Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli, di Pap Khouma

Io, nero italiano
e la mia vita ad ostacoli

di Pap Khouma

“la Repubblica”, 12 dicembre 2009

CON UN BRANO TRATTO DA “IO, VENDITORE DI ELEFANTI” SCRITTO DAL CURATORE, ORESTE PIVETTA

cop_Pap.jpgNel 1990, a Milano, ho conosciuto Pap Khouma: la casa editrice Garzanti pubblicò un suo libro, affidandomelo per la correzione delle bozze. Si trattava di un racconto delle prime esperienze di un immigrato dal Senegal in Italia. Apprezzai molto quel libro: fu come vivere sulla mia pelle le vere e proprie persecuzioni cui erano soggette persone colpevoli soltanto di avere cercato in Italia la possibilità di costruirsi un futuro. Oltretutto, persone che con il loro lavoro sopperiscono a vere e proprie necessità del nostro Paese per lo svolgimento di molte attività, nelle nostre imprese e nelle nostre case.

Quel libro mi toccò profondamente, e da allora non ho più scordato questo immigrato-scrittore, da molto tempo cittadino italiano. L’ho seguito poi, anche recentemente su Internet, nella sua evoluzione letteraria e nella sua opera informativa che apprezzo e di cui gli sono grata. Oggi leggo ciò che scrive questo intellettuale attraverso la rivista letteraria on line che dirige, El Ghibli: la mia stima per lui è sconfinata, e gli voglio bene come fosse uno di famiglia. Ha contribuito a consolidare in me anche razionalmente il radicamento di sentimenti antirazzisti che avevo sempre nutrito. E mi ha aiutato ad impegnarmi in attività che tuttora svolgo di supporto ad associazioni che danno una mano agli immigrati nella soluzione dei numerosi problemi che essi incontrano. Di ciò ringrazio molto Pap Khouma.

Esprimo anche una condanna decisa per chi fa del razzismo e della xenofobia la propria bandiera. Si tratta in primo luogo di emeriti ignoranti che oltretutto gettano sul nostro Paese l’ombra infangata di quanto di peggio possa maturare in un animo umano, quella del razzismo: si vergognino.

Qui di seguito l’articolo di “Repubblica” – sembra un “racconto di Natale” alla rovescia, su cui sarebbe opportuno riflettere – e un commento di Oreste Pivetta (curatore del libro di Khouma) su Io, venditore di elefanti edito da Garzanti nel 1990.

Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli
di Pap Khouma

la Repubblica“, 12 dicembre 2009


Pap_ritratto.jpgSono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell’aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell’Italia del 2009?

Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d’identità, che il funzionario senza neppure dare un’occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un’occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d’identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così:
“Mi ha dato la sua carta d’identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?”.
“Come hai fatto ad avere la carta d’identità, se non hai un permesso di soggiorno… ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l’italiano?”.

“Non ho il permesso di soggiorno”, mi limitai a rispondere.
Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato “cittadino italiano” ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza.
“Perché non leggete cosa c’è scritto sul documento?”, suggerii. Attimo di sorpresa ma… finalmente mi diedero del lei.

“Lei è cittadino italiano? Perché non l’ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario…”
L’obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: “Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano”. Oppure, con un sorriso: “Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario”.

Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell’auto. D’istinto ho risposto: “Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri”. E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene.

In un’altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E’ scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all’ora di punta. Un’altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: “Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina”. “Non è un ladro, è il mio compagno”, si è sentita rispondere.

Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All’inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell’atrio: “Buongiorno!” o “Buona sera!”. Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: “Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!”. “Chi ti ha fatto entrare?”.

Nel settembre di quest’anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l’arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l’altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: “Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla… maleducato”. Facevo notare all’anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: “Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra… feccia del mondo. La pagherete prima o poi”.

Qualche settimana fa all’aeroporto di Linate sono entrato in un’edicola per comprare un giornale. C’era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un’altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso l’uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: “Quell’uomo di colore ha pagato il giornale?”. La cassiera ha risposto urlando: “Sì l’uomo di colore ha pagato!”. Tornato indietro gli dico: “Non c’é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo”. “Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?”. Cercava di intimidirmi. “Un razzista!” gli dico. “Sì, sono un razzista. Stia molto attento!”. “Lei è un cretino”, ho replicato.

Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di “pregiudizi al contrario”, spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una “formula” fissa ma molto efficace: “Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni…”

Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dallo spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un “extracomunitario” nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti.

Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: “Questo extracomunitario si comporta da prepotente!”. Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro.

Dopotutto, ho l’impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. “Noi non siamo abituati!”, ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E’ un alibi che non regge più dopo trent’anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane.

Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell’Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana.

 

Pap Khouma
Io, venditore di elefanti
a cura di Oreste Pivetta
Una vita per forza fra Dakar, Parigi e Milano
Garzanti, Milano 1990

Pubblicato per la prima volta nel 1990 da Garzanti e più volte riproposto dallo stesso editore anche in una collana dedicata alla scuola (poi ripubblicato dall’editore Baldini Castoldi Dalai nel 2006), Io venditore di elefanti, è diventato nel corso del tempo e delle edizioni un autentico longseller. A distanza di quasi due decenni, il suo curatore, Oreste Pivetta, parla di quel libro.

«Non so quanto possano valere le sensazioni, quali si e quali no, a distanza di tanto tempo, ma quando ripenso a Io, venditore di elefanti (titolo di quel grande editore che era Livio Garzanti) provo una sensazione, quella di ritrovarmi sempre allo stesso punto, salvo una differenza, non da poco: il razzismo. Quando finii di scrivere il libro, cominciai con Pap a rivedere pagina dopo pagina. All’ultima lui mi disse: non abbiamo mai usato la parola razzismo. Francamente non me n’ero accorto e mi spiegai quel “vuoto” (il fatto che neppure una volta si dicesse razzismo o razzista) con il carattere del libro: un racconto avventuroso, velocissimo, di corsa (perché i venditori di elefanti dovevano correre sempre: per arrivare a vendere prima degli altri e per fuggire dai mezzanini del metrò quando sopraggiungevano i vigili a sequestrare la merce), al ritmo del rock senegalese (che ascoltavo tenacemente, come se mi dovesse dettare anche il ritmo della scrittura). Pap di quell’assenza diede un’altra spiegazione, semplice, chiara, davvero senza pregiudizi: «Io ho incontrato italiani buoni e italiani cattivi. Non ho mai visto il razzismo».

Mi viene in mente la definizione in un libro sempre di quegli anni, un bel libro di Laura Balbo e Luigi Manconi. La ricordo con qualche imprecisione: “l’Italia non è un paese razzista, ma è un paese a rischio di razzismo, perché è un paese che è stato capace in un passato, in fondo recente, di scrivere le sue leggi razziali, di deportare gli ebrei, perché è un paese ancora adesso maschilista, un paese che discrimina i suoi diversi, e tanto ancora”. Sostenevano ancora Balbo e Manconi che al razzismo, perché riaffiorasse nella sua volgarità  e nella sua brutalità, mancava un imprenditore politico. L’abbiamo trovato l’imprenditore politico, ne abbiamo trovati tanti, con i loro sudditi. I progressi nel campo, come hanno rilevato, non solo Amnesty, ma persino l’Europa, non ci sono mancati.

Scrivendo quel libro, dopo aver a lungo registrato il racconto di Pap in riunioni notturne in genere dopo lunghissime attese nei luoghi più disparati della provincia lombarda, aiuole spartitraffico nella nebbia, ad esempio (il rispetto degli appuntamenti non era certo un imperativo categorico per il nuovo amico di Dakar), raccontando quella storia (e quindi anche il mio rapporto con persone, luoghi, situazioni, nuovi) mi liberavo alla fine di tanti schemi e soprattutto del mio moralismo, e dell’idea un po’ d’educazione cattolica che si dovesse in qualche modo far del bene agli altri e quello, scrivendo, fosse uno dei modi… Imparai molto anch’io. La questione dei diritti, ad esempio.

