Pasolini previde un’Italia consumistica ed edonistica

Freaks
Pasolini previde un’Italia consumistica ed edonistica…
di HS, Come Don Chisciotte“, 16 maggio 2009

“Potete ingannare tutti per un po’.
Potete ingannare qualcuno per sempre.

Ma non potete ingannare tutti per sempre.”
Abramo Lincoln

L’articolo che propongo qui di seguito è di fatto un’analisi di avvenimenti dei nostri giorni, che sono tuttavia informati a ciò che Pier Paolo Pasolini combatteva pressoché quarant’anni fa attraverso i suoi “Scritti corsari”. Mi pare analisi di spessore straordinario, che condivido totalmente ritenendola indispensabile per una comprensione in profondità di ciò che è accaduto nel nostro Paese negli ultimi decenni, dalla “discesa in campo” del Cavaliere e anche prima – già negli anni Settanta e negli Ottanta con l’avvento del periodo craxiano. Buona lettura.

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Il mondo è scosso da una crisi economica e finanziaria che non ha precedenti nelle nostra storia più recente – se non nel Ventinove, in un altro contesto complessivo – e che lorsignori, i detentori delle chiavi delle borse e dei mercati hanno fatto finta di non vedere e di non prevedere.

Il Medio Oriente e l’Asia Centrale sono percorsi da tumulti, tensioni e conflitti sanguinosi e mentre si è consumata l’ennesima tappa della tragedia del popolo palestinese, in Afganistan si comincia quantomeno a prendere atto di un teatro di guerra in cui la situazione è destinata a deteriorarsi giorno dopo giorno, anche peggio dell’Iraq.

Nel continente africano la situazione è, se possibile, anche peggiore ma ormai in molti sembrano considerare tutto ciò come un elemento imprescindibile della normalità. Come a dire guerre, malattie, fame, ecc… costituiscono da sempre la quotidianità in quei territori disgraziati. Rimaniamo in bilico fra indifferenza e ipocrisia fintamente umanitaria.

Gli aggiornamenti sulle condizioni climatiche e ambientali non fanno ben sperare sul nostro futuro e ancora come mai prima paghiamo il dazio dell’inquinamento provocato dal nostro “iperconsumismo”.

L’Italia dà ormai permanentemente mostra di sé come Stato e Paese perennemente sospeso fra il fascismo postmoderno (o postpostmoderno?) tutto intriso di razzismo e ostilità verso gli immigrati, rigurgitante pulsioni securitarie e un pochino forcaiole da un lato e il casino, il bordello a cielo aperto dove tutto sembra essere permesso in un’orgia patologica e schizofrenica.

Per non aggiungere altro sulle vessazioni mafiose, su una corruzione sempre più ostentata, sull’arroganza irrefrenabile delle cosiddette classi dirigenti…

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Perché allora spendere così tanto tempo, parole e inchiostro sui bisticci coniugali di una coppia sia pure celebre e apparentemente tanto popolare, come sulla piccata reazione della coniuge rispetto alla nota esuberanza senile del nostro premier e, per giunta, con tanto di dichiarata e pubblica intenzione di adire a vie legali per ottenere separazione formale e divorzio?

In fondo – si è detto e scritto – il nostro premier, sua Emittenza, il Cavaliere o anche Papi – ma chiamatelo come diavolo volete! – si è reso quantomeno sospettabile per altri misfatti come l’affiliazione alla P2, i mai chiariti rapporti mafiosi, corruzione e finanziamento illecito dei partiti, il furbesco e indiretto appoggio alla guerra americana in Iraq, ecc… E di tutto questo, si aggiunge, sua moglie non sapeva nulla? Il suo silenzio è complice…

In definitiva si dovrebbe “archiviare” la controversia molto privata – ma anche molto pubblica – dei coniugi Berlusconi-Lario e riporla in un cassetto perché altre sono le cose serie e per non partecipare ad un banchetto mediatico che forse sarebbe stato predisposto per l’opinione pubblica in modo da sviare l’attenzione da problemi ben più urgenti. Naturalmente c’è del vero in queste riflessioni, ma non mi convincono in toto. Tutta la recente vicenda del triste matrimonio – qualunque sia il significato da attribuire al predetto aggettivo – dovrebbe essere letta in maniera un pochino meno superficiale di come è stato fatto evitando anche la trappola di strumentalizzazioni di sorta e di interventi interessati.

Innanzitutto l’intervento del Cavaliere alla festa per il diciottesimo compleanno di una ragazzina, figlia di un presunto amico di Berlusconi con tanto di regalo prezioso, la collana d’oro con pendente di brillanti. D’accordo: galanterie, consueta manifestazione di espansività da parte del Presidente del Consiglio. D’accordo…

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La circostanza di per sé innocente – ma bisognerebbe chiedersi perché Berlusconi si scapicolli a festeggiare una figlia di ignoti – sennonché la ragazza in questione aveva rilasciato un’intervista in cui chiamava affettuosamente “papi” Berlusconi dichiarando di essere sua amica e che, quando poteva, il premier si recava da lei a Napoli per conversare, discutere… Niente di grave – per carità! – per Noemi Berlusconi è un secondo papà, papi appunto… Leviamoci di testa i cattivi pensieri? Lo stesso signor B. ha respinto l’accusa e dichiarato di “non frequentare le minorenni” (come a dire che però le maggiorenni non le disdegna, ma questo rientra nella normalità del Potere e di chi ha soldi, potere e occasione per arricchire il campionario di trofei di caccia).

Che però un uomo di più di settant’anni con una vita più o meno travagliata sulle spalle senta l’esigenza e il bisogno di confidarsi con una diciassettenne parlandole magari anche dei propri problemi di lavoro e che lo stesso uomo sia il Presidente del Consiglio di questo paese, quindi personalità dalla quale si dovrebbe pretendere un minimo di responsabilità e di maturità, suscita mille motivi di perplessità nelle teste pensanti. D’altronde nel drammatico sentiero della Storia ci siamo imbattuti nel Führer, nel Duce, nei ras e nei caudillos… Oggi, dal Piccolo Padre siamo passati al Papi, piccolo o grande a seconda della prospettiva (im)politica… Ma cancelliamo tutto per non scivolare nel moralismo falso e interessato o nella risata boccaccesca e grassa. Tuttavia c’è qualcosa che è difficile, molto ma molto arduo rimuovere del tutto…

Dimentichiamoci un attimo che i giudizi che abbiamo letto su “Repubblica” provengono da una donna che ha una relazione con il premier da trent’anni ed è sposata con lui da venti. Dimentichiamo per un istante che sicuramente ha interessi in gioco rispetto all’eredità che spetterebbe ai propri figli e che “reagisce come una moglie offesa dal marito”. Non si può non riconoscere che le parole proferite dalla signora Lario su suo marito costituiscano quanto di più impetuoso, velenoso e ficcante si potesse concedere su Sua Maestà. E la lesa Maestà, per chi non lo sapesse, in monarchia è un grave oltraggio da punire severamente. Ecco, così il titolone di “Libero” sull’ingratitudine della “velona” – riferimento all’età non più giovanile della Lario? – con tanto di foto con tette al vento scattate nel corso di un vecchio spettacolo teatrale. Silvio ha preso seriamente e maledettamente seriamente i giudizi sferzanti di sua moglie da concedersi un one man show nel salotto di Bruno Vespa per perorare la propria causa in una indimenticabile diretta in mondovisione. Un pochino esagerato per una semplice lite coniugale, vero?

