Vaticano: Curia allo sbando

Vaticano: Curia allo sbando

L’articolo  qui sotto riportato è di uno tra i più illustri “vaticanisti” di “Repubblica”, il giornalista Marco Politi. Il Papa non aveva ancora effettuato quel viaggio in Africa che avrebbe concorso a sollevare un’altra serie di critiche da parte dei governanti e della stampa di mezzo mondo. Critiche rivolte alle affermazioni di Ratzinger contrarie all’uso di mezzi contraccettivi – nella fattispecie il preservativo – per combattere l’Aids che nel continente africano miete molte, troppe vittime. Alle critiche ha risposto ieri la Conferenza episcopale, condannando severamente coloro che si sono permessi rilievi sulle affermazioni papali, critiche definite nientemeno che “offese”. Un episodio che, aldilà delle riconferme francesi delle critiche stesse, dà la misura di quanto sia inesistente il tasso di democrazia di uno Stato, il Vaticano, che anziché porsi dialetticamente rispetto ai temi sollevati, considera quanto dichiarato contro le assurdità papali esclusivamente come una sorta di “lesa maestà”, una specie di ”insulto al monarca”. Una posizione realmente inaccettabile. Naturalmente i governanti italiani, i più asserviti ai diktat vaticani, tacciono significativamente.

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A seguire, una presentazione del libro di Michele Ainis che si occupa soprattutto del Concordato e dei suoi effetti. “Oggi – scrive tra l’altro l’autore del libro – il trattamento privilegiato di cui gode il Vaticano non ha più alcun fondamento giuridico: l’articolo 7 della Costituzione era una norma provvisoria, e oggi è un farmaco scaduto”. E intanto, il Vaticano continua a incamerare miliardi di euro derivanti dall’8 per mille, e ad esercitare pressioni e ingerenze sul legislatore italiano…

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Il Papa e la guerra del Vaticano
di Marco Politi
la Repubblica 13 marzo 2009

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Una Curia allo sbando, un Papa chiuso nel suo palazzo e costretto a fronteggiare una bufera che l’Osservatore Romano definisce senza esempi in tempi recenti. E fughe di notizie che l’organo vaticano bolla come “miserande”. Quattro anni dopo la sua elezione Benedetto XVI sperimenta una crisi cruciale del suo pontificato. Ferito e solo, ha scritto parole amare ed aspre ai vescovi di tutto il mondo, lamentando che – per la vicenda della scomunica condonata ai quattro vescovi lefebvriani e specie per il caso Williamson – proprio ambienti cattolici gli abbiano mostrato un'”ostilità pronta all’attacco”. Persino arrivando a trattarlo, lui dice, con “odio senza timore e riserbo”.

C’è qualcosa che traballa nella gestione della Curia. Se ne avevano segnali da tempo, ma la rivolta di alcuni grandi episcopati – in Germania, Austria, Francia e Svizzera – contro la decisione papale di graziare i vescovi lefebvriani scomunicati senza ottenere preventivamente una loro leale adesione al concilio Vaticano II, ha messo in luce una disfunzione più generale. Per due volte decisioni papali, che attendevano di essere rese note attraverso la sala stampa, sono state fatte filtrare all’esterno in anticipo causando clamore e polemiche. È successo con il decreto di revoca delle scomuniche, è capitato di nuovo con le indiscrezioni sulla lettera papale ai vescovi. Giovanni Maria Vian, direttore dell’Osservatore, fustiga in un corsivo le “manipolazioni e strumentalizzazioni” anche all’interno della Curia romana, ammonendo che la Curia è “organismo storicamente collegiale e che nella Chiesa ha un dovere di esemplarità”.

Sferzata inedita e dura a chi nel palazzo apostolico non si è attenuto alla linea del riserbo e dell’obbedienza. Ma l’impaccio e le disfunzioni della macchina curiale vanno al di là della vicenda lefebvriana. Benedetto XVI è solo. Ma non perché ci sia un partito che gli rema contro. Bensì per il suo di governo solitario, che non fa leva sulla consultazione e non presta attenzione ai segnali che vengono dall’esterno. Meno che mai quando provengono dal mondo dei media, considerato a priori con sospetto. “Benché sia stato più di un ventennio in Vaticano al tempo in cui era prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede – spiega off record un monsignore – Ratzinger non conosce affatto la Curia. Era chiuso ieri nella sua stanza nell’ex Sant’Uffizio ed è chiuso oggi nel suo studio da papa. Lui è un teologo, non è un uomo di governo. Passa metà della giornata a occuparsi dei problemi della Chiesa e l’altra metà concentrato sui suoi scritti: sul secondo volume dedicato a Gesù”. Monsignore si ferma e soggiunge: “Non è detto che un grande teologo abbia con precisione il polso della realtà così come è”.

