La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà!

Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta
la nostra intelligenza. Agitatevi, perché
avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo.
Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.
(Antonio Gramsci)

Ovunque un italiano ha sofferto e versato il suo sangue
per colpa del fascismo, ivi è nata la nostra Costituzione.
(Piero Calamandrei)

La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà

25 aprile 2009 – L’annuncio, a suo modo, è storico: Silvio Berlusconi intende prendere parte, per la prima volta dal 1994 alle commemorazioni del 25 aprile, anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Non mi meraviglia, da un certo punto di vista: pare che abbia mire quirinalesche, e dunque da ipocrita patentato qual è sta studiando il modo per raccogliere crediti fasulli a destra e a manca per un ruolo che gli si addice ancor meno di quello che già oggi ricopre. Ignazio La Russa, attuale ministro della Difesa (che, vale la pena ricordarlo, con gli altri ministri ha giurato, non più tardi di un anno fa, fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione) e immarcescibile nostalgico del ventennio fascista e della Repubblica di Salò (che assicurò il sostegno fascista all’occupazione dei territori italiani da parte dell’alleata Germania nazista), ha consigliato a Berlusconi di festeggiare il 25 aprile sì, ma non «tra le bandiere rosse dove si vuole trascinare, come in una trappola, il leader del Pdl». E poi si è avventurato in distinzioni tagliate con l’accetta: «I partigiani rossi meritano rispetto ma non devono essere celebrati come portatori di libertà perché volevano per l’Italia un futuro stalinista». L’ha detto sputando ancora una volta su tutti coloro che – sotto tutte le insegne politiche (socialista, comunista, democristiana, repubblicana, liberale) esckusa naturalmente quella della sua “casa madre” (ché quella rivendicava la continuità del fascismo e, come ho ricordato, la fedeltà all’alleato nazista, e quindi nulla aveva e ha a che fare con la Resistenza e la Liberazione) – hanno messo la propria vita al servizio dell’Italia: partigiani, soldati, popolazioni. La Russa l’ha detto dunque servendosi spudoratamente, come un perfetto “quaqquaraquà” che non si perita di comprendere neppure il senso delle sue stesse parole, proprio di quella libertà che altri gli hanno garantito a partire da quel 25 aprile e dalla conseguente Costituzione: particolari essenziali di cui dimostra in modo lampante, ancorché inquietante, di essere totalmente inconsapevole. C’è chi dell’insulto – meglio se abbaiato gridando – ha fatto una vera e propria professione.

Il “Corriere della Sera”, nell’ultimo aggiornamento dell’edizione web, informa che si svolgerà a Onna – uno dei paesi terremotati dell’aquilano, con 40 morti su 250 abitanti – una delle celebrazioni più significative del 25 aprile, alla presenza del premier Berlusconi e dei leader dell’opposizione Franceschini e Casini. Nel paese simbolo del terremoto alle porte dell’Aquila, lo stesso paese che l’11 giugno del 1944 fu teatro di una strage nazista che fece 17 vittime, Berlusconi, Franceschini e Casini si presenteranno separatamente. In mattinata saranno a Onna anche alcuni funzionari dell’ambasciata tedesca: la Germania si è infatti offerta di ricostruire il paese.

Per quanto mi riguarda, penso alla Resistenza e alla Liberazione come agli eventi fondanti della Repubblica italiana: la sconfitta definitiva del fascismo, la cacciata dei nazisti dalla nostra terra, la fine della guerra, il termine delle persecuzioni razziali, la libertà conquistata con il sacrificio di tanti italiani – partigiani, militari, popolo -, soprattutto giovani, che hanno dato la vita perché il nostro Paese potesse far parte del consesso delle nazioni libere e democratiche. Il capo dello Stato nei giorni scorsi  ha ricordato il contributo di tutte le componenti che parteciparono alla lotta di liberazione nazionale «senza svalutare e diffamare, come purtroppo è accaduto e ancora accade l’esperienza partigiana il cui contributo, piaccia o non piaccia, fu determinante per restituire dignità, indipendenza e libertà all’Italia». In questo spirito, voglio qui ricordare coloro che considero alla stregua di emblemi della Resistenza, i Sette Fratelli Cervi (Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore) – “… i cani non potranno / fucilare le stelle” – oltre a riproporre il discorso tenuto il 25 aprile 1975 – a trent’anni dalla Liberazione – dall’indimenticato sindaco di Milano Aldo Aniasi, una delle figure più luminose e umanamente più alte della storia politica del nostro Paese e in particolare della mia città.

