Bettino Craxi – 2

Il latitante di Hammamet
Benedetto Craxi, detto Bettino

Con due articoli da “il Fatto Quotidiano” del 19 gennaio 2010
E ALTRI INTERVENTI

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I suoi attuali sostenitori quando ricordano le gesta di Bettino Craxi si dimenticano di citare qualche particolare, tutt’altro che trascurabile, che caratterizzò la sua vita pubblica. Come le condanne con sentenze passate in giudicato per corruzione a 5 anni e 6 mesi nel processo Eni-Sai e a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese; fu anche imputato in processi (alcuni arrivati in secondo o in terzo grado di giudizio), che si sono estinti a causa del decesso dell’ex segretario del Psi. Fu infatti condannato in primo grado a 4 anni e gli fu inflitta una multa di 20 miliardi di Lire per il caso All Iberian (in cui è coinvolto anche Silvio Berlusconi), pena prescritta successivamente in appello; a 5 anni e 9 mesi in appello per il Conto Protezione in cui fu accusato di bancarotta fraudolenta e finaziamento illecito ai partiti, sentenza poi annullata dalla Cassazione; a 5 anni e 5 mesi in primo grado per corruzione nel processo sulle tangenti Enel; a 3 anni in appello bis per corruzione nel processo sulla maxi-tangente Enimont.

I più ostinati difensori della causa craxiana hanno giustificato tali atti criminosi con gli alti costi della democrazia e dell’amministrazione dell’apparato partitico. Tuttavia varie sentenze, non confermate in Cassazione per il decesso dell’imputato, hanno dimostrato che parte dei proventi dei reati contestatigli non era destinato al partito ma a fini personali. Craxi aveva utilizzato parte dei soldi delle tangenti (circa 50 miliardi di lire) per il finanziamento del canale televisivo Gbr di proprietà della compagna dell’epoca Ania Pieroni, per l’acquisto di immobili e per l’affitto di una casa in Costa Azzurra per il figlio.

Il suo amico d’infanzia Giorgio Tradati, soprannominato “il cuoco di Craxi”, perché gestiva alcuni dei ristoranti più cari all’ ex leader socialista, controllava direttamente 3 conti bancari esteri di Bettino Craxi in cui erano affluite nel tempo ingenti somme di denaro di provenienza illecita. Su un conto di transito presso la Claridien Bank di Ginevra intestato alla Northern Holding S.A. erano stati accreditati numerosi versamenti illeciti erogati da imprese come Barilla, Ansaldo, Siemens, Italimpianti, Calcestruzzi, Acqua, Techint; su Constellation Financière ricevette nel 1991-92 la maxitangente da 21 miliardi versata dopo la legge Mammì da Berlusconi che venne successivamente prescritto. Lo stesso Tradati  raccontò all’ex pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro, che gli fu data indicazione da Craxi di far sparire i soldi dai conti dopo l’avvio delle indagini. Così i soldi finirono sul conto di un prestanome, Raggio, che si occupò a sua volta di farli sparire comperando lingotti d’oro e fuggendo in Messico con 40 miliardi in compagnia della contessa Vacca Agusta. I soldi finirono successivamente su depositi cifrati alle Bahamas, alle Cayman e a Panama.

Qui di seguito, due articoli dal “Fatto Quotidiano” di oggi e alcuni cenni su dichiarazioni apparse su agenzie di stampa.

 

Luca Telese da Hammamet

Craxiani ad Hammamet, come fascisti su Marte. Malinconici, simpatici, vagamente surreali. Si aggirano per gli albergoni fantasma di questo paese fantastico, in un tempo fuori stagione: strade deserte, tassisti fermi agli angoli delle strade, ovunque ritratti ritoccati del presidente Ben Alì che pare il figlio di se stesso, i ragazzi ventenni delle boutique delle griffe contraffatte che inseguono disperati i clienti: “Ehi, italiano, anche io ero amico di Bettino! Entra a vedere le borse…”. È un luogo strano, un po’ Sherazade, un po’ Rimini: piove, e non si può nemmeno dire “governo ladro”. La sera fa freddo. Craxiani fuori stagione, craxiani che per due giorni affollano gli hotel spopolati come in un impossibile ritorno al passato, che la sera ballano il liscio e guardano lo spettacolino del cabaret, rievocano gli anni ruggenti e le cronache dei comitati centrali seduti intorno ai divanetti, “ti ricordi i meriti e i bisogni”? E al centro c’è Gianni De Michelis che scherza e fa battute, come se fosse tornata l’aria di baldoria degli anni Ottanta.

Se doveva partire da questo angolo fuori dal tempo di Tunisia, la celebrazione di un eroe riabilitato, se doveva essere accesa qui, la stella più importante di un nuovo Pantheon dell’Italia berlusconiana – da Craxi a Mangano – qualcosa non è andato come doveva. Perché questa tribù è una tribù senza figli, e persino i tre ministri del governo Berlusconi, “i tre ministri socialisti”, si materializzano all’improvviso davanti alla tomba semplice e bianchissima del cimitero italiano, come se fossero paracadutati da un altro pianeta.

Non sono tre esecutori testamentari, ma tre Re magi: ecco Franco Frattini scortato da Tarak Ben Ammar, ecco Maurizio Sacconi, Renato Brunetta che si fa largo, solo un passo indietro. Il minuto di silenzio non si fa. Se questa doveva essere l’occasione per ribattezzare Craxi davanti all’opinione pubblica, l’operazione è riuscita meglio in Italia, dove è arrivata l’eco mediatica di un avvenimento che sul palcoscenico tunisino non c’è stato. La cerimonia non ha avuto un suo momento di emozione, un centro, una occasione di riflessione. Nessun discorso, solo la conferenza stampa che con sagacia comunicativa Stefania organizza sulla lapide di suo padre, facendo trasportare i giornalisti alle nove del mattino. “Non si fanno dichiarazioni nei cimiteri”, dirà Bobo pochi minuti dopo. E ancora una volta i due fratelli si dividono sulla liturgia, sulla politica, sui simboli. Il Craxi tratteggiato nel discorso di Stefania e nelle dichiarazioni dei tre ministri non è, e non può essere, un simbolo pacificato. “Lui e Garibaldi – racconta lei – sono due grandi italiani sepolti fuori dall’Italia”. Solo che Garibaldi non riposa all’estero, ma a Caprera, e se non è un lapsus, l’associazione è indicativa. “La salma di Craxi – dice ancora la figlia calcando sulle parole – non potrà mai tornare in Italia”. Perché era la sua volontà, e per quel che è accaduto, aggiunge. Craxi diceva che quel piccolo cimitero gli piaceva perché era allegro. È vero: ci sono gli uccelli che cantano e, a pochi metri, il rumore del mare. C’è un giovane tunisino che da anni cura la tomba, e gli porta i fiori.

La simbologia di Hammamet, è un contrappunto di note dolenti, di silenzi, di solitudine. Così come nel Craxi che Stefania racconta nei documentari della sua fondazione (uno dei quali proiettato venerdì sera in albergo, in un silenzio incredibile) non è un eroe spendibile politicamente, ma un uomo ammalato di malinconia e rabbia. Non ci sono venuti i rampanti ad Hammamet. Gli ex rampanti, piuttosto. Non ci sono i ragazzi di Forza Italia, ma gli ex ragazzi del Garofano. Non la Milano da bere, ma la Milano che è stata bevuta dalla storia. E non ci sono nemmeno tutti i dirigenti del Psi che furono la spina dorsale della classe dirigente del Psi, non gli apostati: né Claudio Martelli, e né Ottaviano Del Turco. Bobo si ritaglia in suo spazio di riflessione con più discrezione, e due battute di sarcasmo micidiali. I giornalisti gli riferiscono che Stefania, nel cimitero ha sentenziato “L’internazionale socialista è morta”. E lui: “Lo ha detto anche Giddens… Ma c’era Giddens, nel cimitero?”.

Forse si sarebbe potuto celebrare solennemente, questo decimo anniversario della morte. Ma allora ci sarebbero voluti un palco, degli oratori, un respiro capace di elevare Craxi da simbolo di vendetta a eredità politica. Meno conte di Montecristo, più statista. Forse si sarebbe potuto invitare a parlare un suo ex compagno come Felipe González e qualche rappresentante solido della storia del socialismo italiano, magari Rino Formica, che pure si aggirava nei saloni dell’Hotel Meehari, 82 anni splendidamente portati. Invece, finché Stefania cercherà di fare di suo padre il precursore di Berlusconi, Craxi non potrà essere restituito nemmeno alla memoria del suo figlio maschio. Non è un caso che Bobo (oggi schierato a sinistra) esalti il Craxi autonomista, dicendo che non sarebbe mai finito nel Pdl. E che invece Stefania ruggisca quasi con orgoglio: “Oggi le sue idee sono quelle che guidano il governo”. A chiudere il cerchio oggi dovrebbe essere l’intervento di Berlusconi nella commemorazione al Senato. Ma se Craxi non riesce a pacificare tutti i socialisti della diaspora che si ritrovano a litigare in Tunisia, non può diventare un nuovo padre della patria.

Qui ad Hammamet trovi militanti antichi come Antonio Febbraio, che si porta dietro una bandiera del Psi del 1946 (quella con il libro e la falce e martello che proprio Craxi cancellò), trovi uno come Pierluigi Polverari, ex deputato che colpito da avvisi di garanzia si rifugiò in Tunisia come il suo capo. Trovi uno dei più famosi librai antiquari italiani, Giovanbattista Lombardozzi, che sospira: “Quelli del Psi erano, e sono, affaristi che pensano ai cazzi loro. Io sono qui perché mi piaceva lui. Un medico deve essere bravo quando opera, se ruba o meno, non conta nulla”. Poi, quando tutti corrono via con le valigie, e ti chiedi quale sia il senso di tutto, nella hall del Meahri incontri il sorriso e gli occhiali da intellettuale di Formica. La capacità di ironia dell’ex ministro che inventò “i nani e le ballerine”, è ancora quella folgorante di un tempo: “La cerimonia non funziona perché il morto non riposa. E il morto non sembrerebbe vivo, se i vivi che gli sono venuti intorno, oggi, non fossero in realtà tutti morti”.

Marco Travaglio

Con la lettera del presidente Napolitano alla famiglia Craxi, indirizzata dal Quirinale alla villa di Hammamet, appena lasciata da tre ministri aviotrasportati del governo in carica, si chiude degnamente il triduo di celebrazioni per l’anniversario della scomparsa del grande statista corrotto, pregiudicato e latitante: 10 anni, tanti quanti ne aveva totalizzati in Cassazione. Oggi completeranno l’opera in Senato altri luminosi statisti come l’ex autista Renato Schifani e il pluriprescritto Silvio Berlusconi, già noto per aver definito “eroe” il mafioso pluriomicida Vittorio Mangano. Intanto fervono i preparativi per festeggiare i 150 anni dell’Italia unita e il Pantheon dei padri della Patria è un porto di mare.

Gente che va, gente che viene. Soprattutto gentaglia. Nel felpato linguaggio del capo dello Stato, la latitanza di Craxi viene tradotta testualmente così: “Craxi decise di lasciare il Paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti”. Anche perché, aggiunge Napolitano in perfetto napolitanese, le indagini sulla corruzione (non la corruzione) avevano determinato “un brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia”. E il sant’uomo fu trattato “con una durezza senza eguali” mentre, com’è noto, la legge impone di processare i politici che rubano senza eguali con una morbidezza senza eguali. E le mazzette miliardarie, e gli appalti truccati, e i soldi rovesciati sul letto, e i 50 miliardi su tre conti personali in Svizzera? Non sono reati comuni: il napolitanese li trasforma soavemente in “fenomeni degenerativi ammessi e denunciati” (come se rubare e poi, una volta scoperti, andare in Parlamento a dire “qui rubano tutti” rendesse meno gravi i furti). Il presidente ricorda che “la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo ritenne violato il ‘diritto ad un processo equo’ per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea”. Ma non spiega che Craxi fu processato in base al Codice di procedura che lui stesso aveva voluto e votato, il Pisapia-Vassalli del 1989 che – modificato da due sentenze della Consulta – consentì fino al 1999 di usare i verbali delle chiamate in correità dei coimputati anche se questi non si presentavano a ripeterle nei processi altrui. Se i processi a Craxi non furono “equi”, non lo furono tutti quelli celebrati in Italia dal 1946 al 1999.

