27 gennaio: giorno della memoria

27 gennaio: giorno della memoria

“Le sofferenze che abbiamo patito
non erano solo causate dal nemico,
ma anche dall’indifferenza. Ricordate:
il contrario dell’amore non è l’odio
ma l’indifferenza, il contrario della vita
non è la morte ma l’indifferenza.”
Eli Wiesel ai bambini italiani

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Il termine Olocausto viene usato per descrivere il genocidio degli ebrei, dei gruppi etnici Rom e Sinti (i cosiddetti zingari), dei comunisti, degli omosessuali, dei Pentecostali (classificati come malati di mente), dei Testimoni di Geova, dei Sovietici, dei Polacchi e di altre popolazioni slave. Aggiungendo anche questi gruppi il totale di vittime dell’Olocausto è stimabile tra i dieci e i quattordici milioni di civili, e fino a quattro milioni di prigionieri di guerra. Oggi, 27 gennaio, “Giorno della memoria”, sono ricordati tutti questi nostri fratelli, vittime degli orrori del ventesimo secolo, ché tali sono stati gli esiti dei mai abbastanza deprecati regimi fascista e nazista. La memoria dev’essere sempre tenuta viva, e tramandata, perché la storia non si ripeta. Mai più.

Qui di seguito propongo:
– Quell’Italia complice dell’Olocausto, di Gianluca De Feo, in “L’Espresso
– Milano-Auschwitz, di Furio Colombo, in “il Fatto Quotidiano

– Educare all’odio, da “La difesa della razza”, in “il Fatto Quotidiano
– ”Porrajmos una persecuzione dimenticata, filmato sulla persecuzione dei Rom
– Link a documenti essenziali sulle leggi e le persecuzioni nazifasciste

Quell’Italia complice dell’Olocausto
di Gianluca Di Feo
L’Espresso

Auschwitz.jpgSulle torrette del campo dove venivano rinchiusi gli ebrei c’erano agenti di pubblica sicurezza. A scortare il treno per Auschwitz c’erano carabinieri. Ed è stato un italianissimo commissario ad arrestare una bambina di sei anni, individuata a Venezia nella famiglia dove i genitori l’avevano nascosta, e ad accompagnarla fino a quel recinto di filo spinato alle porte di Carpi: il primo passo di un cammino che si sarebbe concluso nella camera a gas. Così come erano italiani i loro colleghi delle forze dell’ordine che dal novembre 1943 alla fine della guerra hanno dato la caccia agli ebrei in tutte le città del Nord. Retate ricostruite nel dettaglio in un volume che spazza via i luoghi comuni sulle responsabilità della Repubblica di Salò nell’Olocausto e ci costringe a guardare un capitolo della nostra storia che da 65 anni nessuno vuole approfondire. In “L’alba ci colse come un tradimento” Liliana Picciotto, la più importante studiosa italiana della Shoah, sintetizza anni di ricerche. Nelle 312 pagine pubblicate da Mondadori non fa mai ipotesi: elenca fatti, si limita ai documenti. Calcola le presenze nelle anticamere padane dei lager in base alle razioni di pane fornite, confronta diari e testimonianze, atti di processi nascosti nel dopoguerra in nome della ragione di Stato. Non usa un solo aggettivo.

Non servono, perché il risultato del suo lavoro è agghiacciante: la ricostruzione della vita e della morte di migliaia di ebrei, arrestati da italiani nei territori della Repubblica sociale, spediti nel campo modenese di Fossoli e poi deportati nei lager. Chi prese parte a questa colossale caccia all’uomo poteva ignorare la “soluzione finale”? Poteva ignorare la strage a cui stava collaborando? Era difficile credere che ultrasettantenni e bambini venissero trasferiti nel Reich per lavorare e contribuire alla macchina bellica tedesca. Quando anche i vecchietti dell’ospizio israelita di Firenze vengono caricati sui treni, nessuno a Fossoli si fa più illusioni. Ma ancora altri ebrei vengono rastrellati dai funzionari della polizia e dei residui carabinieri rimasti in servizio al Nord (la maggioranza dell’Arma si schierò con la monarchia e venne perseguitata dai nazisti), fino a pochi giorni prima della Liberazione: uomini che spesso hanno continuato a indossare la stessa uniforme nella Repubblica del dopoguerra. Il giorno della Memoria celebrato il 27 gennaio anche nel nostro Paese non dovrebbe ricordare solo le colpe altrui: ci sono grandi responsabilità italiane, di istituzioni e di singoli. La scorsa domenica Benedetto XVI nella storica visita alla sinagoga di Roma ha ancora una volta condannato l’antisemitismo e rievocato il primo grande rastrellamento, «una tragedia di fronte alla quale molti rimasero indifferenti». Ma molti altri italiani ebbero un ruolo attivo nel genocidio. Il 14 novembre 1943 il Partito nazionale fascista aveva dichiarato: «Tutti gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri, durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». Due settimane dopo il ministro dell’Interno ne ordinò l’arresto e l’internamento.

