La Terra di lavoro, di Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini
La Terra di Lavoro

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Pier Paolo Pasolini è stato da sempre un intellettuale scomodo, spina nel fianco della destra e della sinistra, accanito critico della decadenza borghese molto prima che questa si rivelasse agli occhi di tutti. Soprattutto per questi motivi molti hanno cercato di rimuovere dalla memoria collettiva le parole spesso definite profetiche di un intellettuale che inascoltato denunciava l’omologazione che nasceva dalla televisione, la dittatura opprimente del consumismo, lo sfregio ai paesaggi operato dagli abusi edilizi, lo sfaldamento e la corruzione della cultura contadina vittima dell’inurbamento coatto, e il pregiudizio in tutte le sue forme che rendono spesso gli uomini sordi, ciechi e impotenti di fronte alla realtà. Ricordarne e diffonderne la conoscenza, penso sia il miglior modo per onorare il pensiero di uno tra i più grandi artisti cui il nostro Paese abbia dato i natali. Poeta, romanziere, regista cinematografico, pittore, la sua opera multiforme è stata essenziale nel panorama culturale del Novecento.

La Terra di Lavoro è una regione storico-geografica d’Italia legata alla Campania, oggi risultante suddivisa tra le regioni politico-amministrative del Lazio e della Campania. Il nome originario della regione…

… è Liburia, termine che identificava una zona di territorio circostante Aversa che prendeva il nome da un’antica popolazione chiamata Leborini (o Liburi). Il dipartimento di Terra di Lavoro del Regno delle Due Sicilie ha avuto per capoluogo Capua fino al 1818 e poi Caserta.

Pier Paolo Pasolini, La Terra di Lavoro
da Le ceneri di Gramsci, Garzanti 1957

Ormai è vicina la Terra di Lavoro,
qualche branco di bufale, qualche
mucchio di case tra piante di pomidoro,

èdere e povere palanche.
Ogni tanto un fiumicello, a pelo
del terreno, appare tra le branche

degli olmi carichi di viti, nero
come uno scolo. Dentro, nel treno
che corre mezzo vuoto, il gelo

autunnale vela il triste legno,
gli stracci bagnati: se fuori
è il paradiso, qui dentro è il regno

dei morti, passati da dolore
a dolore – senza averne sospetto.
Nelle panche, nei corridoi,

eccoli con il mento sul petto,
con le spalle contro lo schienale,
con la bocca sopra un pezzetto

di pane unto, masticando male,
miseri e scuri come cani
su un boccone rubato: e gli sale

se ne guardi gli occhi, le mani,
sugli zigomi un pietoso rossore,
in cui nemica gli si scopre l’anima.

Ma anche chi non mangia o le sue storie
non dice al vicino attento,
se lo guardi, ti guarda con il cuore

negli occhi, quasi, con spavento,
a dirti che non ha fatto nulla
di male, che è un innocente.

Una donnetta, di Fondi o Aversa, culla
una creatura che dorme nel fondo
d’una vita d’agnellino, e la trastulla

– se si risveglia dal suo sonno
dicendo parole come il mondo nuove –
con parole stanche come il mondo.

Questa, se la osservi, non si muove,
come una bestia che finge d’esser morta;
si stringe dentro le sue povere

vesti e, con gli occhi nel vuoto, ascolta
la voce che a ogni istante le ricorda
la sua povertà come una colpa.

Poi, riprendendo a cullare, cieca, sorda,
senza neanche accorgersi, sospira.
Col piccolo viso scuro come torba,

in un muto odore di ovile,
un giovane è accanto al finestrino,
nemico, quasi non osando aprire

la porta, dare noia al vicino.
Guarda fisso la montagna, il cielo,
le mani in tasca, il basco di malandrino

sull’occhio: non vede il forestiero,
non vede niente, il colletto rialzato
per freddo, o per infido mistero

di delinquente, di cane abbandonato.
L’umidità ravviva i vecchi
odori del legno, unto e affumicato,

mescolandoli ai nuovi, di chiassetti
freschi di strame umano.
E dai campi, ormai violetti,

viene una luce che scopre anime,
non corpi, all’occhio che più crudo
della luce, ne scopre la fame,

la servitù, la solitudine.
Anime che riempiono il mondo,
come immagini fedeli e nude

della sua storia, benché affondino
in una storia che non è più nostra.
Con una vita di altri secoli, sono

vivi in questo: e nel mondo si mostrano
a chi del mondo ha conoscenza, gregge
di chi nient’altro che la miseria conosca.

Sono sempre stati per loro unica legge
odio servile e servile allegria: eppure
nei loro occhi si poteva leggere

ormai un segno di diversa fame – scura
come quella del pane, e, come
quella, necessaria. Una pura

ombra che già prendeva nome
di speranza: e quasi riacquistato
all’uomo, vedeva il meridione,

timida, sulle sue greggi rassegnate
di viventi, la luce del riscatto.
Ma ora per queste anime segnate

dal crepuscolo, per questo bivacco
di intimiditi passeggeri,
d’improvviso ogni interna luce, ogni atto

di coscienza, sembra cosa di ieri.
Nemico è oggi a questa donna che culla
la sua creatura, a questi neri

contadini che non ne sanno nulla,
chi muore perché sia salva
in altre madri, in altre creature,

la loro libertà. Chi muore perché arda
in altri servi, in altri contadini,
la loro sete anche se bastarda

di giustizia, gli è nemico.
Gli è nemico chi straccia la bandiera
ormai rossa di assassinî,

e gli è nemico chi, fedele,
dai bianchi assassini la difende.
Gli è nemico il padrone che spera

la loro resa, e il compagno che pretende
che lottino in una fede che ormai è negazione
della fede. Gli è nemico chi rende

grazie a Dio per la reazione
del vecchio popolo, e gli è nemico
chi perdona il sangue in nome

del nuovo popolo. Restituito
è cosi, in un giorno di sangue,
il mondo a un tempo che pareva finito:

la luce che piove su queste anime
è quella, ancora, del vecchio meridione,
l’anima di questa terra è il vecchio fango.

Se misuri nel mondo, in cuore, la delusione
senti ormai che essa non conduce
a nuova aridità, ma a vecchia passione.

E ti perdi allora in questa luce
che rade, con la pioggia, d’improvviso
zolle di salvia rossa, case sudice.

Ti perdi nel vecchio paradiso
che qui fuori sui crinali di lava
dà un celeste, benché umano, viso

all’orizzonte dove nella bava
grigia si perde Napoli, ai meridiani
temporali, che il sereno invadono,

uno sui monti del Lazio, già lontani,
l’altro su questa terra abbandonata
agli sporchi orti, ai pantani,

ai villaggi grandi come città.
Si confondono la pioggia e il sole
in una gioia ch’è forse conservata

– come una scheggia dell’altra storia,
non più nostra – in fondo al cuore
di questi poveri viaggiatori:

vivi, soltanto vivi, nel calore
che fa più grande della storia la vita.
Tu ti perdi nel paradiso interiore,

e anche la tua pietà gli è nemica.

1956

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È il 1951. Pier Paolo Pasolini sta facendo un suo viaggio nel Sud dell’Italia, più frammentario e impreciso, più corto e clandestino, di quello di Piovene, ma come al solito ficcante. Con quella profondità del principiante, è appena arrivato dalle Puglie ed è sceso da un treno per attraversare una città che non conosce e di cui dice cose che la svelano come se si fosse denudata davanti a lui, come se stesse aspettando lui. Caserta. Scrive dalla stazione, Pasolini, perché questa passeggiata dura pochissimo, oltre quella che oggi si chiama Piazza Dante per arrivare a Piazza Mercato per poi tornare indietro, di corsa, a rifugiarsi nella sala d’aspetto della stazione e difendersi da quella noia, da quella luce che a starci dentro uno nemmeno se ne accorge che è così potente, da quel mancato rumore che sembra averlo stordito.

Certo, a parte il rumore del traffico oggi, che però non è più affrontabile come rumore, dice cose che valgono ancora, quasi intatte. Sono questioni non di superficie, non di sguardo per capirci, ma Pasolini ficca gli occhi direttamente dentro l’anima della città, cogliendone gli aspetti più feroci: la noia e la luce, e anche quelle cose né antiche né recenti che centrano il bersaglio di certa provincia meridionale. 

[…] Così, in un giorno d’ottobre del 1951, arriva un poeta bassino, dal corpo sottile e nervoso, coperto da occhiali scuri e trascinato da un passo curioso e timoroso e va a toccare con distrazione le ragioni profonde di una condizione, di un suono ovattato che sente (o meglio, che quasi non sente). 