Non avevo mai conosciuto un ragazzo nero, se non quei ragazzi neri che vedevo sul ring del Palalido. Imparai che per emigrare dall’Africa in Italia bastava prendere un aereo e in sei ore si volava da Dakar a Roma. Per raggiungere la costa romagnola si incontrava qualche problema in più: intanto bisognava sapere dove fosse e Pap non lo sapeva (dopo mesi e mesi, finita la stagione balneare, si accorse che non era il paradiso in terra). Mi resi conto che Pap e i suoi amici avevano studiato, conoscevano almeno un paio di lingue, se la cavavano con l’inglese, il loro italiano era quello dei venditori e basta, ma, soprattutto all’inizio, non avevano molte occasione per impratichirsi. Mi resi conto che vendere non era un mestiere d’accattoni semiquestuanti, ma chiedeva notevole costanza e molta professionalità e che loro, senegalesi o marocchini, d’esercizio ne avevano fatto tanto ben prima di inoltrarsi lungo le spiagge di Rimini. Per questo il libro comincia con quella rivendicazione orgogliosa: “Vengo dal Senegal. Ho fatto il venditore e vi racconterò che cosa mi è successo. E’ un mestiere difficile, per gente che ha costanza e una gran forza d’animo, perché bisogna usare le gambe e insistere, insistere anche se tutte le porte ti vengono sbattute in faccia…”. Il commercio molti ce l’hanno nel sangue e nelle tradizioni di famiglia. Avevo appena letto un romanzo di Dick Bass, uno scrittore americano, Taccuini di un cercatore di petrolio, pubblicato da Serra e Riva, che cominciava più o meno così: “Sono un cercatore di petrolio e vi racconto come si fa…”. Francamente da un punto di vista narrativo mi convinceva di più la prima parte della storia di Pap: l’arrivo in Italia, la scoperta del mare e degli ombrelloni, l’inverno nelle cascine, poi il viaggio a Parigi, il ritorno, la gran fame, la grande paura, persino la morte (di un generoso compagno).

Quando s’arriva a Milano le difficoltà  sono ancora una montagna, ma la montagna comincia a rivelare qualche via d’accesso: i manifesti che annunciano qualche cambiamento, la sensibilità  dei ragazzi, le amicizie con i coetanei milanesi. Si capisce che si sta aprendo una stagione nuova, non tutto è risolto, ma l’orizzonte è meno cupo. Ci speravo anch’io. Possibile che stessimo lasciando l’emergenza alla spalle? Come raccontavo all’inizio erano stati l’emergenza freddo e i pochi rimedi messi in atto dall’amministrazione comunale, peraltro duramente osteggiati dai bravi cittadini milanesi, a spingermi, soprattutto per indignazione, a “far qualcosa di utile” e quindi a scrivere. I

l libro si chiude con un frase che mi piace ancora e che mi ha sempre commosso rileggendola: “Molti restano e conoscono ragazze italiane. Si innamorano. Ci sono matrimoni e poi anche separazioni e divorzi. E poi ancora matrimoni. Nascono bambini”. “Nascono bambini”… E’ ovviamente il centro di tutto, per il cuore e per la ragione. Pap ha ad esempio un bambino. Quei bambini figli di genitori immigrati dall’Asia o dall’America, figli di italiane e di senegalesi, di milanesi e di ragazze filippine, che frequenteranno le nostre scuole e che parleranno l’Italiano meglio di me sono la nuova società, il futuro, lo sguardo oltre e davvero segnano – immaginavo – la fine dell’emergenza.

Rappresenteranno – mi dicevo emozionato – il corpo del nostro paese, persino più bello (soprattutto meno pallido, emaciato, vecchio). Quando sento un capo del governo proclamare che l’Italia non sarà mai multietnica, quando vedo certi manifesti sulle riserve indiane, quando ascolto il trionfale batter di tamburi dei respingimenti, mi viene da pensare che invece siamo ancora lì, all’emergenza, e questa volta non avrei paura ad usare la parola “razzismo”. Malgrado i bambini: quelli nati allora sono diventati adulti e tanti altri sono venuti al mondo, nel nostro mondo». [Oreste Pivetta]

 

Pap Abdoulaye Khouma (Dakar, 1957) Scrittore e giornalista italiano di origine senegalese, vive a Milano dal 1984. E’ iscritto all’Albo dei giornalisti dal 1994; conosce cinque lingue (wolof, francese, arabo, inglese e italiano) e lavora attualmente in una libreria milanese, dove è responsabile del reparto libri in lingua originale. Dall’inizio degli anni novanta a oggi ha successivamente collaborato con Linus, “l’Unità”, “Epoca”, “Il Diario”, “Sette”, “Metro”, Vanity Fair, ecc. Dalla fine degli anni ottanto, si é occupato, per conto di università italiane e straniere, centri studi, scuole di diversi gradi, organizzazioni non governative e amministrazioni comunali e provinciali, di ricerche, approfondimenti, conferenze, con relative pubblicazioni, sui temi della cultura e della letteratura.  Ha partecipato a numerosi convegni in Italia, in Europa e negli Stati Uniti D’America. E’ invitato spesso a partecipare a trasmissioni televisive e radiofoniche. Ha pubblicato Io, venditore di elefanti (insieme al giornalista e scrittore Oreste Pivetta, Garzanti 1990), adottato da molte scuole italiane come libro di testo, e i cui brani sono inseriti in numerose antologie scolastiche, ed è stato curatore del libro Nato in Senegal immigrato in Italia (Ambiente 1994. Ha pubblicato Nonno Dio e gli Spriti danzanti, Baldini Castoldi Dalai, 2005. Dal 2003 è uno dei membri fondatori ed è Direttore responsabile della Rivista letterario on line El-Ghibli.