Su un punto Napolitano ha ragione: Craxi lasciò “un’impronta incancellabile”: digitale, ovviamente. Quel che sta accadendo è fin troppo chiaro: si riabilita il corrotto morto per beatificare il corruttore vivo. Si rimuovono le tangenti della Prima Repubblica per legittimare quelle della Seconda. Si sorvola sulla latitanza di Craxi per apparecchiare nuove leggi vergogna che risparmino la latitanza a Berlusconi. L’ha ammesso, in un lampo di lucidità, Stefania Craxi: “Gli italiani non credettero a Bettino, ma oggi credono a Berlusconi”. Ma perché credano a Berlusconi su Craxi, ne devono ancora passare di acqua sotto i ponti e di balle in televisione. Stando a tutti i sondaggi, la stragrande maggioranza degli italiani di destra, di centro e di sinistra è contraria a celebrare Craxi, come è contraria all’immunità parlamentare e alle leggi ad personam prossime venture. Forse gli italiani sono ancora migliori di chi dice di rappresentarli. E allora, tanto peggio tanto meglio. Si dedichino pure a Craxi monumenti equestri, targhe votive, busti bronzei, strade, piazze, vicoli, parchi e soprattutto tangenziali. Dopodiché si passi a Mangano (sono ancora in tempo: anche lui scomparve prematuramente nel 2000). Così sarà chiaro a tutti chi sono i “loro” eroi. Noi ci terremo i nostri e da domani chiameremo i lettori a sceglierli. A Mangano preferiamo ancora Falcone e Borsellino. A Craxi e a Berlusconi, politici diversi ma limpidi come De Gasperi e Berlinguer. Ieri, poi, ci è venuta un’inestinguibile nostalgia per Luigi Einaudi e Sandro Pertini.

 

Giorgio Napolitano, Agenzia ASCA, 18 gennaio 2010

Bettino Craxi ha lasciato ”un’impronta non cancellabile, in un complesso intreccio di luci e ombre, nella vita del nostro Stato democratico”. Così il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, conclude una lunga lettera inviata alla moglie di Bettino Craxi, signora Anna, in occasione dell’anniversario della morte del leader socialista. Nella lettera Napolitano afferma che il problema del finanziamento ai partiti ancora non ha trovato risposte adeguate. ”Si deve parlare di una persistente carenza di risposte sul tema del finanziamento della politica e della lotta contro la corruzione nella vita pubblica. Quel tema – spiega Napolitano – non poteva risolversi solo per effetto del cambiamento (determinatosi nel 1993-94) delle leggi elettorali e del sistema politico, e oggi, in un contesto politico-istituzionale caratterizzato dalla logica della democrazia dell’alternanza, si è ancora in attesa di riforme che soddisfino le esigenze a cui ci richiama la riflessione sulle vicende sfociate in un tragico esito per l’on. Bettino Craxi”.

 

Vittorio Zucconi, dal blog “Tempo Reale” 18 gennaio 2010

Nella lettera di Napolitano alla vedova Craxi c’è un capoverso che alla nostra solita fretta di indignarci, di scandalizzarci o, da parte degli eredi del craxismo, di applaudire, sembra sfuggire, nella sua enorme gravità. La frase è questa: “Si deve invece parlare di una persistente carenza di risposte sul tema del finanziamento della politica e della lotta contro la corruzione nella vita pubblica. Quel tema non poteva risolversi solo per effetto del cambiamento (determinatosi nel 1993-94) delle leggi elettorali e del sistema politico, e oggi [….] si è ancora in attesa di riforme che soddisfino le esigenze a cui ci richiama la riflessione sulle vicende sfociate in un tragico esito per l’on. Bettino Craxi“. Tradotto dal politichese e dal presidentese, questo passaggio vuole ricordarci che l’ordigno infernale del finanziamento dei partiti ancora è in piena azione e la condanna di Craxi, insieme con tutto il polverone di Tangentopoli, non ha mai risolto il problema che sta alla base di tutto e che preferiamo non vedere, se non nei partiti degli altri: chi paga, e in che modo, i costi della politica, a destra come a sinistra o al centro, per i micropartitini come i mega partiti azienda? Il problema non è stabilire se Craxi fosse stato o meno un corrotto/corruttore, domanda alla quale ha già risposto la magistratura in via definitiva, o se lo facessero tutti, argomento che non ha mai nessun valore essendo la responsabilità politica e penale sempre individuale nelle nazioni civili, ma sapere quanti Craxi ci siano oggi, in ogni partito e in piena attività, anche in quelli che strepitano contro la corruzione altrui.

 

Luigi De Magistris, Agenzia ASCA, 18 gennaio 2010

“Per un uomo politico e un leader di governo non c’è colpa peggiore di quella che lo vede macchiarsi di corruzione e clientele, che lo vede approfittare della sua posizione per abusare della ‘cosa pubblica’, arrivando a sottrarsi al giudizio della magistratura per concludere la sua vita in latitanza. Bettino Craxi è stato questo ed è un aspetto che azzera tutto il resto, gettando un’ombra negativa sulla sua persona politica che nessuna riabilitazione a posteriori può cancellare, perché sarebbe uno sfregio alla storia del nostro Paese e a chi crede ancora oggi nella legalità e nella giustizia, oltre che nella Politica”.

 

Pierluigi Bersani, Agenzia ASCA 18 gennaio 2010

La figura di Bettino Craxi ”è ancora un elemento di contraddizione nel giudizio politico-storico” e proprio per questo ”non richiede la politica dei gesti ma una riflessione”. Lo ha detto il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, commentando gli sviluppi del dibattito politico sulla figura del leader socialista in occasione del decimo anniversario dalla sua scomparsa. Per Bersani, serve perciò ”una riflessione fatta con serenità meditata, capace di mettere meglio in equilibrio i pesi e le misure di una figura importante che ha segnato certamente elementi di innovazione”. In questo contesto, secondo Bersani, ”bisogna stare attenti affinché la politica dei gesti non riproponga ancora divisioni e lacerazioni”, come ad esempio le polemiche suscitate dalla proposta di Letizia Moratti di dedicare al leader socialista una via di Milano, proposta che ha incassato il parere contrario del Pd e anche di esponenti della Lega Nord e dello stesso Pdl.

 

Antonio Di Pietro, 18 gennaio 2010

Antonio Di Pietro, stavolta, sceglie di non entrare in rotta di collisione con Napolitano. Ma fa capire che le parole del capo dello Stato su Craxi non gli sono piaciute. “Preferisco non intervenire. Non voglio fare alcuna polemica con il capo dello Stato” scrive il leader Idv in una nota, aggiungendo che “mentre tutti fanno a gara per ricordare un latitante, noi dell’Italia dei Valori preferiamo ricordare la figura del giornalista, Beppe Alfano, ammazzato perché denunciava coloro che commettevano i reati, invece che commetterli […] Sono pronto a qualsiasi rilettura (sulla vicenda Craxi) purché si leggano tutte le sentenze e le grassazioni personali”.

 

Paolo Ferrero, AdnKrnos 18 gennaio 2010

“Non condivido il giudizio dato su Bettino Craxi dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L’Impronta di Craxi sulla politica italiana è indelebile sì, ma in quanto tutta negativa: Craxi è stato un campione in tangenti, nell’aumentare il declino dell’Italia e nell’imbastire politiche fortemente antioperaie”. Lo dice Paolo Ferrero, portavoce della Federazione della sinistra.

Bettino Craxi – 2ultima modifica: 2010-01-19T16:25:00+01:00da paginecorsare
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