«Totale e concreta come la luce è la noia. Gli abitanti di Caserta sembrano afoni. Mi sono spinto verso il cuore della cittadina fino a un vasto piazzale dove si stava smontando il mercato della mattina, tra bivacchi di cavoli e fichi d’India, senza sentire un grido».

Poi torna nella piazza circolare e vede un vigile solitario che litiga col piedistallo rotondo a strisce bianche e nere, perché vuole trascinarlo via e diffonde nel silenzio un frastuono feroce. E la conclusione è la stessa di tutti, che sopportiamo da anni: la cosa migliore è passare col treno senza fermarsi, dice Pasolini, e guardare la bellezza del Palazzo Reale «scolpito nella sua polvere, rosa, di quel rosa che hanno le architetture nei sogni».

Qualche volta viene rimproverato alle persone che se ne vanno a vivere lontano, di diventare spietati con la propria città. Esse si sono semplicemente tirate fuori per un po’, e quando ritornano sentono addosso tutto quel che non riuscivano a sentire quando la quotidianità li aveva abituati ai rumori. Sono come quelli che vivono in case dove i condizionatori d’aria recano refrigerio ma fanno un rumore infernale, per gli altri, perché loro non se ne accorgono. Almeno fino a quando i condizionatori vengono spenti, e all’improvviso arriva un silenzio così potente che scoprono con dolore di essere stati assordati senza saperlo. La differenza tra una passeggiata di Pasolini curiosa e distaccata e quella di una persona che torna nella propria città dopo un tempo lungo, sta nel dolore. Chi torna ama così profondamente i propri luoghi che non può fare a meno di svelare il dolore che provoca quel che fa male e che nessuno sente più; ma chi è un poeta può essere feroce allo stesso modo perché si sveglia ogni mattina con il dolore del mondo che grava su di sé; così, quando scende dal treno sa prendere sulle sue spalle quel malessere che ha incontrato in tutte le persone che ha incrociato e in quelle che non ha incrociato per una questione casuale, ma che nell’aria hanno lasciato la scia della loro esistenza.

Questa sortita avviene sei anni prima che questi luoghi entrino nella sua vita, la incontrino per militanza e destino. Solo nel 1957, infatti, pubblicherà prima su «Nuovi Argomenti» e poi ne Le ceneri di Gramsci il poemetto «Terra di Lavoro», che racconta ancora di un viaggio in treno, e lo sguardo del poeta si posa sulle facce sofferenti, sole, abbandonate, dei contadini della campagna casertana.

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Non è un destino occasionale, quello che lega Pasolini a questa terra. Venti anni dopo questa passeggiata, infatti, uscirà il film Decameron che avrà girato per gran parte a Casertavecchia. Ora ci si imbatte in questa pagina scritta tempo fa, in cui Pasolini testimonia passo per passo un suo percorso dentro Caserta. E qualsiasi cittadino può seguire il suo cammino attraverso le parole, sapendo cosa ha guardato e cosa non c’era allora. Può sentire la ferita dei colpi inferti, una ferita lontana e sempre aperta. Però può consolarsi della luce, alzando la testa per cercare di coglierla.

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La città di Caserta ha dedicato una strada a Pasolini, in ricordo anche del fatto che lo scrittore e regista scelse il magico territorio di Casertavecchia (illustrata dalle due foto che appaiono sopra) per ambientare alcuni esterni de Il Decameron. Erano i mesi di settembre e ottobre del 1970.

La Terra di lavoro, di Pier Paolo Pasoliniultima modifica: 2009-04-19T20:27:00+02:00da paginecorsare
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Un pensiero su “La Terra di lavoro, di Pier Paolo Pasolini

  1. Ciao Angela. Non solo onori il pensiero del “poeta” ma hai anche la capacità di riferirti a quei fenomeni d’oggi che tanto fanno “discutere”, proponendo gli stessi scritti che Pasolini realizzava decine di anni fa. Era lui che anticipava i tempi o questi non sono cambiati ed i problemi sono sempre gli stessi? Tu lo hai definito “profetico” e vista la tua conoscenza… lo prendo per tale!!

    Se hai tempo e vuoi passare da me, c’è una proposta su cui vorrei il tuo parere e, eventualmente, la tua adesione. E’ stata decisa insieme ad un altro blogger: Roberto.

    Ti auguro una settimana serena e ciao.

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