Buon 25 aprile, buona memoria a tutti!

11 GIUGNO 1944: LA STRAGE NAZISTA DI ONNA

UNA BELLA PAGINA SUL 25 APRILE DA “SINISTRA DEMOCRATICA”

MILANO: FOTO DELLA LIBERAZIONE

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Ieri e sempre antifascismo
di Aldo Aniasi
25 aprile 1975. Trentennale della Resistenza

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Un gruppo di comandanti partigiani dell’Ossola. Il primo a sinistra è Aldo Aniasi

«Il fascismo, il nazismo erano la violenza al servizio degli oppressori e degli sfruttatori, erano il mezzo cui ricorreva chi non voleva cedere propri privilegi, chi si illudeva di poter proseguire in uno sfruttamento dell’uomo sull’uomo, nella rapina imperialistica. Contro chi predicava la razza eletta, contro chi teorizzava l’oppressione, l’espansionismo come metodo di governo, contro chi sognava gli imperi come mezzo di potere e contro chi combatteva per togliere la libertà al popolo spagnolo, gli antifascisti seppero indicare la fratellanza, la solidarietà umana, la libertà, la giustizia, come valori universali, come motivi di unità e di riscatto dalla schiavitù politica e morale.

E su queste basi che è sorta la Resistenza, è su queste basi che si è creata per la prima volta nella storia una reale unità di popolo alla quale hanno dato il loro contributo spontaneo militari, cittadini, uomini, donne, ragazzi, religiosi, persone di ogni condizione e di ogni età, per raggiungere e difendere la libertà, il progresso e la giustizia sociale. Gli eroici scioperi del marzo ’43 quando gli operai nelle fabbriche seppero sfidare la feroce repressione fascista e gli scioperi del ’44 quando sfidarono le SS nonostante i pericoli della deportazione nei lager nazisti dai quali a migliaia non più tornarono; la resistenza dei militari dopo l’armistizio, le azioni dei partigiani nelle montagne e nelle campagne, l’attività in città dei GAP e dei SAP, sono tutti momenti di lotta riconducibili a una matrice comune.

Gli italiani non avevano dimenticato cosa era la libertà, avevano ideali comuni e spontaneamente si schierarono con l’azione dei Comitati di Liberazione Nazionale riconoscendone l’autorità morale e politica, la guida sicura alla lotta per la democrazia. Nel trentennale della Liberazione ricordiamo le unità militari che risposero ai nazisti subito dopo l’8 settembre 1943, gli scontri, gli atti eroici, le fucilazioni di massa, i 9000 morti della Divisione Acqui a Cefalonia e a Corfù, delle Divisioni Regina e Cuneo nell’Egeo, delle Divisioni Granatieri e Piave nella difesa di Roma. Ricordiamo l’eroismo di tanti carabinieri come la medaglia d’oro Salvo D’Acquisto unitamente alle vittime dei nazi-fascisti, insieme ai 50.000 partigiani caduti, ai 45.000 morti del Corpo Italiano di Liberazione Nazionale appartenenti alle Divisioni Legnano, Friuli, Mantova, Cremona, Folgore e Picena, alle decine e decine di migliaia di morti nei campi di concentramento a Buchenwald, a Dachau, ad Auschwitz, a Mauthausen e negli altri numerosi lager ove si esercitò la criminale inumana bestialità nazista. Ricordiamo i fucilati a Fossoli ed alle Ardeatine, gli impiccati, i massacrati in centinaia di piazze d’Italia, la strage di Marzabotto e di tanti altri paesi italiani, i torturati, i 70.000 deportati.

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Questo è il tragico bilancio della lotta condotta da tutto il popolo per riaffermare il proprio diritto alla libertà, all’autogoverno, alla democrazia, per riconquistare il rispetto del mondo intero, per avviarsi su una strada di progresso e di giustizia.

