Roberto Saviano e il cemento nelle nostre case…

Roberto Saviano
e il cemento delle nostre case…

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Dopo una settimana dal terremoto che ha colpito l’Abruzzo le notizie si susseguono con drammatica regolarità. Le scosse continuano, anche oggi, 14 aprile. E si allunga l’inventario degli edifici con crepe e crolli, cresce il numero degli sfollati. Le richieste di verifiche tecniche alle strutture che mostrano crepe si moltiplicano. Si espande così a macchia d’olio la mappa dei centri della regione che, oltre a quelli devastati nell’Aquilano, sono colpiti dal sisma. I soccorsi inviati in Abruzzo dopo il terremoto sono stati commoventi, grazie alla generosità di quanti vi hanno partecipato. Anche se il coordinamento degli stessi ha peccato della “solita” disorganizzazione che contraddistingue ormai da troppo tempo le vicende di questa nostra sfortunata Italia. Le televisioni hanno fornito ampia visibilità mediatica soprattutto al capo del governo che ha svolto il proprio delirante compito di apparire, sempre e comunque, a proposito e a sproposito, non risparmiando neppure le ormai proverbiali quanto inopportune gaffe. “Anno zero”, che ha denunciato impietosamente le carenze organizzative, è stato attaccato duramente soltanto per aver detto alcune verità, come impone la libertà di espressione, anche quella ormai ampiamente a rischio nel nostro Paese. Ho “ritrovato” l’amico che abitava a L’Aquila con tutta la sua famiglia e di cui non avevo più notizie: è a Roma presso una sorella, e dopo un ricovero (per varie fratture) all’ospedale di Rieti  pensa di non tornare più in Abruzzo, dove sono nate sua moglie e le sue due figlie: per inciso, questo amico e la moglie lavoravano entrambi al Tribunale di L’Aquila di cui, qui di seguito, parla un giornalista di “la Repubblica”. E anche gli amici che ho ad Avezzano sono “sfollati” a Roma presso parenti: pressocché nessuno ne parla, ma anche Avezzano ha avuto dal terremoto le sue ferite…


Il 16 ottobre 2006 scrivevo, nel mio sito su Pier Paolo Pasolini che gestisco da oltre un decennio una pagina dedicata a Roberto Saviano:
L’eredità di Pasolini, ovvero, «Sono convinto che qualcun altro verrà e prenderà la mia bandiera per portarla avanti». La citazione pasoliniana in testa al mio scritto era: «[…] Chi non si oppone a questo regresso o degradazione è uno che non ama chi subisce tale degradazione, cioè gli uomini in carne ed ossa che lo circondano. Chi invece protesta con tutta la sua forza vuol dire che ama quegli uomini in carne ed ossa. (Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane)». In quel “qualcun altro verrà e prenderà la mia bandiera” identificavo appunto Roberto Saviano. Ora suggerisco di leggere quella pagina, poiché sia chiaro che chi si meraviglia per il “cemento impastato con sabbia di mare” nei palazzi miseramente crollati a L’Aquila mente sapendo di mentire. Mi augurerei soltanto che si stabilissero responsabilità e connivenze e che chi è coinvolto sia identificato e punito. Anche se, realisticamente, c’è da aspettarsi che molto – o tutto – venga “sapientemente” messo a tacere, occultato o rimosso. Le dichiarazioni di amministratori pubblici sono roboanti, ma come si è verificato in una miriade di casi, il rischio è che rimangano, appunto, solo sterili e menzognere enunciazioni prive di conseguenze positive. Come al solito, appunto. Ecco, sarebbe già un grosso risultato se molti tra noi riuscissero almeno in parte a impedirlo, ricordando soprattutto quanto sia necessario mobilitarsi, impegnarsi anche personalmente, per far sì che qualcosa cambi, e si affermi una volta per tutte anche nel nostro Paese la misconosciuta cultura della legalità.

Da Roberto Saviano, Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Mondadori, Milano 2006, pp.231-240 – “Io so, e ho le prove”

[L'”Io so” di Saviano può essere letto anche in “Pagine corsare”]

Riporto qui di seguito anche l’articolo odierno firmato da Roberto Saviano e pubblicato da “la Repubblica”, oltre a due altri brani che forniscono ulteriori elementi chiarificatori della situazione abruzzese (e non solo)… Infine, un articolo di Norma Rangeri sul “manifesto” e riguardante la trasmissione “Anno Zero” di Michele Santoro di giovedì 9 aprile.


La ricostruzione a rischio clan
ecco il partito del terremoto
di Roberto Saviano, “la Repubblica” 14 aprile 2009

«L’Aquila è stata la prima in Italia che mi ha dato
la cittadinanza onoraria.
Sono orgoglioso di essere uno di voi, sono qui
per ripagare il mio debito con l’Abruzzo».

robsaviano000.JPG“Non permetteremo che ci siano speculazioni, scrivilo. Dillo forte che qui non devono neanche pensarci di riempirci di cemento. Qui decideremo noi come ricostruire la nostra terra…”. Al campo rugby mi dicono queste parole. Me le dicono sul muso. Naso vicino al naso, mi arriva l’alito. Le pronuncia un signore che poi mi abbraccia forte e mi ringrazia per essere lì. Ma la sua paura non è finita con il sisma.
La maledizione del terremoto non è soltanto quel minuto in cui la terra ha tremato, ma ciò che accadrà dopo. Gli interi quartieri da abbattere, i borghi da restaurare, gli alberghi da ricostruire, i soldi che arriveranno e rischieranno non solo di rimarginare le ferite, ma di avvelenare l’anima. La paura per gli abruzzesi è quella di vedersi spacciare come aiuto una speculazione senza limiti nata dalla ricostruzione.
Qui in Abruzzo mi è tornata alla mente la storia di un abruzzese illustre, Benedetto Croce, nato proprio a Pescasseroli che ebbe tutta la famiglia distrutta in un terremoto. “Eravamo a tavola per la cena io la mamma, mia sorella ed il babbo che si accingeva a prendere posto. Ad un tratto come alleggerito, vidi mio padre ondeggiare e subito in un baleno sprofondare nel pavimento stranamente apertosi, mia sorella schizzare in alto verso il tetto. Terrorizzato cercai con lo sguardo mia madre che raggiunsi sul balcone dove insieme precipitammo e io svenni”. Benedetto Croce rimase sepolto fino al collo nelle pietre. Per molte ore il padre gli parlava, prima di spegnersi. Si racconta che il padre gli ripeteva una sola e continua raccomandazione “offri centomila lire a chi ti salva”.
Gli abruzzesi sono stati salvati da un lavoro senza sosta che nega ogni luogo comune sull’italianità pigra o sull’indifferenza al dolore. Ma il prezzo da pagare per questa regione potrebbe essere altissimo, ben oltre le centomila lire del povero padre di Benedetto Croce. Il terrore di ciò che è accaduto all’Irpinia quasi trent’anni fa, gli sprechi, la corruzione, il monopolio politico e criminale della ricostruzione, non riesce a mitigare l’ansia di chi sa cosa è il cemento, cosa portano i soldi arrivati non per lo sviluppo ma per l’emergenza. Ciò che è tragedia per questa popolazione per qualcuno invece diviene occasione, miniera senza fondo, paradiso del profitto. Progettisti, geometri, ingegneri e architetti stanno per invadere l’Abruzzo attraverso uno strumento che sembra innocuo ma è proprio da lì che parte l’invasione di cemento: le schede di rilevazione dei danni patiti dalle case. In questi giorni saranno distribuite agli uffici tecnici comunali di tutti i capoluoghi d’Abruzzo. Centinaia di schede per migliaia di ispezioni. Chi avrà in mano quel foglio avrà la certezza di avere incarichi remunerati benissimo e alimentati da un sistema incredibile.
“Più il danno si fa grave in pratica, più guadagni”, mi dice Antonello Caporale. Arrivo in Abruzzo con lui, è un giornalista che ha vissuto il terremoto dell’Irpinia, e la rabbia da terremotato non te la togli facilmente. Per comprendere ciò che rischia l’Abruzzo si deve partire proprio da lì, dal sisma di 29 anni fa, da un paese vicino Eboli. “Ad Auletta – dice il vicesindaco Carmine Cocozza – stiamo ancora liquidando le parcelle del terremoto. Ogni centomila euro di contributo statale l’onorario tecnico globale è di venticinquemila”. Ad Auletta quest’anno il governo ha ripartito ancora somme per il completamento delle opere post sisma: 80 milioni di euro in tutto. “Il mio comune ne ha ricevuti due milioni e mezzo. Serviranno a realizzare le ultime case, a finanziare quel che è rimasto da fare”. Difficile immaginare che dopo 29 anni ancora arrivino soldi per la ristrutturazione ma è ciò che spetta ai tecnici: il 25 per cento del contributo. Ci si arriva calcolando le tabelle professionali, naturalmente tutto è fatto a norma di legge. Costi di progettazione, di direzione lavori, oneri per la sicurezza, per il collaudatore. Si sale e si sale. Le visite sono innumerevoli. Il tecnico dichiara e timbra. Il comune provvede solo a saldare.
Il rischio della ricostruzione è proprio questo. Aumenta la perizia del danno, aumentano i soldi, gli appalti generano subappalti e ciclo del cemento, movimento terre, ruspe, e costruzioni attireranno l’avanguardia delle costruzioni in subappalto in Italia: i clan. Le famiglie di camorra, di mafia e di ‘ndrangheta qui ci sono sempre state. E non solo perché nelle carceri abruzzesi c’è il gotha dei capi della camorra imprenditrice. Il rischio è proprio che le organizzazioni arrivino a spartirsi in tempo di crisi i grandi affari italiani. Ad esempio: alla ‘ndrangheta l’Expo di Milano, e alla camorra la ricostruzione in subappalto d’Abruzzo.
L’unica cosa da fare è la creazione di una commissione in grado di controllare la ricostruzione. Il presidente della Provincia Stefania Pezzopane e il sindaco de L’Aquila Massimo Cialente sono chiari: “Noi vogliamo essere controllati, vogliamo che ci siano commissioni di controllo…”. Qui i rischi di infiltrazioni criminali sono molti. Da anni i clan di camorra costruiscono e investono. E per un bizzarro paradosso del destino proprio l’edificio dove è rinchiusa la maggior parte di boss investitori nel settore del cemento, ossia il carcere de L’Aquila (circa 80 in regime di 416 bis) è risultato il più intatto. Il più resistente.
I dati dimostrano che la presenza dell’invasione di camorra nel corso degli anni è enorme. Nel 2006 si scoprì che l’agguato al boss Vitale era stato deciso a tavolino a Villa Rosa di Martinsicuro, in Abruzzo. Il 10 settembre scorso Diego Leon Montoya Sanchez, il narcotrafficante inserito tra i dieci most wanted dell’Fbi aveva una base in Abruzzo. Nicola Del Villano, cassiere di una consorteria criminal-imprenditoriale degli Zagaria di Casapesenna era riuscito in più occasioni a sfuggire alla cattura e il suo rifugio era stato localizzato nel Parco nazionale d’Abruzzo, da dove si muoveva, liberamente. Gianluca Bidognetti si trovava qui in Abruzzo quando la madre decise di pentirsi.
L’Abruzzo è divenuto anche uno snodo per il traffico dei rifiuti, scelto dai clan per la scarsa densità abitativa di molte zone e la disponibilità di cave dismesse. L’inchiesta Ebano fatta dai carabinieri dimostrò che alla fine degli anni ’90 vennero smaltite circa 60.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani provenienti dalla Lombardia. Finiva tutto in terre abbandonate e cave dismesse in Abruzzo. Dietro tutto questo, ovviamente i clan di camorra.
Sino ad oggi L’Aquila non ha avuto grandi infiltrazioni. Proprio perché mancava la possibilità di grandi affari. Ma ora si apre una miniera per le imprese. La solidarietà per ora fa argine ad ogni tipo di pericolo. Al campo del Paganica Rugby mi mostrano i pacchi arrivati da tutte le squadre di rugby d’Italia e i letti allestiti da rugbisti e volontari. Qui il rugby è lo sport principale, anzi lo sport sacro. Ed è infatti la palla ovale che alcuni ragazzi si lanciano in passaggi ai lati delle tende, che mi passa sulla testa appena entro. Ed è dal rugby che in questo campo sono arrivati molti aiuti. La resistenza di queste persone è la malta che unisce volontari e cittadini. È quando ti rimane solo la vita e nient’altro che comprendi il privilegio di ogni respiro. Questo è quello che cercano di raccontarmi i sopravvissuti.
Il silenzio de L’Aquila spaventa. La città evacuata a ora di pranzo è immobile. Non capita mai di vedere una città così. Pericolante, piena di polvere. L’Aquila in queste ore è sola. I primi piani delle case quasi tutti hanno almeno una parte esplosa.
Avevo un’idea del tutto diversa di questo terremoto. Credevo avesse preso soltanto il borgo storico, o le frazioni più antiche. Non è così. Tutto è stato attraversato dalla scossa. Dovevo venire qui. E il motivo me lo ricordano subito: “Te lo sei ricordato che sei un aquilano…” mi dicono. L’Aquila fu una delle prime città anni fa a darmi la cittadinanza onoraria. E qui se lo ricordano e me lo ricordano, come un dovere: presidiare quello che sta accadendo, raccontarlo. Tenere memoria. Mi fermo davanti alla Casa dello studente. In questo terremoto sono morti giovani e anziani. Quelli che a letto si sono visti crollare il soffitto addosso o sprofondare nel vuoto e quelli che hanno cercato di scappare per le scale, l’ossatura più fragile del corpo d’un palazzo.