Certo, esiste in Curia un pugno di fedelissimi. Il cardinale Bertone in primis. O il suo successore alla Congregazione per la Dottrina della fede, Levada. O il nuovo responsabile del dicastero del Culto divino, lo spagnolo Canizares. Parlano il suo stesso linguaggio i cardinali Grocholewski, responsabile del dicastero dell’Educazione cattolica, o Rodè, titolare della Congregazione dei religiosi. E fra i presidenti delle conferenze episcopali è in prima a linea a solidarizzare con il pontefice il cardinale Bagnasco, che prontamente ieri ha espresso “gratitudine” per le chiarificazioni del Papa. Ma la fedeltà non basta. “Ciò che si avverte – spiega un altro frequentatore dei sacri palazzi – è l’assenza di una guida lineare della macchina curiale”. Macchina complessa, che va condotta con mano ferma dal Papa, dai suoi segretari di Stato e qualche volta da alcuni segretari particolari molto attivi dietro le quinte: come Capovilla per Giovanni XXIII, Macchi per Paolo VI, Dziwisz per Giovanni Paolo II.

Mons. Gaenswein, ed è un suo pregio caratteriale, non ama giocare a fare il braccio destro (occulto) del Papa. Ma contemporaneamente pesa il fatto che larga parte della macchina curiale non riconosce il Segretario di Stato Bertone come “uno dei suoi”. Bertone non viene dalla diplomazia pontificia. Non ha fatto la trafila dei monsignori che hanno cominciato da minutanti in un ufficio della Curia e poi sono saliti crescendo nella rete di contatti, passando magari attraverso l’esperienza di un paio di nunziature all’estero. Bertone è un outsider. Scelto da Ratzinger perché suo primo collaboratore al Sant’Uffizio e perché di provata sintonia e fedeltà. Ma alla fin fine il mondo curiale non si sente sulla stessa lunghezza d’onda con il “salesiano”.

Non è una posizione facile la sua. Da un lato finisce per essere in qualche modo separato dalla macchina curiale, dall’altro non può influire sulla direzione di marcia che di volta in volta Benedetto XVI intraprende. Abile nel controllare e riparare i danni, quando si verificano, il Segretario di Stato può tuttavia intervenire soltanto dopo. Perché in ultima analisi Ratzinger si esercita in uno stile di monarca solitario. Nella lettera ai vescovi il Papa riconosce che portata e limiti del suo decreto sui vescovi lefebvriani non siano stati “illustrati in modo sufficientemente chiaro” al momento della pubblicazione. Adesso finalmente la commissione Ecclesia Dei, guidata dal cardinale Castrillon Hoyos (fino a ieri titolare esclusivo dei negoziati con la Fraternità Pio X), verrà inquadrata nel lavoro della Congregazione per la Dottrina della fede e in tal modo – garantisce il Papa – nelle decisioni da prendere sulle trattative con i lefebvriani verranno coinvolti i cardinali capi-dicastero vaticani e i rappresentanti dell’episcopato mondiale partecipanti alle riunioni plenarie dell’ex Sant’Uffizio.

Il rimedio adottato ora rappresenta la confessione che Benedetto XVI nella vicenda non ha coinvolto nessuno, non ha informato nessuno e ha lasciato mano libera al cardinale Castrillon Hoyos, che non lo ha nemmeno informato esaurientemente sui trascorsi negazionisti di Williams, noti da più di un anno per la loro impudenza. I filo-lefebvriani di Curia in questa partita hanno giocato spregiudicatamente la carta delle indiscrezioni per dare per scontato un riavvicinamento ancora tutto da costruire. “Papa Ratzinger – confida un vescovo che ben conosce il sacro palazzo – è stato in fondo generoso nell’assumersi ogni responsabilità senza dare la colpa a nessun collaboratore. Ma nel suo modo di governare c’è un problema: parte sempre dall’assunto che quando è stabilita la verità di una linea, allora si deve andare avanti e basta. Non mette in conto le conseguenze esterne del suo ruolino di marcia e nella sua psicologia non crede nemmeno che gli uomini di Curia siano all’altezza di dargli veri consigli”.

Non è casuale allora che siano stati i grandi episcopati d’Europa e del Canada a ribellarsi all’idea che con l’improvvisa mano tesa ai lefebvriani apparisse annacquata l’indispensabile fedeltà della Chiesa contemporanea ai principi del Vaticano II. Persino un intimo di Ratzinger come il cardinale di Vienna Schoenborn è stato costretto a denunciare le “insufficienti procedure di comunicazione nel Vaticano”. Un modo elegante per evitare di criticare direttamente il Papa. Ma proprio in Austria si è giocato un altro evento senza precedenti nella storia dei pontificati moderni. Un vescovo ausiliare scelto dal pontefice è stato respinto dall’episcopato intero di una nazione, costringendo Benedetto XVI a un’ennesima marcia indietro.
Questo gli uomini di Curia non l’avevano mai visto.

* La vignetta di Apicella sopra riportata proviene dal blog di Georgiamada

 

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Michele Ainis
Chiesa padrona
Un falso giuridico dai Patti Lateranensi a oggi
Garzanti Libri, Milano 2009

«Il Vaticano, nei confronti della Repubblica italiana, non sta certo con le mani in mano. Le usa entrambe: una per chiedere quattrini, l’altra per suonar ceffoni in faccia alla politica. Questo doppio registro si consuma all’ombra del diritto, anzi: l’alibi perfetto è la legge più alta, quella scolpita sulle tavole della Costituzione.
Conviene allora dirlo con chiarezza: tutta questa ricostruzione è un falso giuridico… Non è vero che le ingerenze vaticane siano protette dalla libertà di parola o dalla libertà di religione; non è vero che il Concordato sia protetto dalla Costituzione.»