Trent’anni fa ci siamo uniti agli altri popoli liberi per una comunità umana pacifica e solidale. La resistenza italiana si è saldata a quella europea per combattere il fascismo e il nazismo che sono un fenomeno internazionale, un pericolo permanente ogni volta che l’egoismo, la cupidigia, i privilegi vogliono impedire il progresso di un popolo. La Resistenza italiana, fatto unitario al quale hanno partecipato uomini di diverso convincimento, ha dunque saputo superare ogni particolarismo per divenire un momento di profonda solidarietà umana. Solidarietà con tutti gli uomini che combattono per la propria libertà contro le discriminazioni, le oppressioni, il razzismo, l’imperialismo, contro tutto ciò che impedisce la libera convivenza umana.

L’Europa negli anni tragici del nazifascismo fu la cavia sulla quale si tentò di sperimentare un disegno di oppressione, di dominio dell’uomo sull’uomo. Ma l’Europa, e con gli europei gli italiani, seppe dimostrare col sacrifico dei propri figli che nulla è più forte dell’aspirazione degli uomini alla giustizia e alla libertà. Il nostro Paese seppe unirsi contro il nazifascismo e seppe trovare l’unità con tutti i popoli che combattevano il disegno mostruoso. Trovammo accanto a noi combattenti per gli stessi ideali gli alleati sovietici, gli americani, gli inglesi, i francesi, gli iugoslavi, i resistenti di tutta Europa.

Così il 25 aprile fu un momento liberatore e di speranza per noi, ma anche per tutti gli altri popoli impegnati nella lotta al nazifascismo. Abbiamo imparato che la pace e la libertà sono beni indivisibili: ogni oppressione, ogni forma di schiavitù sono un insulto a tutto il genere umano. Ogni volta che un popolo ritrova la libertà, tutti siamo più liberi; l’umanità intera ha motivo di gioire.

Ricordo le speranze di quel periodo: certo non si sono tutte realizzate. Ricordo la commozione dei milanesi che si strinsero festanti dopo il 25 aprile intorno ad Antonio Greppi, Sindaco della Liberazione e a Luigi Meda, Presidente del Comitato di Liberazione milanese. Ricordo la speranza che con il fascismo liquidato per sempre fosse scomparsa ogni forma di ingiustizia, di violenza, di sopraffazione. Speranze che si sono spesso scontrate con una dura realtà, con la constatazione che il nostro sistema sociale progredisce troppo poco e troppo lentamente. Lo spirito libertario di allora fatica ancora ad affermarsi nella società civile, nei luoghi di lavoro, nelle città. Il patto unitario ha legato gli uomini della Resistenza e ha reso possibile la Repubblica e la Costituzione che è il documento nel quale è racchiuso il programma popolare e riformatore frutto di quegli anni di lotta. Ma ancora oggi quel programma non è pienamente attuato.

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La nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro non riesce a dare vita allo slancio sociale che fu della Resistenza e che si scontra ogni giorno con le vecchie strutture accentrate e burocratiche dello Stato, di quello Stato che ha consentito l’esperienza fascista. La pari dignità sociale per tutti i cittadini, il diritto allo studio, la tutela della salute sono ancora oggi dei programmi incompiuti per i quali è necessaria una più profonda azione riformatrice che deve essere capace di rompere gli schemi e le barriere che ancora ostacolano il progresso del Paese, ed il raggiungimento di una maggiore giustizia sociale. In questi 30 anni molto è stato fatto, ma troppo rimane da fare. La nostra generazione, la generazione dell’antifascismo e della Resistenza, ha assolto ad una funzione storica fondamentale, ha saputo testimoniare il valore insopprimibile della democrazia e della libertà, e in nome di questi principi ha battuto il fascismo di allora ed ha impedito che si realizzassero altri tentativi autoritari, che prendessero corpo altri disegni eversivi.

Siamo però consapevoli che la strenua difesa dei valori della Resistenza, la profonda coscienza comune a tutto il popolo del significato, dell’importanza della battaglia compiuta, non sono sufficienti se ad esse non si accompagna una modifica profonda delle strutture economiche e sociali del Paese che ancora oggi chiede giustizia, chiede democrazia sostanziale.