Poi si è affrettato a ritirare dalle liste delle future elezioni le veline, le attricette e le “concorrenti” dei reality e ha promosso a Ministro la sciura Brambilla che indubbiamente si è spesa molto per le ultime elezioni politiche. Non sia mai detto che il nostro Papi non possa premiare una donna per quelle doti che sono geograficamente collocate nel territorio settentrionale…

Il tutto si è verificato in una manciata di giorni convulsi in cui il Cavaliere e i suoi uomini si sono agitati per porre rimedio a un’innocua bagattella privata che, evidentemente, rischiava di pregiudicare le prossime tornate elettorali con l’UDC di Casini in gran rispolvero e pronto a cogliere i voti “cattolici” in uscita. Si grida al complotto naturalmente di sinistra, ma la verità è che la consorte ha deciso di sbottonarsi autonomamente dopo che l’ennesima goccia ha fatto traboccare quel vaso. Altro che D’Alema, Veltroni, Rutelli e magari anche Di Pietro! Ciò che graffia veramente il premier proviene dalle unghie di chi gli è stato vicino e di chi gli ha voluto magari pure bene. Le parole della signora Lario andrebbero integrate con quelle altrettanto gravi pronunciate dall’”amico” Montanelli il quale, dopo aver smesso da qualche anno di turarsi il naso, lasciò come testamento un’inquietante profezia sostenendo che il suo ex editore “avrebbe governato con la corruzione, la menzogna e il manganello!”. Niente male da parte di un giornalista che aveva condiviso la stessa linea politica anticomunista e ostile alla sinistra. E’ significativo che l’altro divorzio, quello fra Berlusconi e Montanelli, sia stato consumato agli albori dell’esperienza “politica” del Cavaliere, perché il decano del giornalismo italiano conosceva molto bene il suo datore di lavoro! Ma che cosa ha detto in sostanza la signora Lario per meritare tanta attenzione?

Il ritratto che la signora Lario in Berlusconi fa di suo marito non concede margini all’indulgenza. L’uomo è un imperatore, ma da “basso impero” a cui “tutto è concesso” ed al quale “tutto si giustifica”. Chi avrebbe dovuto stargli vicino e consigliarlo per il bene suo e degli altri non lo ha fatto o non è stato all’altezza accodandosi al sovrano. Recisa e netta è poi la reazione indignata circa la decisione di candidare veline e attricette nella PDL, rientrata poi in seguito proprio alle “obiezioni” della moglie del “grande capo”. Ed è piuttosto efficace il richiamo alla dignità femminile di fronte alla diffusione di cotanti modelli di genere. Non si tratta solo di irritanti bagattelle e di discutibili “avventure galanti”, c’è qualcosa di più in gioco…

Ce n’è abbastanza per riflettere anche su di noi, su cosa eravamo e su cosa siamo diventati. L’Italia si è appunto trasformata in un “basso impero” in cui il piccolo imperatore è tutto e le istituzioni, la cittadinanza sono quasi niente. Si fa presto a festeggiare e commemorare il 25 aprile, il Primo Maggio e il Due Giugno, ma nei fatti pare di trovarsi di fronte a un’orgia di cerimonie, retorica e spettacolo prive di un minimo di spirito “sacro” e di un aggancio con la realtà odierna. Se la democrazia italiana – o comunque quel che la nostra mentalità intende per democrazia – fosse stata solida almeno un minimo oggi non saremmo qui – e mi rivolgo alla parte un poco pensante di questo paese – a versare lacrime amare e grottesche, perché il Cavaliere non ha imposto il suo terrificante Bengodi con la forza ma anche con la passività altrui, di coloro che hanno compreso in tempo debito la pericolosità di ciò che rappresentava e rappresenta. E qui non ci riferiamo certo agli amici e ai collaboratori più stretti del Cavaliere, ma a chi avrebbe dovuto opporsi a questo sfacelo. Il golpe permanente piduista, parapiduista e filopiduista non poteva andare meglio: il Parlamento fa la sua figura di costernante consesso di yesman, uomini ligi ad obbedire ai dettati dell’imperatore. Non può che essere così… Il cuore pulsante delle istituzioni sono gli uomini e se quel muscolo è malato, tutta l’impalcatura ne risente. Il tentativo perseguito con determinazione e lucidità di scardinare il parlamentarismo per imporre un “presidenzialismo” dai tratti populistici è stato conseguito con grande successo. La dimostrazione più lampante viene dalle cosiddette opposizioni: le voci contro l’imperatore assumono i toni di un “antiberlusconismo” che non è altro che l’altra faccia del riconoscimento dell’autorità dell’imperatore. Non si assiste ad una reale volontà di costruire una visione politica adeguata ai tempi e in grado di demolire l’Italia dei disvalori berlusconiana che non è altro che la punta più avanzata e delirante dell’egemonia neoliberista ed edonista. Si ribatte, si fanno battute e si ride di Berlusconi come farebbero i giullari di corte. Credo giustamente allora, la signora Lario in Berlusconi ritiene che suo marito non sia realmente un dittatore, ma uno che “insegue lo spirito di Napoleone”. Probabilmente l’uomo non è neanche all’altezza di fare il caudillo… Tuttavia prepara la strada a quella che sarà la vera dittatura. Anche se il presente difficilmente potrebbe inquietare di più, questa previsione fa ugualmente venire la pelle d’oca, perché è ragionata e acuta. Con lo sfacelo istituzionale, fra le macerie, potrebbe veramente emergere qualcosa che solo fino a poco tempo fa non saremmo stati disposti a credere. Ricordiamoci che già da tempo il paese è colto come da una febbre che ribolle di xenofobia, intolleranza, avversione per lo straniero e l’extracomunitario, di richieste per politiche all’insegna della “zero tolerance”, ecc… Non posso fare a meno di pensare che l’uscita televisiva di Gelli in sostegno a Berlusconi e con tanto di dichiarazione di fede nel fascismo sia stata fin troppo sottovalutata. Il Venerabile pensionato deve aver giudicato maturi i tempi…