 

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I vigili del fuoco mi fanno entrare ad Onna. Sono fortunato, mi riconoscono, e mi abbracciano. Sono sporchi di polvere e soprattutto fango. Non amano che si ficchino i giornalisti dappertutto : “Poi li devo andare a pescare che magari cade un soffitto e rimangono incastrati” mi dice un ingegnere romano Gianluca che mi fa un regalo che avrebbe fatto impazzire qualsiasi bambino, un elmetto rosso fuoco dei Vigili. Onna non esiste più. Il termine macerie è troppo usato. È come se non significasse più nulla. Mi segno sulla moleskine gli oggetti che vedo. Un lavabo finito a terra, un libro fotocopiato, un passeggino, ma soprattutto lampadari, lampadari, lampadari. In verità è quello che non vedi mai fuori da una casa. E invece qui vedi ovunque lampadari. I più fragili, gli oggetti che per primi hanno dato spesso inutilmente l’allarme del terremoto. È una vita ferma e crollata. Mi portano davanti la casa dove è morta una bambina. I vigili del fuoco sanno ogni cosa. “Questa casa vedi, era bella, sembrava ben fatta, invece era costruita su fondamenta vecchie”. Si è fatto poco per controllare…
La dignità estrema di queste persone me la raccontano i vigili del fuoco: “Nessuno ci chiede niente. È come se per loro bastasse essere rimasti in vita. Un vecchietto mi ha detto: mi puoi chiudere le finestre sennò entra la polvere. Io sono andato ho chiuso le finestre ma alla casa mancano tetto e due pareti. Qui alcuni non hanno ancora capito cosa è stato il terremoto”.
Franco Arminio uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato scrive in una sua poesia: “Venticinque anni dopo il terremoto dei morti sarà rimasto poco. Dei vivi ancora meno”. Siamo ancora in tempo perché in Abruzzo questo non accada. Non permettere che la speculazione vinca come sempre successo in passato è davvero l’unico omaggio vero, concreto, ai caduti di questo terremoto, uccisi non dalla terra che trema ma dal cemento.

