Bettino Craxi – 3

I Loro Eroi
Craxi e Mangano
I Nostri Eroi

Borsellino, Falcone, Pertini,
Berlinguer, Ambrosoli

Quello sopra riportato è il titolo a tutta pagina del “Fatto Quotidiano” del 20 gennaio 2010. L’articolo di spalla, che riporto, qui sotto è di Marco Travaglio. Ecco, quello del “Fatto” sono realmente grandi eroi.

Per quanto mi riguarda, vi si potrebbero aggiungere tutti i nomi di coloro che hanno dato la loro vita perché questo nostro Paese diventasse migliore. Inizio col ricordare, prima di tutto a me stessa, i nomi di tutti quei giornalisti che sono stati vittime della mafia. Ed è per questo motivo che vi propongo anche la nota su “Informazione e mafie. Giornalisti uccisi e cronisti minacciati”. Vedrete anche un filmato con l’ultima intervista a Giuseppe Fava, trasmessa in “Film dossier” del 28 dicembre 1983, una settimana prima che Fava venisse assassinato: l’intervistatore è Enzo Biagi. Giuseppe Fava, in studio, è seduto accanto a Nando Dalla Chiesa, figlio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei carabinieri ucciso (insieme alla moglie, Emanuela Setti Carrato) dalla mafia a Palermo il 3 settembre 1982.

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Marco Travaglio

Ieri abbiamo provato un sincero moto di solidarietà per Cesare Previti e per la buonanima di Bottino Craxi. Del primo, che tanto ha fatto per la causa berlusconiana comprando giudici, affrontando processi, subendo condanne, subendo l’onta del carcere e dei domiciliari senza neppure fuggire all’estero come i veri statisti, nessuno si ricorda più. Nemmeno una fugace riabilitazione, un vicoletto alla Magliana, un messaggino del capo dello Stato. Anzi, una mazzata della Corte europea che ha giudicato “eque” le sue condanne, inflitte dallo stesso Tribunale di Milano che, secondo il capo dello Stato, riservò a Craxi un processo iniquo.

Quanto a Bottino, si può anzi si deve pensarne tutto il male possibile. Ma non che meriti di esser commemorato da Schifani: questo no, questo è troppo anche per lui. Farlo ricordare da un ex autista, già principe del foro del recupero crediti, per giunta alla presenza di Del Turco e Sgarbi, denota un accanimento inaccettabile, anzi – come direbbe qualcuno – “una durezza senza eguali”. Un estremo oltraggio che non auguriamo nemmeno al nostro peggior nemico. Del resto di estremi oltraggi il povero Bottino ne sta subendo parecchi: se l’altro giorno avesse potuto balzare fuori dalla tomba di Hammamet, non osiamo immaginare che ne sarebbe stato di Fabrizio Cicchitto, proteso verso il tumulo a pontificare nella certezza che l’illustre inquilino non potesse più parlare. L’incappucciato piduista, ultimamente in borghese, ha poi traslocato dal cimitero tunisino a quello di Vespa. E lì s’è ritrovato di fronte, sia pure in un’intervista registrata 14 anni fa con Vespa, il Craxi autentico, che parlava con la massima naturalezza dei conti esteri del Psi e non solo.

Era un Vespa inedito, quello modello 1996: un insetto superaccessoriato, con molti più nei e molte più domande di oggi. Pareva quasi un giornalista. Mostrava financo di conoscere qualche fatto. E chiedeva conto dei conti, dei prestanome personali Tradati e Raggio del tutto estranei al partito, delle ruberie, degli arricchimenti. Parlava di Tangentopoli citando le tangenti: roba da matti, oggi infatti ha smesso. Craxi provava a giustificarsi con la scusa dei “costi esorbitanti dei partiti” e della “legge ipocrita sul finanziamento pubblico” e l’insetto l’incalzava: “Perché non l’avete cambiata? Che dovevano fare i giudici, visto che violavate le vostre leggi? Possibile che decine di giudici si siano messi d’accordo per perseguitarla”.

In studio, sconvolto, Cicchitto rinunciava alla litania sulla persecuzione dell’innocente, visto che l’innocente aveva appena confessato tutto. E, uscito fuori copione, delirava: “Perché Craxi è stato condannato e Occhetto e Scalfaro no?”. L’idea che Occhetto e Scalfaro non rubassero, non si facessero portare le mazzette sul letto, non avessero conti personali in Svizzera per comprarsi case e aerei privati o regalare ville e alberghi al fratello e all’amante, non lo sfiora. Per lui, vero garantista, la giustizia giusta deve condannare tutti i politici a prescindere dai reati e dalle prove, oppure assolverli tutti.

C’era anche il piccolo Bobo, ma quando il dipietrista Donadi gli ha ricordato i versamenti che papà faceva per lui dai conti delle tangenti (80 milioni per affittargli un villino a Saint Tropez) è letteralmente evaporato. E c’era pure Nick Latorre che, nonostante la faccia e le intercettazioni Unipol, i vertici del Pd continuano a mandare in tv per perdere qualche altro voto. Pure lui, come tutti i politici della casta che partecipano alla beatificazione di San Bottino, lacrimava sincera sofferenza per la grave ingiustizia subìta da Craxi visto che rubavano tutti. Questa gente non si rende nemmeno conto del danno che fa innanzitutto a se stessa. Vedendo un politico che piange per le condanne di un ladro reo confesso e dice che erano tutti come lui, qualcuno potrebbe porsi una domanda semplice semplice: scusa, tesoro, ma hai rubato anche tu?

Informazione e mafie
Giornalisti uccisi e centinaia di cronisti minacciati

Cosimo Cristina, 25 anni, cade sotto il fuoco nemico per le proprie indagini sul suo periodico, “Prospettive Siciliane”, legato ai binari ferroviari di Termini Imerese e messo a tacere, per sempre, nel maggio del 1960. A lui è concesso l’onore di essere il primo fra i giornalisti che saranno assassinati dalla mafia siciliana, aprendo di fatto un ventennio di piombo, di guerra indiretta fra criminalità organizzata e stampa.

Dieci anni di intimidazioni e telefonate mute, poi la seconda vittima è pronta per essere sacrificata in nome della pax mafiosa da tutelare: il 16 settembre 1970 è la volta di Mauro de Mauro, giornalista foggiano ma impiantato in terra siciliana, dove collabora per testate locali spingendosi oltre i semplici affari di Cosa Nostra. Porta avanti indagini scomode, scrive dell’attentato a Enrico Mattei, del golpe Borghese, infila il naso e la penna in tanti di quegli sporchi affari tutti italiani che caratterizzano gli anni bui della storia nostrana. Rapito, il suo corpo non sarà mai ritrovato, e la conferma della sua uccisione arriverà qualche anno dopo da pentiti come Buscetta e Calderone, in seguito alle cui testimonianze verrà imputato come mandante dell’omicidio il boss Totò Riina.

Giovanni Spampinato ha 25 anni quando a Ragusa, nell’ottobre del 72,viene assassinato per le sue indagini scomode di giovane idealista che non si lascia spaventare, e dalle pagine che scrive disegna inquietanti intrecci fra eversione di destra, stragismo nero, istituzioni locali infiltrate e mafia siciliana.

Nove maggio 1978: in via Caetani a Roma viene ritrovato il corpo di Aldo Moro assassinato dalle Brigate Rosse, e nello stesso momento, a Cinisi, quello di Peppino Impastato viene legato ai binari del treno sotto un carico di tritolo. Figlio reietto e traditore di una stirpe mafiosa, il figliol prodigo che non si pente e invece di essere degno erede di una carriera criminale avviata mette in piedi Radio Aut, dalle cui frequenze ogni giorno sillaba nomi e cognomi dei “sultani” del paese come Tano Badalamenti, che lo metteranno a tacere all’età di 30 anni.

Non passa neanche un anno, e quell’unico giornalista che tanto si era speso per le indagini intorno all’omicidio del collega e amico Cristina viene freddato di fronte al portone della sua abitazione, a causa di una lunga serie di inchieste scomode sulla cupola dei Corleonesi. E’ Mario Francese, il solo cronista nella storia ad avere intervistato Antonietta Bagarella in Riina, moglie del boss indiscusso di Cosa Nostra. Riina è il mandante dell’assassinio, assieme al cognato Leoluca e alla cricca Provenzano – Greco – Madonia.

E’ la sera del 5 gennaio 1984 a Catania, e Giuseppe Fava, giornalista e scrittore, fondatore del quotidiano antimafia “I Siciliani”, ha appena parcheggiato la sua macchina per andare a teatro. Non fa neanche in tempo a scendere che cinque colpi di pistola alla testa mettono fine alla sua vita ed alle sue indagini: solo nella vita, perché viveva in Sicilia denunciando la mafia, solo alla morte, ché dai suoi funerali gli uomini delle istituzioni si tengono ben lontani. Forse perché Fava, in vita, aveva scritto pezzi come “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, in cui senza mezzi termini e giri di parole collegava alcuni importanti cavalieri del lavoro catanesi al clan mafioso di Nitto Santapaola. E sarà proprio lui a decretarne l’assassinio.

Giancarlo Siani è assassinato dalla camorra: collaboratore del “Mattino” di Napoli, ha 26 anni e porta avanti le sue inchieste che riguardano le collusioni fra il clan campano dei Nuvoletta e il mandamento di Riina. E’ la sera del 23 settembre 1985 quando viene freddato sotto casa: per avere una sentenza definitiva riguardo il suo omicidio dovranno trascorrere 11 anni.

Sempre a settembre, tre anni dopo, è la volta del giornalista e fondatore del movimento politico “Lotta Continua” Mauro Rostagno, che nel trapanese aveva dato vita a “Radio Tele Cine”, dalla quale lanciava chiare accuse di collusione fra mafia e potere locale, che pagherà con la vita in un agguato all’interno della sua auto: ha 46 anni, e per il suo omicidio ancora nessuno ha pagato.

Il 16 novembre 1977, in un momento storico per l’Italia in cui il terrorismo eversivo è all’apice, quattro colpi di pistola raggiungono il vicedirettore de “La Stampa” Carlo Casalegno, ferendolo gravemente. L’agguato viene rivendicato dalle Brigate Rosse che considerano il gesto “dimostrativo” per le posizioni del quotidiano fortemente contrarie alla strategia terroristica, saldamente condivise da Casalegno, che morirà 13 giorni dopo l’attentato torinese.

Passano tre anni, e il terrorismo torna a colpire, questa volta a Milano. Sono le 11 di mattina del 28 maggio 1980 quando Walter Tobagi, giornalista de “L’Avvenire”, viene colpito con cinque colpi di arma da fuoco sparati dalla “Brigata 28 marzo”, gruppo legato alle Brigate Rosse. Fondatore dello storico giornale del liceo Parini, “La Zanzara”, che aveva dato voce e avvio alle rivolte studentesche degli anni ’60, redattore in seguito de “L’Avanti”, Tobagi era impegnato in prima linea nel seguire le cronaca delle vicende legate agli anni di piombo in Italia, portando avanti inchieste e approfondimenti non graditi agli ambienti eversivi.

L’ultima vittima di questo triste avvicendarsi di nomi e vite è di Barcellona Pozzo di Gotto, piccolo paese del messinese, snodo fondamentale per i traffici di droga e rifugio di boss, in cui Beppe Alfano insegna educazione tecnica e, senza iscrizione all’albo, collabora da sempre con testate e radio locali, dalle quali porta avanti il suo lavoro d’informazione contro la criminalità organizzata. La sera dell’8 gennaio 1993, mentre è alla guida della sua auto, tre proiettili lo raggiungono alla testa, uccidendolo. Il suo omicidio è tuttora impunito, il processo non ancora concluso.

Quanti sono i cronisti minacciati in Italia? Nessuno è in grado di rispondere con esattezza. Probabilmente sono centinaia. E’ difficile contarli perché molti casi sono resi invisibili dall’oscuramento, altri dalla paura che spinge i minacciati a nascondersi, a portare in silenzio e solitudine la loro croce. Le informazioni disponibili, sparse e frammentarie, riguardano solo alcune decine di loro. I casi più noti sono quelli di Lirio Abbate, cronista dell’Ansa di Palermo (ora dell’Espresso), del giornalista-scrittore Roberto Saviano, della cronista giudiziaria del “Mattino” di Caserta Rosaria Capacchione. Tutti minacciati di morte e costretti a vivere sotto scorta, e quello di Pino Maniaci, direttore di Telejato. Il Rapporto Ossigeno 2009, pubblicato sulla rivista “Problemi dell’Informazione” (Il Mulino), disponibile sui siti ufficiali della Federazione Nazionale della Stampa e dell’Ordine dei Giornalisti e su numerosi altri che condividono il progetto, contiene tre reportages in Sicilia, Calabria e Campania fra i cronisti più esposti; analizza la dinamica dell’isolamento del giornalista che non osserva le regole non scritte della “prudenza”; elenca 52 episodi di minacce e intimidazioni registrati nel 2006-2008 sui giornali o segnalati da attestazioni di solidarietà.

I casi di minacce e intimidazioni individuali sono 43, altri nove riguardano intere redazioni (Secolo XIX, Telegenova, Chi l’ha visto?, Corriere di Livorno, Famiglia Cristiana, Avvenire) con oltre cento giornalisti. A questi, secondo il Rapporto, bisogna aggiungere le centinaia di giornalisti italiani che non hanno avuto neppure la forza di denunciare la violenza.

Dopo la pubblicazione del Rapporto 2009 sono emersi nuovi gravi episodi: José Trovato corrispondente del Giornale di Sicilia da Leonforte (Enna), Nello Rega, della redazione esteri di Televideo Rai, Gianni Lannes, free lance di Orta Nova (Foggia), altri giornalisti di “Calabria Ora”, e altri ancora. Storie meno note, alcune disconosciute o del tutto oscurate, ma non per questo meno drammatiche. Tutto ciò testimonia che il fenomeno dei giornalisti minacciati in Italia è di stringente attualità, non appartiene a un’epoca trascorsa.

Tutti queste casi indicano giornalisti coraggiosi, animati da impegno civile e professionale, fieri del proprio ruolo di informatori dell’opinione pubblica. Spesso, quasi sempre, sono isolati dalla loro comunità e anche all’interno della categoria dei giornalisti, che non riesce a condividere del tutto questi problemi né a esprimere la piena solidarietà che in questi casi è doverosa e necessaria. E si deve aggiungere che è sbagliato, non condivisibile, il ricorso all’autocensura. Chi considera l’autocensura un dato di fatto ineliminabile esprime un punto di vista aberrante che va respinto poiché infanga la memoria di tutti i giornalisti che in Italia sono stati uccisi per non rinunciare a fare onestamente e fino in fondo il loro lavoro. Questo modo di ragionare non può essere accettato perché nega la verità, perché nega un principio fondamentale della professione di giornalista: quello dell’autonomia e dell’indipendenza di giudizio del cronista.

Fonti:
http://cittanuovecorleone1.blogspot.com
http://www.fondazioneitaliani.it/
http://www.girodivite.it/
http://www.italiaoggi.sbenk.it/
http://festivaldelgiornalismo.ilcannocchiale.it/

Bettino Craxi – 3ultima modifica: 2010-01-20T12:54:00+01:00da paginecorsare
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2 pensieri su “Bettino Craxi – 3

  1. Ciao Angela e buon pomeriggio. Credo che ieri, tutte le persone che ancora nutrono un po’ di rispetto per se stesse, abbiano potuto constatare in che “spregevole” clima politico siamo finiti. Sono convinto che non possano esservi più dubbi ne tentennamenti di sorta. Posso assicurarti che lo sdegno che si prova nel leggere questo articolo del “Fatto” è poca cosa rispetto a ciò che ho provato nell’ascoltare, alla “diretta” di Sky che alla Fondazione Craxi seguiva gli interventi, Schifani e gli altri convenuti alla “commemorazione”!!!

    Non c’è più alcun limite alla loro arroganza… scrivono la Storia a loro uso e consumo. Invece, tanti altri bravi “servitori” di questo Stato ingrato, finiti ammazzati per troppa onestà, il massimo che possono aspettarsi è di essere citati nel calendario di Grillo (i santi laici)… che schifo di Paese.

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