Tornando all’illustrissimo e divino consorte della signora Lario se proprio dobbiamo indossargli le vesti più confacenti di sovrano opterei per quelli da principe arabo con tanto di harem sempre al seguito. Un harem che da un momento all’altro potrebbe diventare anche il suo Gabinetto politico al gran completo. Il Nostro non ama solo farsi ritrarre e fotografare con tanto di corte al seguito – chi non ricorda i fedelissimi in maglietta e bermuda tutti al seguito? – o in dolce e nutrita compagnia, pretende o ha preteso anche di ricompensare le sue dame di compagnia con qualche seggio in Parlamento. “Suvvia!” qualcuna ribatterà “con tutti i pregiudicati e corrotti che ci sono alla Camere! Almeno potremo lustrarci gli occhi…”. Già, la parte più rappresentativa della nostra classe politica (ma anche dirigente) è formata da corrotti, mafiosi, delinquenti potenziali, inetti e incapaci e allora vediamo pure di aggiungere un altro tassello ad un mosaico a dir poco orrido! Ma come? In una società in cui sostanzialmente si è sbattuta la porta in faccia a una generazione di giovani, poi si selezionano ragazze (ma anche ragazzi) poco più che ventenni per introdurle nelle massime sedi istituzionali dello Stato? Giustificando poi che si tratta di giovani di bell’aspetto, sostanzialmente dei corpi senza volto e senza anima (e non parliamo di intelligenza…). E poi cosa può fare un ventenne in Parlamento se non abbassare la testa e ascoltare i consigli del Papi quantomeno per l’assoluta mancanza di esperienza? Già ci pensa Papi… Poco importa poi che le signorine in questione passino per il letto del principale della famiglia, dell’azienda, dello Stato e tutto il resto. Magari non è neppure vero che la Carfagna, la Sanjust, la Letizia, ecc… si concedano e ne ricevano in cambio promesse di brillanti carriere politiche e governative o di posticini fissi in pessimi spettacoli televisivi. Potrebbero pure essere leggende, ma il Nostro non si preoccupa poi molto di sfatarle, anzi ama diffondere un’immagine di sé come vecchio-giovane mandrillo. Il colpo di fioretto della signora Lario non è stato sferrato sulle vere o presunte infedeltà del marito. I due hanno una storia alle spalle e da tempo non vanno d’accordo. Basterebbe osservare le foto con i due assieme degli ultimi quindici anni per capire come il rapporto si sia deteriorato con gli anni. Figuriamoci se la nostra first lady – ma non troppo first – non sa o non abbia saputo niente delle “avventure” del premier! La goccia che ha fatto traboccare il vaso ha la sostanza di un’ostentazione, di un esibizionismo e di una spettacolarizzazione di cui Berlusconi non può fare a meno e il discorso investe i nostri modelli culturali divenuti ormai subculturali ed inculturali.

Mi perdonerà il gentile lettore se mi dilungherò, ma questa dissertazione è necessaria per tracciare a grandi linee quello che è stato un vero e proprio rivolgimento antropologico soprattutto del popolo italiano che, da un retaggio ancora parecchio agreste per buona parte d’esso, si è ritrovato proiettato nelle cosiddetta “società del benessere”, postmoderna, postindustriale e “terziaria” nel giro di pochissimi anni. Il discorso è genuinamente culturale, nel senso più ampio del termine se per cultura si intende quella sfera che detta mentalità, costume, morale e comportamenti delle collettività e degli individui. Che poi, come è effettivamente accaduto, il mutamento culturale ha assunto i tratti e i contorni depravati dell’incultura, della subcultura e della sottocultura nella palude e nella marea di spazzatura sempre più limacciosa, non fa che rafforzare quelle tesi – eminentemente antropologiche e culturali – che tentano di dimostrare il genocidio di massa del popolo italiano, ormai sradicato e istupidito. Alla meglio potremmo ragionare sull’involuzione “democratica” dell’italiano medio non più cittadino ma consumatore, fruitore e spettatore, in tempi odierni anche di se stesso. Naturalmente ciò ha molto a che vedere con il trionfo politico, economico, mediatico e quindi culturale di Berlusconi e con l’intervento di sua moglie.

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Per ciò che concerne gli inizi del suddetto mutamento potremmo collocarlo fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta quando gli interventi del poeta Pasolini, voce ai più inascoltata e solitaria, interprete della sua contemporaneità e del tempo di là da venire intensificò i suoi interventi polemici sul “Corriere della Sera” avvertendo la china scivolosa e pericolosa su cui si stava incamminando il paese. Pasolini aveva certamente presenti nelle sue speculazioni le categorie utilizzate dai sociologi e dai filosofi della Scuola di Francoforte, ma la sua esposizione si distingueva per non essere scientifica, anzi “antiscientifica” perché affidata all’arte e alla scrittura. Dove la Ragione non trova le parole, intervengono le arti, la poesia e tutto quel che si permea di canoni estetici. Per Pasolini l’Italia era diventata un paese consumistico ed edonistico, individualista al punto da neutralizzare e cancellare le sue piccole e molteplici identità collettive. Guardava naturalmente al suo paese e osservava la realtà circostante, ma forse intendeva quel passaggio dalla modernità alla postmodernità come un dato riguardante l’Occidente intero. Se vogliamo, nei limiti imposti dal suo tempo, i punti essenziali per una critica radicale al paradigma culturale del Mercato e al suo impersonale e invisibile Potere e a quella spinta che sarebbe stata coniata come globalizzazione ci sono tutti. Il panorama era mutato e Pasolini invitava a cambiare gli occhiali per poterlo osservare. Più della politica occorreva – e occorre – osservare l’ambito dell’economia e quello, appunto, della cultura. Sarà un caso che l’ultimo romanzo dello scrittore avrebbe dovuto svelare alcuni dei segreti del potere di un potente dell’economia e della finanza di allora come Eugenio Cefis? Ma torniamo agli aspetti più culturali delle riflessioni pasoliniane…

Dalla mentalità appropriativa e dall’edonismo consumistico deriverebbero comportamenti profondamente amorali e immorali. Il bisogno continuamente stimolato dalla pubblicità per i beni superflui e voluttuari non conosce più veri limiti. Più si ha più si vuole e più si è disposti a qualunque mezzo e comportamento per ottenere quel che si desidera. Agli occhi di Pasolini le vittime principali della nuova società del Mercato sono proprio i giovani, quei giovani che in quel periodo sembravano dare di sé o erano dipinti come piccoli estremisti politici, promettenti delinquenti o teppisti. In effetti la nuova società neocapitalista e postmoderna ha creato e ampliato settori di mercato dell’intrattenimento, del divertimento e ludici riservati quasi esclusivamente ai giovani. Mai dagli anni Sessanta ad oggi adolescenti e ragazzi sono stati coccolati, vezzeggiati e quindi mercificati dai signori del libero commercio! Così anche quella violenza diffusa soprattutto fra i giovani, per Pasolini, non può essere spiegata con le consuete e fruste categorie politico-ideologiche. Non si poteva ridurre tutto alla solita “politicizzazione” di bande “rosse”, “nere” e “bianche”, le un contro l’altro armate e peraltro sempre più indistinguibili l’una dall’altra nell’omologazione di massa della postmodernità. Prendiamo il noto e famigerato caso dello stupro e delle sevizie del Circeo… Pasolini ebbe l’accortezza di evitare gli stereotipi da appiccicare sulle spalle delle bande di giovani neofascisti pariolini e mise anche da parte l’aspetto, potremmo dire, più sociale, del disprezzo di ragazzi della Roma bene nei confronti delle coetanee proletarie. No, quella brutalità, quel sadismo senza freni sarebbe scaturito da quell’edonismo, quella propensione al piacere senza più rispetto per l’altrui persona, né limite. Quanto di condivisibile poteva esserci nelle parole del poeta? Parecchio… E come si nota con immediatezza, la riflessione investe il campo della sessualità e delle sue deviazioni. In fondo il film testamento di Pasolini, quel terrificante Salò o le centoventi giornate di Sodoma non era una pellicola sui repubblichini, ma sulle nefandezze di un Potere senza più limiti, “anarchico” perché privo di limiti e regole. Si fa a appunto quel che si pare e in ciò il Divin Marchese De Sade è venuto in soccorso alla fantasia del regista snocciolando un inedito e indicibile repertorio di perversioni. La mercificazione e la reificazione totali di individui, corpi e sessi come estrema maturazione di frutti propri della nostra società. Il totalitarismo “morbido”, edonistico del tutto è permesso fino all’altrui violazione in quelle che ormai nominalmente sono democrazie. Per chi ha avuto modo di osservare immagini e fotogrammi dell’ultima pellicola di Pasolini non vengono forse in mente le foto scattate nel carcere di Abu Ghraib? Uomini ridotti a cani… L’osceno regalo della più grande democrazia del pianeta…

