“La ricchezza”, di Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini
La religione del mio tempo.
La ricchezza (1955-1959)

Madonna_del_parto.jpg

Piero della Francesca, Madonna del parto (1460?). Monterchi (Arezzo)
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Pier Paolo Pasolini si riferisce (nell’estratto seguente dal suo poemetto La ricchezza) alla sua condizione di povertà, seguita al suo trasferimento con la madre a Roma nel 1950. Pasolini – dopo un periodo in cui fece il correttore di bozze e la comparsa a Cinecittà – riuscì ad ottenere un posto di lavoro come insegnante a 27.000 lire al mese in una scuola media di Ciampino. Sua madre lavorava presso una famiglia romana come domestica. Ma nella sua povertà, il poeta sostiene “io ero ricco, possedevo!”. E aggiunge che la sua ricchezza derivava dal fatto che gli appartenevano “biblioteche, gallerie, strumenti d’ogni studio: c’era dentro la mia anima nata alle passioni, già, intero, San Francesco, in lucenti riproduzioni, e l’affresco di San Sepolcro, e quello di Monterchi: tutto Piero”. Si riferisce qui in particolare alla sua passione per la pittura, con un amore particolare per le opere, oltreché di Giotto, di Piero della Francesca. Pittore egli stesso, Pasolini ha lasciato ampie tracce di questa sua folgorazione pittorica anche nelle sue opere cinematografiche.

[…]
Ma in questo mondo che non possiede
nemmeno la coscienza della miseria,
allegro, duro, senza nessuna fede,
io ero ricco, possedevo!
Non solo perché una dignità borghese
era nei miei vestiti e nei miei gesti
di vivace noia, di repressa passione:
ma perché non avevo la coscienza
della mia ricchezza!

L’essere povero era solo un accidente
mio (o un sogno, forse, un’inconscia
rinuncia di chi protesta in nome di Dio…).
Mi appartenevano, invece, biblioteche,
gallerie, strumenti d’ogni studio: c’era
dentro la mia anima nata alle passioni,
già, intero, San Francesco, in lucenti
riproduzioni, e l’affresco di San Sepolcro,
e quello di Monterchi: tutto Piero,
quasi simbolo dell’ideale possesso,
se oggetto dell’amore di maestri,
Longhi o Contini, privilegio
d’uno scolaro ingenuo, e, quindi,
squisito… Tutto, è vero,
questo capitale era già quasi speso,
questo stato esaurito: ma io ero
come il ricco che, se ha perso la casa
o i campi, ne è, dentro, abituato:
e continua a esserne padrone…

Giungeva l’autobus al Portonaccio,
sotto il muraglione del Verano:
bisognava scendere, correre attraverso
un piazzale brulicante di anime,
lottare per prendere il tram,
che non arrivava mai o partiva sotto gli occhi,
ricominciare a pensare sulla pensilina
piena di vecchie donne e sporchi giovanotti,
vedere le strade dei quartieri tranquilli,
Via Morgagni, Piazza Bologna, con gli alberi
gialli di luce senza vita, pezzi di mura,
vecchie villette, palazzine nuove,
il caos della città, nel bianco
sole mattutino, stanca e oscura…

* * *

Piero della Francesca nacque a Borgo Sansepolcro nel 1415-20. Si formò a Firenze insieme a Domenico Veneziano con il quale collaborò per gli affreschi perduti del coro di S. Egidio a Firenze. Le prime opere, collocabili anteriormente al 1450, ci mostrano il personale carattere dell’artista: struttura prospettica rigorosissima, perfezione dei volumi geometrici, rappresentazione di figure grandiose immerse in un’atmosfera dalla luminosità diffusa, sottile quasi astratta che mantiene i personaggi come sospesi nel tempo. Intorno al 1451 il pittore si recò a Rimini dove lavorò nel Tempio Malatestiano all’affresco votivo col ritratto di Sigismondo Pandolfo Malatesta. Nel 1452, alla morte di Bicci di Lorenzo, Piero fu chiamato dalla famiglia Bacci per proseguire la decorazione ad affresco del coro di S. Francesco ad Arezzo rappresentante la Leggenda della vera Croce. Le scene sono rappresentate su tre registri; le monumentali figure rappresentate appaiono come statue costituite da forme geometriche pure, sulle quali i panneggi formano giochi raffinati, mentre i volti non tradiscono emozioni particolari. Tra le opere più importanti del pittore c’è la tavoletta rappresentante la Flagellazione eseguita negli anni tra il 1455 e il 1460 a Urbino. La composizione è divisa in due scene mediante una colonna, al centro del gruppo di personaggi sulla destra figura Oddantonio da Montefeltro, fratellastro di Federico, che fu assassinato durante una congiura, mentre la scena sulla sinistra, rappresentante la Flagellazione, potrebbe essere un’allusione al martirio subito dal giovane principe. Sempre dello stesso periodo è la tavola che fa da cuspide al polittico di Sant’Antonio delle Monache di Perugia, rappresentante L’Annunciazione. Tra il 1460 e il 1475 Piero dipinse anche la Nascita di Cristo riprodotta qui di seguito.

Piero_della_Francesca_nascita-di-Cristo.jpg

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Una malattia agli occhi costrinse Piero della Francesca a ritirarsi dalla sua attività e ad applicarsi agli studi della prospettiva che lo portarono a scrivere il De prospectiva pingendi nel quale insegna ai pittori i segreti della prospettiva e il libretto De quinque corporibus regularibus. Morì il 12 ottobre del 1492.

“La ricchezza”, di Pier Paolo Pasoliniultima modifica: 2009-12-22T16:00:00+01:00da paginecorsare
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4 pensieri su ““La ricchezza”, di Pier Paolo Pasolini

  1. Carissima, ti faccio gli auguri adesso non sapendo se avrò modo di aprire il blog nei prossimi giorni. Spero soprattutto che il nuovo anno sia un anno buono per te, tuo figlio e per chiunque ami. E che ti porti sempre più gioia. E forza.
    Un abbraccio

  2. Ciao Angela e buona giornata. Con la convinzione che l’anno che ci stà lasciando, tra le poche cose buone che mi ha concesso, mi ha riservato anche la conoscenza di una persona speciale… ti lascio i miei auguri per le prossime feste e l’auspicio che il prossimo anno sia foriero per te di cose piacevoli ma soprattutto di tanta serenità. Ciao e a presto

  3. Mi appare sempre attuale, Pasolini. Il suo è un malessere dell’intelletto, un misto tra una noia e un languore, come di chi comprende l’impossibilità degli uomini di guarire e vorrebbe dire qualcosa, ma non ci sono le parole.
    Forse andrebbe bene una musica.

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