Al momento dell’armistizio nel territorio della Repubblica sociale erano rimasti intrappolati 32-33 mila ebrei: poco meno di un terzo venne ucciso dai nazisti. Le vittime identificate della Shoah sono 8.948, ma c’è la certezza che altre centinaia di persone siano sparite nei forni crematori. Dopo l’8 settembre 1943 i nazisti portarono avanti i primi rastrellamenti da soli: il più drammatico quello del Ghetto di Roma, con 1.020 persone catturate di cui 824 assassinate poche ore dopo l’arrivo ad Auschwitz-Birkenau. Ma già dal 3 novembre 1943 i reparti speciali delle Ss vennero affiancati dagli agenti delle questure: insieme agirono a Firenze, Genova, Bologna, Siena, Montecatini. Da dicembre tutte le operazioni passarono nelle mani dei poliziotti italiani, che per non essere inferiori all’alleato, “ripulirono” subito il ghetto di Venezia e quello di Mantova. Per gran parte del 1944 furono solo le forze dell’ordine italiane ad alimentare la macchina dello sterminio, eliminando le comunità ebraiche dell’Italia centro-settentrionale. Vennero creati 29 campi provinciali, con una struttura centrale, l’anticamera fascista dell’Olocausto: Fossoli, una serie di baracche e recinti a pochi chilometri da Carpi costruiti per custodire i prigionieri di guerra inglesi. Fossoli è rimasto totalmente sotto controllo italiano fino al febbraio 1944: non c’erano crudeltà, né fame, né malattie. Gli internati non erano obbligati al lavoro e potevano scambiare posta con l’esterno. Insomma, nulla a che vedere con le condizioni dei lager nazisti. Ma la sorte finale era la stessa. Si saliva sui treni per Auschwitz e all’arrivo chi non era giudicato utile per il lavoro veniva assassinato. «Gli italiani riempivano Fossoli, i tedeschi lo svuotavano».

E questo meccanismo è proseguito anche dopo l’insediamento a Fossoli delle Ss, che lasciarono agli agenti della questura solo la sorveglianza delle recinzioni esterne, rendendo più dure le condizioni di vita. Il primo convoglio partì il 22 febbraio 1944 con circa 640 persone: 153 furono selezionate per le fabbriche, il resto finì direttamente nelle camere a gas. Tra loro Leo Mariani, un bambino di pochi mesi: la madre venne arrestata dalla polizia nell’ospedale di Firenze dove era ricoverata in attesa del parto. Venivano da 22 città diverse – da Como a Vicenza, da Pavia a Cuneo – ed erano stati tutti arrestati da agenti e carabinieri. Da Fossoli in nove mesi sono partiti 12 treni. Quello del 5 aprile 1944, per esempio, trasportò 609 persone: solo 50 sono sopravvissute al lager. Tra quelli che non sono tornati c’erano 41 ultrasettantenni e 33 bambini: Roberto Gattegno aveva solo dieci mesi. Le liste delle persone spedite verso i forni erano scelte spesso casualmente. Ricorda Nina Neufeld Crovetti, ebrea figlia di un matrimonio misto e obbligata a fare la segretaria nel campo emiliano: «Il vicecomandante Hans Haage veniva in ufficio e diceva: “Su avanti ragazza! Si comincia di nuovo, ci sbarazziamo di un bel gruppo!”. Se ne rallegrava ogni volta».