Ma negli anni degli Scritti Corsari si era appena agli albori di un processo o una serie di processi che hanno condotto l’Italia verso un baratro che forse neanche il poeta avrebbe sospettato. Se lui e praticamente solo lui intuì certi effetti deleteri del “progresso italiano” si doveva anche alla sua sensibilità agreste, di uomo del vecchio mondo che, a modo suo, conciliava il marxismo e il cristianesimo figliati da quel tempo ormai perduto e di cui egli conservava tracce vistose di nostalgia. Se fosse vissuto ancora anche poco lo scrittore si sarebbe strappato i capelli…

Il “Privato è politico” di sessantottesca e settantasettina memoria vengono portati alle estreme conseguenze nel senso che il privato viene rovesciato e inonda la politica fino ad azzerarla. Alla fine degli anni Settanta irrompe la moda del “travoltismo” e della “Febbre del sabato sera” che impongono fra i giovani soprattutto un individualismo sfrenato e l’autorealizzazione individuale nel campo del tempo libero. Si pensi solo al boom delle discoteche… La dimensione collettiva e l’impegno politico vanno scemando ed esaurendosi… Il trionfo del nuovo individualismo che apre le porte al reaganismo edonistico viene celebrato da Hollywood attraverso l’esibizione dei corpi e dei movimenti di nuovi divi come il già citato John Travolta, Sylvester Stallone e Richard Gere. Individualismo, egoismo, narcisismo e quindi anche dilatazione del privato…

Negli anni Ottanta, il decennio dello yuppismo, la dimensione dell’individuale e del privato vengono esaltate dalle nuove tecnologie da applicare alla sfera domestica come l’home video, l’home computer, le console per i primi videogames, ecc… Finalmente il “divertimento” può diventare “casalingo”. La sfera sessuale, invece, anche dopo gli anni di invocazioni alla estrema libertà e al permissivismo, conosce una battuta di arresto motivata più che altro dalla sindrome dell’AIDS e dalle paure che ne derivarono. Comunque sono gli anni successivi che decretano il vero trionfo del privato che, prima gradualmente e poi a briglie sciolte , esonda e inonda il “pubblico”.

Le nuove innovazioni tecnologiche degli anni Novanta consentono di presentare la propria intimità innanzi agli altri, spesso perfetti sconosciuti. E’ ciò che accade con Internet, con la “rete” e con la nuova rivoluzione multimediale che collega i vari media un tempo separati (televisione, computer, home video, stereo, ecc…). Da un lato è possibile crearsi un piccolo spazio in cui poter valorizzare il proprio tempo libero e poter usufruire del massimo di potenzialità per il proprio piacere e divertimento. Dall’altro si moltiplicano le occasioni di relazione ma in un contesto informato alla superficialità e alla banalità. Per ciò che attiene al privato la sua massima espansione coincide con la sua dissoluzione… Nel momento in cui si comincia a parlare di tutela della privacy, del diritto all’intimità e alla riservatezza, si assiste alla sua morte quasi in contemporanea. Anche i cellulari, gli ormai ingombranti – rispetto al tempo che occupano nella nostra vita attuale – telefonini ricchi di giochi e di altre opzioni, concorrono a consumare il delitto: si moltiplicano questi aggeggi sempre più piccoli e maneggevoli in grado di riprendere, filmare e fotografare sempre, comunque e ovunque…

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Approdiamo quindi agli anni Zero e ormai non siamo più in tempi postmoderni ma postpostmoderni o tempi postmoderni vissuti nella crisi. Al consueto individualismo si accompagna un sovrappiù di visceralità e di aggressività. Sono gli anni dello “Scontro di Civiltà”, delle mille paure, delle richieste securitarie di sicurezza e del terrore od orrore dell’Altro. Al contempo si compie la “rivoluzione del mercato e del privato”, non solo privatizzazione economica delle risorse secondo i dettami neoliberisti, ma anche privatizzazione dello spazio pubblico con conseguente confusione fra le sfere. L’ultima frontiera è il reality, il programma televisivo in cui i concorrenti fanno semplicemente mostra di sé fin negli aspetti più intimi. Gente comune o almeno all’apparenza… Magari destinata a una carriera nello spettacolo senza avere particolari doti. Se precedentemente il privato era stato assassinato o era deceduto per bulimia, almeno quella concezione di privato separata dalla sfera pubblica, ora il pubblico diviene privato ed anche lucrosa fonte di reddito. La semplice concessione del sé diviene fattore di popolarità e di reddito alla portata apparente di chiunque. Il reality costituisce una frontiera internazionale e “universale” della televisione e i media italiani vi si gettano a capofitto…

Non vorrei tediarvi oltre misura… La storia più recente è nota…

Vorrei ribadire invece come l’espansione del Mercato e del suo paradigma culturale hanno comunque bisogno degli individui e del loro individualismo e valorizzando la dimensione individuale – racchiusa però nel guscio impersonale e omologante del consumatore-fruitore-spettatore – si finisce per lambire pesantemente il privato, quanto v’è di più genuinamente individuale…

In tutto ciò quella che il filosofo e sociologo tedesco Adorno chiamava “Industria culturale” (vale a dire dell’intrattenimento, del divertimento, del tempo libero, del disimpegno, dello spettacolo e chi più ne ha più ne metta…) assume un ruolo preminente. Mai in tutta la storia dell’Occidente si è investito così tanto sul tempo libero e sul divertimento. Internet, cellulari, home computer, home video, pay per view, informazione varia e giornali, libri, televisione, musica di intrattenimento, cinema, sport come il calcio e la formula uno automobilistica, videogames, fumetti, parchi a tema, parchi giochi, ecc… E ad un’attenta riflessione non si può concludere che ciò non abbia avuto effetti… Che lo spettacolo, il divertimento e l’intrattenimento siano essenzialmente e solo innocui. Intendiamoci, non si vuole qui stigmatizzare l’”Industria culturale” in sé. L’intrattenimento ha una funzione riproduttiva indubbiamente importante, ma quando l’influenza e il potere su comportamenti, gusti ed atteggiamenti attraverso l’invadenza delle mode e dell’effimero fabbricate da tale settore commerciale e industriale non ha più né limiti né misura, allora qualcosa non va e non quadra… E della cultura di un popolo e di un nazione si comincia a fare deserto con effetti banalizzanti nel migliore dei casi. Si pensi solo alla già citata evoluzione del concetto di privacy.