Gli attentati, le bombe, le stragi, le provocazioni squadristiche di questi anni, di questi giorni, non sono solo l’opera di qualche nostalgico o di qualche folle che crede sia possibile il ritorno ad un passato definitivamente liquidato e sconfitto. Sono il segno che forte è la reazione per il timore che lo Stato si rinnovi, che vi sia un’evoluzione in senso progressista dei rapporti economici e sociali. Contro i tentativi di eversione occorre ritrovare la tensione morale degli anni della Resistenza. Dobbiamo operare per realizzare il programma sociale, nato in quegli anni, rinnovare il patto di identità fra il popolo e lo Stato. Dobbiamo renderci conto che invece in un clima di scoraggiamento, di sfiducia, di incapacità ad operare un deciso progresso sociale, potrebbero trovare spazio le manovre reazionarie e provocatrici, le speranze fasciste: è da questi pericoli che la Repubblica deve difendersi. Combattendo le ingiustizie, i privilegi, riconoscendo pari dignità e pari diritti a tutti i cittadini, si crea la collettività di uomini liberi, si combatte il fascismo di ieri e di oggi. Il fascismo è violenza e ingiustizia: non lo si affronta con la violenza e le aggressioni. Il fascismo è stato vinto 30 anni fa e non può risorgere nella Repubblica democratica, ma deve essere contrastato con un impegno di tutto il popolo.

Contro il rinascere del fascismo sono garanzia la maturità delle giovani generazioni, l’impegno e l’unità del mondo del lavoro, la saldezza e la presenza delle forze armate a presidio delle istituzioni democratiche. La tragica esperienza del 1922 non potrebbe oggi ripetersi perché vi è ben altra coscienza popolare, ben altra forza, ben altra volontà di opposizione. Questo è un dato fermo e rassicurante anche se ciò, se l’impegno sinceramente antifascista delle forze democratiche non può farci dimenticare che quanto è stato fatto non basta, che la Resistenza sarà incompiuta finché non avremo un Paese più giusto, finché non avremo vinto le sacche di povertà e di arretratezza che ancora esistono, finché non avremo rinnovato le strutture dello Stato e abolita la legislazione autoritaria e fascista che ancora sopravvive, fino a che non vi saranno lavoro, scuole, ospedali per tutti gli italiani. Perché queste cose, con la pace e l’indipendenza, sono il contenuto della libertà e della democrazia, sono i programmi per i quali sono morti ed hanno combattuto gli uomini della Resistenza.

E queste cose sappiamo bene che non si ottengono facilmente: occorre battersi, occorre conquistarle con l’impegno di ogni giorno come hanno fatto i partigiani sulle montagne, quelli che si sono battuti in città, nelle fabbriche, i militari che hanno partecipato alla lotta di liberazione: un impegno civile che deve continuare con il contributo delle giovani generazioni, con il loro impegno politico, che è la continuazione delle nostre battaglie di allora. La lotta contro il fascismo nazionale e internazionale che è ingiustizia, che è oppressione, deve essere la lotta senza sosta e senza tentennamenti perché è la lotta per la pace e per l’umanità.

La Resistenza non è un pezzo da museo, non deve essere mummificata, appartiene alla nostra vita, è continuata in questi anni, deve essere un elemento dell’impegno civile di ogni giorno».

Il sindaco di Milano Aldo Aniasi tenne il discorso
qui sopra riportato in un assolato pomeriggio,
da un palco in piazza Duomo a Milano.
Io c’ero.

Aldo Aniasi e Sandro Pertini
Aldo Aniasi con Sandro Pertini, Presidente della Repubblica italiana dal 1978 al 1985

Aldo Aniasi – Nato a Palmanova (Udine) il 31 maggio 1921, scomparso il 27 agosto 2005, dopo breve ma sofferta malattia, presidente della Federazione Italiana Associazioni Partigiane, ex sindaco di Milano ed ex parlamentare socialista, Medaglia d’argento al valor militare.

Studente, era sfollato a Lodi quando, nelle settimane successive all’armistizio del 1943, si portò in Valsesia con una ventina di giovani lodigiani e codognesi, che avrebbero dato vita al distaccamento “Fanfulla” (poi battaglione), della XV Brigata d’assalto Garibaldi. Il giovane – che anagrammando in modo imperfetto il suo vero nome si faceva chiamare Iso Danali – entrò in contatto con il Comando di Cino Moscatelli e, nella primavera del 1944, passò nell’Ossola, diventando comandante della 2a Divisione Garibaldi “Redi”.

