Lettera al mio aggressore, di Mohamed Ba

Lettera al mio aggressore
di Mohamed Ba
in “Nazione Indiana

Caro fratello che non conosco,
ti scrivo per invitarti a riflettere assieme a me su ciò che ci legherà per sempre.
Domenica 31 Maggio, Milano ore 19.45, fermata del tram 19.
Ti vedo tranquillo in mezzo alla gente in attesa che rideva spensierata, erano quasi tutti sudamericani.
Forse ero di troppo, e in quel momento decidesti di mettere fine alla mia esistenza infilandomi il tuo coltello nell’addome.
A quasi un mese dal fatto i miei pensieri vanno sempre a te e alle tue motivazioni.
Caro fratello nobilmente pensoso, alla ricerca di una purezza razziale che non saprei garantirti, camminiamo insieme di deserto in deserto, verso il nudo essere, oltre alle frontiere del passaporto e dei tratti somatici, là dove si esaurisce il concetto di etnicità inizia il nostro cammino.
La ricerca dell’umanità è molto più bella dell’etnicità.
Io posso capire che tu sia arrabbiato perché vedi i cambiamenti socioculturali che avvengono nel tuo paese, ma questo è solo il risultato di una globalizzazione mal governata dove l’avere condiziona l’essere al punto tale che chi non ha non è.
Caro fratello, oggi assistiamo ad una drastica divisione dei popoli in Re e Poveri in base al luogo di provenienza. Basta pensare che le problematiche che hanno spinto persone come me a venire in Italia, sono state le stesse che hanno portato milioni di italiani a lasciare il loro paese per perlustrare nuovi orizzonti.
Se la scimmia avesse avuto quello che occorreva sugli alberi per vivere bene, mai sarebbe scesa per terra.
Puoi anche pensare che uccidendomi avresti trovato il lavoro che santifica ma sbaglieresti perché mi sono inventato il mio lavoro, ho osservato la città di Milano con i bambini di ogni ceppo culturale, mi sono ritrovato sui banchi di scuola proponendomi come educatore e mediatore culturale che propone dei percorsi didattici permettendo a tutti gli alunni italiani e non, di condividere dei momenti in cui spaziare a livello planetario alla riscoperta dei valori morali tradizionali; è un lavoro che faccio da dieci anni con passione, dedizione e professionalità.
Caro fratello, sono approdato a Milano undici anni fa e di scoperta in scoperta, mi sono reso conto che la storia ed i simboli erano sconosciuti ai più.
Credimi, quando porto i bambini in città alla scoperta dei luoghi e non luoghi, fanno fatica a trovare delle persone in grado di aiutarli a decodificare gli enigmi, da Bellevoso al pozzo dei battuti, dalla maledizione di Tommaso Marino ai doccioni, fino a “lavorare a uf”.
Come vedi fratello, non sono venuto ad inquinare la città ma cerco di risollevarne la memoria storica, permettendo ai bambini italiani di confrontarsi con gli altri quando porteranno in classe i vari tamburi, racconti….
Ti pregherei di riflettere sul tuo gesto.
Uccidendomi avresti privato centinaia di bambini di proseguire un cammino verso una cittadinanza attiva ed il rispetto del patrimonio culturale.
Non puoi immaginare quanto, gli stessi bambini, siano rimasti scioccati dal tuo gesto e le loro lettere hanno invaso l’ospedale dove ero ricoverato.
Caro fratello, stavi quasi privando due bambine di sei e tre anni, portatrici di una doppia identità culturale, di un padre.
Mi hai lasciato sulla strada mezzo morto, nell’indifferenza totale ma altri italiani mi hanno soccorso, curato, accudito e dato la forza di ripartire.
Caro fratello puoi anche sentirti legittimato dai proclami che voci autorevoli di questa città fanno, soprattutto alla vigilia di appuntamenti elettorali ma saresti ingenuo per il semplice fatto che il rapporto tra la popolazione attiva e quella pensionata è di uno a uno. Sarebbe impensabile mandar via tutti gli immigrati, il paese si bloccherebbe.
Caro fratello, ti invito a deporre le armi perché non hai un potere salvifico.
Un giorno ti accorgerai che quello che si è nella vita non è motivo di orgoglio o di vergogna, ma quello che si diventa lo è.
Casualmente ci siamo ritrovati ad essere italiani, americani, africani etc… non è stata una scelta.
Ma oggi posso affermare di essermi gradevolmente “italianizzato “ pur sapendo che il tronco d’albero può stare in acqua per secoli, non diventa mai un coccodrillo.
Caro fratello, l’Italia vera è quella col cuore in mano che sa riconoscere nell’altro valori arricchenti.
Non uccidere le differenze culturali, sono la bellezza dell’umanità.
Gli ideali sopravvivono sempre.
Un caloroso abbraccio.
Pensaci…. pensaci…. pensaci….

