBANISTICO DELLA STORIA ITALIANA , RAZZISMO ECC…..
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    SUI MIEI BLOG , RISPETTO ALLA MIA REALE NATURA , VADO SUL MORBIDO .
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    ADESSO SCUSA , HO UNA COSA DA FARE , DEVO LEGGERE IL TUO NUOVO POST .
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    TI SALUTO CON MOLTA AMICIZIA– BRUNO710 .

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