Paolo Borsellino, l’eredità di un sogno

FALCONE_BORSELLINO.jpg

Nella ricorrenza del tragico anniversario della strage di via D’Amelio in cui furono trucidati con un’autobomba il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Walter Eddie Cosina, alcune fonti di informazione [vedi “Corriere della Sera“, “la Repubblica“, “La Stampa” ecc.] hanno dato ampie notizie delle indagini, mai interrotte. In particolare, scrive Nicola Biondo su “l’Unità” del 18 luglio 2009, vi sono “tre nuove testimonianze che potrebbero rivelarsi decisive” (e per le quali coraggiosi magistrati stanno cercando puntuali riscontri) che qui riassumo:

Gaspare Spatuzza dopo undici anni di carcere duro ha rivelato di essere stato lui a rubare la macchina che sarebbe poi stata imbottita di esplosivo. Un racconto che demolisce molte false verità e può condurre alla individuazione di nuovi e diversi responsabili dell’organizzazione della strage;

Giovanni Brusca, il killer della strage di Capaci, sostiene che nei 57 giorni che separano la morte dei giudici Falcone e Borsellino, lo Stato e Cosa nostra trattarono. Brusca ha dichiarato recentemente: “Riina mi disse chi era il terminale della trattativa”, aggiungendo: “Per la strage del dottor Borsellino ci fu una straordinaria accelerazione” determinata dal fatto che il giudice si era opposto alla trattativa “con tutte le sue forze”;

Massimo Ciancimino (figlio di Vito, già sindaco di Palermo nel 1970 – appartenente alla corrente democristiana facente capo a livello nazionale a Giulio Andreotti – poi processato e condannato nel 2001 per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa – è morto nel 2002) racconta di avere incontrato nell’estate 1992 gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno (entrambi del Sisde) e alcuni altri agenti segreti che avevano chiesto a suo padre di essere garante di un patto col sistema politico. Vito Ciancimino ebbe infatti contatti a questo scopo con Bernardo Provenzano e Antonino Cinà (emissario di Riina). Il patto tra mafiosi e politici della Seconda Repubblica doveva prevedere l’allentamento del “carcere duro” e altre agevolazioni, tra cui l’interruzione delle requisizioni dei beni appartenenti a mafiosi.

Si trattò quindi di una strage di mafia oppure soltanto di mafia? Su questa domanda inquietante stanno indagando le Procure di Palermo e di Caltanissetta. Ed è su tale interrogativo che propongo qui di seguito uno scritto di Luigi De Magistris.

attentato_damelio.jpg
Via D’Amelio dopo l’attentato. Foto della Polizia di Stato

Paolo Borsellino, l’eredità di un sogno
di Luigi De Magistris, 18 luglio 2009

“Perché quello che è stato fatto è proprio cercare di fare passare l’assassinio di Paolo e di quei ragazzi che sono morti in via D’Amelio come una strage di mafia (…) Quello che invece noi cerchiamo in tutti i modi di far capire alla gente (…) è che questa è una strage di Stato, nient’altro che una strage di Stato (…) Oggi questa nostra Seconda Repubblica è una diretta conseguenza delle stragi del ‘92”.

A parlare è Salvatore Borsellino. E le sue non sono solo le parole figlie della perdita del fratello magistrato nella deflagrazione di un’autobomba, ma di un cittadino lucido che, nonostante tutto, conserva in sé la fiducia nella forza delle Istituzioni e della Giustizia. Non trucidato dalla mafia, dunque, ma dallo Stato stesso di cui era servitore. Con la Seconda Repubblica che nasce sulle ceneri di quell’assordante boato che ha fatto tremare Palermo il 19 luglio di diciassette anni fa. Il sogno di liberare la Sicilia, e con essa tutta l’Italia, dal “puzzo del compromesso morale”, è la spinta che animava tanto Borsellino quanto Falcone. Da La Kalza di Palermo, periferia sociale ed economica della città, alle aule di Tribunale: una parabola, quella dei due protagonisti della prima Procura anti-mafia, che determina in modo nuovo e originale la battaglia contro la criminalità organizzata. Perché Borsellino e Falcone non solo hanno, per la prima volta, definito i contorni di ‘cosa nostra’, processandone i suoi esponenti di spicco nell’aula bunker dell’Ucciardone, ma ne hanno conosciuto e indicato la mentalità, i linguaggi, i codici, i simboli, avendoli appresi a La Kalza, da dove Falcone proveniva. Stesso quartiere e stessa infanzia di Tommaso Buscetta.