Il 31 maggio 2009 qualcuno – a Milano, alla fermata di un mezzo pubblico – ha accoltellato Mohamed Ba, musicista e attore senegalese, regolare da anni ormai, che lavora come educatore nelle scuole, e insegna ai bambini milanesi le memorie di Milano che nessuno gli insegna più. Fino a qualche giorno prima dell’accoltellamento era in scena in teatro, con “Lotta di negro contro cani”, di Bernard-Marie Koltés. Poi gli è toccato di incontrarne uno, di cane, un cane matto e rabbioso, alla fermata di un tram.

La lettera è autentica, come autentico è il fatto avvenuto a Milano lo scorso maggio. Ma l’evento delittuoso rappresenta anche una metafora: le coltellate, e le menzogne insite nell’odio che le genera – spesso inferte al primo obiettivo che “capita a tiro” -, possono essere metaforiche, ma sono frutto anzitutto di ignoranza abissale, di scarsissima sensibilità, di falsa individuazione del “nemico” da abbattere, di assoluta intolleranza che non conduce da nessuna parte. Qualcuno, nei commenti al post di “Nazione Indiana” ha scritto che la lettera “è inutile. Perle ai porci” poiché “colui che accoltella non è un fratello, mio fratello mangia alla mia tavola, il mio cane rabbioso no”: è vero, ma personalmente non sarei mai stata in grado di scrivere una lettera come quella di Mohamed Ba dopo avere ricevuto coltellate, ed è per questo che gli sono profondamente grata per l’intelligenza e il senso morale che la sua lettera sottende e la sottoscrivo  convintamente in toto.

Lettera al mio aggressore, di Mohamed Baultima modifica: 2009-09-11T19:06:00+02:00da paginecorsare
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2 pensieri su “Lettera al mio aggressore, di Mohamed Ba

  1. Cara Angela,questa lettera è una risposta più tagliente di una coltellata.Riassume il senso dell’uomo,del divino e della bestia.Potrebbe essere di aiuto ad altre bestie che vivono la loro vita in modo rabbioso e che guardano all’altro con il sospetto ed il pregiudizio.Potrebbe aiutare costoro ma l’impresa è ardua perchè costoro non sanno leggere questa grandezza. Questa estate ho letto PAPI e,come te,l’ho bevuto in un paio di giorni.Tanto è vero che quello che leggiamo oggi nei quotidiani (allineati e non) non è una sorpresa.PAPI è stata una corposa anteprima.Se quelli che difendono Berlusconi lo leggessero ne sarebbero sconvolti,ma quelli non leggono ciò che credono di sapere,per cui speranza vana.
    Quelli che hanno scelto questo Premier stanno cominciando a galleggiare come l’olio sull’acqua perchè la nave comincia ad affondare.Riguardo alle “sottomarche” di questa piattaforma,seguo gli attacchi che ti sono rivolti e ti sono accanto,con qualche occhiatina alle spalle.Anche dal punto di vista legale.Ti abbraccio.
    artista1969

  2. ciao Angela
    da uno che ha (quasi) tutte le pubblicazioni di Paso, dall’Usignolo della chiesa cattolica a Petrolio che ti vuoi aspettare ? 😉
    ma più di tutto, nel grande Pier Paolo, è il suo fondo di sofferenza ineludibile, comune a tutti i grandi, non centrato unicamente su di sè ma su tutta l’umanità.
    Il suo tratto ‘divino’…
    (Adesso leggo il post…)
    Bye

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