Da Fossoli partirono in 2.844, solo un decimo è sopravvissuto: tra i pochi, Primo Levi. In Italia c’erano altri due campi – quello di Bolzano e quello di San Sabba, usato anche per assassinare partigiani e oppositori politici – nelle province che erano state annesse al Reich: il Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, parte del Veneto e l’Istria. Solo da Bolzano presero la via dei lager altre 4.500 persone, altre migliaia dalla Risiera di San Sabba. Il tutto sempre con la collaborazione di italiani. I vertici di Salò trattarono la questione con la stessa freddezza burocratica dei gerarchi nazisti. Il libro si chiude con l’esposto che i familiari ariani dei deportati scrivono a Benito Mussolini: «Eccellenza, ci sono casi pietosi. Madri con bambini (fra le quali la Uggeri con una piccola di 4 anni)… donne anziane, vecchie con salute malferma… I sottoscritti vivono ore pietose, essendo privi da oltre due mesi di notizie e temono per la vita dei loro cari. Sono mariti, mogli, figli che piangono senza avere nessuna colpa». La supplica viene girata dalla segreteria particolare del Duce all’Ispettorato per la razza. La risposta del 1° marzo 1945 è raccapricciante: «Questo Ispettorato, trattandosi di misure di polizia rispetto alle quali esso ha competenza nella determinazione delle direttive di massima in collaborazione con altri dicasteri chiamati a decidere, non può avocare a sé una decisione sull’istanza degli interessati». E Liliana Picciotto conclude: «Come a dire che la macchina della persecuzione antiebraica, avviata nel 1938 dal regime fascista e radicalizzata nel 1943, non era da tempo più governabile.

Questo fatto non attenua in nulla la responsabilità che i governanti, le istituzioni, l’amministrazione, la burocrazia italiani portano pesantemente per le le sofferenze inflitte e per le migliaia di lutti provocati». In appendice al volume c’è una raccolta di testimonianze dirette. Tra tutte, la deposizione di un SS, Eugen Keller, che in un processo berlinese ha descritto il viaggio da Fossoli ad Auschwitz del 16 maggio 1944: «Cosa volesse dire Auschwitz lo seppi durante il viaggio da uno degli ebrei. Disse che Auschwitz era un campo di annientamento nel quale sarebbero stati uccisi. Dapprima non gli credetti…». Eugen Keller racconta che nel vagone sigillato una donna aveva partorito. Carolina Lombroso Calò, moglie di un eroe della resistenza, «non era fuggita dalla sua casa rifugio a Cascia di Reggello in provincia di Firenze perché non pensava che una mamma incinta con tre bambini (Elena di 6 anni, Renzo di 4, Albertino di meno di 2 anni) potesse essere arrestata. Invece i carabinieri avevano obbedito agli ordini e fermato il gruppetto». La donna e i suoi quattro bambini, incluso il neonato, furono tutti uccisi poche ore dopo l’arrivo nel lager. «Abbiamo obbedito agli ordini» è la giustificazione di tutte le Ss chiamate in causa per l’Olocausto. Ma in Germania da sessant’anni ci si interroga e ci si chiede come sia stato possibile che un popolo intero abbia partecipato al massacro. In Italia delle migliaia di ebrei consegnate nelle mani dei carnefici non si parla. Nonostante quegli ordini fossero stati emanati da Benito Mussolini, ancora oggi c’è chi ripete in modo assolutorio che «il Duce non uccise gli ebrei». Vero: si limitò a consegnarne migliaia al boia. E nel libro di Liliana Picciotto ci sono tutte le prove: un’opera definitiva, senza attenuanti.

* * *

“Spaventa il pensiero di quanto potrà
accadere fra una ventina d’anni
quando tutti i testimoni saranno spariti.
Allora i falsari avranno via libera,
potranno affermare o negare qualsiasi cosa.”
Primo Levi

 

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Binario 21

Nel progetto originale della Stazione Centrale di Milano erano previsti 20 binari per il servizio passeggeri. Più tardi, si decise di utilizzare anche i binari “corti” ai lati della grande volta di acciaio e vetro, e furono numerati fino al 24. Fino a quel momento, il binario 21 era nascosto nel ventre della stazione.

Il progettista Ulisse Stacchini aveva collocato un altro fascio di binari al di sotto di quello principale, destinandolo allo smistamento merci e postale: dopo aver caricato i vagoni, era possibile riportarli direttamente al piano dei binari passeggeri usando un ponte trasbordatore e poi un grosso montacarichi.

E ancora, al di sotto di questi binari un terzo livello accoglieva altri servizi, una vasca di raccolta idrica grande come un lago e un inceneritore per i rifiuti.

Il 30 gennaio 1944 seicento cittadini italiani di religione ebraica furono caricati su camion nel cortile del carcere di San Vittore. I camion raggiunsero via Ferrante Aporti, e il loro carico fu spinto nelle viscere buie della stazione, fra urla e latrati di cani. Le persone e i 40 bambini che erano fra di loro furono stipati su carri bestiame; i carri furono spostati con il ponte mobile e poi sollevati in superficie con l’ascensore.

Sette giorni dopo i vagoni venivano scaricati ad Auschwitz, e nel giro di poche ore cinquecento persone furono gasate e bruciate.

Il primo convoglio era partito carico di 250 deportati il 6 dicembre dell’anno prima, e altri ne sarebbero partiti fino al maggio del 1944.

Oggi quei sotterranei diventano uno spazio per la memoria. Furio Colombo ne parla qui di seguito.

 

Milano -Auschwitz
di Furio Colombo
il Fatto Quotidiano

C’è un sotterraneo alla Stazione centrale di Milano, una immensa stanza segreta che riproduce tutto quello che vedete di sopra, al piano dei treni e della grande tettoia di ferro e di vetro che, ancora adesso, fa sentire la tensione del viaggio. Capisci che l’avventura comincia nell’arco di luce che si vede verso il fondo, dove i treni diventano una linea che va verso il mondo. Anche sotto, nella immensa stanza segreta, ci sono binari. Vanno verso un punto lontano, che non rivela niente, solo altre gradazioni di buio. Qui senti che sei lontano dal cielo come se questo luogo fosse una fenditura profonda. Pochi metri tra sopra e sotto, ma la distanza è infinita. Sopra siete liberi, sotto no. Come in una strana, torbida fiaba, essere qui è una condanna. Così è stato ogni giorno, ogni settimana in un periodo maledetto della nostra storia.

Noi siamo su un lastrone di cemento al binario 21. Siamo testimoni di un delitto italiano di cui sono restati tutti i segni e tutte le impronte. Dal binario 21 partivano i treni, mentre Milano viveva la sua difficile vita di guerra, la borsa nera, lo sfollamento, il treno per venire al lavoro e tornare in campagna per essere più al sicuro, quel tanto di solidarietà che nasce sempre nei momenti difficili. Non per tutti. Una bambina che è passata sul marciapiede buio del binario 21, in quel misterioso piano di sotto racconta: “Dopo l’arresto ci avevano rinchiuso a San Vittore, con ladri e malfattori. Quando ci hanno messi in marcia verso la stazione donne, uomini, vecchi, bambini, in uno strano corteo, soltanto i detenuti di San Vittore hanno gridato ‘coraggio’, hanno capito l’assurdo, ci hanno dato quel che avevano da mangiare e per stare caldi. Nelle strade di Milano non se ne è accorto nessuno, nessuno si è voltato”.

E’ la voce di Liliana Segre che ha fatto da guida alla stanza sotterranea. Ha mostrato che pietre, cemento, umido, buio e binari ci sono ancora. Ecco il binario 21. Da qui, dalla stazione italiana, con personale italiano e scorta italiana, partivano i treni Milano-Auschwitz. Qui spingevano sui vagoni gli ebrei italiani destinati a morire. Qui il 26 gennaio, decimo anniversario del Giorno della Memoria, Marco Szulc, figlio della Shoah, ha posto la prima pietra del Memoriale italiano.

Milano, piano sotterraneo, binario 21. Ci sono ancora i vagoni.

 

Liliana Segre

Nata a Milano il 10 Settembre 1930 da famiglia ebraica laica, orfana di madre a 10 mesi, espulsa dalla Scuola del Regno nel 1938 – Leggi Razziali. Dopo l’8 Settembre 1943 tenta l’espatrio in Svizzera con il padre Alberto Segre. Respinti, vengono arrestati da finanzieri italiani e consegnati ai tedeschi – Prigioni di Varese – Como – Milano. Deportati ad Auschwitz dove furono uccisi il padre e i nonni paterni. Ritornata miracolosamente, riprende gli studi: Liceo Classico. A 20 anni si sposa. Ha 3 figli e 3 nipoti. Dopo 45 anni di silenzio, a 60 anni decide di cominciare a testimoniare. Ad oggi ha incontrato più di centomila studenti. Ha parlato in decine e decine di scuole, alle Università di Milano Bicocca, Milano Università Cattolica, a Brescia Università Cattolica, Università di Bari e Foggia. E’ stata ospite di molte trasmissioni radiofoniche e televisive in Italia e nel Canton Ticino. Ha partecipato a mostre sulla Shoah, a seminari per insegnanti. Molti testi la citano e continua per ora instancabile la sua Testimonianza “per non dimenticare”. E’ cittadina onoraria di Bergamo e di Arezzo. E’ Commendatore della Repubblica e Medaglia d’oro della Riconoscenza della Provincia di Milano. Ha incontrato il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a Carpi in occasione di una visita al Campo di Fossoli. Ha incontrato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il Sindaco di Milano Letizia Moratti  il 26 gennaio 2010 in occasione della posa della prima pietra del Memoriale della Shoah – Binario 21 – alla Stazione Centrale di Milano.

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Educare all’odio: “La difesa della razza”
In “il Fatto Quotidiano

Valentina Pisanty, semiologa, è ricercatrice all’Università di Bergamo dove insegna Filosofia del linguaggio e Semiotica del testo. Sul razzismo e l’antisemitismo ha pubblicato “L’irritante questione delle camere a gas: logica del negazionismo” (Bompiani 1998), e “Educare all’odio: la Difesa della razza 1938-1943” (Motta on line/l’Unità 2003), poi confluito nel volume “La Difesa della razza. Antologia” (1938-1943) (Bompiani 2006).

“La Difesa della razza” è la rivista più nota del razzismo fascista: in occasione della Giornata della Memoria, ne pubblichiamo alcuni stralci, preceduti dalla introduzione al libro, a firma di Umberto Eco.

Che cosa sia stato l’antisemitismo e le persecuzioni razziali che ne sono conseguite, tutti più o meno lo sanno, anche i più giovani. Che cosa sia stato l’antisemitismo italiano è meno noto. Vige casomai la persuasione che, rispetto a quello nazista, l’antisemitismo fascista sia stato più blando e d’altra parte si dice (ed è vero) che tanti bravi italiani hanno salvato tanti ebrei dalla deportazione, e questo in fondo pare assolvere il nostro paese. Italiani brava gente, dunque. Ma nel 1938 il re Vittorio Emanuele III firmava le leggi razziali ed esisteva in Italia una consistente corrente di pensiero razzista e antisemita.

Stiamo parlando di pensiero: il pensiero, certo, non ha nulla a che fare, direttamente, coi campi di sterminio, ma in realtà li giustifica e in qualche modo li prepara e li accompagna, anche se sono stati altri ad allestirli. Alcuni hanno sentito parlare de “La difesa della razza”, la rivista dell’antisemitismo e del razzismo italiano, a cui hanno collaborato alcuni tra i nomi più famosi della cultura dell’epoca, più una coorte di pennivendoli che oggi definiremmo “fondamentalisti”. La rivista, intesa a proclamare la superiorità della razza italica, non si scagliava soltanto contro gli ebrei ma contro tutte le etnie non “ariane”, dai cinesi agli africani, mostrando coi suoi pseudo-reperti antropologici come l’inesorabile inferiorità di queste razze apparisse dai tratti ripugnanti del viso, dalla forma del cranio, dai parti mostruosi provocati da matrimoni misti. Ebbene, ecco ora una antologia commentata de “La difesa della razza”, non solo degli articoli ma anche delle illustrazioni, talora più eloquenti degli scritti.

E’ difficile oggi leggere queste pagine senza provare un sentimento a metà tra l’orrore e il sarcasmo: come è possibile che queste cose siano state scritte, che molti le abbiano lette, che tantissimi le abbiano credute, cha la maggioranza degli italiani le abbia ignorate, o tollerate, o lasciate passare come innocente esercizio filosofico e parascientifico? Eppure questo è accaduto. Questa antologia suona a vergogna degli autori che raccoglie (il cui nome deve essere consegnato agli annali della paranoia criminale) ma suona anche a vergogna del nostro paese, e non basta dire che in altri paesi si è fatto o scritto di peggio.

Quanto si può leggere e vedere qui basta e avanza per spingerci a dolorose riflessioni e per renderci preoccupati per le molte pubblicazioni o siti Internet che ancora oggi riprendono questi argomenti. [Umberto Eco]

[Citazioni dall’antologia]

Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto lo spirito alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. Altrimenti, finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose – fingere un mutamento di spirito, e dirsi più Italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’alto là al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue.
Giorgio Almirante, Difesa della razza, V, 13: 9-11 (5 maggio 1942)

Se qualcuno ci domandasse come si potrebbe realizzare un razzismo positivo nel campo strettamente biologico, risponderemmo che basterebbe stimolare al massimo gli elementi meglio dotati dal punto di vista razziale del nostro popolo, di porre in condizioni favorevoli di sviluppo la grande massa degli elementi medi (i nove decimi circa della popolazione globale) e infine di far diminuire con misure energiche, come la sterilizzazione e la castrazione, fino a farla sparire del tutto, la massa grigia degli elementi tarati ed asociali. Un’azione di tal genere dovrebbe essere accompagnata da una profonda riforma di carattere sociale ed economico.
Guido Landra, Difesa della razza, VI, 1: 9-11 (5 novembre 1942)

Esiste un punto di spiccata analogia fra la loro vita e quella degli ebrei, in quanto ebrei e zingari rappresentano gli unici gruppi etnici costituiti senza espressione alcuna di vita agricola che esistano in Europa. […] Ma se gli zingari dividono con gli ebrei questa originale prerogativa di assenteismo per tutto ciò che è lavoro agricolo, una profonda diversità intima si contrappone che oltre a distinguerli nettamente li separa in due complessi psicologici opposti. L’ebreo e lo zingaro hanno in vero qualcosa di molto differente l’uno dall’altro nel principio che dirige la loro vita. L’uno: avidità di guadagno e di ricchezza, presunzione di popolo eletto, una legge principio di purezza di razza, dogmi, tradizioni. L’altro: un ideale di libertà primitiva, un bisogno di sfogo e di movimento, la spinta di un passato non di dottrine, di leggi e di costituzioni ma di sola natura. L’uno, un popolo che ammassa per dominare; l’altro che mendica per vivere.
Vincenzo De Agazio, Difesa della razza II, 16: 35-36 (20 giugno 1939)

E’ necessario quindi diffidare di tutti gli individui che vivono vagabondando alla maniera degli zingari e che ne presentano i sopraricordati tratti somatici. Si tratta di individui asociali, differentissimi dal punto di vista psichico dalle popolazioni europee e soprattutto da quella italiana di cui sono note le qualità di laboriosità e attaccamento alla terra. […] Data l’assoluta mancanza di senso morale di questi eterni randagi si comprende come essi possano facilmente unirsi con gli strati inferiori delle popolazioni che incontrano peggiorandone sotto ogni punto di vista le qualità psichiche e fisiche.
Guido Landra, Difesa della razza IV, 1: 11 (5 novembre 1940)

L’ebreo ha un aspetto fisico spesso, ma non sempre, evidente. Ha un contegno morale di più difficile, ma più sicura diagnosi. In poveri termini vorrei definire che sia da considerarsi ebreo chi è capace di commettere un’ebreata: non credo mi occorra definire quel che sia un’ebreata; ogni buon Italiano lo sa per esperienza, benché i dizionari non registrino forse la parola. Oltre le solite qualità  tradizionali – l’avidità del denaro, la grettezza, la capacità di compiere cattive azioni pur di guadagnare, di essere anche spendereccio e caritatevole pur di guadagnare – l’Ebreo possiede altre qualità che lo distinguono dall’Italiano: un sentimento di famiglia innegabile, unito ad una spiccata tendenza all’adulterio e al concubinato; una commovente solidarietà fra Ebrei, che li induce a incrudelire contro l’umanità non ebraica; ostinati nei propositi, quando vogliono frodare non si levano mai dattorno; cacciati dalla porta rientrano dalla finestra; non contenti d’esser virili sono immancabilmente sensuali e pornografici. Vi è chi li riconosce al naso e chi alle labbra, chi agli occhi e chi ai piedi piatti, chi alla pronunzia o ad altri segni. Vi è però chi meglio li distingue al contegno nella loro vita, nella società, al posto di lavoro, nella politica. Io li riconosco dall’ebreata e son sicuro di non sbagliare. La loro più grossa ebreata collettiva fu, ed è, quella di infilarsi nella vita italiana e nella vita fascista per profittarne ed insieme per minarla e sovvertirla. […] L’ebreo agisce da ebreo specie quando si nasconde, e da ebreo si comporta anche quando ignora di esserlo. Il Fascismo, che è rivoluzione in marcia, che ha creduto utile difendersi dall’Ebreo manifesto, troverà mezzi adeguati per scoprire e bollare, se occorre caso per caso, anche l’Ebreo clandestino e l’Ebreo ignaro. Come, privatamente, non è difficile scoprirli e identificarli, non sarà impossibile riconoscerli con debita procedura. Sarà invece, io credo, facilissimo, perché penseranno gli stessi ebrei clandestini ed ignari a commettere tante, ma tante ebreate, finché persino i ciechi e gli ottusi li distingueranno.
Umberto Angeli, Difesa della razza II, 7: 30-31 (5 febbraio 1939)

La continuità storica del popolo italiano si può riconoscere solo come un prodotto di una forza centrale e assiale, che è la continuità della razza, comportante soprattutto la possibilità di sentirsi partecipi della razza, grazie ad una prodigiosa virtù che le è propria: la memoria della razza. Per converso, la storia ci fornisce quei dati esteriori e quegli elementi documentari o cronistici, da cui occorre risalire per riconoscere su un piano di “causalità” l’azione della razza: nella storia patria si assiste così a una minore o maggiore intensità di manifestazione della vigoria profonda della razza. Ed è proprio il razzismo che oggi ci offre il modo di capire come non esista “un senso della storia” e come sia una mera astrazione, una retorica razionalistica, il concetto di “necessità storica”, in quanto la storia è soltanto la trama sensibile ed evidente di ciò in cui la razza manifesta le sue peculiari possibilità. Quando questa storia ci si presenta sotto forma di decisive acquisizioni sul piano culturale, politico, sociale, militare, occorre perciò riconoscere in essa non un fenomeno di “necessità”, di “fatalità” o di “storicità”, ma il momento della più decisa e piena espressione di una forza potenzialmente perenne, che è la forza della razza: è il buon sangue della razza che fluisce più vivo e più ricco, grazie ad un coincidere delle energie etniche con quelle della Tradizione che originariamente le distingue e le esalta. Si può dire che, in tali periodi, agisce potentemente dietro le quinte della storia un razzismo decisamente organizzato – anche senza che di razzismo si parli – che noi comunemente cogliamo soltanto nei suoi risultati, ossia nella sua manifestazione storica. Esso per noi si esprime come senso patrio, come esaltazione dei valori della pura romanità e dell’italianità, come coscienza di Tradizione.
Massimo Scaligero, Difesa della razza V, 12: 15-16 (20 aprile 1942)

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Porrajmos una persecuzione dimenticata

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Link a documenti essenziali sulle leggi razziali e sui crimini di nazisti e fascisti

Le mappe dei campi, la cronologia e i treni della morte
I campi di concentramento in Italia
Date e itinerari dei treni della morte
Centinaia di iniziative per il Giorno della memoria 2010
Leggi razziali fasciste
Il Vaticano e le leggi razziali italiane
Omosessualità e razzismo fascista, di Giovanni Dall’Orto
Leggi razziali naziste

Il sito dedicato ad Anna Frank
Il giorno della memoria, 27 gennaio 2010: sito dell’UCEI

27 gennaio: giorno della memoriaultima modifica: 2010-01-27T08:20:00+01:00da paginecorsare
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10 pensieri su “27 gennaio: giorno della memoria

  1. Ciao Angela. L’articolo de “il Fatto quotidiano” l’avevo già letto stamattina… gli altri ho avuto la fortuna di trovarli qua. Terribile ed allo stesso tempo sconcertante che Levi avesse ragione quando disse “…allora i falsari avranno via libera,potranno affermare o negare qualsiasi cosa.”

    E’ quello che succede, revisionando la “storia” ad uso e consumo dei potenti del momento!! Loro che hanno rappresentato anche questa Repubblica, in Parlamento!!!

    Ho letto, sempre stamani, il “pezzo” estratto dalla “Difesa degli italiani” di Giorgio Almirante…. confesso l’ignoranza ma anche il raccapriccio nello scoprire tutto ciò!!!

    Comunque, finché ci sarà la “memoria” di chi vuole ancora vivere in un mondo civile, penso sia giusto ricordare e, soprattutto, denunciare chiaramente quello che fu!!

    Buona serata a te e ciao!!

  2. Ciao Angela… noi siamo qua a cercare di dare un senso a ciò che viviamo, a ciò che è stato vissuto dall’umanità ed a ciò che potrebbe ancora vivere…. cercando di capire e soprattutto scongiurare… e lui se ne esce in conferenza stampa con l’assunto che “meno extracomunitari equivale a meno criminali”….

    Ma di che stiamo parlando noi… se poi ieri sera milioni di rimbambiti davanti al TG5 hanno sentito quella frase????

    Prova a passare un fine settimana sereno. Te lo auguro…. e ciao!!!!

  3. Oggi mi chiedo: che senso ha questo Giorno della Memoria, se il giorno dopo si sentono certe frasi?…

    Alla luce di certi fatti, sembra quasi che questa data debba essere una scusa per parlarne un solo giorno all’anno, quasi a dire “Me ne son ricordato oggi, ora ho la coscienza pulita: domani posso ricominciare a dimenticarmene (e a far dimenticare!)”.

