Le belle bandiere, di Pier Paolo Pasolini

Le belle bandiere
di Pier Paolo Pasolini

bandierarossa05.jpgTra il 1960 e il 1965 Pasolini, attraverso le pagine di “Vie Nuove”, settimanale del Partito comunista italiano, è impegnato a tenere una rubrica di “dialoghi” con i lettori. Si tratta di una documentazione preziosa per i contributi che lo scrittore-regista fornisce soprattutto sui molti avvenimenti storici e socio-politici di quel periodo. Gian Carlo Ferretti, che ha curato la raccolta per Editori Riuniti (Roma 1996) – e la cui interessantissima introduzione fornisce un quadro preciso anche rispetto all’evoluzione intellettuale del poeta -, spiega che, per fornire un titolo alla raccolta di tali “dialoghi” pasoliniani “si è trovato dinanzi alla difficoltà […] di non potersi valere di indicazioni precise da parte dell’autore: Pasolini, infatti, non aveva mai pensato un titolo per una tale raccolta, anche perché non si era mai posto il problema della raccolta stessa”. Ferretti prosegue precisando che “piuttosto che tentare variazioni sul motivo dei ‘dialoghi’, o abbandonarsi a qualche invenzione” ha ritenuto opportuno “ricorrere a un titolo pasoliniano presente nella rubrica stessa e per molti versi significativo”: il curatore si riferisce al messaggio rivolto da Pasolini il 27 dicembre 1962 ai lettori.

Tale data è particolarmente significativa perché segna una certa “incrinatura” dei rapporti di Pasolini con “Vie Nuove” e il Pci, incrinatura che nasce da una ricerca pasoliniana di forme di dialogo che mettano in risalto le sue nuove e meditate posizioni critiche e polemiche nei confronti del Partito comunista – e, per alcuni versi, anche nei confronti delle proprie posizioni di intellettuale – che va elaborando. La poesia che dà il titolo alla raccolta, Le belle bandiere [che riproduco qui di seguito], apparve su “Vie Nuove” n. 52 del 27 dicembre 1962 (sarà pubblicata, poi, con varianti di un certo rilievo, nella raccolta poetica Poesia in forma di rosa). Ecco in che modo lo stesso Pasolini ne fece “dono” ai suoi lettori:

“Per questo numero, l’ultimo della mia prima serie e per di più natalizio, piuttosto che rispondere alle nuove lettere che ho qui sul tavolo – e non avrei nemmeno il tempo per farlo – preferisco ricopiare la parte finale dell’ultima poesia che ho scritto, proprio in questi giorni, tra una moviola e l’altra, tra una sala di fissaggio e l’altra. È un ricordo del periodo più bello, e determinante, di una vita. Ho finito, bisogna saper ricominciare”.

Le belle bandiere

“Cosi mi desto,
ancora una volta:
e mi vesto, mi metto al tavolo di lavoro.

La luce del sole è già più matura,
i venditori ambulanti più lontani,
più acre, nei mercati del mondo, il tepore della verdura,

lungo viali dall’inesprimibile profumo,
sulle sponde di mari, ai piedi di vulcani,
tutto il mondo al lavoro, nella sua epoca futura.

Ma quel qualcosa di “bianco”
che a lettere greche
mi presentò, irrevocabile, il sogno conoscitore,
mi rimane addosso – vestito,
al tavolo di lavoro.
Membrana, pasta, o calce
nelle ciglia, agli angoli degli occhi:
il biancore baroccamente friabile,
di spugnoso materiale comacino, del sole nel sonno.

Di quel biancore fu il sole vero,
furono i muri delle fabbriche,
fu la stessa polvere (nei pomeriggi secchi, quando
il giorno prima è un poco piovuto)
furono gli stracci di lana,
le giacchettacce bige e i calzoni sfilacciati
degli operai:
fu di quella sostanza
la calura oppressa dal ricordo di primavere
sepolte da secoli
in quegli stessi sobborghi o paesi,

– e pronte, Dio!
pronte a rinascere,
su quei muretti, su quelle strade.
Su quei muretti, su quelle strade,
imbevuti di strano profumo,
asiatico – primule, strame, passaggi
di vecchie pecore scure – fiorivano nel tepore
i meli, i ciliegi. – E il colore rosso
aveva una brunitura, come
se fosse immerso in un’aria di caldo temporale,
un rosso quasi marrone, ciliege come prugne,
pometti come susine: e occhieggiava, quel rosso
tra le brune, intense
trame del fogliame, calmo, come la primavera
non avesse fretta,
volesse godersi quel tepore in cui fiatava il mondo,
quelle grida di operai, che erano quasi silenzio,
solenni e attutite,
nel biancore
del caos di muretti, marciapiedi di terra fangosa,
sagome di fabbriche.

E, su tutto, lo sventolio,
l’umile, pigro sventolio
delle bandiere rosse. Dio! belle bandiere
degli Anni Quaranta!
A sventolare una sull’altra, in una folla di tela
povera, rosseggiante, un rosso che traspariva
violento, con la miseria delle tovaglie,
dei copriletti di seta, dei bucati delle famiglie operaie,
– ma col fuoco delle ciliege, dei pomi, violetto
per l’umidità, sanguigno per un po’ di sole che lo colpiva,
ardente rosso affastellato e tremante,

Fonte: “Pier Paolo Pasolini“, foto di “luongen”

Le belle bandiere, di Pier Paolo Pasoliniultima modifica: 2010-02-05T17:12:00+01:00da paginecorsare
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2 pensieri su “Le belle bandiere, di Pier Paolo Pasolini

  1. BUON GIORNO ANGELA , DA TE SI PUO’ TROVARE SEMPRE QUALCOSA DI STRAODINARIAMENTE INTERESSANTE , COME QUESTO BELLISSIMO POST .
    .
    QUANDO VENGO SUL TUO BLOG , MI PERDO , NON SO’ DOVE INIZIARE E NON RIESCO A SMETTERE .
    .
    UN GRANDISSIMO SALUTO ANGELA .

  2. “…a sventolare una sull’altra, in una folla di tela povera…” Immagine d’altri tempi!!! Neanche tanto lontani se poi ci si pensa!! A cambiare, purtroppo, è stato l’uomo!! Chissà se Pasolini che tanto vedeva e, con mia meraviglia, prevedeva anche, avrebbe mai immaginato che quelle manifestazioni oggi è impossibile ripeterle… nonostante ce ne siano tutti i presupposti!!!

    Buon pomeriggio, Angela, ti lascio un mio saluto!!

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