 

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“L’ospedale a L’Aquila? Sconosciuto al catasto”
di Giuseppe Caporale e Meo Ponte, “la Repubblica” 14 aprile 2009

Per il procuratore Alfredo Rossini l’indagine sul terremoto abruzzese sarà “la madre di tutte le inchieste”. “Sono oltre ventimila gli edifici da controllare ma procederemo spediti”, assicura. E nel giorno in cui periti e carabinieri analizzano i primi mille immobili – stimando solo il 30 per cento ancora agibile – si scopre che l’ospedale San Salvatore (quello dove si erano rivolti oltre mille feriti il giorno del terremoto e poche ore dopo evacuato a causa di cedimenti strutturali) è abusivo. Non poteva essere aperto. Non dispone del certificato di agibilità (l’atto che attesta la sicurezza, l’igiene e la salubrità dell’edificio).
Non l’ha mai avuto. Non solo, l’ospedale – inaugurato nove anni fa – non risulta nemmeno nelle mappe catastali. L’immobile per lo Stato, dunque, non esiste. E’ tutto scritto in una relazione che il direttore generale della Asl aquilana, Roberto Marzetti, ha inviato alla Regione e al ministero della Salute. Una relazione nella quale Marzetti ricostruisce la storia del nosocomio, dal 1972 (quando partì il cantiere) ad oggi. Una costruzione travagliata al centro di dibattiti parlamentari, esposti e polemiche.
Fino al giorno di una delle ultime inaugurazioni (ce ne furono cinque, una per ogni lotto) quando, nel 2000, l’allora direttore generale Paolo Menduni decise di aprire lo stesso. Il progetto dell’ospedale porta la data 1967. Spesa inizialmente prevista 11.395 milioni di lire. Alla fine è costata duecento miliardi. I finanziamenti? Cassa del Mezzogiorno, Regione Abruzzo, Ministero della Salute, ministero dell’Università e della Ricerca.
La parte che, con il terremoto, è crollata (reparti di degenza, laboratori e sale operatorie) fu la prima ad essere inaugurata. E proprio Menduni – il manager pubblico che aprì l’ospedale senza richiedere l’agibilità – venti giorni fa è stato nominato dal presidente della Regione Gianni Chiodi (eletto a dicembre con la vittoria del centrodestra) come consulente per l’Agenzia Regionale Sanitaria.
Ma non è tutto. La Procura dell’Aquila, da diversi mesi, ha avviato indagini sull’ospedale, riguardo alcuni affidamenti diretti per lavori di manutenzione (con una spesa di sedici milioni di euro di fondi pubblici). Lavori affidati senza gara per “l’urgenza di dover procedere alla messa in sicurezza della struttura”. Urgenza che non termina mai, specie se non arriva il certificato di agibilità.
L’ospedale è proprio uno dei primi edifici su cui la Procura intende indagare. E per oggi è previsto un vertice tra il procuratore Rossini e i magistrati del suo ufficio. E’ probabile che venga costituito un pool per l’attività inquirente. Intanto, quaranta consulenti tra geologi, sismologi, geometri, chimici ed esperti di costruzioni sono già al lavoro da giorni con carabinieri e squadra mobile per verificare le strutture e sequestrare atti utili all’inchiesta. “Le responsabilità – assicura il procuratore Rossini – saranno verificate in modo rigoroso dal materiale a tutta la filiera, dall’appalto all’acquisto di materiale, alla progettazione, al collaudo”.

QUI UNA GALLERIA DI IMMAGINI DELL’OSPEDALE DI L’AQUILA

 

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E il Tribunale diventa corpo di reato. “Indagheremo sugli abusi in casa nostra “
di Attilio Bolzoni, “la Repubblica” 14 aprile 2009