QUI L’EDITORIALE DI PAP KHOUMA
SUL NUMERO CORRENTE DELLA RIVISTA “EL GHIBLI

Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli, di Pap Khoumaultima modifica: 2009-12-14T01:12:00+01:00da paginecorsare
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4 pensieri su “Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli, di Pap Khouma

  1. Volevo rispondere al tuo commento di ieri proprio con la notizia di tali provvedimenti che hai citato. Io, sinceramente nn credo che l’episodio sia stato organizzato, ma sono sicuro come ho già scritto da carlo, che questo porterà ulteriore repressione nella polizia e darà modo al governo di portare al termine la sua opera reazionaria. Tutto ciò porterà ulteriore estremismo, ed io mi auguro che a differenza degli anni ’70 (che ho solo letto e visto in filmati e film) stavolta ci sia un azione coordinata, organizzata, unitaria tra i vari movimenti (che ci sono!)le forze della sinistra antagonista ed soprattutto il sindacato della Cgil, secondo me i tempi sono maturi, non si vedevano da anni movimenti studenteschi ed operai così partecipati e combattivi, tocca a chi ha il compito di unire, creare, organizzare il conflitto e le lotte darsi una mossa e non lasciare soli i movimenti, e perdere tutto ciò che di buono è stato fatto in questo anno.
    Ps: posto questa notizia dapprima da te, ma lo farò anche in altri blog. Sembra che il gruppo facebook “salviamo Berlusconi” gestito e creato da berlusconiani, sia un modo per schedare gli utenti del social network, in quanto tantissimi utenti sono diventati fan di questo gruppo senza saperlo, rubando ad essi l’identità in modo da essere controllati. E’ una notizia appresa dal blog di Ferrero, che ha annunciato una azione di denuncia alla polizia postale per tale fatto.
    Un saluto a presto.

  2. Carissima Angela,il problema come dici tu è culturale e la causa di tutto è,quindi, l’ignoranza. Finchè ci sarà modo di poter manipolare una massa che “ignora” la realtà perché preferisce quella che gli preconfezionano,allora non ci sarà speranza. Tuttavia i giovani da un po’ si sono svegliati e danno segni di vita. Anche perché il futuro che gli ha riservato questo “vecchiume col cerone” è troppo nero per poterlo accettare. Intanto c’è la fiera dell’opportunismo e questo governo sta macinando allusioni ed insinuazioni che giustificano intenzioni di censura e di repressione della libertà sotto il segno dell”amore che batte l’odio”!Ma chi gli scrive i testi?E,soprattutto,quanti ancora si fanno infinocchiare da questa visione da “mulino bianco”?
    artista1969

  3. Mentre tutti intasano i loro blog (io compreso, ma un po’ giustificato dalla mia natura di vignettista) con le monopolistiche notizie berlusconiane post-piazza Duomo, questo post è un tocco di classe (in tutti i sensi che si possono dare al termine “classe”)!

    Mi auguro che molti leggano questo articolo e facciano questa nuova conoscenza (quella di Pap Khouma, cioè)… Per ora lascio questo commento, ma domani rileggero con più calma, anche l’editoriale.

    Agli esami del liceo feci una piccola ricerca sull’ “immaginario violato” e consiglio, a chiunque senta questo tipo di problematiche (e non solo), di leggere Aminata Traorè, autrice malese che testimonia come siano le nostre colpe (di obeso Nord del Mondo) a indurre al fenomeno di quella che per noi è l’immigrazione.

    Allora si capirà che inneggiare al razzismo è accusare se stessi, ma spiegarlo a un leghista, credetemi, non è per niente facile!!!

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