I cittadini, l’ordine e l’ingiustizia

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Eduardo Galeano, scrittore e giornalista uruguaiano, è tra i più noti e stimati autori dell’America Latina. E’ nato nel 1940 in Uruguay e i suoi libri sono stati tradotti in molte lingue. Nel 1973, con un colpo di stato i militari presero il potere in Uruguay; Galeano fu imprigionato e successivamente costretto a fuggire. Si stabilì in Argentina dove fondò la rivista culturale Crisis. Nel 1976, quando il regime di Videla prese il potere in Argentina con un sanguinoso colpo di stato, il suo nome fu aggiunto alla lista dei condannati dagli “squadroni della morte”; fuggì nuovamente questa volta in Spagna. All’inizio del 1985 Galeano tornò a Montevideo dove vive attualmente. Tra i suoi libri, pubblicati anche in traduzione italiana: Splendori e miserie del gioco del calcio (1997), Parole in cammino (1998), A testa in giù (1999), Memoria del fuoco (2001), Le labbra del tempo (2004), Il libro degli abbracci (2005), Specchi (2008). L’articolo che segue, pubblicato da “Le Monde Diplomatique-il manifesto” con il quale Galeano collabora, si riferisce in particolare alla realtà dei Paesi Sudamericani, ma per molti aspetti ciò che lo scrittore denuncia riguarda situazioni che si riscontrano anche in molte altre parti del resto del mondo.