La Chiesa cattolica attinge abbondantemente alle risorse pubbliche dello Stato italiano: ogni anno milioni di euro vengono dirottati dal governo centrale e dagli enti locali, che si sono fatti di recente ancor più solerti. Questo tuttavia non impedisce al Vaticano pesanti incursioni nella vita pubblica del nostro paese: è pressoché impossibile che un provvedimento legislativo venga approvato senza il suo benestare; e quando accade, le resistenze della Chiesa cercano di impedirne l’applicazione.
È una situazione abnorme, che trova il suo fondamento nel Concordato siglato l’11 febbraio 1929 da Pio XI con Benito Mussolini, che lo stesso pontefice aveva definito «l’uomo della Provvidenza». Quel patto venne accolto dalla Costituzione repubblicana attraverso l’articolo 7. Infine nel 1984 il Concordato fu rinnovato dall’accordo tra Craxi e Giovanni Paolo II.
Oggi il trattamento privilegiato di cui gode il Vaticano non ha più alcun fondamento giuridico, argomenta Michele Ainis: l’articolo 7 era una norma provvisoria, e oggi è un farmaco scaduto. Oltretutto quelle dei vertici della Chiesa si configurano come vere e proprie ingerenze di uno stato straniero nei nostri affari interni. Infine, in una società sempre più complessa, i privilegi concordatari creano inevitabilmente una disparità di trattamento rispetto a cittadini italiani che seguono altre fedi (e soprattutto a quelli che non si sentono affiliati ad alcuna chiesa).
Attento alla logica giuridica e alla storia, Chiesa padrona propone un nuovo fondamento al patto tra lo Stato italiano e il Vaticano. Un rapporto più limpido e corretto tutelerà in maniera più efficace la libertà e la dignità dei cittadini italiani; e aiuterà chi vuole davvero occuparsi della cura delle anime a farlo senza impastoiarsi nelle polemiche politiche.

Michele Ainis insegna Istituzioni di diritto pubblico all’università di Roma Tre. Collabora alle principali riviste giuridiche italiane ed è editorialista della «Stampa». Fra i suoi libri, La legge oscura (Laterza, 1997); Se 50.000 leggi vi sembran poche (con i disegni di Vincino, Mondadori, 1999); Le libertà negate (Rizzoli, 2004); Vita e morte di una Costituzione (Laterza, 2006). Con Garzanti ha pubblicato anche Stato matto (2007).

Vaticano: Curia allo sbandoultima modifica: 2009-03-25T16:06:00+01:00da paginecorsare
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5 pensieri su “Vaticano: Curia allo sbando

  1. Rimandarti ai commenti che ho lasciato, sull’argomento sessuale, a Marco sarebbe maleducato. Copincollarteli qui, forse anche.
    Sintetizzo : tra i vescovi lefevbriani, il documento sul modo di trattare i religiosi accusati di pedofilia o reati in genere a sfondo sessuale, la messa in latino, il caso Englaro, adesso anche questo nuovo interesse nei confronti dell’Africa che muore di AIDS e che nessuno finora s’è mai cagata.

    Io dico che questo Papa colleziona premi continuamente. Bingo.

  2. Un cenno a parte, invece, per “le parole bellissime”. Al di là del grazie, che trovo scontato, e inutile anche, nell’ottica di un “rapporto” di rispetto senza necessità di scambio di inchini (cosa che molti, invece, credono noi si faccia, ma si è capito che il problema non è nostro, carissima).

    Ho avuto modo di conoscere persone de visu, dopo molto tempo trascorso attraverso questo potente mezzo di espressione e comunicazione che è il blog.
    Ho avuto modo di dividere il piatto, come si suol dire. Non da ultimo si è organizzato un fugace incontro con le altre ragazzuole che “frequento”, e ritrovarsi è stato molto bello. Questo ha fatto sì che vi fossero quelle conferme che per sentor virtuale rappresentano le impressioni che ti fa la gente qui sopra.

    Giorni fa è accaduta una cosa spiacevole ed improvvisa. E’ doloroso non poter stare accanto a qualcuno cui vuoi bene, quando sta soffrendo, ed è doloroso sapere che si, se tu fossi lì non potresti cambiare le cose, ma quell’abbraccio che ti senti stretto dentro almeno lo daresti. Soprattutto dopo essersi abbracciati di persona, prima di andartene. E allora succede che di nuovo, come se quella persona non l’avessi mai conosciuta faccia a faccia, a causa della distanza che da essa ti separa in quel momento esatto di dolore, l’unica cosa che puoi fare è tornare sul luogo in cui, in fin dei conti, c’è stato il vero e proprio “incontro”.
    E scrivere qualcosa.
    Che non rende, e non potrà comunque mai rendere quello che in verità hai dentro.

    Bacio.

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