Non può essere negato che almeno in Italia, nel contesto di una corrente globale, l’emittenza televisiva privata ha aperto nuove strade in questa generale e nuova “alfabetizzazione” (o disalfabetizzazione?) di massa. Le provocazioni e la condanna di Pasolini nei confronti della televisione, allora essenzialmente pubblica, conservano un qualcosa di enfatico con il senno di poi. Quella RAI in bianco e nero, con tutti i suoi limiti dovuti al controllo partitico, era estremamente compassata ed elegante, lontana anni luce rispetto a quella di oggi. Produceva cultura ed era nelle mani di uomini di cultura e l’intrattenimento che trasmetteva, figlio di un’epoca in cui il teatro era certo più seguito rispetto a questi anni disgraziati, era frizzante ed intelligente affidato ad artisti di talento. Oggi domina un clima da “dilettanti allo sbaraglio” in tutti i sensi… La RAI si è progressivamente conformata al modello di emittenza privata – un altro modo di attuare la “privatizzazione” – perdendo la propria originaria identità. E quando si discute di emittenza privata si parla essenzialmente del network berlusconiano. Non è forse vero che la televisione privata è quella che si identifica chiaramente con il commercio e con la pubblicità dei cui introiti vive? E non è forse vero che Berlusconi ne è stato fin dai primordi l’espressione più chiara e netta? E lo stesso Berlusconi non è ed è stato quasi monopolista degli introiti pubblicitari? Un vero mercante, quindi… Se agli inizi i tre canali berlusconiani scimmiottavano i migliori programmi RAI, ancora vista come modello di ottima televisione da imitare, presto il rapporto si è rovesciato con i risultati che conosciamo: la degradante omologazione monopolistica televisiva…

Almeno guardando agli ultimi vent’anni, Berlusconi e le sue televisioni hanno esercitato un’influenza di prim’ordine nella deculturazione italiana che sempre più ci sentiremmo di etichettare come “berlusconizzazione”, la spettacolarizzazione deteriore… Più che imprenditore o piazzista, più leader politico o tycoon, il Cavaliere è egli stesso uno showman, anzi per l’Italia lo Showman. Con i suoi canali televisivi e con le sue stazioni radiofoniche, con le sue case di distribuzione cinematografica e con le sue blasonate squadre di calcio, lui non guadagna solamente, ma si sollazza pure. Più che con politici, governanti, imprenditori, banchieri e finanzieri, si trova a suo agio fra presentatori televisivi e di talk show, cantanti, registi, attorucoli e attricette, calciatori, piloti automobilistici o motociclistici, ballerine, vallette, veline, velone, vamp, comici e “vippari”. Più americano lui degli americani… Più hollywoodiano lui di registi ed attori hollywoodiani… Il Cavaliere mostra il puro volto dello spettacolo invasivo, pervasivo e ossessivo e non abbiamo bisogno di un Debord, un Baudrillard o un Mcluhan per rendercene conto. Prendiamo la politica, la sua “evoluzione” (post)postmoderna, (post)postindustriale e (post)postdemocratica. Essa va oltre la cosiddetta “fine delle ideologie” – o trionfo della pragmatica ”ideologia senza ideologia” propria del Mercato? -, la trasformazione dei partiti di massa in partiti “pigliatutto” o personalistici, puri strumenti del consenso e le ondate di nuovi movimenti “monotematici”, ecc… L’aspetto proprio più rilevante, propriamente americano consiste nella sua “spettacolarizzazione” e nell’uso/abuso di linguaggi e forme di comunicazione pubblicitaria e sempre più sensazionalistica. Non può stupire, quindi, che se da un lato i politici della “postmodernità” si comportano come dei “divetti” sotto i riflettori e le telecamere, dall’altro si approntano liste elettorali con un sempre maggior numero di divi dello spettacolo e della televisione. In questo Berlusconi è stato l’indubbio pioniere anche se l’idea di creare un partito “spettacolare” improntato sulla presenza dei professionisti dello spettacolo fosse stata di Craxi che, se avesse avuto un po’ più di tempo a disposizione avrebbe demolito il vecchio PSI per farne un carrozzone baracconesco. Chi non si ricorda, chi può, “gli anni dei nani e delle ballerine” poi venuti realmente alla ribalta sul palcoscenico della politica? Più facile pensare che l’idea craxiana sia stata partorita da Berlusconi stesso o da qualche mente berlusconiana… Forza Italia ha rappresentato il compimento e la realizzazione di quanto auspicato da Craxi…

Tuttavia la “politicizzazione dello spettacolo” o “spettacolarizzazione della politica” ha inciso indubbiamente più nel profondo. Basta ricordare proprio le parole di Noemi Letizia indecisa se fare la showgirl o la deputata (che ci pensa Papi Silvio…). Come se la politica non fosse una sorta di missione, un investimento della propria vita nel bene collettivo, ma un altro modo di fare spettacolo. Un gioco, in definitiva… Noi ci siamo sempre lamentati del vecchiume in politica, del fatto che fosse dominata dagli anziani, ma se questa è la gioventù stiamo belli e freschi… Ci sarebbe tutto un discorso pedagogico da fare… Abbiamo allevato ragazzi per i quali ormai fra spettacolo e politica non c’è distinzione e l’importante è acquisire la notorietà e la fama. Lo spettacolo ha divorato la politica, se n’è impossessato sfilandocela da sotto gli occhi. E se per caso avete remore e dubbi legittimi sui professionisti della politica vecchi e corrotti andate un po’ a dilettarvi con quel che offre quel mondo dello spettacolo sempre più in osmosi con la politica. Immaginate che cosa potrebbe fare o cosa sta già facendo un ex presentatore televisivo o un protagonista del gossip… perché la verità – ma qui lasciamo perdere quei professionisti dell’arte e dello spettacolo che si ingegnano nei loro rispettivi campi con talento e bravura senza curarsi del “successo” o della “fama” – è che questi settori dell’”Industria culturale” sono letteralmente occupati da divi e divetti che si comportano peggio delle puttane nell’irrequieta ansia di piacere e attrarre fama e danaro senza un briciolo di talento e professionalità. Non è forse questa la vera “puttanizzazione” della politica”? Se questo accade nell’ambito dello spettacolo in senso stretto immaginate che cosa potrebbe accadere e cosa nei fatti accade in politica. Quando si hanno a disposizione soldi e mezzi questi individui sono più controllabili dei “politici tout court”. Rammentate quando la corte servile di Mediaset anni fa si lanciò in una sorta di campagna elettorale a favore del proprio (e nostro) sovrano attraverso i canali televisivi? Di fatto i confini sono saltati… Nelle menti dei ragazzi e delle ragazze che inviano i book all’Imperatore mediatico politico ma anche degli adulti non sussiste una differenza così marcata fra spettacolo e politica. Sempre passerelle sono…