Guerra ai poveri
I cittadini, l’ordine e l’ingiustizia
di Eduardo Galeano

Lo stato non finisce mai in prigione, anche se uccide, attivamente o per omissione. Crimini attivi: alla fine del 1995 la polizia militare di Rio de Janeiro ha riconosciuto ufficialmente di aver provocato vittime civili in numero otto volte superiore all’anno precedente, mentre la polizia dei sobborghi di Buenos Aires ha ammesso di sparare sui giovani come fossero conigli. Crimini per omissione: quaranta nefropatici sono morti in uno stesso giorno a Cruaru, un villaggio del Nord-est del Brasile, perché la sanità pubblica li aveva sottoposti a dialisi con acqua contaminata; e nella provincia delle Misiones, nell’Argentina del Nord, l’acqua “potabile” è talmente inquinata da provocare malformazioni al midollo spinale e numerosi casi di labbro leporino. Nell’era delle privatizzazioni e del libero mercato, il denaro vuole governare senza intermediari. Qual è allora il ruolo dello stato? Quello di reprimere le legioni di disoccupati, e di mettere al passo i lavoratori condannati a salari infimi: uno stato ridotto alle sole funzioni di giudice e poliziotto. E gli altri servizi pubblici? Il mercato ne farà cosa sua. La povertà, i cittadini poveri, le regioni disagiate? Dio provvederà, se non ne viene a capo la polizia. La pubblica amministrazione non deve trasformarsi in madre caritatevole, ma dedicare le sue precarie energie a sorvegliare e a punire. Il neo-liberismo riduce i diritti dei cittadini a semplici favori concessi dal potere. Un potere che si occupa della sanità e dell’istruzione come se appartenessero al campo della pubblica carità.
Nel frattempo la povertà aumenta, le città continuano a espandersi e le effrazioni, le violenze e i crimini si moltiplicano. “La criminalità si sviluppa molto più velocemente dei mezzi per reprimerla”, riconosce il ministro dell’interno uruguaiano. L’esplosione della delinquenza è visibile a occhio nudo, anche se le statistiche ufficiali chiudono gli occhi; e i governi riconoscono in qualche modo la loro impotenza. Ma il potere non ammette mai di essere in guerra contro i poveri che crea, cioè contro le conseguenze delle proprie azioni. “La criminalità cresce a causa del traffico di droga”, dicono i portavoce ufficiali, per sollevare da ogni responsabilità un sistema che getta un numero sempre maggiore di poveri sulla strada o in carcere, e fa ingrossare incessantemente le file dei condannati alla disperazione e all’annientamento.
Le élites esibiscono il cattivo esempio della loro impunità. In basso si punisce ciò cui si plaude in alto. Il furtarello è un reato contro la proprietà, mentre il furto su vasta scala è un diritto dei possidenti. Il primo è soggetto al codice penale, l’altro compete all’iniziativa privata. Senza il minimo pudore, le autorità che nei loro discorsi tessono gli elogi del lavoro e dei lavoratori, li maledicono con le loro azioni, premiando la disonestà e l’assenza di scrupoli. I grandi media sono complici di questo scandalo, mentendo col silenzio non meno che con le loro dichiarazioni. Mentre i governanti insegnano l’impunità, i grandi media e soprattutto la televisione diffondono messaggi di violenza e di consumismo. Una recente inchiesta ha rivelato che i bambini di Buenos Aires assistono mediamente ogni giorno, sul piccolo schermo, a quaranta atti di violenza. E quante immagini consumistiche li raggiungono? A quante scene di spreco e ostentazione sono quotidianamente esposti? Quante volte coloro che in pratica non possono acquistare nulla ricevono l’ordine di comprare? Quante volte si imbottisce loro la testa di messaggi per convincerli che chi non compra non esiste, e chi non possiede non è nulla?
Paradossalmente, è proprio la televisione a denunciare spesso la violenza urbana e a reclamare atti di repressione esemplari; ma contemporaneamente educa le nuove generazioni riversando in ogni casa oceani di sangue e pubblicità compulsiva. Si è quasi indotti a pensare che i suoi messaggi sono efficaci, vista l’esplosione della delinquenza! 
Le macchine per confezionare l’opinione pubblica alimentano il braciere dell’isterismo collettivo e trasformano la pubblica sicurezza in ossessione di massa. Si moltiplicano le grida di allarme lanciate in nome della popolazione indifesa di fronte alla criminalità crescente. E aumenta il numero dei terrorizzati, che rischiano di diventare più pericolosi del pericolo che li spaventa. Per porre termine all’insicurezza dei cittadini, si rivendicano leggi per sopprimere le poche garanzie che ancora sussistono, e per dare più libertà ai poliziotti si invoca l’abolizione delle libertà altrui. E questo avviene persino in paesi come l’Uruguay, le cui statistiche rivelano che i poliziotti sono, in proporzione, i cittadini che commettono il maggior numero di reati.
Ma non sono solo i profittatori a sentirsi minacciati. Lo è anche il ceto medio, e lo sono i molti che sopravvivono alla penuria: poveri che subiscono le aggressioni di altri poveri, più poveri ancora o più disperati. Nelle società che preferiscono l’ordine alla giustizia, sono sempre di più quelli che invocano il sacrificio della giustizia sull’altare dell’ordine, convinti che nessuna legge conti di fronte all’invasione dei fuorilegge. In molti paesi si reclama con crescente clamore la pena di morte, e i massacri di bambini commessi dagli squadroni della morte a Bogotà, a Rio de Janeiro o Città del Guatemala ricevono il plauso di una parte considerevole della società. Si trova normale torturare un delinquente comune, o qualcuno che ha l’aria di esserlo. Negli stati in cui la polizia estorce abitualmente le confessioni ricorrendo a tecniche di tortura simili a quelle praticate dalle dittature militari sui prigionieri politici, si rimane costernati dal silenzio delle organizzazioni di tutela dei diritti umani.
Detenuti: le dittature militari sono scomparse, ma le carceri delle fragili democrazie sono stracolme. I carcerati naturalmente sono poveri, poiché solo i poveri finiscono in galera nei paesi in cui nessuno viene arrestato quando crolla un ponte nuovo di zecca o un edificio costruito senza fondamenta, o quando fallisce una banca saccheggiata dai suoi banchieri. Carceri immonde, detenuti ammucchiati come sardine: la maggior parte in attesa di giudizio, non condannati. Molti vi si trovano senza nemmeno sapere bene il motivo. L’Inferno di Dante, al cospetto, sembra una creazione di Walt Disney. Le rivolte sono continue in queste stie in ebollizione: le forze dell’ordine sparano allora sui rivoltosi, e con l’occasione ne liquidano il più possibile. Così si pone rimedio alla sovrappopolazione carceraria. Fino alla rivolta successiva.
In realtà si può dire che siamo tutti più o meno prigionieri: quelli che si trovano in carcere, ma anche noi che ne siamo fuori. Sono forse liberi gli ostaggi della necessità, obbligati a vivere per lavorare, senza potersi mai concedere il lusso di lavorare per vivere? E i prigionieri della disperazione, che non hanno lavoro e mai ne avranno, condannati alla malavita, ai quattrocento colpi? Sono forse liberi i prigionieri della paura? Non siamo tutti dietro le sbarre? Ormai esistono, in alcune città, luoghi pubblici circondati da inferriate, e tutte le case di chi ha qualcosa da perdere sono protette da grate, serrande e barriere di ferro. Ho visto persino dei tuguri, nelle più povere bidonvilles, recintati da inferriate. Ricchi, poveri e ceto medio, nelle società ridotte al si-salvi-chi-può, terrorizzate dalla violenza dei naufraghi, siamo tutti prigionieri: i sorveglianti e i sorvegliati, gli eletti e i paria.