“Nuddu miscatu cu nenti”, cioè nulla mischiato col niente, è la formula con cui comincia l’iniziazione nelle famiglie, la cooptazione di nuovi affiliati ai mandamenti e alle cosche. E’ questo il messaggio che la mafia ha cercato sempre di far passare fra i suoi e nella società: l’essere nulla mischiato col niente senza protezione della famiglia criminale, il non esistere senza la copertura dell’organizzazione illegale; diffondere, insomma, la coscienza insana che lo Stato non serve, non basta, non provvede alle tue esigenze e bisogni, finanche alla tua sicurezza. Un’opera persuasiva, altamente etica, per l’obiettivo di ridefinire il codice di comportamento sociale, perseguita prima attraverso lo spargimento di sangue – la fase dello stragismo degli anni ’90 – e poi per mezzo del controllo economico: della droga all’inizio, della finanza oggi.
Ma sempre i target di questa conquista infame sono stati la politica e la società.

Diciassette anni fa di fronte a tale tentativo di controllo e di infiltrazione, politica e società furono evidentemente deboli nell’opporsi. Con la prima che non poté nascondere la paura che Borsellino e Falcone generarono quando lambirono il ‘terzo livello’, quando cioè arrivarono al legame della mafia con le amministrazioni nazionali e locali, di fronte al quale furono costretti a fermarsi perché uccisi.

Ora la mafia ‘ammazza’ meno, non usa le armi come in passato, non si serve della droga per alimentarsi, ma preferisce la strada del business: appalti edili e sanitari, ricostruzione in Abruzzo ed Export di Milano, nomine nella Asl, riciclaggio di denaro in attività estere apparentemente innocue come la ristorazione, gestione del ciclo dei rifiuti. Calca la scena dei salotti buoni di politica e finanza, parla l’inglese, non scrive sui ‘pizzini’ dal casolare di campagna vestendo gli abiti lisi dei contadini. E soprattutto si ramifica, assume tante forme locali. Oggi non c’è la mafia, bensì le mafie, appunto declinate al plurale. Non controllano solo il territorio dove nascono, ma si estendono in tutto il Paese, in tutto il mondo, cercando l’infiltrazione in ogni attività economica.

Per contrastarla la magistratura, come intuirono per altro già Borsellino e Falcone, deve entrare nelle banche e nei conti correnti internazionali, nel meccanismo degli appalti e nei settori industriali, utilizzando le intercettazioni (che il governo sta tentando di impedire con il ddl Alfano) e operando in modo autonomo (che, sempre il governo, sta tentando di impedire con la riforma del ruolo del Pm, espropriato della sua indipendenza e privato di una forza di polizia libera, che si vuole sottoporre al controllo dell’esecutivo).

Per contrastarla, invece, la società civile deve avviare una riflessione interna profonda, chiedendosi da che parte stare e scegliendo quella della trasparenza, della legge uguale per tutti, dell’informazione libera. Esigendo verità dallo Stato, anche sullo stragismo degli anni ’90, su cui la Procura di Caltanissetta sta nuovamente indagando. C’è stata o non c’è stata la trattativa fra ‘cosa nostra’ e lo Stato italiano di cui tratterebbe il ‘papello’ di Riina [1], che il collaboratore di giustizia e figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo Ciancimino dice di possedere? Il baratto fra pene più leggere per le cosche, la fine della morsa giudiziaria su ‘cosa nostra’, in cambio della fine della mattanza, è esistito? E Borsellino morì perché seppe di questa trattativa e si mise di traverso? Venne ucciso perché a conoscenza di quale era il ‘terminale istituzionale’, come lo chiamano Ciancimino e Brusca, che sedeva al tavolo con il capo dei Corleonesi per trattare la tregua? Senza le risposte a queste domande, che Salvatore Borsellino con coraggio ripropone sempre, sconfiggere le nuove mafie diventa uno sforzo ancora più difficile. Senza le risposte a queste domande, ricordare Borsellino e Falcone, insieme a tutte le altre vittime di mafia, è rituale vuoto, che depotenzia la forza di una rivoluzione morale e civile che, come acqua, disseti il deserto morale in cui questo Paese si sta trasformando.