E Berlusconi è il primo ad amare lo spettacolo, ad esibirsi e ad esibire un repertorio tutt’altro che invidiabile. Canzoni, battute fulminanti, frizzi e lazzi… Con l’intenzione di intrattenere le disgraziate folle italiane e i troppo seriosi politici stranieri. L’esibizione è la vera anima di Berlusconi e in un buon spettacolo o avanspettacolo d’annata, fra il Drive In e il Bagaglino non può mancare il vecchio e sano sesso. Stupisce che fra le paladine del gentil sesso e fra le promotrici dei diritti delle donne il comportamento del Cavaliere e la promozione dei suoi modelli sessuali e femminili passi quasi senza un minimo di reazione. Lasciamo stare le “galanterie”, i doppi sensi e le battute volgarotte… L’immagine della donna offerta dalla televisione italiana – e non solo Mediaset – è mortificante e sconfortante. Si capisce che per il Cavaliere le donne, con le loro forme generose, sono irrimediabilmente e propriamente spettacolari, perché oggetti sessuali. Non più anime e volti, ma sculettanti corpi in movimento con una bella maschera cui appoggiare lo sguardo ogni tanto. Lasciate perdere la capacità o il talento… Lasciate perdere il pensiero o il linguaggio… La donna è fatta per quella cosa là secondo il Cavaliere e, quindi, anche per quel che riguarda le candidature la selezione viene fatta in base all’aspetto e all’abbigliamento (anche se Lui le vorrebbe tutte svestite e con le tette al vento…). A pensarci bene il caso degli uomini non è poi molto diverso…

La donna “svestita”, come puro oggetto sessuale e di piacere non rappresenta altro che il modello “ribaltato” della femminilità coperta dei talebani e del bacchettonismo papalino. In ogni caso ci si appropria della privacy e si dettano i costumi sessuali e privati o si pretende di farlo. E’ il compimento della morte del “privato” e della sfera sessuale che rappresenta l’aspetto più genuinamente riconducibile al “privato”. Tutto questo parlare, tutto questo rappresentare e alludere in maniera ossessiva alla sessualità e a un certo tipo di femminilità sottrae il piacere di ritagliarsi un autentico pezzo di intima felicità per gli uomini e le donne italiane. Domandatevi perché si assiste a tutto questo calo del desiderio… Sarebbe bene smetterla con questa sindrome paranoica e lasciare ai singoli la libertà di vivere la propria sessualità senza affanni, agitazioni e complessi. E tornando alla rappresentazione dell’universo femminile in tempo berlusconiano non si può certo dire che contribuisca ad un atteggiamento quantomeno educativo e, quindi, a ridurre fenomeni preoccupanti come gli stupri e le altre violenze o vessazioni sulle donne.
Un oggetto è un oggetto…
Un giocattolo è un giocattolo…
Non c’è niente da fare…
E’ fatto così…

Un esibizionista anche inconsapevole come ogni vero showman che si rispetti. I tradimenti nei confronti della moglie, veri o presunti che siano, vengono sventolati ai quattro venti senza un minimo di rispetto per la consorte. Il Nostro è esuberante, giovanile, adolescenziale e la signora Lario è troppo vecchia. Ma quanti sono gli uomini normali o nella norma che quasi si vantano delle corna messe in testa alla propria moglie ? Lui è quasi tentato… Lo fa… e lo farebbe anche se fosse l’ultimo degli ultimi. Ma non è l’ultimo degli ultimi… E’ stato il veicolo di qualcosa che si inserito nei cuori, nelle menti e nei corpi degli italiani e ora è molto arduo tentare una disintossicazione. Eh si! Perché Berlusconi, alla fine di tutte le fiere, è “uomo di cultura”, il vero educatore di massa… La “berlusconizzazione” antropologica e culturale degli italiani è stata devastante e ha fatto deserto ove prima almeno qualcosa cresceva. Siamo troppo intestarditi su altri sgradevoli e censurabili vizi di Berlusconi e del berlusconismo come il piduismo, la mafiosità, il fascismo “pragmatico”, la corruzione, ecc… Tutto molto giusto… Tutto molto vero… Tuttavia sono proprio “Vallettopoli”, “Mignottopoli” e “Imbecillopoli” le vere radici del potere berlusconiano, quelle in cui è immerso e che permettono a lui di prosperare come alle vecchie e nuove P2, alle mafie e ai fascismi odierni di dilagare e traboccare. Una franca, aperta e definitiva discussione su questa egemonia culturale è drammaticamente mancata ed il perché è intuibile… L’Italia si è ritagliata un vestito cucito con il tessuto della banalità, dell’idiozia e della volgarità imposte da questo immenso circo politico mediatico. Pensate che la reazione della consorte del Cavaliere non abbia alcuna attinenza con tutto ciò? Davvero? Forse lei ha veramente avuto il coraggio di togliersi di dosso una maschera pesante, opprimente e ormai insopportabile e le sue parole dovrebbero suonare come un monito per noi tutti… Poi, come inevitabilmente succederà, la banalità e l’effimero ammanteranno tutto e paradossalmente uno schermo “privato” coprirà quel che è molto più “pubblico” di quanto non si creda.

La globalizzazione americaneggiante (post)postmoderna, (post)postdemocratica e (post)post industriale, nelle forme del dominio del paradigma del Mercato che conosciamo; si è diffusa almeno in tutto il mondo Occidentale secondo precise modalità. L’Italia non è esclusa ma la specificità tutta italiana risiede proprio in questa “berlusconizzazione” che pare imporsi come un inedito esperimento video-mediatico-politico nel contesto della più ampia “mondializzazione”, tanto per usare un pessimo termine. E’ il virtuale che conquista “finalmente” il reale… Nell’Italia di questi ultimi quindici o anche vent’anni possiamo ritrovare tutti i tratti più “estremi” del nuovo corso della storia: reificazione e mercificazione sempre più accentuata, la schizofrenia permissivistico securitaria, l’edonismo sfrenato così mirabilmente descritto da Pasolini, la dissoluzione del pubblico nel privato e, di conseguenza, anche di quest’ultimo, la spettacolarizzazione onnicomprensiva, nuovi modelli femminili e di sessualità, una violenza che non cerca neanche più la sua giustificazione, ecc… Berlusconi e il berlusconismo hanno messo molta di questa benzina in questa macchina sgangherata sempre in procinto di sbandare pericolosamente. Il trapasso della democrazia parlamentare dovrebbe preparare all’instaurazione di una monarchia intesa anche e soprattutto come “governo dei mona” comunemente intesi in Veneto. Il Cavaliere è l’accorto piccolo regista di questo enorme spettacolo trash sempre più baracconesco, insensato, banale, volgare e di pessimo gusto e noi siamo tutti chiamati a recitare nella tragica farsa. Per dipingere l’attuale stato di cose in Italia ci vorrebbe un regista del calibro del compianto Fellini, così ferrato nei registri grotteschi. Chissà poi se le paure della signora Lario sono così lontane dalla verosimiglianza e se il marito e probabile futuro ex prepara la strada per quella che sarà la vera dittatura. Nel frattempo stiamo a guardare… stiamo a guardare lo spettacolo…