I fatti si prendono gioco del diritto. In questa fine secolo le nostre società negano ai bambini il diritto all’infanzia. I piccoli sono più prigionieri degli altri, rinchiusi in questa grande gabbia dove gli esseri umani sono costretti a divorarsi reciprocamente. Il sistema di potere, che accetta come unico legame il panico generalizzato, è violento verso i bambini; tratta i figli ricchi come tratta il denaro, quelli dei poveri come rifiuti, e quanto ai bambini del ceto medio, li tiene legati a un televisore. Nell’oceano dei bisognosi, le isole degli abbienti tendono a trasformarsi in lussuosi campi di concentramento dove i potenti incontrano solo altri potenti, e non possono mai dimenticare di essere potenti, neppure per un istante. In alcune grandi città ove i rapimenti sono frequenti, i bimbi dei ricchi crescono rinchiusi in una bolla di paura. Abitano in ville murate, in quartieri circondati da barriere elettrificate e protetti da guardiani armati, e sono sorvegliati notte e giorno da guardie del corpo e da telecamere di vigilanza; viaggiano, come il denaro, in veicoli blindati e conoscono solo da lontano la città in cui abitano. Scoprono la metropolitana a Parigi o a New York, ma non la prendono mai a San Paolo, a Caracas o a Città del Messico.
Non vivono nella loro città, non hanno accesso a quel vasto inferno che circonda il loro minuscolo paradiso privato. Al di là dei confini del privilegio si estende una zona di terrore con tantissima gente brutta, sporca e pericolosa. Nell’era della globalizzazione, i figli dei ricchi non appartengono a nessun luogo, crescono senza radici, spogliati della loro identità nazionale, con al posto del senso sociale la certezza che la realtà sia una minaccia. La loro patria è costituita dai contrassegni del prestigio universale; per lingua hanno i codici internazionali. I figli dei ricchi delle città più diverse hanno abitudini simili, così come si assomigliano in tutto il mondo gli shopping centers e gli aeroporti, posti al di fuori del tempo e dello spazio. Educati nella realtà virtuale, i figli dei ricchi restano nell’ignoranza della realtà vera, che esiste solo per essere temuta o comprata.
Fin dalla nascita sono allenati al consumo, e passano la loro infanzia a constatare come le macchine siano più affidabili delle persone. Fast food, fast cars, fast life: mentre aspettano il giorno del rituale dell’iniziazione, quando riceveranno in regalo la prima Jaguar o Mercedes, sono già lanciati sulle autostrade della cibernetica; a tutta velocità giocano sugli schermi elettronici e divorano immagini e merci, alternando zapping e shopping.
Assai prima che i figli dei ricchi escano dall’infanzia e scoprano le costose droghe che li stordiranno nella loro solitudine e maschereranno la loro paura, i figli dei poveri cominciano a “sniffare” la colla. Mentre i piccoli ricchi giocano alla guerra con proiettili ai raggi laser, le pallottole di piombo già crivellano sulle strade i corpi dei bambini poveri.
Alcuni esperti hanno coniato per questi ragazzini, che nelle periferie delle megalopoli contendono i rifiuti agli avvoltoi, l’espressione di “minori a bassa dotazione di risorse”. Secondo le statistiche, sono settanta milioni i bambini in stato di assoluta povertà in America Latina, e il loro numero non cessa di crescere in questa regione, come nelle altre che producono poveri, ma proibiscono la povertà. Tra tutti gli ostaggi del sistema, i bambini sono i più maltrattati. La società li comprime, li sorveglia, li punisce e talvolta arriva persino a sopprimerli; ma raramente li ascolta e non li comprende mai.
Nascono con le radici in aria. Molti sono figli di contadini brutalmente strappati alla terra e venuti a disintegrarsi in città. Tra la culla e la tomba, la fame e le pallottole abbreviano il percorso. Su due bambini poveri, uno lavora fino allo stremo per mangiare, vendendo qualsiasi cosa per strada, o come manodopera gratuita nelle fabbriche, il più sottopagato dalle industrie esportatrici che producono camicie o scarpe per i grandi magazzini del mondo. E l’altro? Su due bambini poveri uno è di troppo. Il mercato non ne ha bisogno. Non è redditizio, e non lo sarà mai. E chi non rende non ha il diritto di vivere. Lo stesso sistema che disprezza gli anziani bandisce i bambini, li espelle e li teme. Dal punto di vista del sistema, la vecchiaia è un insuccesso, ma l’infanzia è una minaccia.
In molti paesi, l’egemonia del mercato rompe i legami di solidarietà e manda in frantumi la coesione sociale. Quale avvenire per chi non possiede nulla, in paesi in cui il diritto di proprietà è l’unico sacro e inviolabile? Il bambino povero soffre atrocemente della contraddizione tra una cultura che gli ordina di consumare e una realtà che glielo proibisce. La fame lo obbliga a rubare o a prostituirsi; ma è anche costretto al consumo; la società lo insulta adescandolo con tutto ciò che rifiuta di dargli. Perciò i bambini si vendicano attaccando la società. Nelle strade delle grandi città si formano bande di disperati, uniti solo dalla morte che incombe su di loro. Secondo l’organizzazione Human Rights Watch, i gruppi para-polizieschi sopprimono sei minori al giorno in Colombia, e quattro in Brasile. E le bambine? Sono mezzo milione le piccole brasiliane che vendono il loro corpo, e quasi altrettante in India, mentre nella Repubblica dominicana la fiorente industria del turismo mette all’asta bambine vergini.
A metà strada tra chi vive di nulla e chi sguazza nell’opulenza vi sono le famiglie che hanno un po’ più di niente, ma sono ben lontane dall’avere tutto. I bambini del ceto medio sono sempre meno liberi, e la società che sacralizza l’ordine mentre produce il disordine confisca la loro libertà giorno dopo giorno. In questi tempi di instabilità sociale, quando la ricchezza si concentra e la povertà si diffonde implacabilmente, come non sentire che la terra ci sfugge sotto i piedi? Il ceto medio vive nella finzione, dando a vedere di possedere più di quanto non abbia, e soffrendo più che mai per mascherare il bisogno. Ed è paralizzato dal terrore di perdere il lavoro, l’automobile, la casa, le proprie cose: il terrore di non riuscire a procurarsi ciò che bisogna avere per esistere, per essere. Nessuno può rimproverargli una cattiva condotta. Il ceto medio soffre e continua a credere nell’esperienza come lezione di obbedienza. Difende ancora l’ordine costituito come se fosse il suo proprio, mentre ne è schiavo, e vive nel terrore di non riuscire a pagare l’affitto.
Ed è nella paura, paura di vivere, di impoverirsi, che il ceto medio fa crescere i propri figli. Intrappolati nella tagliola della paura, questi bambini sono sempre più condannati all’umiliazione della reclusione perpetua. Nella città del futuro, i tele-bambini, sorvegliati da bambinaie elettroniche, contempleranno la strada dall’alto del loro balcone o della loro finestra: questa strada proibita a causa della violenza, o della paura della violenza; questa strada dove si svolge, sempre pericoloso ma al tempo stesso prodigioso, lo spettacolo della vita.