    Sinceramente, a sentire quello che dicono troppi politici, alcuni intellettuali malformati e molti cittadini di questo nostro paese, a questa memoria ci ripenso quasi quotidianamente, ahimè!

    Mi preoccupa soprattutto quel “come è possibile? […] Eppure questo è accaduto” (cito dall’introduzione di Eco), perché anche oggi, più che mai oggi che chi “informa”, chi divulga pensieri ed editti, arriva ovunque, potrebbe, in un giorno da noi inaspettato, riproporsi questo quesito… ma speriamo non la stessa risposta.

  4. GRAZIE PER IL COMMENTO , INUTILE DIRE CHE CONDIVIDO IN PIENO LA TUA ANALISI .
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    CONOSCO BENE IL POST DI CARLO . TRA ME E CARLO , ESISTE UN ACCORDO , CHE NASCE DALLA NECESSITA’ DI DARE UNA PIU’ AMPIA VISIBILITA’ AD ALCUNI ARGOMENTI . ABBIAMO CONVENUTO , CHE UNA PRESA DI POSIZIONE CORALE , PUO’ ESSERE PIU’ EFFICACE .
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    SIAMO PARTITI IN SIMULTANEA , SUL PROCESSO BREVE E HO POTUTO CONSTATARE , CON PIACERE , CHE ANCHE SUL TUO BLOG E SU QUELLO DI ARTISTA69 ( MIO CONPAESANO ) , ERANO PRESENTI POST SUL PROCESSO BREVE .
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    QUESTO TIPO DI CORALITA’ , PUO’ ESSERE MOLTO IMPORTANTE , VISTO CHE L’ OPPOSIZIONE PARLAMENTARE LATITA ……RIMBOCCHIAMOCI LE MANICHE .
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    A PROPOSITO DELLA GIORNATA DELLA MEMORIA , GIUSTA E MOLTO IMPORTANTE , IO LANCIO UNA PROPOSTA ….. : OLTRE ALLA MEMORIA PER LO STERMINIO DEGLI EBREI , CHE E’ STATA UNA DELLE PAGINI PIU’ SCURE DELLA STORIA DELL’ UMANITA’ , PERCHE’ NON CELEBRIAMO ANCHE LA GIORNATA DELLA MEMORIA DELLE VITTIME DELLA GUERRA SUL LAVORO , QUELLA DELLE VITTIME DELLA GLOBELIZZAZIONE CHE AFFAMA I PAESI SOTTOSVILUPPATI ECC…. . PENSA CHE IN MOLTI PAESI , MOLTA GENTE MUORE DI MALATTIE CHE , CON UN MINIMO DI SPERIMENTAZIONE , POTREBBERO AVERE FARMACI RISOLUTIVI . UNICAMENTE PERCHE’ , LE MULTINAZIONALI DEI FARMACI , QUELLE CHE CREANO ALLARMISMO SULL’ INFLUENZA A PER VENDERE VACCINI , NON TROVANO INTERESSE ECONOMICO .
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    UN ABBRACCIO ANGELA .

  5. Ciao angela… anch’io non sono molto presente sui blog ultimamente, ho avuto un po di problemi, oltre ad un calo di voglia di scrivere e di discutere… (oltre alla diminuzione di tempo causa lavoro, ma quello non può essere un problema di sti tempi ;D)… Beh, con l’ultimo commento mi hai dato proprio quello che cercavo, un analisi perfetta di tutte le situazioni che ponevo. Mi ha anche dato lo stimolo un po a continuare a battare su questo tema…
    Ciao

  6. Ciao Angela. Anche io, nei miei post sulle migrazioni, ho fatto riferimento ai dossier statistici di “Caritas-migrantes” che ritengo essere una delle poche fonti attendibili sul fenomeno. Purtroppo, però, quanti vanno a cercare quei documenti che possano confutare o smentire ciò che i media trasmettono??? Quanti sono andati sul sito del Ministero dell’Interno a scaricare quei “famosi” dati della conferenza stampa di Reggio Calabria per scoprire che non sono “numeri” ma uno spot elettorale??? Sappiamo bene la risposta!!

    Su Genchi, lessi tempo fa un articolo di Travaglio, scaricato dal sito di Grillo… penso proprio che seguirò il tuo consiglio!!!

    Oggi, ho apprezzato molto anche la testimonianza vissuta sul “campo” di Cesare. E’ un po’ irruento… ma propone riflessioni sacrosante!!

    Vista l’ora… ti auguro una buona notte!!

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