circo_alessandra_placucci.jpg

Sotto un enorme tendone masse di individui della più diversa estrazione sociale si raccolgono in vari cerchi concentrici e il centro non è altri che lui, il Cavaliere…
Una musica infantile, tipo Zecchino d’Oro, si alza da un altoparlante e il Cavaliere si improvvisa direttore d’orchestra mimando nella gestualità Riccardo Muti…
Uomini e donne, anziani e bambini, ognuno secondo le proprie possibilità cominciano a girare e a fare giro giro tondo. Dapprima sono lenti poi il movimento si fa vorticoso… I loro tratti, i loro contorni e i loro visi mutano e si deformano orribilmente. Ormai sono freaks da circo. Fenomeni da baraccone…
Il movimento è tale che s’ode un botto…
Casca il mondo…
Casca la terra…
Tutti giù per terra…
E quando sono tutti a terra anche il nostro esimio direttore cade come per un mancamento…
In disparte una donna getta la sua maschera e un bambino di pochi mesi, dopo la prima meraviglia, fa sfoggio di un riso irrefrenabile e indimenticabile…

Fine?

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Le immagini:
1. Scritta di writer su una casa di Genova
2. Dipinto di Kandinsky
3. Noemi con ritratto autografato da Papi
4. Tre fotogrammi da “Tempi moderni” di Chaplin
5. Scaffali di supermercato
6. Dipinto di Alessandra Placucci

Pasolini previde un’Italia consumistica ed edonisticaultima modifica: 2009-05-24T17:48:00+02:00da paginecorsare
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7 pensieri su “Pasolini previde un’Italia consumistica ed edonistica

  1. Questo più che un post è un saggio.Radiografa noi e la nostra storia e coglie la figura del pagliaccio ingannatore che ci governa.Ti confesso che quando vedo un film di Alberto Sordi(pace all’anima sua)è come se capissi davvero come è fatto l’italiano medio,o meglio il piccolo borghese meschino ed arrivista senza meriti.L’Albertone ci ha fatto una fortuna con il suo personaggio,ma la lezione, haimè, è stata ben recepita da Berlusconi che gli assomiglia fin troppo in quel suo modo ridicolo di fare il simpaticone fuori luogo.Il guaio è che Il Sordi fingeva mentre il nostro(o meglio “il loro”!) ci crede davvero di essere ciò che non è. E con lui chi lo segue!
    A presto.
    artista1969

  2. Ciao Angela. Non sono ancora completamente rientrato nella “realtà” perché stò smaltendo i postumi di una brevissima e salutare vacanza. Tuttavia, la prima lettura di questo tuo post mi ha meravigliato e sconvolto. E’ un’analisi molto particolare delle cause che hanno portato all’attuale situazione di questo Paese, prendendo a riferimento la nostra recente storia. Non ti dispiacerà, spero, se me lo sono stampato perché voglio leggerlo ancora… Sono veramente molti gli spunti di riflessione che offre e voglio sedermi tranquillo in poltrona per farlo. C’è molto da capire, oltre al fenomeno Papi.

    Ti auguro una buona serata e ciao.

  3. Lo strapotere di una oligarchia finanziaria, conseguenza del capitale finanziario, svela il carattere parassitario, brutale del capitalismo monopolisitico, e rende ancora più insopportabile il giogo dei trusts e dei sindacati capitalistici, accrescendo l’indignazione delle masse lavoratrici contro il capitalismo. (…)
    L’esportazione crescente di capitali nei paesi assoggettati, l’estensione delle sfere d’influenza, la trasformazione del capitalismo in sistema mondiale di asservimento finanziario della stragrande maggioranza della popolazione del globo a pochi paesi , fanno delle economie nazionali gli anelli di un’unica catena chiamata economia mondiale che divide la popolazione della terra in due campi: i paesi capitalistici che sfruttano e opprimono la stragrande maggioranza dei paesi nominalmente più o meno indipendenti. I monopoli delle sfere d’influenza, e lo sviluppo ineguale dei differenti paesi capitalistici provocano una lotta accanita fra i paesi che si sono spartiti i paesi assoggettati e quelli che vogliono ricevere la loro parte. (…) Il vecchio capitalismo diventa così imperialismo che è il sistema mondiale di asservimento finanziario e di oppressione della maggioranza della popolazione del globo da parte di pochi paesi . (…) Lenin chiamò l’imperialismo >. Perché?
    Perché l’imperialismo porta le contraddizioni del capitalismo fino ai suoi limiti estremi, dopo di che comincia la rivoluzione. Per lottare contro questo strapotere, i metodi abituali della classe operaia – sindacati, cooperative, partiti, lotte parlamentari – sono del tutto inefficienti. (…)

    Josif Vissarionovic Dzugascvili

    – Detto Soso da bambino, soprannominato Koba quando, a 19 anni, deposta la tonaca da seminarista, cominciò a lottare contro l’oppressione dello stato zarista. Meglio noto come Ivanovic, Cizicov, o Muriadanz all’Okharana, la polizia zarista che lo rinchiuse quale agitatore sovversivo per ben sei volte, evadendo per altrettante. Infine da Vladimir Ilitch Lenin soprannominato e conosciuto come STALIN l’uomo d’acciaio.

  4. Durante la permanenza di Giorgio Napolitano agli Interni Gelli si diede alla latitanza, il che comportò una richiesta di dimissioni per l’allora titolare del Viminale) ed i mini-stri del governo Prodi pronti a giurare. La morte del più grande intellettuale del ‘900 è stata voluta ed insabbiata dal nostro stato deviato. Pasolini è morto per antifascismo, non per omosessualità. Fu ucciso dallo Stato e verosimilmente su incarico della mafia vaticana, in accordo con la P2 e la DC per volere dell’onorevole Andreotti, che infatti poco dopo l’omicidio dichiarò: “Pasolini Se l’è cercata”.

    lo disprezzo chi non parla per paura, chi si nasconde dietro l’anonimato. lo ritengo complice in omicidio chi assiste a un omicidio o a una qualsiasi violenza e non tenta di impedirlo e poi tace. Io sputo il mio disgusto su chi vide ammazzare Pasolini e invece di corrergli in aiuto si rintanò zitto zitto nella sua baracca ad attendere che gli assassini scappassero via.
    La vigliaccheria, l’omertà, l’egoismo, la stessa prudenza sono a mio avviso crimini immondi. E aggiungo: niente, per me, è più immorale della paura. Non la paura che si prova, volenti o nolenti, ma la paura che non si vince con uno sforzo dell’anima.

    Orianna Fallaci – 1975

    Morte di Pasolini, nuova indagine della procura
    (02 aprile 2009)
    La procura riapre il fascicolo sull´omicidio di Pier Paolo Pasolini. Letta l´istanza di riapertura delle indagini preliminari depositata venerdì scorso dall´avvocato Stefano Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini, il procuratore Giovanni Ferrara ha affidato al sostituto Diana De Martino l´incarico di riesaminare i faldoni del delitto, avvenuto 34 anni fa. La chiave per diradare le nubi sulla fine del grande scrittore e poeta friulano potrebbe infatti essere nascosta nelle due teche conservate al Museo criminologico di Roma. La verità giudiziaria consegnata alla storia non ha mai convinto. Sono stati chiesti nuovi accertamenti sui reperti biologici conservati nel Museo Criminologico. Il caso riaperto dopo 34 anni il fascicolo è stato affidato al pm Diana De Martino.
    È stata un´inchiesta difficile, nata nel ´75 tra i silenzi impacciati per la scabrosità del contesto e basata sulla personalità intricata e sui ricordi confusi e contraddittori di Pino Pelosi, il ragazzino “di vita” 17enne con cui il poeta 53enne consumò un amore proibito poco prima di essere ucciso tra le sterpaglie del lido di Ostia. Era la notte tra l´1 e il 2 novembre, Pasolini caricò in auto il ragazzino in piazza dei Cinquecento e si fermò alla trattoria “al Biondo Tevere”, solito tavolo. Cenò lui solo, pasta “ajo e oio” e una birra, poi ripartirono insieme sull´Alfa Gt 2000, e andò incontro alla morte sul litorale di Ostia. Lo colpirono con violenza, forse con un bastone, poi lo finirono investendolo con la sua stessa auto. Fu Pelosi, con l´aiuto di altri, dissero la prima sentenza. Fu lui solo, concluse l´appello. Al museo criminologico ci sono due teche dedicate al delitto.

    Nella prima i reperti di Pasolini, nella seconda quelli di Pelosi: le scarpe acquistate da “Ramirez”, l´anello con pietra rossa e la scritta “United States Army” trovato a una cinquantina di metri dal luogo del delitto. «Perso nella colluttazione», disse Pelosi in una delle sue ricostruzioni. Si dichiarò colpevole, e venne condannato a nove anni di carcere, ma nel 2005 ritrattò tutto durante un´intervista in tv. Disse che a uccidere erano stati in tre, e altrove parlò di cinque persone. Siciliani, disse. Si riaprì l´indagine, ma si impantanò ancora nelle sabbie mobili della memoria di Pelosi, che qualche verità nascosta provò pure a venderla al migliore offerente.
    Quel che è certo è che su quei reperti non sono stati effettuati mai i riscontri scientifici che le tecniche investigative di allora non conoscevano, e quelle di oggi sì. Una pista sostenuta anche dal colonnello Luciano Garofano, comandante del Ris dei carabinieri. Ma il contesto in cui stavolta ci si muove, e il movente verso cui ci si indirizza, sono ben diversi da quelli antichi di una ribellione dopo un rapporto omosessuale, o di un´aggressione fascista.
    No, stavolta si punta altrove. «È necessario fugare i dubbi dopo le dichiarazioni rese da Pelosi il 12 settembre e pubblicate nel libro “Profondo Nero”, e soprattutto dalle indagini del pm Vincenzo Calia sulla morte di Enrico Mattei», dice l´avvocato Maccioni. La tesi è suggestiva, allaccia con un unico filo tre grandi misteri: la morte del petroliere, quella del giornalista Mauro De Mauro e quella di Pasolini. “Petrolio”, il romanzo che uscì postumo, avrebbe potuto svelare la verità sull´omicidio di Mattei, camuffato da incidente aereo, rendendo pubblico qualcosa che aveva scoperto e non gli hanno permesso di raccontare. Lo stesso destino che potrebbe essere stato fatale a De Mauro.

  5. PADRONI E SERVI DI FRONTE ALL’ ARTE, NELL’ ETERNA LOTTA TRA IL BENE E IL MALE.

    “…E allora mi chiedo anche se fa qualche differenza che questo Monsieur Nessuno, cittadino globalizzato di questa nuova Europa che di Europa non ha più nulla, mostri oggi in giro la sua esistenza e il suo angosciarsi su di essa urtando goffamente un trenta metri sul molo di Portofino, oppure aspirando intellettualmente uno spinello sdraiato sul pavimento di un centro sociale . Se fa qualche differenza l’entità dei suoi asset, che abbia mille miliardi o che aspetti la pensione della previdenza pubblica. Nel primo caso comprerà opere di arte contemporanea, nel secondo andrà a vederle (forse) in qualche museo, magari con lo sconto per comitive. In entrambi i casi sarà costretto a credere che se stesso e l’opera d’arte valgano qualcosa. Il reale è hegelianamente il razionale: l’opera d’arte contemporanea è appropriata, adeguata, al suo contemporaneo fruitore…”
    ( Da “L’errore al bivio. Monsieur Nessuno e l’arte di regime” di Filippo Matteucci )

    “Di uomini ricchi ve ne sono oggi, ma è frequente che essi debbano le loro fortune direttamente o indirettamente all’apparato statuale. Per cui sono spesso più dipendenti dai continui favori politici di quanto lo siano molti di gran lunga meno facoltosi. Essi non sono più, come una volta, capi di antiche famiglie eminenti, bensì nouveaux riches. La loro condotta non è caratterizzata da virtù, saggezza, dignità o gusto, ma è un riflesso della stessa cultura proletaria di massa orientata al presente, dell’opportunismo e dell’edonismo […] Invece di nobilitare i proletari, la democrazia ha proletarizzato le élites ed ha sistematicamente corrotto il pensiero e il giudizio delle masse.”
    ( Da “Élites naturali, intellettuali e Stato” di Hans Hermann Hoppe )

    “Chi gestisce la nostra società, attraverso vari sistemi palesi od occulti, riesce a dirigere la gente entro binari uguali per tutti. E’ la regola imposta del “tutti” : vestire tutti alla stessa maniera, possedere cose tutte alla stessa maniera, avere tutti un corpo alla stessa maniera, tutti uguali, tutti insieme, tutti a scuola, tutti al lavoro, tutti al mare, tutti in discoteca. Essere “popolo”, un popolo composto da tutti coloro che non hanno identità e potere: il popolo della notte, il popolo dei vacanzieri, il popolo della movida, il popolo dei fatti e “rifatti”… Ma, per chi ha coraggio, una prigione è costruita per evadere da essa.”
    ( Da “Meravigliosamente naturale. Bellezza e autenticità nell’arte e nel costume” di Leonarda Venuti )

    http://brunotto588.blog.espresso.repubblica.it/il_linguaggio_dimenticato/2010/05/perch-non-riusc.html

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