Il corpo del reato è davanti ai loro occhi e sopra la loro testa. E’ grande e grosso, affaccia su tre strade, ha tre ingressi, tre parcheggi e tre palazzi. Questa volta la “prova”, i procuratori ce l’hanno a un palmo dal naso. E’ a casa loro. Dove è terremotata anche la giustizia.
Si sentivano sicuri lì dentro, in quegli edifici bassi e massicci, all’apparenza solidi, indistruttibili. Si sentivano al riparo più degli altri. “Le tante scosse dei mesi precedenti facevano paura a tutti ma all’interno le avvertivamo appena, vedevamo gli insegnanti della scuola accanto che portavano fuori i bambini di corsa mentre noi continuavamo a lavorare tranquillamente”, ricorda Armando, l’ufficiale giudiziario che nel giorno di Pasquetta è tornato davanti al suo Tribunale. E’ sempre transennato, deserto, abbandonato dai suoi quattrocento inquilini che una settimana fa hanno trovato sbarrato ogni accesso. Chiuso per terremoto.
Si è salvata solo un’ala, la più nuova, quella completata nel 2006 per far posto alla corte d’appello. Dall’altra parte ci sono scale sganciate, pilastri piegati, macerie che coprono fascicoli, rapporti di polizia, dispositivi di sentenze. E’ tutto sotto. Il racconto è di Quirino Cervellini, dirigente dell’ufficio Patrimonio del Comune – proprietario del Tribunale – che sabato mattina si è avventurato nel dedalo di corridoi fino al caveau dove ha trovato e salvato i dati informatici più segreti. Sono stati i vigili del fuoco venuti da Brescia, a scortarlo passo dopo passo. Cervellini: “I tetti si sono staccati dalle colonne, le pareti sono sfondate, il cemento in molte parti si è sbriciolato”.
I danni più rivelanti li hanno riscontrati nel primo fabbricato e nel secondo, uno costruito a metà degli anni ’60 e l’altro a metà degli anni ’80. C’è tanto di cadente e malfermo dietro quella sembianza esterna di resistenza. Fuori un bunker, dentro cartapesta. Il procuratore capo Alfredo Rossini non nasconde la sua rabbia: “Indagheremo a fondo anche sul nostro Palazzo. Se la scossa avvenuta poche ore dopo, e non nel corso della notte, ora sotto quelle macerie ci saremmo anche io e i miei colleghi”.
Indagheranno sul cemento, sulla sabbia, sugli impasti. Tutto quello che profuma di edilizia di venti, trent’anni fa qui all’Aquila fa venire i brividi. Una volta su questi terreni in discesa verso i binari della stazione c’era una caserma di fanteria. Decisero di farci il nuovo Tribunale che fino ad allora era su, dentro le mura antiche, nel palazzo Margherita dove poi andò anche il Comune. Fanfare, tutti i notabili dietro il nastro, una cerimonia pomposa come usava allora: era la primavera del ’63. Nelle ultime settimane del suo quarto governo – quello famoso che per la prima volta aveva l’appoggio esterno dei socialisti – il presidente del Consiglio Amintore Fanfani pose la prima pietra. Cinque anni dopo, tutta Italia conosceva il Tribunale dell’Aquila: lì si stava celebrando per legittima suspicione il processo per il crollo della diga del Vajont, quasi duemila morti, un pezzo di montagna nel lago artificiale e l’onda che spazzò via il paese di Longarone. Una tragedia al principio e una tragedia alla fine.
Il primo e più vecchio edificio ha il portone su via XX Settembre, al civico 66. Tre piani, la filiale della cassa di risparmio, le aule di udienza, le scalinate a zig zag che portano nell’altro palazzo, una “prolunga” per sistemare aule e uffici quando arrivarono gli anni del terrorismo. E’ lungo questi cunicoli che attraversano i due edifici che c’è stato il disastro.
Di fronte scavavano ancora fino a una settimana fa. Una gru, le ruspe, le baracche del cantiere. “Lavori di straordinaria manutenzione e ampliamento del Palazzo di Giustizia dell’Aquila”, è scritto sul cartello all’esterno. Inizio 3 aprile 2006, scadenza 30 luglio 2009, importo un milione e 973 mila euro per ricavare sotterranee e garage.
Il consiglio dell’ordine degli avvocati ha riaperto su un camper. I funzionari del Tribunale sono quasi tutti sfollati, dispersi negli alberghi e nei residence sul mare d’Abruzzo. I magistrati sono in contatto con l’unità di crisi messa in piedi dal ministro della Giustizia Angelino Alfano. Da una settimana si sono accampati in due uffici del Tribunale dei Minori per gli “atti urgenti”. Arresti, processi per direttissima, scarcerazioni. La giustizia terremotata si è rimessa in moto velocemente. “E il ministro ha assicurato tutti che niente e nulla sarà spostato dalla città dell’Aquila”, annuncia Luigi Birritteri, il magistrato a capo del Dipartimento dell’organizzazione e delle risorse del ministero, il reparto che ha la responsabilità del funzionamento di tutti gli uffici giudiziari italiani. Birritteri aspetta da un giorno all’altro il primo “rapporto” sui danni, intanto però ha già trovato dove si sposteranno magistrati e cancellieri nelle prossime settimane. E’ in una contrada, località Bazzano. Dentro l’ex comando della Guardia di Finanza. La giustizia terremotata dell’Aquila è in ansia non solo per le scosse che continuano a fa tremare la terra. Ha paura di perdere pezzi. Di lasciare a Pescara o ad Avezzano corte di appello e procura generale. C’è una vecchia e fortissima rivalità amministrativa fra le province abruzzesi, con il terremoto qualcuno vorrebbe approfittarne. Sui distretti nessuno toccherà nulla. Sul cemento c’è da sfondare dappertutto, radere al suolo piloni, demolire scalinate. Ritornare a posare un’altra prima pietra.

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Colpire Santoro per punirne altri cento
di Norma Rangeri, “il manifesto”, 14 febbraio 2009

Ci sono cose che non si possono dire, equilibri che non si devono modificare. La libertà di informazione è un bene sancito dalla Costituzione formale, ma sfigurato da quella berlusconiana. Lo dimostra il virulento attacco che la politica, nei suoi massimi rappresentanti istituzionali e di governo, ha sferrato contro la puntata di Anno Zero sul terremoto in Abruzzo. Per la sua natura strumentale e preventiva.
Chiunque abbia visto la trasmissione incriminata sa che la critica di Santoro alla Protezione Civile è stata circostanziata e testimoniata. Che la struttura di Bertolaso non avesse predisposto un piano di emergenza nella regione colpita, è evidente. Nessuna esercitazione, nessuno in Prefettura pronto a intervenire. Otto ore dopo la tragedia, alle 11,30 del mattino successivo alla grande scossa, i medici dell’ospedale non avevano ricevuto aiuto, e alle 6 del mattino non c’erano ambulanze disponibili. Sono i fatti testimoniati dai primari intervistati dagli inviati di Anno Zero e confermati dal sismologo più accreditato Boschi. Peccato che nessun telegiornale li avesse notati, e che solo i cronisti di alcuni giornali li avessero denunciati. Sensatamente, Emma Bonino, che non figura tra i filosantoriani, si chiede «Che cosa si contesta, visto che la libertà di espressione ha un solo limite: la falsità. E per questo c’è la magistratura».
La patente strumentalità delle accuse si lega alla necessità di prevenire, come insegna la strategia dell’editto bulgaro, qualunque forma di dissenso e di critica all’operato del governo da parte degli organi di informazione controllati dal premier. E’ un avvertimento per tutti i giornalisti Rai, è un preambolo al prossimo organigramma, alle nuove nomine con cui si sta mettendo a punto la task-force che gestirà la comunicazione del servizio pubblico. Colpire Santoro per educare tutti gli altri. Il consenso è una merce delicata, va prodotta, distribuita e difesa senza fare prigionieri.
In questa replica dell’editto berlusconiano, a differenza di sette anni fa, il clima politico del paese è cambiato, il centrodestra è diventato un partito unico che marcia compatto a difesa del monopolio dell’informazione. Il presidente della Camera si stringe al fianco del presidente del Consiglio, e i caporali (da Cicchitto a Gasparri) seguono. Tutti uniti contro l’anomalia della libertà di espressione e di informazione, consapevoli che incrinare la sfera del potere mediatico potrebbe riverberare su quel che resta dell’opinione pubblica. Con il rischio remoto di svegliare dal letargo il Pd, immediatamente disinnescato dall’abbraccio nazionale attorno ai morti. A dir la verità, la voce del democratico Merlo, vicepresidente della commissione di vigilanza, si è levata, ma per attaccare Santoro («incredibile trasmissione») e chiedere ai vertici Rai di riportarlo in riga. Più cauto e attento il presidente Zavoli. All’unisono i capi di viale Mazzini, il presidente Garimberti e il direttore generale Masi, hanno promesso di aprire un’inchiesta.
Del resto la prateria italiana in cui Berlusconi galoppa è un paesaggio spianato dall’assenza di leader e di partiti capaci di ostacolarne l’egemonia culturale e la presa proprietaria stabilmente incardinata sul conflitto d’interessi. Che ancora possano alzare la voce giornalisti, giornali, forze sociali e sindacali è un’eccezione alla regola.