[1] Il “papello” qui citato da De Magistris si riferisce a un documento di Riina sul quale Massimo Ciancimino dichiarò, nel giugno 2008: “Una ventina di giorni prima della strage Borsellino, mio padre mi disse che aspettava una persona, quell’uomo venne nella villa che avevamo affittato a Monte Pellegrino. La busta conteneva le richieste di cosa nostra, il papello. Io non l’ho visto, ma mio padre me ne parlò: c’era un elenco di 10-12 richieste. C’era ad esempio qualche immunità: volevano che le famiglie dei mafiosi venissero lasciate in pace.”

E’ di ieri, poi, la notizia pubblicata da alcuni quotidiani che Totò Riina, parlando tramite il proprio avvocato, ha dichiarato: “Ne so poco perché qui non mi passano nemmeno i giornali. Ma questa storia della ‘trattativa’, di un mio ‘patto’ con lo Stato, di tutti gli impasti con carabinieri e servizi segreti legati al fatto di via D’Amelio non sta proprio in piedi. Io della strage non ne so parlare. Borsellino l’ammazzarono loro […] Loro sono quelli che hanno fatto la trattativa, quelli che hanno scritto il ‘papello’, come lo chiamano. Ma io della trattativa non posso saperne niente di niente. Perché io sono oggetto, non soggetto di trattativa. E la stessa cosa è per quel foglio con le richieste che qualcuno avrebbe presentato attraverso Vito Ciancimino. Mai scritto da me. Facciamo pure la perizia calligrafica appena viene fuori e scopriremo che io non ho niente a che fare con questa vicenda”.

Un’altra annotazione riguarda le considerazioni – a seguito di quelle di Totò Riina – del presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto [tessera P2 n. 2232; fino agli anni Ottanta  componente della corrente di sinistra  (quella che faceva capo a un grande italiano, Riccardo Lombardi) del Partito socialista italiano; all’epoca della scoperta degli elenchi della P2, deputato e membro della direzione del Psi (segretario Bettino Craxi)] che ha dichiarato tra l’altro: “Rispetto a ciò che emerge in questi giorni ci permettiamo di fare una sola osservazione: ci auguriamo che, quali che siano le loro cosiddette rivelazioni, nessuno prenderà per oro colato ciò che dicono o diranno personaggi come Totò Riina e come il figlio di Ciancimino. E’ pleonastico dirlo ma comunque riteniamo che vada detto che si tratta di individui così inquietanti che solo riscontri solidissimi potranno confermare eventuali rivelazioni, quali che esse siano”. Non si preoccupi, Cicchitto, almeno una metà dei cittadini italiani non prende esempio dai comportamenti dei cicchitto di turno che considerano bocca della verità quella del loro bugiardissimo, attuale padrone: quei cittadini esigono soltanto a gran voce che sia riservata a TUTTI i cittadini italiani una informazione corretta e senza “buchi neri” che li tenga al corrente dei fatti e della loro evoluzione; quei cittadini pretendono che la legislazione attuale non sia continuamente stravolta per garantire l’impunità ai soliti noti; quei cittadini non ammettono che sia irrimediabilmente compromessa la democrazia del Paese… e poi, mi permetta lei, da che pulpito… e pure con il plurale maiestatis… ma mi faccia il piacere, mi faccia… e legga attentamente quanto afferma Rita Borsellino, a cui mi associo: “Le forze dell’ordine e i magistrati in questi anni nonostante le difficoltà hanno fatto un eccellente lavoro e oggi si può fare ciò che prima non era possibile. Ma dov’è la politica nella lotta alla mafia? Io la cerco, ma non riesco a trovarla”… tant’è che la miserabile esortazione ricevuta dai suoi pari è stata quella – e mi affido alla mia sempre vigile memoria – di convivere con la mafia

Vi è anche una dichiarazione di Salvatore Borsellino: “Quelli che Riina manda dal carcere sono messaggi in codice a chi è fuori dalla galera e che sono ancora più responsabili di lui, i mandanti occulti della strage in cui morì mio fratello […] Quelli di Riina sono messaggi ai suoi complici esterni, i mandanti esterni della strage. Sta alzando il tiro, i messaggi li ha sempre lanciati ma adesso è diverso e ritengo che continuerà ad alzare il tiro sempre di più”.

Segnalo infine, per un ulteriore approfondimento, un post molto significativo e circostanziato di Pietro Orsatti, dello scorso febbraio, dal titolo I volti senza nome di Via D’Amelio.

Paolo Borsellino, l’eredità di un sognoultima modifica: 2009-07-20T03:25:00+02:00da paginecorsare
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento