PPPP – Pier Paolo Pasolini Poesie

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Pier Paolo Pasolini Poesie

La diversità che mi fece stupendo / e colorò di tinte disperate /
una vita non mia, mi fa ancora / sordo ai comuni istinti, fuori dalla /
funzione che rende gli uomini servi / e liberi. Morta anche la povera /
speranza di rientrarvi, sono solo, per essa, coscienza./
E poiché il mondo non è più necessario / a me, io non sono più necessario.
Pier Paolo Pasolini, Poesie disperse II, 1951-52

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“Non è soltanto una eccezionale intelligenza ma un poeta, con un fulmineo senso della costruzione e del particolare, dell’intonazione e delle risorse metriche. A differenza di quasi tutta la poesia del Novecento e dell’Avanguardia italiana, ha rifuggito dalla purezza, omogeneità e assolutezza: ha accettato il trucco, la maschera, la circonlocuzione, la contaminazione di stili tecniche linguaggi, ha perseguito l’autenticità attraverso il suo opposto.” Così si esprime a proposito di Pasolini un altro grande poeta del Novecento, Franco Fortini. 

Si può dire di Pier Paolo Pasolini che egli è stato poeta tragico. E perciò lacerato. Lacerato soprattutto dalla sua propensione a contraddirsi, a proclamare il dubbio “… essere / con te e contro di te; con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere”. Poeta, però, al quale non fece difetto l’ironia e non mancò l’allegria: è sufficiente scorrere alcune immagini di lavorazione dei suoi film per rendersene conto. Pure lavorando, è evidente che si divertisse: si divertì a ricoprire egli stesso alcuni ruoli nei suoi film, e lo fece con la stessa leggerezza d’animo con la quale si partecipa a un gioco collettivo.

L’intera opera pasoliniana (versi, prosa, cinema, critica) è un esempio unico nel panorama mondiale; nel suo svolgimento vi è d’altro canto una tal continuità dove non è possibile neppure selezionare, separare, i fili che da una zona rinviano a un’altra. Il tutto, in funzione di un’unità tematica di fondo che testimonia anche una grande coerenza tra aspetti stilistici anche diversi e soprattutto tra aspetti contenutistici e narrativi.

Dice, tra l’altro, Giovanni Giudici nella prefazione ai due volumi Bestemmia. Tutte le poesie edito da Garzanti nel 1993: “[…] Nell’evolversi del suo «sogno di una cosa», Pasolini assume rapidamente coscienza della sua missione di dissacratore e vi adempie con impeto sacrale, quasi simbolicamente uccidendo a ogni passo un momento del proprio eleggersi a padre di se stesso.

È un’incessante dialettica che, lungi dal «superarli» del tutto, continua a portarsi addosso schegge, frantumi, traumi di ogni sua antitesi: l’eredità romanza (e romantica), Pascal e i Canti del popolo greco, Leopardi, Pascoli e perfino Carducci, l’immaginario cattolico e il razionalismo marxista, l’ossequio alla tradizione filtrato talvolta nelle forme chiuse di versicoli alla Saba, il suo sentirsi ed essere (anche intellettualmente) diverso […]

La corporeità dell’azione poetica di Pasolini consiste certamente nella centralità dell’attore-autore che ne è inevitabilmente anche «regista» […]; ma consiste anche nel suo carattere di autobiografia pubblica, dove il soggetto è agens e patiens nello stesso tempo e dove il dicibile è, sempre di più, tutto detto e il poeta continuamente prevarica il non detto della parola. Non esistono, infatti, spazi bianchi intorno a queste pagine, L’ambizione (o tentazione) dantesca non è soltanto nella dicotomia tra auctor e viator, tra il Pasolini che narra il viaggio nell’Inferno-Purgatorio-Paradiso dei nostri sconvolgenti, sconvolti e balbettanti decenni e il Pasolini viaggiatore di questo viaggio, attraverso una folla di mostri, diavoli, angeli e compagni più o meno occasionali di strada, ma anche nella quasi «volontà» enciclopedica di un’opera da considerarsi necessariamente e inevitabilmente nella sua complessa totalità”.

Seguono alcune note sulle più importanti e significative raccolte poetiche di Pier Paolo Pasolini. Le sue composizioni poetiche riguardano peraltro molti altri lavori (in particolare, raccolte minori o inedite pubblicate per la prima volta nella corposa edizione dedicatagli nella collana “Meridiani” di  Mondadori nel 2003). Le poesie qui raccolte e tradotte si riferiscono sia all’edizione Mondadori sia all’edizione in due volumi dell’editore Garzanti, Milano 1993.

Poesie in friulano: La meglio gioventù, 1954

Pasolini iniziò la propria esperienza poetica nei primi anni Quaranta, scrivendo versi nel dialetto friulano di Casarsa. Di questa “patria friulana” Pier Paolo Pasolini dirà, scrivendo a un amico: “Ogni immagine di questa terra, ogni volto umano, ogni battere di campane, mi viene gettato contro il cuore ferendomi con un dolore quasi fisico. Non ho un momento di calma, perché vivo sempre gettato nel futuro: se bevo un bicchiere di vino, e rido forte con gli amici, mi vedo bere, e mi sento gridare, con disperazione immensa e accorata, con un rimpianto prematuro di quanto faccio e godo, una coscienza continuamente viva e dolorosa del tempo”. In quei luoghi, Pasolini scrive quello che sarà il suo primo libro pubblicato, Poesie a Casarsa. Il volume è del 1942 e l’editore è la Libreria antiquaria Mario Landi di Bologna.

Le ceneri di Gramsci, 1957

Pubblicata nel 1957, questa raccolta di poesie rappresenta il punto più alto della poesia pasoliniana. Consiste in undici poemetti: Appennino, Il canto popolare, Picasso, Comizio, L’umile Italia, Quadri friulani, Le ceneri di Gramsci, Recit, Il pianto della scavatrice, Una polemica in versi, La terra di lavoro.

Le ceneri di Gramsci costituisce, nel panorama letterario del Novecento, un’opera fondamentale che rifiuta i toni stessi della poesia novecentesca. Anticipando e negando le neo-avanguardie, Le ceneri di Gramsci si rifanno a una tradizione precedente, anche nella forma metrica, costituita da poemetti in terzine. Un’opera di impegno civile e sperimentalismo formale in cui il poeta rappresenta in tutta la loro drammaticità le contraddizioni, consapevolmente vissute, del proprio pensiero.

«Il poemetto si apre con un inizio lento, con ritmo cadenzato. Vi è contrasto tra il laico cimitero in cui è sepolto Gramsci e il lontano battere delle incudini dal quartiere popolare di Testaccio, non lontano da lì, ma già un altro mondo, un’altra vita. Il Gramsci di quel cimitero non è quello della prigionia, della lotta, “non padre, ma umile fratello”, quindi indifeso e solitario» (Pier Paolo Pasolini nella nota introduttiva a Le ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano 1957).

L’usignolo della Chiesa Cattolica, 1958

Sotto il titolo L’usignolo della Chiesa Cattolica Pasolini raccolse e pubblicò nel 1958, presso l’editore Longanesi, un gruppo di poesie, in lingua italiana, datate 1943-1949. Il nucleo centrale della raccolta è rappresentato dal magma di contraddizioni che si sviscera nell’anima di Pasolini. 

L’origine delle liriche della raccolta, quindi, va ricercato nella scoperta, da parte del poeta, del dissidio individuale e interiore che lo travaglia, un dissidio non ancora interrotto dalla delusione cocente di una società che manifesta la sua falsità, il suo vuoto e la sua mancanza di coscienza. Questo dissidio, nella pagina lirica, si cela nella parola pura, dolcemente poetica: in una parola che cerca un estremo termine di paragone e una straziato parallelo nelle forme e nelle manifestazioni del mondo naturale. Le tensioni dell’anima si snodano così in un effluvio di contemplati odori che portano il poeta a una immedesimazione, non solo d’immagini, ma concreta, con i protagonisti del mondo agreste friulano.

La figura dell’usignolo che appare nel titolo è chiaramente emblematica ed è anche la chiave di lettura dell’intero libro. Il piccolo usignolo è  infatti, per Pasolini, il vivente simbolo dei campi, della rugiada e delle calme sere friulane, ed è anche, al contempo, l’alter ego dello scrittore, la sua immagine immedesimata. Di fatto, nell’ottavo dialogo della poesia L’usignolo, la giovinetta gli si rivolge dicendogli: “Povero uccelletto, dall’albero, tu fai cantare il cielo. Ma che pena udirti fischiettare come un fanciullino!”. Queste poche righe racchiudono in sé il senso che regge l’intera raccolta: la contraddizione esistente tra il volgere lo sguardo questuante all’infinito, nel gesto di “far cantare il cielo” e il ricadere entro il limite di un “fischiettare” tutto umano, quasi rabbrividito dentro “una pena” incolmabile. (Fulvio Panzeri, in Guida alla lettura di Pasolini, Mondadori, Milano 1988).

La religione del mio tempo, 1961

“La religione del mio tempo esprime la crisi degli anni sessanta… La sirena neo-capitalistica da una parte, la desistenza rivoluzionaria dall’altra: e il vuoto, il terribile vuoto esistenziale che ne consegue. Quando l’azione politica si attenua, o si fa incerta, allora si prova o la voglia dell’evasione, del sogno («Africa, unica mia alternativa») o una insorgenza moralistica («la mia irritazione contro certa ipocrisia delle sinistre: per cui si tende ad attenuare, classicisticamente la realtà: si chiama ‘errore del passato’, eufemisticamente, la tragedia staliniana ecc.». (Pier Paolo Pasolini, da un articolo su “Vie Nuove” del 16 novembre 1961, raccolto nel volume Le belle bandiere, Editori Riuniti, Roma 1961.

Così Pasolini spiega sulle pagine del settimanale del Pci “Vie nuove” parte del messaggio della raccolta di poesie La religione del mio tempo; uscito nel maggio del 1961, ha raccolto testi scritti tra il 1955 e il 1960. Anni particolarmente importanti, questi, per l’affermazione di Pasolini come letterato e regista. Sono gli anni di “Officina”, e proprio sulla rivista creata insieme a Roversi e Leonetti vengono pubblicate per la prima volta le poesie La religione del mio tempo, Una polemica in versi, e gli epigrammi di Umiliato e offeso.

Se ne Le ceneri di Gramsci era evidente lo scontro tra passione e ideologia, tra religiosità e marxismo, ne La religione del mio tempo questi temi vengono assorbiti nella ideologizzazione del mito popolare, con punte evidenti di autobiografismo. Vengono, comunque, abbozzati i punti fondamentali del pensiero pasoliniano degli anni successivi. Particolarmente rilevanti i riferimenti all’“abbassamento del livello culturale sottoproletario” e alla latente omologazione al neocapitalismo.

Poesia in forma di rosa, 1964

Il tono pacato e uniformemente elevato de Le ceneri Gramsci viene abbandonato per una lettura atuobiografica e polemica della sua poesia. È facile trovare in questa raccolta di poemetti il Pasolini corsaro degli anni 70. Pasolini pone, in questa raccolta, il proprio io al centro della poesia: dalla persecuzione giudiziaria, all’attività di regista (sono gli anni di Accattone, Mamma Roma, Il Vangelo secondo Matteo), i viaggi africani e asiatici, la polemica ideologico-politica. In tutti questi conflitti interni Pasolini si muove in una società segnata dal nascente neocapitalismo visto dal poeta come una nuova preistoria. La poesia di Pasolini risente di questo clima opprimente, di questa sensazione di impotenza di fronte alla realtà, e cerca nell’impegno civile attivo la difesa dei propri valori.

“Questa raccolta poetica si articola intorno ad alcuni nuclei fondamentali, tra ‘amore-nostalgia’ e polemica, riesame impietoso e ‘progetto’, cupo sarcasmo e strazio: l’Africa come reincarnazione estetico-viscerale (ancora una volta) del mito ‘popolare’, e al tempo stesso come nuova ‘ragione’ nascente contrapposta al ‘patto industriale’ corruttore della vecchia Europa; l’affermazione del mondo del ‘Passato’ e della ‘tradizione’ come vero ‘moderno’ rispetto (e contro) alla mostruosa ‘Dopostoria’ neocapitalistica; la ricerca di un rapporto solidale tra la propria condizione (privata e storica) di ‘diverso’ e di eretico della Chiesa cattolica e di intellettuale borghese ‘traditore’ della propria classe, da un lato, e ‘gli Ebrei… i Neri… ogni umanità bandita’, dall’altro: la metafora della ‘Nuova preistoria’, come punto di trapasso tra l’estrema fase della ‘irrealtà’ capitalistica e borghese, e l’avvento di una nuova ‘aurora’; e infine, la ‘alternativa’, l’approdo al ‘magma’ poetico e alla ‘disperata vitalità’, e quindi la presa di coscienza lucidamente autocritica del fallimento di un’esperienza ‘vitale’ che si sente ‘disperatamente’ esclusa dalla storia” (Gian Carlo Ferretti, dalla prefazione a Le belle bandiere, Editori Riuniti, Roma 1996).

Trasumanar e organizzar, 1971

Dalla fascetta editoriale dell’edizione Garzanti del 1971, firmata da Pasolini: «Lo devo ammettere: i veri lettori di questo libro sono coloro che gli possono conferire una certa oggettività attraverso un interesse professionale. Ciò, è vero, accade in Italia per tutti i libri di poesia: ma per questo, credo, in modo particolare, perché almeno per la prima metà esso è costituito da “documenti”, o privati (a testimoniare una vita) o letterari (a testimoniare una evoluzione linguistica e intellettuale). Tuttavia, per quanto privo di illusioni, continuo sempre a credere nell’esistenza almeno ideale di un lettore ingenuo, disposto a prendere come fatti obbiettivi e di consumo non ignobile, anche le cose più intime, stravaganti e personali. Così, è a questo lettore che voglio specialmente dire che non dipende da me se Trasumanar e organizzar può già apparire, nell’aprile del 1971, leggermente anacronistico: le involuzioni sociali sono sempre traumatiche e perciò rapide. […]

Chi è la persona che ha scritto questo libro? Non lo so bene. Comunque essa è stata certamente guidata da una mezza dozzina di “principi” dettati da chissà che istinto. Il primo di questi principi è stato quello di resistere contro ogni tentazione di letteratura-azione o letteratura-intervento: attraverso l’affermazione caparbia, e quasi solenne, dell’inutilità della poesia. Il secondo principio di tale persona è stato quello di non temere l’attualità (in nome di qualcos’altro che la vanifica, e in cui peraltro essa crede). Il terzo principio è stato quello di concedersi una certa libertà linguistica rasentante talvolta l’arbitrarietà e il gioco (cose in precedenza mai avvenute, perché le sue mistificazioni furono sempre ingenue, appassionate e zelanti). Il quarto principio è stato quello di considerare fatale da parte sua la rassegnazione di fronte al persistere dell”oxymoron”, o della “sineciosi” (vedi “Sineciosi della diaspora”). Il quinto principio è consistito nella scoperta, quasi improvvisa, che la libertà è “intollerabile” all’uomo (specialmente giovane), che si inventa mille obblighi e doveri per non viverla. Il sesto principio (molto meno importante) è consistito nel non voler fare di tutti i principi sopraddetti, e di una forma di fedeltà a se stessa, necessaria ad adempiersi, un contributo alla restaurazione.

Su tutto è sempre prevalsa l’idea, disperata ma rassegnata, che la propria vita si fosse rimpicciolita: ma che comunque fosse aumentato il piacere di vivere, in ragione della materiale diminuzione del futuro».

Poesie in friulano: La nuova gioventù, 1975

È una riedizione, rivista e ampliata de La meglio gioventù. Per misurare tutta la grandezza di intellettuale e di artista di Pier Paolo Pasolini, largamente considerato come uno dei più straordinari personaggi della cultura italiana del secolo scorso, non si può ignorare il rapporto che ha legato Pasolini al dialetto materno, il friulano di Casarsa della Delizia, un minuscolo paese della riva destra del Tagliamento, così come ad altri dialetti italiani a partire dal vero e proprio linguaggio gergale delle borgate romane fino al napoletano con cui, in un modo che può apparire del tutto inatteso, Pasolini ha caratterizzato magistralmente, per fare un solo esempio, alcuni personaggi delle Novelle di Boccaccio nella versione cinematografica de Il Decameron da lui realizzata nel 1970-71.

Pasolini si rivolge a questo mondo: parla una lingua diversa ma, benché estraneo a questo universo, chiede di appartenervi. Il piccolo mondo di Casarsa non è da lui proposto come una sorta di ricovero rassicurante e regressivo, anzi, viene dichiarata, con sempre maggior forza, la sua qualità di rappresentazione della realtà, sia essa degli istinti, della tradizione, della storia o del mito. […]
La poesia dialettale rappresenta senza dubbio uno dei fenomeni più importanti, pregnanti e caratterizzanti della letteratura italiana del Novecento; ha rimesso in discussione il concetto stesso di letteratura dialettale, poggiando anche su un proliferare senza precedenti di studi, di convegni, di libri, di dibattiti, aprendosi varchi sempre più ragguardevoli nella grande editoria e soprattutto nell’attenzione del pubblico di lettori e di critici. E infine, scoprendosi depositaria di ricche tematiche che vanno oltre i fenomeni strettamente letterari ed estendendosi ad altre discipline quali l’antropologia, la psicolinguistica, la psicologia, la sociologia e la semiotica. (da Angela Molteni, Pasolini e la poesia dialettale, Casa Moretti, Cesenatico – Seminario del 7-8 marzo 2002).

[Le date indicate si riferiscono alla pubblicazione delle varie raccolte poetiche]

PPPP – Pier Paolo Pasolini Poesieultima modifica: 2009-09-06T12:50:00+02:00da paginecorsare
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Un pensiero su “PPPP – Pier Paolo Pasolini Poesie

  1. Ciao,
    scusate se invado così il vostro spazio ma non trovo un vostro riferimento email: è da qualche tempo che vengo a leggervi e trovo il vostro blog ricco di spunti. Vi propongo uno scambio link, per quanto mi riguarda vi ho già linkati: se avete voglia di farmi una visita ed eventualmente ricambiare mi farebbe piacere.
    Saluti e buon lavoro.
    D.G.

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