Roberto Saviano e il cemento nelle nostre case…ultima modifica: 2009-04-14T15:07:00+02:00da paginecorsare
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7 pensieri su “Roberto Saviano e il cemento nelle nostre case…

  1. Ciao Angela e buona giornata a te. Avrai notato anche tu che da un paio di giorni, placata l’incomprensibile e furiosa cronaca lacrimosa e per tanti versi offensiva, sul terremoto in Abruzzo cominciano ad essere proposti timidi e non troppo diffusi articoli su possibili imbrogli speculativi che, in passato, hanno interessato la regione stessa, soprattutto sul piano dell’edilizia. Chissà quanto durerà? Anche su questo terremoto, mi aspetto le solite sceneggiate fatte di accuse alla magistratura e inchieste insabbiate. Fin’ora, abbiamo assistito a questa rappresentazione del buonismo all’italiana, con in prima fila il Kaimano!! Tuttavia, sono in attesa di capire… quando si inizierà ad affrontare seriamente tutta la questione. Mi aspetto che accadrà quello che succede sempre: in pochi denunceranno il “marcio” e in molti negheranno tutto.

  2. Vorrei solo fare un commento sulla tramissione Annozero e su tutte le trasmissioni che stanno andando in onda..
    è vero che ognuno di noi è libero di dire ciò che vuole, ma modificare la realtà, e far credere ciò che si vuole alle persone non credo che sia libertà di informazione.. tutte le trasmissioni hanno avuto tutti ospiti incompetenti, in materia di strutture, di sisma, geologia…
    molte persone competenti stanno lavorando ma nn parlano e bisognerebbe sentire loro… non chi NON SA e tenta di screditare la professionalità altrui… troppo facile non credete…

  3. @ Arianna

    Ti rispondo qui perché non hai fatto menzione alcuna nel tuo commento del tuo blog o del tuo sito.
    Non sono una fan di Michele Santoro anche se – con Marco Travaglio e pochi altri – lo ritengo un giornalista tra i più seri professionalmente nel panorama sempre più “allineato” (per non dire di peggio) del deludente giornalismo italiano: ciò che sostiene, infatti, è sempre supportato da documentazioni e da testimonianze ineccepibili.
    “Anno zero” di giovedì 9 aprile non ha mancato di mettere in rilievo la grande generosità dimostrata da tutti i soccorritori. Ma a nessuno di coloro che hanno seguito i filmati che le Tv hanno presentato in gran numero, anche sui primi esiti di questo sisma, dovrebbe essere sfuggito quanto gli interventi di quegli stessi soccorritori fossero spesso scoordinati, affidati com’erano all’iniziativa intelligente e generosa dei singoli anziché a un vero e proprio piano organizzativo sia preventivo che sul campo. Il che denota come minimo una certa leggerezza. Un pressappochismo dei capi della protezione civile nel valutare le scosse sismiche che stavano interessando l’Abruzzo fin dal mese di dicembre, e una inadeguatezza nel coordinare gli interventi di coloro che hanno partecipato alle operazioni di soccorso.
    Anche in un telegiornale di oggi, 15 aprile, così come nella trasmissione di Santoro, una ragazza che aveva lasciato per tempo la Casa dello studente (spaventata dalle larghe crepe che erano apparse da mesi in molte pareti del palazzo), si chiedeva se la morte dei molti suoi amici sotto le macerie fosse soltanto il costo di una fatalità e non piuttosto l’esito di un’incuria, di una sottovalutazione di coloro che avevano responsabilità di protezione civile.
    Non si può nemmeno accusare Santoro di aver costruito una trasmissione senza contraddittorio, se solo si ricorda che erano presenti un sottosegretario del governo e il direttore del “Giornale”, quotidiano della famiglia Berlusconi. Sgradevoli sono invece alcuni commenti riservati dai soliti personaggi che ammorbano la gran parte delle trasmissioni televisive a Santoro e alla sua trasmissione-denuncia. Sgradevoli sono le passerelle degli uomini di governo per acquisire visibilità ad ogni costo, perché ormai l’imperativo è sempre e comunque quello di “apparire”, magari “deliziando” i presenti con le solite stupide e cialtronesche battutacce. Sgradevoli sono tutti i tentativi, anche della maggior parte dei telegiornali, di far dimenticare rapidamente che dietro una città che crolla uccidendo quasi trecento persone vi sono colpe e colpevoli. Perché si è colpevoli anche per le omissioni, cara Arianna. Colpe e colpevoli significano responsabilità, alle quali coloro che criticano Santoro preferirebbero non fare riferimento alcuno.
    In ogni caso, sono d’accordo con Emma Bonino quando dice che «La libertà di espressione ha un limite solo, quella della menzogna. Se si contesta che siano state dette falsità, c’è la magistratura». O con la Presidente della Provincia de L’Aquila che ha dichiarato: «I servizi di “Anno zero” hanno evidenziato alcune falle che ci sono state ma in più occasioni sono emersi complimenti sia da parte di Santoro che da Ruotolo che era in collegamento, nei confronti di questa massa enorme di volontari che è venuta qui ad aiutarci. Penso che bisogna aprire indagini su ben altre questioni. Le nostre richieste sono state disattese e vorrei capire perché. Non capisco perché l’informazione non possa evidenziare problemi che stiamo vivendo, ci sono ed è giusto che una trasmissione ne parli. Al contrario ho notato uno scaricamento di responsabilità sul comune dell’Aquila sia da parte del sottosegretario sia da parte del membro della Commissione grandi rischi, presenti in studio. Questa lettura unilaterale non ci serve, ribadisco che lo sforzo è enorme, ma abbiamo bisogno di solidarietà e non di usare il terremoto per un regolamento di conti con il giornalismo». E ha aggiunto: «La prima notte Berlusconi annunciò 2000 tende. Ne arrivarono solo 120. Ora servono risorse vere».
    O ancora, sono d’accordo con Antonio Di Pietro che dice: «Berlusconi e i suoi sodali, in primis il noto piduista Cicchitto, possono permettersi di infangare “Anno zero” solo perché dall’altra parte c’è un’opposizione molle e un po’ connivente. Se fossimo davvero in un Paese democratico oggi l’opposizione unita avrebbe chiesto la convocazione urgente delle Camere per discutere della libertà d’informazione. Bisogna tutelare il diritto di informare, garantito dalla Costituzione, e non arretrare davanti a chi vuole togliere ogni spazio di democrazia e spianare la strada alla dittatura del millennio».
    Claudio Fava, che era presente alla trasmissione, ha dichiarato: «Santoro e la sua redazione hanno lavorato con lo scrupolo di sempre. Di fronte a 300 morti, ai palazzi crollati come se fossero di cartone e ai comunicati di Bertolaso che continuavano a tranquillizzare e sottovalutare quattro mesi di scosse sismiche è surreale che dal Pd al centrodestra si taccia sulle responsabilità e si accusi un giornalista per aver fatto il suo lavoro».
    Potrei continuare, ma preferirei che ciascuno di noi facesse lo sforzo di tenersi informato nei limiti del possibile, attingendo proprio a fonti non istituzionali di cosiddetta “informazione alternativa”. Penso che questo sia l’unico modo perché ciascuno possa formarsi un’opinione, su questa come su altre vicende che interessano tutti noi, in modo autonomo e ragionato.
    Ci tengo anche a dirti che le persone che ho fin qui citato non fanno parte dei miei personali orientamenti politici: sono soltanto persone che, a me pare, sono comunque dotate di capacità critiche che prescindono sempre e comunque dal “pensiero unico” espresso doviziosamente dai membri del governo e dai loro supporter. Se penso, per esempio, a quanto dichiarava un certo Capezzone soltanto qualche mese fa, mi si rizzano i capelli. Non riesco realmente a capire come si possa sostenere tutto e il contrario di tutto con altrettanta disinvoltura. Oppure lo capisco, e provo vergogna per simili personaggi.
    Un saluto da Angela

    P.S. – Sai qual è il vero motivo per cui vi sono state tutte le alzate di scudi contro Santoro? Ecco: ha avuto la colpa di denunciare che l’articolo 2 del cosiddetto “piano casa” (ultima versione, quella concordata con le Regioni) era stato formulato con uno stop alla proroga delle nuove norme antisismiche la cui introduzione era stata rinviata per l’ennesima volta al 30 giugno 2010 dal decreto Milleproroghe, approvato lo scorso 24 febbraio. Una “manina” governativa ha provveduto nelle ultime ore a inserire surrettiziamente nel decreto sull’edilizia – subito dopo il disastro a L’Aquila – l’articolo 2-bis così formulato: «… le parole:”30 giugno 2010″ sono sostituite dalle seguenti: “30 giugno 2009″». In pratica, diventerà operativo il decreto che assegna al progettista la scelta delle tecniche per mettere in sicurezza un edificio – sia nuovo sia da ristrutturare – sulla base di standard europei antisismici più rigidi. E questo dal prossimo giugno. In pratica, hanno “chiuso la stalla quando i buoi erano ormai scappati”…
    Ha scritto Salvatore Settis su “la Repubblica” di ieri: «La tragedia dell´Abruzzo martoriato dal terremoto spazza via la farsa del cosiddetto “piano casa”. Frutto di cinica improvvisazione in caccia di voti, esso prevedeva persino “procedure semplificate per le costruzioni in zone sismiche”, fra cui l´abolizione di ogni autorizzazione preventiva, sostituita dal “controllo successivo alla costruzione, anche con metodi a campione”. Ci sono voluti centinaia di morti perché un residuo di decenza cancellasse (sembra) queste parole sinistre, preludio a nuovi disastri, a nuovi lutti. Conflitti di competenza Stato-Regioni, furberie e tatticismi procedurali hanno ormai consegnato il “piano casa” a una sorta di percorso carsico, da cui esso riemerge ogni giorno in vesti mutate».
    Infine, di qualche ora fa è la sospensione Rai di Vauro per le vignette presentate nella trasmissione “Anno zero”: un altro aberrante esempio di censura inaccettabile, almeno per chi ancora crede alla libertà di espressione garantita dalla nostra Costituzione. Freedom House, che stila una classifica degli Stati del mondo in relazione alla libertà di stampa, nel rapporto relativo al 2006, assegna all’Italia il settantanovesimo posto assieme al Botswana, e la classifica come Paese parzialmente libero sotto questo punto di vista. È l’unica nazione dell’Europa occidentale in cui la libertà di stampa non viene considerata pienamente libera.

  4. Questo tuo ultimo commento vale un intero post.Se me lo concedi vorrei pubblicarlo nel mio blog.Mi piacerebbe inserire sia la domanda che la risposta e far notare,a chi ne è capace,s’intende,come il blog può essere uno strumento prezioso di confronto e di sana informazione.Per adesso scappo alla “fabbrica dei lavori” per la nuova mostra.Un abbraccio.
    artista1969

  5. Son passato e mi son letto il tuo commento sopra riprodotto. Non voglio farti un complimento ma solamente constatare che se tutti si “documentassero” prima di sparar sentenze, il mondo sarebbe molto ma molto diverso.

    Ti auguro una tranquilla serata. Ciao

  6. Ciao Angela, io ti rispondo da umile cittadina quale sono…. intanto mi viene da sottolineare, e da evidenziare, che la presenza che io richiedo nei dibattiti televisivi, sia di persone competenti in materie sismiche, strutturali geologiche,…
    poi scusami se te lo dico, ma non mi sembrano presenti in studio le persone prese in causa dai suoi dibattiti….
    Partiamo dal presupposto che sappiamo tutto quello che è accaduto…ma santoro non ha intervistato chi arrivava con le tende e l’acqua ma aveva l’autostrada chiusa, dovendo fare tutte strade interne piene di curve e spesso non asfaltate e affollate da gente che fuggiva….
    forse non era un dovere del comune dare il primo urgente soccorso??… non parlo della regione tutti sanno gli scandali figuriamoci se si stavano preoccupando delle scosse… abbiamo la sanità in ginocchio da anni….(in Abruzzo)
    Altro punto..Il primo a dover far interrompere l’attività didattica era proprio il sindaco… e se ha inviato dei tecnici a controllare la casa degli studenti… come è possibile che non si siano accorti dei gravi danni strutturali..
    Mi fa rabbia che le parole dei giornalisti siano volte solo ad un dibatito fine a se stesso… le soluzioni dove sono.. nei dibattiti non le sento, dove sono i professionisti COMPETENTI….
    cerchiamo di capire perchè l’educazione alla sicurezza non parta dalla gente…le cose si costruiscono dal basso… tutti siamo responsabili di ciò che è successo perchè neanche noi cittadini diamo voce alla necessità di fare piani di evaquazione all’interno dell’azienda dove lavoriamo…
    ….e si le amministrazioni comunali sono colpevoli, perchè alla base della piramide ci sono loro….con cittadini
    nessuno si è chiesto perchè ogni comune non adibisca nei propri piani regolatori aree predisposte alle emergenze… perchè quando si fanno le norme tecniche di attuazione non si diano linee guida rigide…si continuano a fare deroghe…..
    per quanto riguarda i primi soccorsi ho persone a me vicine che sono state soccorse subito..etc, mia madre è stata visitata all’ospeale dell’aquila agli occhi, e la visita non le è stata rimandata, anche se prenotata 2 mesi fà…..
    Le responsabilità ci sono, ma tutti i governi del presente e del passato hanno sulla coscenza una legge vecchia…. parliamo di una legge sulle strutture che risale al 74…. nessuno sa che tipo di caratteristiche tale legge attribuisca ad esse stesse e che tipo di risposta debbano avere al sisma ….vorrei ricordare che solo quattro anni fa, mi sembra, L’Aquila è passata da seconda categoria sismica a prima categoria…..
    Le passerelle di cui parli… non credi che la gente abbia bisogno di vedere lo stato lì… ti posso assicurare che li fa sentire tutelati…le polemiche teniamole per l’anno prossimo…quando quello promesso non verrà mantenuto….

  7. ho dimenticato di dire alcune cose sul piano casa….
    interventi fatti a regola d’arte non comportano nessun tipo di pericolo… professionisti seri ce ne sono tanti… invece le committenze dovrebbero essere informate e formate! il risparmio non è sintomo di professionalità…(i comuni dovrebbero dare l’esempio)…
    poi scusate ma non vedete in questo il potenziale di ricostruire edilizia vecchia che ha dei consumi energetici enormi che, se ricostruita con i criteri di bioedilia, può migliorare lo stile di vita di tutti….
    vi assicuro che il piano casa permetterebbe a molti professionisti di ripartire a piccole e medie imprese di non fallire…
    è necessario solo che i comuni e le regioni abbiano regole rigide e severe… quindi senza DEROGHE…..
    prima di condannare tutto e ascoltare architetti “modaioli” sentiamo architetti veri…che vivono la realtà di tutti giorni, non architetti che costruiscono mega strutture, e di soldi ne prendono tanti…. e non pagano penali milionarie nonstante i ritardi sulla realizzazione delle loro opere….

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