Comandanti partigiani alla sfilata di Milano (1945)In sessant’anni Aniasi non ha mai mancato una celebrazione del 25 aprile a Milano, forse anche per rifarsi del fatto che, nel 1945, in quel giorno stava ancora combattendo con i suoi partigiani contro i tedeschi che volevano attraversare il Ticino.

Entrò nel 1951 nel consiglio comunale di Milano. Nello stesso periodo succedette a Ferruccio Parri nella presidenza – che ha mantenuto fino alla morte – della Federazione Italiana Associazioni Partigiane.

Assessore al Comune di Milano nel 1954, Aniasi fu sindaco del capoluogo lombardo dal 1967 al 1976. In quella veste, non facile, aveva dovuto fare fronte alla strage di Piazza Fontana, agli anni di piombo ma anche alla primavera della sinistra, quando le coalizioni a livello locale tra partiti socialista e comunista vinsero le elezioni amministrative dando il segno della possibilità di un profondo cambiamento negli equilibri politici del paese.

Ostile al ‘nuovo corso’ inaugurato con la riunione all’Hotel Midas di Roma nel 1976 da Bettino Craxi, allora giovane e vivace esponente della corrente autonomista del Psi legata ad un’altra figura storica del socialismo nostrano, Pietro Nenni, Aniasi, uomo di sinistra ancorché non comunista, ha rappresentato per la città ambrosiana la fertile memoria storica dell’antifascismo. Non meno di altre figure fulgide come Paolo Grassi o Giorgio Strehler.

Aniasi, insieme a molti socialisti di estrazione lombardiana e bassiana, e progressisti di matrice laica e repubblicana, ha costituito, nella deriva prima di ampi settori del partito craxiano, poi in quella – di poco successiva – di parte del sistema politico italiano, un esempio di rigore, di costanza e di fermezza. Pur non essendo più politico attivo da anni, se non nel milieu dell’associazionismo antifascista, ha continuato a testimoniare della radice profonda del socialismo italiano.

Aldo Aniasi, il Comandante IsoDeputato socialista per cinque Legislature, due volte ministro (per la Sanità e per gli Affari Regionali), per nove anni vicepresidente della Camera dei deputati, ha ricevuto la Medaglia d’oro per la Cultura e l’Istruzione, in riconoscimento della sua “attività di redenzione sociale”. Aniasi è stato anche il promotore della costituzione del “Centro di collaborazione” tra le grandi città del mondo. Autore di libri sulle sue esperienze di partigiano, amministratore e uomo politico, “il comandante Iso” – che ha pubblicato tra l’altro, nel 1991, Parri. L’avventura umana, militare e politica di Maurizio e, nel 1997, Ne valeva la pena – negli anni ’90 aveva aderito ai Democratici di Sinistra, entrando nella Direzione del partito. Il 20 dicembre 2005 gli iscritti alla Sezione DS “Milano-Centro” avevano deciso, in omaggio ad Aniasi, di chiamare la loro sede “Milano Centro-Comandante Iso”.

I sette fratelli Cervi
Marco Paolini e i Mercanti di liquore

C’erano sette fratelli
che andavano per il mondo:
sei erano sempre allegri,
il settimo sempre giocondo.

Sei andavano a piedi
perché non avevano fretta,
il settimo invece perché
non aveva la bicicletta.

La leggenda dirà
dell’ultima battaglia:
dove cantò la cicala
abbaia la mitraglia.

Una muta di cani
la notte ha circondata,
il fumo lecca i muri
della casa incendiata.

Ma quando li portarono
alla crudele morte,
non eri tu, fucile,
il più fermo, il più forte.

C’erano sette fratelli…

Nella nebbia dell’alba
si nascosero i cani,
e chiusero gli occhi
per non vedersi le mani.

Negli occhi dei sette Cervi
l’aurora si specchiò,
dagli occhi fucilati
il sole si levò.

Vecchio, tenero padre,
olmo dai sette rami,
nella vuota prigione
per nome ancora li chiami.

C’erano sette fratelli…

E a notte fra le sbarre
fin dove soffia il vento
intatte vedi splendere
sette stelle d’argento.

Sette stelle dell’Orsa
come sette sorelle.
I cani non potranno
fucilare le stelle.

La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà!ultima modifica: 2009-04-25T00:05:00+02:00da paginecorsare
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