I cittadini, l’ordine e l’ingiustiziaultima modifica: 2009-03-31T16:34:00+02:00da paginecorsare
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3 pensieri su “I cittadini, l’ordine e l’ingiustizia

  1. Misterbianco01/09/2009

    PAGINE CORSARE

    Presidenza del Consiglio dei Ministri Internazionali di Parigi

    Io sottoscritto: Alessandro Sina nato a Catania il 13/05/71, res. In Misterbianco via Emilia Romagna n. 44.

    OSSERVAZIONI DI ISTANZE PROTEZIONE DI SORVEGLIANZA SPECIALE:

    nonostante le mie molteplice istanze inviate alla al Capo del Consiglio mei Ministri Italiani on.le Silvio Berlusconi e al Presidente della Repubblica Italiana on.le Giorgio Napolitano.; continuano a privarmi del decreto di legge di protezione di sorveglianza speciale, e di conseguenza continuo a patire prigionia al fine di non spargere il nostro sangue.

    E’ chiaro che tutto a un limite il quale mi è stato sopraffatto già dal primo momento che ho potuto evitare quei killer mandati da personaggi di legislatura.

    Ormai e già da tanto che chiedo il mio diritto di libertà, perciò Signor Presidente del Consiglio dei Ministri Internazionale, credo che qualcuno abbia intenzione di farmi invecchiare rinchiuso o di farmi fare dei crimini che fino ad oggi ho cercato di non consumare.

    Grazie per la cortese attenzione.
    Cordiali saluti.
    Alessandro Sina.

  2. @ Alessandro Sina

    La ringrazio per avermi messo al corrente della sua difficile situazione. La informo però che tra i commenti che lei ha scritto al post “Eduardo Galeano. Guerra ai poveri” ho mantenuto soltanto quello inviato al mio blog “Pagine corsare” il 1° settembre scorso, mentre ho rimosso le copie delle comunicazioni da lei inviate il 7 settembre alle Presidenze della Commissione Europea di Bruxelles, dei Consigli dei Ministri russo, britannico e francese; al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano; alla Città del Vaticano, e contenenti le medesime circostanze segnalate nel citato commento a “Pagine corsare”. Tali copie non sono di pertinenza del mio blog, né ho potere di intervenire in alcun modo sulle istanze da lei poste.
    Auguri e saluti da Angela

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